Ortega Díaz: «I diritti al centro delle indagini»

di Geraldina Colotti – il manifesto 

12ago2015.- Intervista. La Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz, a capo del Ministerio Publico

Il piaz­zale d’ingresso del Mini­ste­rio Publico è stato rico­struito da poco. Il 12 feb­braio del 2014, la prima mani­fe­sta­zione vio­lenta che ha inne­scato le pro­te­ste dell’opposizione aveva creato una vora­gine di cemento e fumo. La pro­cu­ra­trice gene­rale Luisa Ortega Diaz, alla testa del mini­stero da 14 anni, avrebbe dovuto essere il primo ber­sa­glio. Le è poi toc­cato il com­pito di istruire le inda­gini sulle 43 morti e gli oltre 800 feriti pro­vo­cati dalle vio­lenze e dalle gua­rim­bas, bar­ri­cate di chiodi, cemento e fil di ferro teso da un lato all’altro della strada. Nel suo uffi­cio alla Can­de­la­ria, Ortega mostra il fasci­colo su quelle vio­lenze, che ha illu­strato a Ginevra.

Lei ha un pas­sato garan­ti­sta, le Ong di cui ha fatto parte durante la IV Repub­blica ora accu­sano il governo di vio­lare i diritti umani.
C’è evi­den­te­mente un uso falso e stru­men­tale del tema. Il Vene­zuela rispetta i diritti umani, magi­strati e fun­zio­nari di que­sto Mini­stero ven­gono for­mati al rispetto dei diritti umani. La nostra Costi­tu­zione pre­vede un’ampia gamma di diritti e con­tem­pla anche la pos­si­bi­lità di aggiun­gere altre cate­go­rie che neces­si­tano di tutela in base allo svi­luppo del vivere civile. Il nostro codice penale è garan­ti­sta. In Vene­zuela non si reprime la libertà di mani­fe­stare o di pen­sare, ma solo fatti delit­tivi com­pro­vati a livello pro­ces­suale. Abbiamo ele­vato la pro­fes­sio­na­lità dell’investigazione penale, attri­buendo a ogni magi­strato un pro­filo spe­ci­fico, orga­niz­zando con­corsi e semi­nari anche e soprat­tutto sui diritti umani e con atten­zione alle vit­time e alle cate­go­rie più vul­ne­ra­bili. Abbiamo un’unità cri­mi­na­li­stica all’avanguardia, un labo­ra­to­rio per la ricerca del Dna che ha con­sen­tito di ricon­se­gnare alle fami­glie tanti corpi di mili­tanti tor­tu­rati e fatti scom­pa­rire dalle “demo­cra­zie” della IV Repub­blica. Tut­ta­via, pos­sono esserci devia­zioni e vanno punite. Per le pro­te­ste dell’anno scorso sono sotto pro­cesso o già con­dan­nati anche 30 funzionari.

A che punto sono le l’indagini sulle vio­lenze com­messe nella IV Repub­blica?
La com­mis­sione per la verità ha iden­ti­fi­cato oltre 4.000 vit­time uccise e fatte scom­pa­rire nel periodo che va dal 1958 al ’98: una cifra che non include i soprav­vis­suti alle tor­ture. Vi sono 198 pro­ce­di­menti aperti e ognuno riguarda molte per­sone, come per la rivolta del Cara­cazo, dove almeno 600 mani­fe­stanti ven­nero sepolti in fosse comuni. Molti corpi sono già stati resti­tuiti alle fami­glie gra­zie al lavoro con le comunità.

Quin­dici anni di governo socia­li­sta non hanno risolto il pro­blema della sicu­rezza. Che tipo­lo­gie di reati si pre­sen­tano oggi?
Intanto biso­gna leg­gere i dati nel con­te­sto spe­fi­cico. Per esem­pio sono aumen­tate le denunce, soprat­tutto da parte delle donne, ma per­ché rice­vono atten­zione e soste­gno con­tro le vio­lenze di genere e si fidano. La vio­lenza di genere non rimane più chiusa in fami­glia, ma viene assunta dallo stato. Con nes­sun governo le donne hanno otte­nuto così tanti risul­tati. Si sono però dif­fusi anche reati impor­tati dall’esterno, tipici della cri­mi­na­lità trans­na­zio­nale, come i reati finan­ziari, i seque­stri e il sica­riato. Per que­sto abbiamo dovuto adat­tare le nostre leggi. Ma il nostro prin­ci­pale orien­ta­mento è quello della pre­ven­zione dei con­flitti che pos­sono por­tare al dramma: agendo di con­certo con le comu­nità, mediante l’azione inte­grata delle pro­cure di prossimità.

Venezuela, la trappola della sicurezza

di Geraldina Colotti – il manifesto 

12ago2015.- Operazione Olp. Il governo venezuelano ha dichiarato guerra alla criminalità organizzata dando avvio all’Organizzazione per la liberazione e la protezione del popolo

Mon­tal­ban è un quar­tiere resi­den­ziale di classe media nel muni­ci­pio Liber­ta­dor di Cara­cas. E’ diviso in tre set­tori. In quello di Mon­tal­ban III, più noto come Op51 si ergono le torri della Gran Mision Vivienda Vene­zuela (Gmvv): un capi­tolo del gigan­te­sco piano di case popo­lari messo in atto dal governo socia­li­sta. Abi­ta­zioni gra­tuite e acces­so­riate per chi non ha red­dito, con for­mule con­tri­bu­tive ma sem­pre a basso costo per le altre fasce di popo­la­zione. Finora ne sono state con­se­gnate oltre 700.000. Alle prime luci dell’alba, la gente è per strada. Un migliaio di effet­tivi, tra mili­tari e poli­ziotti, accom­pa­gnati da 8 magi­strati del Mini­ste­rio Publico, ha fatto irru­zione nelle torri. Alcune donne applau­dono. Dall’altro lato del mar­cia­piede c’è chi guarda a brac­cia conserte.

A metà gior­nata, Gustavo Gon­za­lez Lopez, mini­stro degli Interni Giu­sti­zia e Pace si rivolge poi ai gior­na­li­sti, for­ni­sce il bilan­cio dell’operazione appena con­clusa: 21 appar­ta­menti recu­pe­rati, 26 colom­biani arre­stati, alcuni dei quali ricer­cati per gravi delitti, seque­stro di armi, uni­formi, droga, dol­lari e ingenti quan­tità di pro­dotti stoc­cati, pronti per essere ven­duti al mer­cato nero. «Siamo in pre­senza — dice — di un feno­meno simile a quello delle maras in Sal­va­dor, che si sono infil­trate qui con fina­lità poli­ti­che e che pra­ti­cano il nar­co­traf­fico, l’estorsione e il sicariato».

La scena si ripete la set­ti­mana suc­ces­siva, a fine luglio, nel cen­tro di Cara­cas, nelle case popo­lari di Par­que Cara­bobo: 12 per­sone arre­state, stessa tipo­lo­gia di reati, merce seque­strata. Irru­zioni ana­lo­ghe pro­se­guono in tutti gli stati del paese. Dal 13 luglio, il governo di Nico­las Maduro ha assunto così il pro­blema dell’insicurezza. Per la cam­pa­gna si è scelto un nome dalla forte carica sim­bo­lica: Olp, che sta per Ope­ra­zione per la libe­ra­zione e la pro­te­zione del popolo. L’Olp – ha spie­gato Maduro – non vuole essere una sem­plice ope­ra­zione repres­siva, ma un piano «inte­grale» ideato e appro­vato dalla popo­la­zione a sua pro­pria difesa. Ma il tema è spi­noso e il paese discute.

Fra gli stand della Fiera del libro, lo sto­rico Vla­di­mir Aco­sta com­menta: «Il Coman­dante Cha­vez spe­rava di redi­mere i delin­quenti, ma sulla que­stione dell’insicurezza ci sono grossi inte­ressi in campo. Il troppo ecu­me­ni­smo stava diven­tando una trap­pola». E rac­conta il cal­va­rio di alcune fami­glie, costrette a lasciare la casa popo­lare per la minac­cia delle bande armate che pren­dono pos­sesso dei quar­tieri. Bande di ragazzi che seguono le orme dei “pra­nes” — i gio­vani cri­mi­nali che impon­gono il pro­prio con­trollo nelle car­ceri -, dispo­sti a ucci­dere e a farsi ucci­dere per poco o niente pur di imi­tare que­gli eroi nega­tivi, che però vivono nel lusso e hanno potere.

L’insicurezza ha comun­que matrici diverse e molti com­mit­tenti. Il paese è al cro­ce­via di grandi inte­ressi, sia per i car­telli del nar­co­traf­fico, sia per quelli del con­trab­bando. Fare il pieno di ben­zina a un’automobile di grosso cali­bro, in Vene­zuela, costa meno di una bot­ti­glia d’acqua. Nelle zone di fron­tiera con la Colom­bia, soprat­tutto nello stato Tachira, si traf­fica di tutto, in una catena di cor­ru­zione resa evi­dente dall’entità del con­trab­bando. Alcune cifre aiu­tano a capire: dallo scorso ago­sto, quando Maduro ha deciso di inten­si­fi­care la lotta al con­trab­bando, nelle sole regioni di fron­tiera sono state recu­pe­rate oltre 18.000 ton­nel­late di pro­dotti, prin­ci­pal­mente ali­menti, ma anche cemento, rame e 800.000 litri di com­bu­sti­bile. L’altroieri sono stati bloc­cati diversi camion pieni di riso, che scar­seg­gia negli scaf­fali dei negozi.

Pro­dotti sot­tratti ai super­mer­cati sus­si­diati dal governo, e ven­duti al nero, all’interno del paese e fuori. Nella cit­ta­dina colom­biana di Cucuta il traf­fico è sotto gli occhi di tutti. Imprese senza scru­poli o pri­vati rice­vono dol­lari a cam­bio age­vo­lato dal governo cha­vi­sta per impor­ta­zioni fan­ta­sma o viaggi ine­si­stenti: i soldi si smer­ciano a cielo aperto o in appo­siti uffici di cambio.

Dal Tachira sono par­tite le pro­te­ste vio­lente dell’opposizione oltran­zi­sta, l’anno scorso. Il governo ha denun­ciato l’azione desta­bi­liz­zante di para­mi­li­tari colom­biani. L’ex sin­daco di San Cri­sto­bal Daniel Cebal­los, uno dei con­dan­nati per quei fatti, ha ora otte­nuto gli arre­sti domi­ci­liari, e la misura ha sca­te­nato un puti­fe­rio nelle reti sociali. Anche durante tutti gli ope­ra­tivi dell’Olp, la pre­senza di colom­biani con pre­ce­denti penali e con espe­rienza nell’esercito risulta costante. Maduro ha rias­sunto il lavoro di inchie­ste giu­di­zia­rie e gior­na­li­sti­che: «Le bande cri­mi­nali, coop­tate dall’estrema destra si stanno mili­ta­riz­zando sul modello colom­biano. E’ un pro­cesso che parte da lon­tano – ha detto — Dopo lo scio­gli­mento delle bande para­mi­li­tari, l’ex pre­si­dente colom­biano Alvaro Uribe ha inviato qui molte cel­lule “dor­mienti”, pronte all’azione».

E l’occasione sem­bra pro­pi­zia in que­sto anno di ele­zioni che – secondo un rap­porto del Pen­ta­gono – por­terà caos e crisi eco­no­mica. Una situa­zione simile – fatte le debite pro­por­zioni sto­ri­che – a quella indotta nel Cile di Allende per distrug­gere la pri­ma­vera socia­li­sta. Intanto, aumen­tano gli epi­sodi di sica­riato che vedono coin­volta la cri­mi­na­lità colom­biana: dall’uccisione del gio­vane depu­tato Robert Serra, che inda­gava sulle vio­lenze poli­ti­che dell’anno scorso, a quello del noto sto­rico boli­va­riano Jorge Mier Hof­f­man, un altro assas­si­nio su commissione.

E intanto, la pazienza del popolo vene­zue­lano è messa a dura prova dalle lun­ghe code per rifor­nirsi di pro­dotti a basso costo, che si ven­dono a prezzi stel­lari a soli venti metri dalle catene sus­si­diate dal governo. Ci sono anche code nei risto­ranti, dove una cena costa l’equivalente di tre salari minimi: un indice di quanto denaro cir­coli, comun­que, nelle tasche di chi avversa il cha­vi­smo ma se ne serve per fare buoni affari. Le grandi imprese di distri­bu­zione per­tur­bano a pro­prio van­tag­gio l’economia di un paese ancora troppo dipen­dente dal petro­lio. Bande cri­mi­nali chie­dono soldi per far entrare la gente in coda: altri­menti – rac­conta un’anziana – «si sco­stano la giacca, ti mostrano la pistola e ti fanno uscire dalla coda. Ho avuto paura di andare alla polizia».

Nono­stante i pro­grammi edu­ca­tivi e le uni­ver­sità come la Unes, di stampo mar­xi­sta e frei­riano, la poli­zia è infatti ancora parte del pro­blema e non della solu­zione: «O siamo poli­zia o siamo delin­quenti», ha detto senza mezzi ter­mini il mini­stro Lopez durante un recente incon­tro all’Accademia mili­tare. Lì si discu­teva il Piano nazio­nale dei diritti umani 2015–2019, pre­sen­tato al paese prima di essere appro­vato in par­la­mento, com’è con­sue­tu­dine in Vene­zuela. Sono state invi­tate anche quelle Ong di oppo­si­zione che, come Pro­vera o l’osservatorio Cofa­vic dif­fon­dono dati allar­mi­stici sulle poli­ti­che per la sicu­rezza e accu­sano il governo di favo­rire l’impunità: salvo poi denun­ciare «vio­la­zioni dei diritti umani» se que­sti decide di usare la forza pub­blica con­tro la delinquenza.

Ma anche dall’interno del cha­vi­smo in molti vedono il rischio di scor­cia­toie secu­ri­ta­rie, che ripor­te­reb­bero indie­tro la spinta ideale del socia­li­smo boli­va­riano. Per un mili­tante del Col­let­tivo Lina Ron, il governo ha «subito il ricatto della destra, ha per­se­guito i col­let­tivi che con­ten­dono il ter­ri­to­rio alla cri­mi­na­lità e que­sta ha ripreso spa­zio». Tra le voci liber­ta­rie più auto­re­voli, quella di Anto­nio Gon­za­lez Pless­mann, diret­tore del Cen­tro studi sui Diritti umani, con­vi­venza e sicu­rezza cit­ta­dina GisXXI. «A par­tire dal 2013 – spiega – il nostro cen­tro accom­pa­gna la costru­zione di pro­getti di auto­go­verno popo­lare e con­vi­venza in diversi quar­tieri che la stampa con­si­dera preda della delin­quenza. Lì i gio­vani non hanno fidu­cia nella poli­zia, da cui spesso ven­gono taglieg­giati. Coin­vol­gendo i ragazzi nello sport, nei pro­cessi edu­ca­tivi, cul­tu­rali, poli­tici, offrendo trat­ta­menti tera­peu­tici per chi fa uso pro­ble­ma­tico delle dro­ghe, siamo riu­sciti a disin­ne­scare la vio­lenza delle bande gio­va­nili, che hanno deciso una tre­gua e hanno smesso di ammaz­zarsi fra loro. La via repres­siva può por­tare più con­senso ma costi­tui­sce una trappola”.

All’inizio di luglio, durante alcuni ope­ra­tivi nello stato di Miranda, dove governa l’ex can­di­dato a pre­si­dente per la destra Hen­ri­que Capri­les, la poli­zia ha usato la mano pesante, ha arre­stato un cen­ti­naio di per­sone e abbat­tuto alcuni pluri-omicidi e ci sono state pro­te­ste. La linea di pre­ven­zione “inte­grale” e il Movi­mento per la pace e la vita di cui fa parte Pless­mann restano comun­que assi por­tanti dell’Olp.

Nel Petare (stato Miranda), che è di oppo­si­zione, abbiamo par­te­ci­pato a una seduta del Con­si­glio comu­nale (cha­vi­sta) nella biblio­teca di quar­tiere del muni­ci­pio Sucre: la terza riu­nione fra rap­pre­sen­tanti delle isti­tu­zioni e la cit­ta­di­nanza che abita nelle con­cen­tra­zioni urbane di classe media. «Niente può cam­biare senza la par­te­ci­pa­zione popo­lare – ci ha detto Gio­vanni Mar­ti­nez, coor­di­na­tore nazio­nale del Psuv della Com­mis­sione pre­si­den­ziale per la sicu­rezza cit­ta­dina e la poli­zia popo­lare – Alla fine dell’anno scorso, il pre­si­dente Maduro ha deciso di sot­to­porre a revi­sione tutti i pro­getti sulla sicu­rezza e di rac­co­gliere le nuove pro­po­ste dei quar­tieri. Ci stiamo riu­nendo con rap­pre­sen­tanti della chiesa, dei vigili urbani, degli inse­gnanti, per met­tere a punto un pro­gramma di pre­ven­zione inte­grale: con l’obiettivo di svi­lup­pare l’autogoverno delle comuni, pre­vi­sto dalla nostra Costi­tu­zione, e in cui è con­tem­plata la for­ma­zione di mili­zie popo­lari e poli­ziotti comu­nali. Al regi­stro, abbiamo già 1180 comuni, ma siamo ancora all’inizio».

Inter­viene Ive­lia Mala­ven, respon­sa­bile nazio­nale della sot­to­com­mis­sione per la riforma della poli­zia: «Quello della delin­quenza – dice – è un pro­blema com­plesso che non si può risol­vere con qual­che cor­ret­tivo, richiede tempo per­sino in un sistema avviato verso il socia­li­smo come il nostro. E’ uno dei grandi mali del capi­ta­li­smo, che si riflette anche da noi con l’incitamento al con­su­mi­smo e l’imposizione di modelli nega­tivi per i nostri gio­vani, indotti a cre­dere che essere vin­centi nella vita signi­fi­chi pos­se­dere oggetti di lusso o di tec­no­lo­gia avan­zata. La sicu­rezza non è un pro­blema di poli­zia, riguarda tutti. Occorre assu­merlo in pieno, se non vogliamo finire come in Messico».

ALBA: «L’Occidente alimenta il terrorismo per destabilizzare la Siria»

da sana.sy

I ministri degli Esteri dei paesi del Consiglio politico del Paesi che formano gli stati dell’ALBA, hanno dichiarato che l’Occidente promuove la violenza e il terrorismo in Siria e nella regione per destabilizzare e rovesciare i governi legittimi che non rispondono ai suoi interessi.
In una dichiarazione rilasciata ieri e pubblicata sul sito del Ministero degli Affari Esteri del Venezuela, i ministri degli esteri dei paesi dell’ALBA hanno ribadito che la violenza nei paesi dell’Africa, in Afghanistan, Siria, Iraq e Medio Oriente è il risultato per non aver punito i gruppi terroristici che hanno invaso vaste aree di questi paesi, con la complicità dell’Occidente.
La dichiarazione ha aggiunto che le conseguenze negative del colonialismo e neocolonialismo, oltre agli atti di destabilizzazione nella regione, come ad esempio l’intervento in Libia nel 2011, hanno costretto migliaia di persone a rischiare la vita per attraversare il Mediterraneo per sfuggire alle violenze dei terroristi.
Nella dichiarazione si chiede che i governi e i popoli di tutto il mondo sviluppino un piano di solidarietà con i popoli che soffrono gli effetti del terrorismo internazionale.
I paesi dell’ALBA sono: Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Repubblica Dominicana, St. Vincent e Antigua e Barbuda Granadinillas. Siria e Iran sono membri osservatori dell’organizzazione.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Lanzas y bombas contra el Ecuador

di Luis Varese

10jul2015.- La ofensiva de la derecha en toda América Latina, no se detiene. De norte a sur los banqueros y petroleros imperiales continúan con el proceso de desgaste contra los gobiernos de las nuevas democracias. Contra el Ecuador es peor porque la Revolución Ciudadana es peligrosa por ser replicable. Se añade el hecho de que el Presidente pro tempore de la CELAC es Rafael Correa y la derecha sí cree que esta vez gana. Golpeando a Ecuador pretende golpear a América Latina, al Caribe y a un sueño de unidad regional.

La ofensiva de estos días incluye rumores que van desde el golpe de estado apoyado por generales y coroneles, la desdolarización, el retiro de fondos bancarios y la marcha indígena contra el gobierno de la Revolución Ciudadana. Esa marcha anuncia con llegar a la Plaza de la Independencia, tomarse el palacio de Carondelet y expulsar al “Tirano”, adjetivo que tan bien les ha instruido la derecha estadounidense, el think tank del extinto Reagan y su nuevo profeta Gene Sharp.

Es triste ver a gente culta y curtida que con plena conciencia le hace el juego a la CIA. No podemos creer que un Alberto Acosta no sepa que esos mismos agentes que rotan de Honduras a Caracas y de Sao Paulo a Santa Cruz, son los que agitan en Quito, Cuenca, Guayaquil o Galápagos. No podemos pensar que dirigentes indígenas que han decidido enviar a jóvenes con lanzas y palos a desafiar el orden democrático no estén claros que están jugando “en pared” con lo peor de la derecha y que jamás tendrán lugar en un gobierno de banqueros. Todos vemos la camioneta de Teleamazonas distribuyendo alimentos en la marcha. Señoras perfumadas de la alta burguesía que compran en Supermaxi y llevan bolsas con víveres a la CONAIE para dar apoyo a los indígenas “pobrecitos que marchan por nosotras contra el dictador Correa”. Por supuesto el coro unánime de los periódicos como el Universo, La Hora y el Comercio, que respaldan esta movilización. Desde Miami, los Isaías afilan garras esperando los acontecimientos y gastan dineros robados a los ahorristas, para alimentar a los marchantes. Dime con quién andas te diré quién eres, mi estimado intelectual, mi estimado dirigente indígena.

Como si todo ello fuera poco unas bombas panfletarias y otra de pentolita, reivindicadas por un tal FLN son colocadas en Guayaquil. Estos metebombas o son agentes de algún servicio de inteligencia o son tontos útiles mal entrenados por la CIA que actúan como cómplices de la derecha internacional. De lo nuevo está el ataque a Yachay, la Universidad emblemática y científica, por su ex Rector español (¿hasta cuándo los españoles serán considerados los intelectuales necesarios para las dirigir las Universidades? La meritocracia debería incluir méritos revolucionarios y no sólo académicos). Con ese ataque, uno de los mejores funcionarios de la Revolución, René Ramírez, puesto en el cadalso de la prensa, y de los pasquines y por supuesto de las redes sociales.

No hay obras, no hay cambios, no hay mejoras sustantivas de la calidad de vida, 8 años que transforman la historia, la economía y hasta la geografía del país, no existen. La seguridad Ciudadana que es ejemplo para América entera es mentira. Todos son inventos del Economista Correa que desde las sabatinas nos relata un país que está peor que en 1998, pero que nos lo pinta como si fuera nuevo. Y lo peor es que hay gente que se lo cree o gente que quiere ser como el banquero Lasso y que piensa que cuando él gane (lo que no ocurrirá) lo llevará al paraíso de los banqueros en la isla de la fantasía (ver México y Perú como muestras neoliberales cercanas).

Hay errores que se pagan y la Revolución Ciudadana no debe ser autocomplaciente. Alianza País debe ser autocrítica y convertirse en el Movimiento que la ciudadanía quiere. El Ejecutivo debe cambiar gobernadores inoperantes y pusilánimes, “apoltronados” los llamaría Mariátegui, para remplazarlos por gente comprometida con el cambio revolucionario y con su pueblo. Es el momento preciso para que directores provinciales sean evaluados y removidos. Para que burócratas sean remplazados y las metas propuestas sean alcanzadas. “Autoridad se gana, funcionario se paga” me acaba de decir un viejo dirigente Shuar en Morona. Se requiere gente con autoridad moral y ética, limpia, para dirigir desde hoy hasta las elecciones y consolidarse una vez que se ganen esas elecciones.

Ya lo dijimos la alternancia es dentro de la Revolución Ciudadana. Lo otro es revolución o contrarrevolución. Y tristemente jóvenes indígenas con lanzas y palos marchan en defensa de la oligarquía, de la derecha, de los banqueros y los ladrones. Hoy debemos ser fuertes y el día 12 y el 13 llenaremos la plaza de cantos y banderas defendiendo lo que tantas luchas ha costado. Murió Contreras el torturador de Pinochet y estos dirigentes derechistas y pseudo izquierdistas quieren resucitarlo destruyendo esta democracia alegre y soberana. No lo permitamos.

La realtà e i sogni

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da Cubaminrex.cu

Il leader della Rivoluzione cubana sottolinea che “mai e poi mai smetteremo di lottare nemmeno per un secondo per la pace e il benessere di tutti gli esseri umani, al di là del colore della pelle o il paese di origine di ogni abitante della terra”.

Scrivere è una maniera per rendersi utili se consideriamo l’importanza che riveste una tale attività, di fronte a una popolazione mondiale che ha bisogno di educazione per poter superare i propri limiti dovuti ad un alto livello di ignoranza. Tale ragionamento, esclude quei ricercatori che attraverso le scienze cercano di dare risposte soddisfacenti. E’ un concetto che in poche parole deve riflettere il suo contenuto infinito.

Ognuno di noi ha sentito nominare almeno una volta nella propria vita il nome di Einstein e, in particolare, all’indomani dell’esplosione delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki, che misero fine alla crudele guerra tra il Giappone e gli Stati Uniti. Quando quelle bombe furono lanciate, dopo la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti come risposta all’attacco giapponese alla base di Pearl Harbor, l’impero giapponese era già vinto.

Gli Stati Uniti, il cui territorio nazionale e le proprie industrie rimasero indenni dai bombardamenti della guerra, divenne il Paese con la maggior ricchezza di armamenti in tutto il pianeta; tutto questo, di fronte a un mondo completamente distrutto, pieno di morti, feriti e affamati. Sia l’URSS che la Cina avevano perso oltre 50 milioni di vite, sommate alle enormi distruzioni materiali.


Quasi tutto l’oro della Terra fu trasferito negli Stati Uniti. Oggi si calcola che il totale di quel metallo, inteso come riserva monetaria di suddetta nazione, raggiunga gli 8.133,5 tonnellate.

Fu proprio allora che gli Stati Uniti decisero di non rispettare gli accordi sottoscritti a Bretton Woods, e dichiararono unilateralmente che non avrebbero rispettato il cambio pattuito tra il valore in peso dell’oro rispetto alla carta moneta.

Tale decisione decretata da Nixon violava palesemente i impegni contratti dal presidente Franklin Delano Roosevelt. Secondo non pochi esperti di tale materia, venivano create, così facendo, le basi di una crisi che tra i tanti disastri avrebbe creato le basi per l’instabilità stessa del modello economico degli Stati Uniti. Detto questo, mi sembra ovvio che sia necessario indennizzare Cuba per il danno provocato e che ascende a moltissimi milioni di dollari, come del resto ha denunciato il nostro Paese con prove e dati inconfutabili durante tutte le discussioni che si sono svolte in questi decenni nell’ambito delle Nazioni Unite.

Come fu affermato con precisione dal Partito e dal Governo di Cuba, sulla base della nostra buona volontà di costruire la pace tra tutti i Paesi di questo emisfero, ovvero assieme a tutti i popoli che fanno parte di questa grande famiglia umana, e con il fine di contribuire a garantire la sopravvivenza della nostra specie all’interno di quel modesto spazio che ci viene concesso di stare nell’universo, reiteriamo ancora una volta la nostra ferma volontà di non smettere mai di lottare per la pace e il benessere di tutti gli esseri umani, al di la del colore della pelle o del paese di origine di ogni abitante del pianeta. Questo è il desiderio che auguro a tutti coloro che condividono appieno o in parte le mie idee, a quelli che fanno un’analisi assai migliore della mia ma che condividono la mia stessa prospettiva. A tutti voi, voglio dirvi grazie, miei cari compatrioti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

Rodríguez Parrilla: ingeniero principal de una obra colectiva

por Sergio Rodríguez Gelfenstein

El pasado 20 de julio fuimos testigos de un evento histórico que muchas personas de mi generación jamás pensamos sería posible observar en vida: el restablecimiento pleno de las relaciones entre Cuba y Estados Unidos signado por la ceremonia de apertura de la Embajada de Cuba en Washington. Al frente de la delegación cubana en dicho acto, estuvo Bruno Rodríguez Parrilla, ministro de relaciones exteriores del país antillano. La presencia de Bruno (permítanme la licencia) trajo a mi, añejos recuerdos de mi primer encuentro, en 1991, con el entonces joven dirigente de la Unión de Jóvenes Comunistas de Cuba (UJC). 

Vale decir que una de las excepcionales particularidades de Cuba es la imbricación de un sólido liderazgo histórico encarnado por Fidel y Raúl Castro con múltiples mecanismos de dirección colectiva que funcionan en el gobierno, el partido y el Estado. En fecha tan temprana como septiembre de 1986, previo a la Cumbre del Movimiento de Países No Alineados en Harare, Zimbabue, cuando Fidel Castro acababa de cumplir 60 años, se comenzó a preparar el relevo de la generación histórica que participó en el Asalto del Cuartel Moncada en 1953, la lucha en la Sierra Maestra entre 1956 y 1958 y que ha dirigido los destinos de Cuba desde el 1° de enero de 1959. Opuesto a lo que suele pensarse, ese no ha sido un proceso espontáneo ni dejado a los vaivenes de la situación política coyuntural.

Por el contrario, la continuidad en la conducción política del país, siempre ha estado presente en el devenir de la vida de Cuba en los últimos 55 años. De ahí la preocupación constante de los dirigentes por crear mecanismos permanentes de formación de cuadros en todos los niveles de la administración y el partido. Hoy, la aplastante mayoría de ministros, diputados, dirigentes del partido y los gobiernos locales y generales de las fuerzas armadas de Cuba nacieron en años posteriores a la revolución de 1959. Sin embargo, siempre ha estado en el tapete, la posibilidad de que el ascendiente moral y el liderazgo indiscutido de Fidel y de Raúl no pudieran ser sustituidos en el tiempo.

Con esa inquietud, en 1991 me propuse indagar acerca del pensamiento y la visión de los jóvenes cubanos sobre el tema. Entre diciembre de ese año y enero de 1992 realicé en La Habana una serie de entrevistas a mujeres y hombres cubanos que bordeaban los 30 años. Trece de estas entrevistas dieron origen en 1993 al libro ¿y cuándo Fidel no esté?, con portada del artista plástico Aníbal Ortizpozo y publicado por el Vice rectorado Administrativo de la UCV que conducía el profesor Elías Eljuri en coedición con la revista Ko´eyú Latinoamericana que dirigía el entrañable amigo Joel Cazal. En la presentación del libro se expone que el mismo cubre “un espectro de la juventud cubana suficientemente representativo a pesar que el imperativo del regreso nos obligó a postergar otras conversaciones que también tentaban nuestro interés”. 

Precisamente, la obra cierra con una entrevista a Bruno Rodríguez quien en ese momento, a sus 33 años, era miembro del Buro Nacional de la Unión de Jóvenes Comunistas, y director de su órgano oficial, el periódico Juventud Rebelde. El hoy canciller es abogado, nació en México, durante el exilio de sus padres. En el IV Congreso del Partido Comunista de Cuba realizado en octubre de ese año 1991, fue elegido miembro de su Comité Central. Bruno, me recibió puntualmente el 17 de enero de 1992 a las 4 de la tarde en su oficina del “complejo poligráfico” cercano a la Plaza de la Revolución.

Después de una larga conversación sobre el tema en cuestión, mi indagatoria cerró con la siguiente pregunta: “¿Consideras que tu generación está capacitada para asumir responsabilidades superiores? Y entre otras cosas algo que en Cuba es una realidad: ¿podrán suplir el ascendiente moral, la capacidad y la experiencia de la generación que derrocó a Batista, en particular el presidente Fidel Castro? ¿ crees que les den esa posibilidad de sustituirlos?

Al ver a Bruno Rodríguez, el pasado 20 de julio en Washington como ingeniero principal de una obra colectiva como todas las que se hacen en Cuba, recordé aquella “fría” tarde habanera de 1991, cuando con plena seguridad, el hoy canciller me respondió con unas palabras que quisiera traer a colación como remembranza del largo tránsito del pueblo cubano por su independencia y su resistencia contra la barbarie imperial.

Dijo Bruno “En lo personal me siento cumpliendo funciones y asumiendo tareas muy responsables. Me es difícil decir si estoy preparado para desarrollar nuevas responsabilidades en el entendido de responsabilidades superiores. Francamente no me siento desbordado, pero si ante una responsabilidad que considero muy grande, está relacionada con un trabajo en la Juventud y con la dirección de un periódico en las condiciones actuales del país. Es difícil imaginarme una tarea que me sea más complicada. Me siento privilegiado de tener una responsabilidad, la cual todos los días se me presenta difícil, me exige soluciones y me deja poco tiempo.

En lo personal, estoy preparado para hacer varias cosas distintas. He tenido una vida muy dispersa. Fui bastante tiempo dirigente estudiantil, soy abogado, trabajé en los medios académicos, fui profesor universitario, trabajé en los sectores artísticos y literarios ya en la Juventud, estuve en las Fuerzas Armadas un tiempo, estuve en el trabajo internacional de la Juventud y en el servicio exterior y ahora soy director de un periódico, es decir, he hecho cosas bastante diferentes”.

Agregaba más adelante “Hay gente con una visión extraña de la juventud, a veces peyorativa, son los que hablan mucho de la madurez, como si fuera cronológica, y uno no conociera gente muy madura y muy joven y gente muy inmadura y poco joven, como los conozco yo también.

En fin, en esto hay que avanzar, pero, creo que ésta, es una generación que dispone de un espacio amplísimo, dispone de todo el espacio que se ha ganado, lo cual es decir mucho, y también es decir que los espacios de que no se dis­­pone hoy, son espacios a ganarse.

La Revolución es mucho más que Fidel. Sin lugar a dudas que su peso y su participación son extraordinarios, sobre todo en la conducción de este momento súper crítico, no sólo de la Revolución, sino de la historia nacional, pero estoy convencido que no se trata de salir a buscar otro Fidel, entre otras cosas porque no se puede. Tuvimos un Martí, y no tenemos otro, tenemos ahora a Fidel, y soy un convencido, no vamos a tener otro, porque eso es irrepetible, pero hay una generación, (política más que biológicamente hablando) de la que han surgido una cantidad importante de compañeros cuya madurez es capaz de suplir el vacío que deje la dirección histórica de la revolución. Si eso saliera mal, querrá decir que nos equivocamos rotundamente y lo que hicimos tuvo poco valor, pero es necesario decir que una de las extraordinarias virtudes de Fidel, es precisamente ser portador de ese concepto, el haber inculcado eso, el abrir esos canales de participación, y estoy seguro que sin Fidel, todo el mundo, quien esté y quien no esté en la dirección, sentirá una responsabilidad mayor que la que siente hoy.

El relevo de la Revolución está asegurado por la Revolución misma. Es parte de la obra de la Revolución. Ella existe hoy y seguirá existiendo, porque como hasta hoy, en cada momento ha habido una generación que ha asumido su responsabilidad con la patria, y lo que es más importante, ha gestado y ha hecho crecer el relevo necesario”.

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