Venezuela: Intervista all’economista colombiano Rafael Enciso

di Geraldina Colotti – il manifesto

L’economista colom­biano Rafael Enciso ha appena finito il suo inter­vento e accetta di rispon­dere alle nostre domande. Del suo paese cono­sce bene l’esperienza del Sec­tor Coo­pe­ra­tivo Agro­pe­cua­rio, in par­ti­co­lare il lavoro orga­niz­zato delle coo­pe­ra­tive del caffè. Come stu­dioso e mili­tante di vari movi­menti, ha accom­pa­gnato per 25 anni i ten­ta­tivi – sem­pre nau­fra­gati — di por­tare a solu­zione il con­flitto armato che dura da oltre 50 anni. Dopo il fal­li­mento dei dia­lo­ghi di pace, nel 2002, ha dovuto lasciare la Colom­bia – paese alta­mente peri­co­loso per l’opposizione sociale — e vive da nove anni in Vene­zuela. Adesso è con­su­lente al Mini­stero del Lavoro e si occupa di imprese recu­pe­rate. In uno dei suoi saggi ana­lizza “Gli inse­gna­menti del modo di pro­du­zione sovie­tico per il socia­li­smo del secolo XXI in Venezuela”.

L’alternativa alla crisi siste­mica del capi­ta­li­smo – lei scrive – implica una rot­tura pro­fonda, un nuovo ordine inter­na­zio­nale a carat­tere mul­ti­po­lare e un nuovo modello pro­dut­tivo basato sul con­trollo ope­raio e comu­ni­ta­rio. Come si può costruire que­sta alter­na­tiva in un’economia ancora così basata sulla ren­dita petro­li­fera come quella venezuelana?

In que­sta fase di tran­si­zione, in cui l’impalcatura dello stato bor­ghese con­ti­nua a esi­stere, occorre arti­co­lare un sistema di con­trap­pesi per poterlo tra­sfor­mare dal basso sotto la spinta del potere popo­lare. Penso si possa svi­lup­pare un modello di gestione mul­ti­pla e socia­li­sta deter­mi­nato dalla par­te­ci­pa­zione dei diversi sog­getti orga­niz­zati. La prima è quella dei lavo­ra­tori orga­niz­zati in con­si­gli, nelle imprese e nelle isti­tu­zioni; la seconda è quella dei con­si­gli comu­nali e delle comuni, e riguarda la costru­zione del governo nei ter­ri­tori; la terza è quella dei con­si­gli dei pro­dut­tori e distri­bu­tori di mate­ria prima – pesca­tori, con­ta­dini -, che non sono sala­riati ma si pos­sono orga­niz­zare e par­te­ci­pare alla gestione della società. E poi c’è lo stato, che deve ade­guarsi, tra­sfor­marsi e agire come un attore in più, come fat­tore di coor­di­na­mento e di arti­co­la­zione, non di cen­tra­liz­za­zione ege­mo­nica. Que­sto mec­ca­ni­smo di con­trollo serve a impe­dire che una parte pre­valga sull’altra, che si svi­lup­pino inte­ressi paras­si­tari e buro­cra­tici, ma al con­tra­rio si impie­ghino le ener­gie per pia­ni­fi­care un’economia del bene comune basata sugli inte­ressi collettivi.

Osta­coli e con­trad­di­zioni, però, non mancano

Uno degli osta­coli prin­ci­pali è l’assenza di una cul­tura del lavoro, deter­mi­nata dal poco svi­luppo indu­striale, pro­dut­tivo e agri­colo. Per tutto il corso del XX secolo, i governi hanno pun­tato sull’estrazione e l’esportazione del petro­lio. Durante gli anni del neo­li­be­ri­smo sel­vag­gio (tra gli ’80 e il ’90), anche quei set­tori dell’economia che ave­vano rag­giunto un certo svi­luppo sono stati distrutti. Quando Cha­vez vince le ele­zioni, nel 98, trova un paese in ginoc­chio in cui, a fronte degli ele­vati indici di povertà estrema si è svi­lup­pata un’economia for­male di sus­si­stenza. Da un altro lato, pro­li­fe­rano forme di delin­quenza ende­mica e di cri­mi­na­lità orga­niz­zata legata al nar­co­traf­fico, forag­giato dagli Usa a par­tire dalla fine degli anni ’70. L’incidenza del para­mi­li­ta­ri­smo colom­biano e del ter­ro­ri­smo di stato impe­rante nel mio paese è sem­pre stata forte. In Vene­zuela vivono circa 5 milioni di colom­biani. Con l’arrivo del socia­li­smo abbiamo avuto accesso ai ser­vizi e alle coper­ture sociali, di cui hanno appro­fit­tato le orga­niz­za­zioni cri­mi­nali. Quando Alvaro Uribe va al governo in Colom­bia, aumenta in modo mas­sic­cio la pre­senza dei para­mi­li­tari in Vene­zuela, che cer­cano di appro­priarsi della ric­chezza del paese, in modo diretto o indi­retto. Nel 2006, ogni per­sona poteva inviare all’estero 300 dol­lari al mese, anche a un parente alla lon­tana. In molti si sono tra­sfe­riti qui per fare que­sto tipo di traf­fici. L’imperialismo cerca con ogni mezzo di “bal­ca­niz­zare” il Vene­zuela per distrug­gere il cam­bia­mento. La guerra eco­no­mica si ali­menta però anche di una catena per­va­siva di cor­ru­zione e pre­bende. I Con­si­gli ope­rai o quelli comu­nali si tro­vano a volte di fronte gruppi di potere o buro­crati che hanno accesso al con­trollo delle risorse e vedono minac­ciati i pro­pri inte­ressi. D’altro canto, manca la con­sa­pe­vo­lezza poli­tica che il socia­li­smo non è solo wel­fare, non basta ridi­stri­buire meglio la ric­chezza come si è fatto in Ita­lia per un periodo, occorre un cam­bia­mento strut­tu­rale nelle dina­mi­che pro­dut­tive e di potere. E il potere non si tra­sfe­ri­sce, si costrui­sce. Non pos­siamo idea­liz­zare la figura dell’operaio, del pro­le­ta­rio, né cer­care lo schema a tutti i costi. Ma non pos­siamo nep­pure igno­rare che, nella gestione dello stato, esi­stono gruppi il cui modo di pen­sare – al di là della loro estra­zione sociale – è legato a quello della pic­cola bor­ghe­sia e che eser­ci­tano il potere in fun­zione degli inte­ressi che rap­pre­sen­tano. Con loro, a un certo punto, biso­gnerà essere chiari: o accet­tano il potere dal basso oppure se ne devono andare.

Potere e Autogestione: oltre la resistenza

di Geraldina Colotti – il manifesto

 Il V Incontro internazionale. Esperienze e prospettive da tutto il mondo. Italia compresa

20ago2015.- Ope­rai, gior­na­li­sti, acca­de­mici, movi­menti sociali… Tante le voci a con­fronto nel V Incon­tro inter­na­zio­nale dell’Economia delle lavo­ra­trici e dei lavo­ra­tori, che si è svolto a Punto Fijo, in Vene­zuela, a fine luglio.

Per cin­que giorni, in uno spa­zio aperto e plu­rale, com­ple­ta­mente auto­ge­stito e auto­fi­nan­ziato, donne e uomini pro­ve­nienti dai cin­que con­ti­nenti hanno rac­con­tato la loro espe­rienza: sfide, ana­lisi e rispo­ste alla crisi strut­tu­rale del capitalismo.

Bren­dan Mar­tin è arri­vato da Chi­cago, dove gli ope­rai hanno recu­pe­rato una fab­brica di porte e fine­stre, tra­sfor­mata nella coo­pe­ra­tiva auto­ge­stita New Era Win­dows: con la loro tena­cia e anche gra­zie al sup­porto inter­na­zio­nale della Ong The Wor­king World, che aiuta le imprese recu­pe­rate a repe­rire fondi.

Rap­pre­sen­tanti delle uni­ver­sità auto­nome di alcune città del Mes­sico, hanno par­lato di nuove forme di sin­da­ca­li­smo e della lotta degli stu­denti, pagata a caro prezzo. E hanno rice­vuto la soli­da­rietà dei par­te­ci­panti, espressa nel docu­mento finale.

“Un testo a pro­ble­ma­tica aperta che risponde allo spi­rito dell’incontro, uni­ta­rio ma non dog­ma­tico, e mette le basi per il pros­simo con­fronto inter­na­zio­nale, fra due anni”, spiega l’antropologo argen­tino Andres Ruggeri.

Si deve al lavoro del pro­gramma che dirige alla Facoltà Aperta di Bue­nos Aires l’idea di que­sto ciclo di incon­tri inter­na­zio­nali, ini­ziato pro­prio in Vene­zuela su invito di Hugo Cha­vez, nel 2005.

“Abbiamo comin­ciato a lavo­rare con le imprese recu­pe­rate dopo la grande crisi del 2001 – dice ancora Rug­geri – con una visione più poli­tica che acca­de­mica. Vogliamo capire come può l’economia dei lavo­ra­tori auto­ge­stita essere un’alternativa vera al sistema capitalistico”.

Pur rima­nen­done all’interno e senza cam­bia­menti di sostanza nella strut­tura dello stato? “Que­sta, appunto, è la grande discus­sione. All’inizio, occu­pare è stata una stra­te­gia di soprav­vi­venza alla crisi. Ora, c’è chi pensa, insieme a una parte del governo, che le coo­pe­ra­tive pos­sono tra­sfor­marsi in imprese ed essere assor­bite dal sistema, diven­tarne fun­zio­nali. Biso­gna guar­darsi dalle astra­zioni inu­tili. La realtà è quella del sistema di accu­mu­la­zione capi­ta­li­sta, che a un certo punto può arri­vare a distrug­gere que­ste nuove espe­rienze. Ma, intanto, si crea una nuova coscienza, si pre­fi­gu­rano nuove forme eco­no­mi­che. Dall’esperienza pra­tica si pro­duce anche teo­ria. L’idea base dell’incontro è que­sta: riflet­tere su quel che sta nascendo e non sui mas­simi sistemi. Non a caso, la pro­por­zione fra acca­de­mici e ope­rai, che prima era di 80 a 20, ora si è inver­tita: aumenta il con­fronto concreto”.

Fra i temi dell’incontro, anche quello del lavoro pre­ca­rio, infor­male o ser­vile. Un’alternativa con­creta, la sta costruendo la rete Cestara, in Argen­tina, che federa coo­pe­ra­tive e pic­cole imprese augo­ge­stite, com­po­ste da figure che non hanno rap­pre­sen­tanza sin­da­cale né un vero sta­tuto amministrativo.

Per loro, ha par­lato Rodolfo, rac­con­tando anche l’esperienza di un bar alter­na­tivo chia­mato “Lo de Nestor”: Nestor che sta per Nestor Kirch­ner, “il pre­si­dente che, per primo, ci ha dato una grossa mano e ha lasciato la sua impronta inde­le­bile nel paese”.

Dall’Italia, hanno par­te­ci­pato rap­pre­sen­tanti della fab­brica recu­pe­rata di Milano RiMa­flow e delle Offi­cine Zero di Roma. Ma sono arri­vati a Punto Fijo anche dalla Fran­cia, dalla Spa­gna, dall’Olanda.

Dalla Gre­cia non ce l’hanno fatta, ma alla resi­stenza del popolo greco e a quella dei kurdi, il docu­mento finale ha espresso solidarietà.

Soli­da­rietà anche alla pic­cola ciurma del mani­fe­sto, che ha con­di­viso il tavolo sull’informazione alter­na­tiva con due espe­rienze di media auto­ge­stiti in Argen­tina: La Masa, di Rosa­rio, rac­con­tata da Manolo Robles, e El Dia­rio del Cen­tro del Pais, a Cor­doba, diven­tato Dia­rio de Villa Maria dopo la piccola-grande avven­tura del recu­pero della testata ad opera dei suoi lavoratori.

Con pre­ci­sione e poe­sia, Ser­gio Stoc­chero, gior­na­li­sta e docu­men­ta­ri­sta, ha rac­con­tato l’esperienza nel film El bar­quito de papel, che ha già rice­vuto premi e men­zioni in Ame­rica latina.

Venezuela: un laboratorio di nuove relazioni sociali

di Geraldina Colotti – il manifesto

Reportage Vtelca: fabbrica e compasso

20ago2015.- Un modello “inte­grato e soste­ni­bile, gestito dai lavo­ra­tori”. Così, Akram Maka­rem, pre­si­dente di Vtelca, rias­sume al mani­fe­sto la filo­so­fia della Vene­zo­lana de Tele­co­mu­ni­ca­cio­nes. Una fab­brica all’avanguardia nella costru­zione di tele­fo­nia e cel­lu­lari, la più grande del Venezuela.

Siamo a Punto Fijo, nella regione di Fal­con, peni­sola di Para­guana. Il Con­si­glio di fab­brica di Vtelca è stato uno dei pro­mo­tori del V Incon­tro inter­na­zio­nale sull’Economia dei lavo­ra­tori, che ha riu­nito rap­pre­sen­tanti di imprese recu­pe­rate e auto­ge­stite pro­ve­nienti da ogni parte del mondo.

C’era anche il mani­fe­sto, nella dop­pia veste di impresa auto­ge­stita da gran tempo, e poi recu­pe­rata di recente dal col­let­tivo di gior­na­li­sti e poli­gra­fici che la pro­duce. E tra i punti del docu­mento finale, che ha sot­to­li­neato l’importanza dell’informazione auto­ge­stita nella lotta “al lati­fondo media­tico”, si è espressa anche forte soli­da­rietà al nostro gior­nale, accom­pa­gnato nell’incontro da altre due coo­pe­ra­tive edi­to­riali auto­ge­stite in Argen­tina, di cui par­liamo in que­ste pagine.

Entriamo in una fab­brica che avanza nel futuro con lo sguardo vol­tato all’indietro, come l’Angelus Novus: l’angelo della sto­ria, qui, sug­ge­ri­sce ancora che “anche la cuoca può diri­gere lo stato”. Cam­mi­niamo fra i reparti, gli ope­rai salu­tano e spie­gano. Akram inter­viene per for­nire dati e cifre. E intanto risponde alle nostre domande.

E’ un qua­ran­tenne ener­gico di sta­tura media. La sua fami­glia è di ori­gine liba­nese, “antim­pe­ria­li­sta da sem­pre e sem­pre dalla parte del popolo pale­sti­nese”. L’8 marzo del 2010, l’allora pre­si­dente Cha­vez lo ha nomi­nato diret­tore di Vtelca, la cui infra­strut­tura si esten­deva su un peri­me­tro di 4200 mq, e ora supera i 30.000. Un’impresa pub­blica a cui par­te­cipa capi­tale cinese per poco più del 15%: “Dipen­diamo ancora da loro per la for­ni­tura dei mate­riali – dice il diret­tore – ma in que­sta fase stiamo avan­zando verso la piena autonomia”.

Qui si pro­duce il cel­lu­lare Ver­ga­ta­rio, da un’espressione popo­lare che signi­fica “uno in gamba”. Riprende il diret­tore: “Sarebbe molto più eco­no­mico con­ti­nuare con le for­ni­ture esterne, ma dob­biamo affran­carci dalla sto­rica dipen­denza dal petro­lio: non per seguire le orme dello svi­luppo capi­ta­li­sta, ma per prov­ve­dere alle neces­sità effet­tive dell’essere umano. A par­tire dalla fab­brica inte­grata, che mette al cen­tro la costru­zione di nuove rela­zioni sociali, stiamo pro­muo­vendo una visione del mondo alter­na­tiva alla cosid­detta effi­cienza capi­ta­li­sta, basata sulla rapina e la distru­zione delle risorse. Pro­du­ciamo tec­no­lo­gia soste­ni­bile in base a quel che serve dav­vero alla comu­nità. La nostra con­ce­zione dello svi­luppo non è la stessa che ha preso piede nel cosid­detto primo mondo: per pre­ser­vare la spe­cie, occorre eser­ci­tare un con­trollo sulla tec­nica e sui mezzi per pro­durla. Per que­sto non pen­siamo solo alla pro­du­zione mate­riale, ma a uno svi­luppo inte­grale dell’essere umano, il più pos­si­bile in armo­nia con la natura”.

Vtelca è un labo­ra­to­rio di nuove rela­zioni sociali. Entriamo nel reparto rici­clag­gio. Qui tutti gli scarti e i mate­riali recu­pe­rati ven­gono tra­sfor­mati in gio­cat­toli per bam­bini, in biblio­te­che o ban­chi per le scuole, o strut­ture per i par­chi pub­blici: non si pos­sono ven­dere, ma distri­buire gra­tui­ta­mente e l’occasione serve per mol­ti­pli­care i corsi sul rici­clag­gio e per far cono­scere il nuovo modello. Nella regione, vi è un grande parco eolico che pro­duce ener­gia alternativa.

“Quando rici­cliamo – spiega il respon­sa­bile per le rela­zioni pro­dut­tive, Nil Rodri­guez – agiamo anche sul sim­bo­lico, creiamo la meta­fora di un mondo diverso. Inol­tre, chie­diamo sem­pre ai lavo­ra­tori se vogliono par­te­ci­pare ai gruppi musi­cali, alla squa­dra spor­tiva, ai corsi di mura­les o di gior­na­li­smo comunitario”.

Durante l’orario di lavoro? Ma allora è vero quel che dice la destra, che la pro­du­zione crolla quando le fab­bri­che sono gestite dai lavoratori?

Akram Maka­rem sor­ride, mostra tabelle e gra­fici. “Abbiamo scelto di inve­stire sulla qua­lità della vita, sulla dignità del lavoro e della per­sona — dice — Non si può star bene in fab­brica se ci sono pro­blemi intorno. Cer­chiamo di agire come un com­passo: far leva su un punto e agire in cir­colo, per modi­fi­care l’ambiente intorno. Gli ope­rai pia­ni­fi­cano la pro­du­zione, che ogni anno aumenta. Lavo­riamo otto ore al giorno dal lunedì al venerdì, ma se rea­liz­ziamo la meta anzi­tempo, com­pen­siamo con tempo libero. Per que­sto, non abbiamo paura di sospen­dere la pro­du­zione quando c’è una gior­nata di ven­dita di qua­derni per i figli degli ope­rai, o una ven­dita di ali­menti, una gior­nata per la salute”.

In que­sti giorni, c’è stata una gior­nata di auto­di­fesa. La mili­zia popo­lare ha mostrato come resi­stere ai sabo­taggi e agli attac­chi desta­bi­liz­zanti. “Stiamo sof­frendo una guerra eco­no­mica da parte delle grandi imprese pri­vate che pro­vo­cano scar­sità dei pro­dotti, ma qui abbiamo un Pdval, una delle catene di distri­bu­zione ali­men­tare del governo”, dice il direttore.

Visi­tiamo anche il resto del com­plesso indu­striale. In que­sta zona c’è una delle cin­que più grandi raf­fi­ne­rie di petro­lio al mondo. La peni­sola di Para­guanà custo­di­sce anche un enorme patri­mo­nio in ter­mini di bio­di­ver­sità ed è una delle mete più fre­quen­tate dai turi­sti. Una Zona eco­no­mica spe­ciale (Zes) che si estende per 2.687,51 kmq e com­prende i comuni di Fal­cón, Los Taques e Carirubana.

Qui si pos­sono com­prare pro­dotti esen­tasse. Le stesse imprese – la cui par­te­ci­pa­zione deve comun­que rima­nere mino­ri­ta­ria rispetto a quella sta­tale — sono eso­ne­rate dalle impo­ste sulla ren­dita (Islr) al 100% : a con­di­zione di ade­guare il pro­cesso pro­dut­tivo alle esi­genze del mer­cato locale e alle espor­ta­zioni. Il secondo anno, se espor­tano il 70% della pro­du­zione, con­ti­nuano a non pagare le tasse, altri­menti ver­sano il 50% della Islr, e così via per 18 anni. Le com­pa­gnie stra­niere devono comun­que lasciare i gua­da­gni nella banca pub­blica nazio­nale per almeno cin­que anni e dar conto seme­stral­mente delle attività.

L’anno scorso, sono state isti­tuite altre Zes, una delle quali nel Tachira, alla fron­tiera con la Colom­bia, dove più lucroso per le mafie e deva­stante per l’economia vene­zue­lana è il traf­fico di pro­dotti al mer­cato nero.

Il Vene­zuela volta pagina nel 2007. Dopo aver assunto il suo secondo man­dato, Cha­vez spinge sul pedale delle nazio­na­liz­za­zioni: dalla tele­fo­nia, al petro­lio, dall’elettricità alla banca e alla finanza, dalla side­rur­gia ad alcune indu­strie di pro­du­zione di ali­menti. Un qua­dro con­tem­plato dalla costi­tu­zione – che comun­que tutela anche la pro­prietà pri­vata — e inau­gu­rato con l’espropriazione del grande lati­fondo. Un cam­bia­mento che ha già pro­vo­cato la rea­zione dei poteri forti e il colpo di stato del 2002, ma che non si è fermato.

Un pro­cesso basato comun­que più su com­pen­sa­zioni che su veri espro­pri. Nella Faglia dell’Orinoco – una zona di circa 55000 km2 che custo­di­sce le più grandi riserve di petro­lio al mondo – quasi tutte le mul­ti­na­zio­nali hanno accet­tato le com­pen­sa­zioni o le nuove regole per restare sotto l’egida di Pdvsa, la petro­li­fera statale.

Solo la mul­ti­na­zio­nale Usa Exxon Mobil è scesa sul piede di guerra e con­ti­nua il con­flitto nei tri­bu­nali inter­na­zio­nali o nelle acque dell’Esequibo, una zona con­tesa tra Vene­zuela e Guyana.

In molti casi, i lavo­ra­tori hanno spinto dal basso le deci­sioni di governo acce­le­rando il pro­cesso, come nel caso della Sidor, nazio­na­liz­zata nel 2009.

Al con­tempo, si è andato con­so­li­dando un qua­dro nor­ma­tivo per la crea­zione di Comu­nas e Imprese di pro­du­zione sociale, e si è dato nuovo impulso alla par­te­ci­pa­zione diretta dei lavo­ra­tori e delle lavo­ra­trici nella gestione, nella pia­ni­fi­ca­zione e nel con­trollo della pro­du­zione. Ma si apre il con­flitto anche all’interno delle fab­bri­che di stato, dove i con­si­gli ope­rai più com­bat­tivi accu­sano alcuni gerenti di fre­nare la tran­si­zione al socialismo.

“Qui assu­miamo il dibat­tito e la con­trad­di­zione – dice Akram – ma con spi­rito costrut­tivo e senza set­ta­ri­smi”. Su que­sti temi, nel V incon­tro inter­na­zio­nale di Punto Fijo, il dibat­tito teo­rico si è tra­sfe­rito nel con­fronto diretto con le diverse espe­rienze con­crete. “Da noi – spiega Jesus Gomez, del Movi­mento pro­le­tari uniti di Fal­con — l’intento è quello di tra­sfe­rire la gestione delle risorse diret­ta­mente nelle mani del popolo orga­niz­zato, per depo­ten­ziare dall’interno le strut­ture del vec­chio stato bor­ghese: per­ché il vec­chio tarda a morire e il nuovo fa ancora fatica a nascere”.

Wil­liam Godeyo, argen­tino che fa parte del movi­mento popo­lare Patria grande, ha osser­vato dall’interno lo svi­luppo delle Comu­nas. Per 3 anni, una bri­gata di 45 com­pa­gni ha tenuto corsi in varie comu­nità, appog­giati dal Mini­stero delle Comu­nas e da quello di Planificacion.

“Si tratta di un pro­cesso di costru­zione comu­nale dal basso – spiega – basato sulla fede­ra­zione di diversi con­si­gli comu­nali che, dopo essersi regi­strati, orga­niz­zano un pro­prio par­la­mento, deci­dono di cosa ha biso­gno la comu­nità. Spesso tutto si mette in moto con l’occupazione di edi­fici o ter­reni abban­do­nati, che poi ven­gono recu­pe­rati dal governo e resti­tuiti ai cit­ta­dini. Abbiamo par­te­ci­pato a pro­getti di costru­zione auto­ge­stita di case popo­lari, che pre­ve­dono anche lo svi­luppo di unità pro­dut­tive per garan­tire l’economia par­te­ci­pata sul territorio”.

Adesso siamo in una sala di Vtelca in cui tro­neg­giano grandi mani­fe­sti e mura­les: da una parte i padri sto­rici del mar­xi­smo, dall’altro quelli delle indi­pen­denze lati­noa­me­ri­cane e l’omaggio agli indi­geni e ai primi schiavi ribelli che qui hanno costruito le prime “repub­bli­che libere”.

Akram mostra un’altra parte dei pro­getti dedi­cata ai bam­bini: un per­corso ludico per­ché impa­rino a cono­scere il lavoro in fab­brica fin da pic­coli “e a impa­dro­nirsi della tec­no­lo­gia”. Un’operaia sale sul palco, spiega il per­corso di cono­scenza che ha por­tato la fab­brica a que­sto livello.

“Cre­diamo nel pen­siero di genere e nel ruolo pro­pul­sivo della donna nel socia­li­smo boli­via­riano”, approva il diret­tore. E cede la parola all’operaio Pacheco, che arriva sor­retto da un bastone.

A Vetelca, i diver­sa­mente abili dicono la loro. “E parte della tec­no­lo­gia pro­dotta viene modi­fi­cata per ren­dere più age­vole la loro condizione”.

Poi, si canta e si balla con le can­zoni di Ali Pri­mera, a cui la zona ha dato i natali.

AL: non epoca di cambiamenti, un cambiamento di epoca

11903537_820128578104618_664332439_ndi Ida Garberi*

«Nella storia degli uomini ogni atto di distruzione trova la sua risposta, presto o tardi, in un atto di creazione».

(Eduardo Galeano)

La famosa frase del titolo, enunciato del presidente ecuadoriano Rafael Correa, oggigiorno, non è oramai qualcosa di profetico, bensì una realtà invariabile.

Stavo pensando proprio questo osservando John Kerry mentre parlava nel cortile della nuova ambasciata statunitense a L’Avana. Lui stesso ha dovuto ammettere: “Prima di terminare voglio, sinceramente, ringraziare i leader delle Americhe, che hanno spronato gli Stati Uniti e Cuba per molto tempo affinché ristabiliscano lacci diplomatici normali”.

Questa dichiarazione dimostra che il popolo cubano ha sconfitto il vicino del Nord.

Dal trionfo della Rivoluzione nel 1959, Cuba ha rappresentato un raggio di luce nel continente: però poi, ha dovuto pagare molto caro la sua disobbedienza. Il suo nemico, che dista solo 90 miglia, ha tentato di isolarla dall’America Latina (nel 1962 l’OSA – Organizzazione degli Stati Americani – rompeva le relazioni diplomatiche con l’isola), condannandola ad un bloqueo genocida, ancora vigente.

Dopo l’espulsione dall’OSA, il popolo di Cuba ha emesso la “Seconda Dichiarazione de L’Avana”, un appello a tutti i popoli dell’America Latina e del mondo dove rivendica il lascito martiano e segnala il principale nemico dell’indipendenza e della sovranità del continente: il potere imperialista di Washington.

Questa dichiarazione costituisce un appello all’insubordinazione ed alla disobbedienza di tutte le nazioni contro un potere egemonico che vuole schiacciare le aspirazioni di libertà, uguaglianza e giustizia sociale degli umili e dei poveri della terra americana.

Penso che questo testo, pilastro dei distinti processi di integrazione e Resistenza agli appetiti imperiali degli USA, sia una delle fonti di ispirazione dei nuovi leader progressisti dell’America Latina. Chavez, Correa, Morales sono arrivati al potere nel momento in cui l’America Latina già non era più un fuoco insorgente, le armi non risultarono essere la soluzione per vincere il “Norte revuelto y brutal”; il socialismo del XXI secolo è l’evoluzione del progetto emancipatore del secolo XIX di Josè Martì e Simon Bolivar, ed i popoli latinoamericani hanno capito che dovevano creare una federazione di tutte le forze progressiste con un piano di integrazione regionale basato nella solidarietà, nella reciprocità, nella giustizia sociale e nella preservazione della cultura per vincere, nell’unità.

Un’altra volta, Cuba, col suo Comandante in capo Fidel Castro, è stata il faro che, con Hugo Chavez, ha creato nel 2004 l’Alternativa Bolivariana per le Americhe, ora Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, e che volle realizzare un’integrazione basata nella cooperazione, nella solidarietà e nella volontà comune per soddisfare le necessità e gli aneliti dei popoli latinoamericani e caraibici e, allo stesso modo, preservare la sua indipendenza, sovranità ed identità. Sorsero in seguito progetti come Petrocaribe, fino alla CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici), organizzazione regionale intergovernativa che riunisce i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, senza l’ingerenza degli Stati Uniti e del Canada.

Il suo Vertice di fondazione è stato il 2 ed il 3 dicembre 2011 a Caracas con la presenza dei Presidenti e dei Capi di Governo di 33 paesi latinoamericani e caraibici, presieduta da colui che sempre rimarrà il nostro Comandante Eterno, Hugo Chavez.

Tra i governi progressisti del XXI secolo, la Rivoluzione Cittadina di Rafael Correa presiede questo anno la strategica organizzazione e lo stesso presidente ha affermato che “la CELAC dovrebbe sostituire l’OSA, che è sempre stato uno strumento di dominazione del governo statunitense”. “La nostra agenda di lavoro avrà 4 assi: la pianificazione dell’integrazione per far scomparire la povertà estrema; la nuova architettura finanziaria regionale; la regolazione del capitale multinazionale ed, in maniera fondamentale, la garanzia dei diritti umani”.

E come sicurezza che per Correa la solidarietà non è solo una parola, possiamo ricordare il suo appoggio incondizionato a Cuba dal suo arrivo al potere nel 2006: ha sempre contribuito con appoggi materiali in seguito ai danni degli uragani che hanno colpito l’Isola e nel 2012 ha istituito la “Missione di Appoggio alla Riabilitazione ed alla Costruzione Ecuador-Cuba Eloy Alfaro” che ha reso possibile l’edificazione di ben 1600 soluzioni domiciliari in Santiago di Cuba; nella lotta politica è stato il primo presidente che ha avuto il coraggio di chiedere agli USA la liberazione dei Cinque cubani nel Vertice dell’OSA di Trinidad e Tobago con Obama fisicamente presente nel forum; nel campo diplomatico fu il primo presidente che ha avuto l’idea di disertare i Vertici delle Americhe fino a che Cuba non fosse riammessa. Ed in tutte queste sfide chi ha vinto è stato Rafael Correa, con l’appoggio di “Nuestra América”.

L’Ecuador è quello che ha bisogno di solidarietà, poiché è minacciato da “un golpe soave” come parte della restaurazione conservatrice di quei settori di destra che persero il potere. Cuba è pronta per offrire il suo appoggio incondizionato. Si sono emesse dichiarazioni dell’Assemblea Nazionale cubana e perfino lo stesso popolo ha inviato il suo spirito di Resistenza a Rafael Correa ed alla Rivoluzione Cittadina ecuadoriana.

Un’altra volta, per concludere, voglio utilizzare alcune affermazioni di Fidel Castro che possono servire per riflettere, sia per Cuba che per Ecuador, due paesi che affrontano momenti determinanti. Alla sua entrata a L’Avana a Ciudad Libertad l’8 gennaio 1959 egli affermava: “Credo che sia questo un momento decisivo della nostra storia: la tirannia è stata abbattuta. L’allegria è immensa. E tuttavia, rimane molto da fare, ancora. Non dobbiamo farci illusioni credendo che da adesso tutto sarà facile; magari, da adesso, tutto sarà più difficile”.

*corrispondente di Cubainformacion a Cuba

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