Elezioni regionali in Italia: crescita del M5S e astensione

PDdi Achille Lollo, da Roma (Italia)

Nelle sette regioni dove il governo regionale doveva essere rinnovato, l’astensione ha raggiunto il 48,5%, mentre nei comuni di 20 regioni, il 36% degli elettori con diritto al voto hanno optato per andare alla spiaggia o in altri luoghi di piacere

Dopo anni e anni di consumismo sfrenato, di continuo lavaggio cerebrale per mezzo dei media, in particolare i canali Mediaset (l’impresa di Berlusconi); in seguito agli attacchi ai diritti sociali con la “modernizzazione” delle leggi del lavoro, la connivenza di quasi tutte le centrali sindacali con le “eccellenze” del mercato e, soprattutto, in seguito alla maggioritaria accettazione nel Parlamento delle norme di austerità, imposte dai tecnocrati neo-liberisti dell’Unione Europea, un’astensione del 48,4% è un risultato considerato “normale” dagli opinionisti.

Un’altra verità che trapela dai risultati di questa elezione è la fine del mito di Matteo Renzi e anche della crisi di identità sorta in seno al “Partito Democratico”, dovuta all’annientamento della “vecchia guardia del compromesso storico del PCI berlingueriano”. Adesso, Renzi non ha più stampelle politiche da parte di Silvio Berlusconi, con la sua “Forza Italia”. Entrambi hanno sofferto immensamente del logorio politico per avere amministrato il potere e, conseguentemente, avere massacrato gli Italiani con nuove imposte, tasse e tagli di bilancio, che hanno squalificato l’efficienza e, soprattutto, l’operatività dei servizi pubblici.

Il PD di Renzi, da parte sua, vive un doppio contesto di crisi, dal momento che il primo ministro pretende di trasformare il PD in un “Partito Nazionale”, operando un’unificazione ideologicamente artificiale, ma perfetta dal punto di vista mediatico. Un nuovo partito che sorgerebbe dopo aver sepolto tutto quello che era di sinistra e in parte di destra, per trasformarsi in una nuova entità politica nella quale non esiste più opposizione. Alla fine, questo “Partito Nazionale” potrebbe essere la futura “dittatura della maggioranza” che, per molti critici, sarebbe un progetto istituzionale della Massoneria.

Altri – più scientifici e informati – ammettono che l’Italia è tornata a essere un laboratorio di prove e di sperimentazioni politiche, con il quale le eccellenze dell’Unione Europea tentano di definire un nuovo modello per i futuri governi etero-diretti del secolo 21mo.

Il PD vince e perde

I risultati definitivi delle elezioni regionali indicano che il PD, pur essendo riuscito a eleggere cinque governatori in sette regioni, in realtà, ha perso nelle principali, cioè, in Veneto e, soprattutto, in Liguria.

Infatti, la sconfitta in Veneto – una delle principali regioni industriali d’Italia – mina il mito politico e carismatico di Renzi che voleva fare eleggere, a ogni costo, la correligionaria di tendenza, Alessandra Moretti. Una vittoria che avrebbe permesso a Renzi di finirla, una volta per tutte, con la resistenza in seno al PD della cosiddetta Sinistra Democratica, guidata dai dissidenti Fassino e Civati.

La candidatura di Alessandra Moretti era sostenuta anche dal nuovo partito della sinistra SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà), che pretende di essere la “costola sinistra nel tronco del PD”. Un partito guidato da Niki Vendola che, nel 2012, ha smembrato il PRC (Partito della Rifondazione Comunista), aprendo una scissione basata su di una critica di sinistra, per poi convergere verso il PD nella più tradizionale opzione, tipica dell’opportunismo elettorale italiano.

Dunque, nel Veneto, il PD ha perso molti consensi, oltre a registrare il più alto livello di astensione. Elementi che hanno permesso a Luca Zaia, il candidato di centro-destra, affiliato al partito della destra xenofoba e razzista, la Lega Nord, di vincere con il 38%.

La lezione della sconfitta di Renzi e del suo PD in Veneto ha due letture. La prima è che il “nuovo PD di Renzi”, senza la compravendita di voti, non riesce più a raggiungere il 41%, come accaduto nelle elezioni europee. Infatti, a maggio 2014, ormai alla vigilia delle elezioni, Renzi ha firmato un decreto legge che autorizzava il pagamento di 80 euro per tutti i lavoratori impiegati con contratto a tempo indeterminato, a partire da giugno, cioè, dopo le elezioni. Il che fa ricordare il romanzo del colonello Odorico Paraguaçu!

È necessario ricordare che i lavoratori che sono stati inclusi in questo decreto legge hanno votato in massa per il PD, consacrando Renzi, che si è approfittato di ciò per annientare la “vecchia guardia del compromesso storico del PCI berlingueriano”. Adesso, senza avere risorse per comprare nuovamente gli elettori, e non riuscendo a giustificare il perché di sempre più imposte e tasse, come anche i ripetuti tagli di bilancio del governo centrale, dei governi regionali e, soprattutto, dei comuni, la fiducia degli elettori in Renzi è notevolmente diminuita.

Ma in Liguria, la sconfitta del PD è stata peggiore, visto che in questa regione è esploso pubblicamente il conflitto tra il Comitato del PD della Liguria e la Segreteria Nazionale presieduta da Renzi. Uno scontro che è cominciato ad aprile, quando il primo ministro e anche segretario generale del PD aveva “snobbato” il candidato scelto dal Comitato regionale, nominando un’altra correligionaria sua, Raffaella Paita, che non è mai stata militante del PD, ma semplicemente una “persona stimata dal primo ministro”.

Per questo, la caduta del PD e di Matteo Renzi in Liguria è stata molto brutta, oltre che pesante, visto che l’opposizione interna è arrivata a presentare un’altra candidatura con Luca Pastorino, che ha ricevuto 61.234 suffragi, circa la metà di quelli di Raffella Paita. È bene ricordare che Paita si è avvalsa del sostegno dei media e delle incalcolabili disponibilità finanziarie del PD, per fare una potente e massiccia campagna elettorale in stile statunitense.

Le vittorie nelle regioni economicamente poco importanti (Umbria, Marche e Puglia) non hanno migliorato i risultati politici del PD, visto che queste regioni, come la Toscana, sono sempre state governate dagli uomini del PD. Problemi ci sono stati in Campania, dove Matteo Renzi, per sconfiggere il partito di Berlusconi, “Forza Italia”, ha permesso che il candidato del PD fosse un individuo con processi penali per corruzione e con il sospetto di aver ricevuto il sostegno di differenti famiglie della mafia napoletana, la “Camorra”.

Di fronte a ciò, molti trovano che questo nuovo “Partito Nazionale” che Renzi pretende di costruire sarebbe una moderna riedizione dell’antica Democrazia Cristiana, partito nel quale il primo ministro e gran parte degli attuali membri della Segreteria Generale del PD si sono formati in gioventù.

Il Movimento 5 Stelle

Senza molti mezzi finanziari, visto che tutti i parlamentari (nazionali, regionali e municipali) si sono ridotti i salari al 60%, il Movimento 5 Stelle ha fatto la campagna come faceva la sinistra nella decade dei ‘70, cioè, contando solo sulla militanza e la partecipazione popolare.

La novità è che, nonostante questo movimento abbia nella sua bandiera cinque stelle, non presenta né la falce, né il martello, né la foto dei leaders rivoluzionari sovietici, cubani o cinesi. Del resto, nello statuto c’è scritto: “Il Movimento 5 Stelle non è di destra e nemmeno di sinistra”. Tuttavia, bisogna interpretare questa frase, visto che il M5S, dal 2009, ha dimostrato di avere una morale e un’etica immacolata, oltre a rifiutare il sistema putrefatto della partitocrazia della politica italiana, sia essa di destra o di sinistra, denunciando tutti i tipi di maneggi commessi dalla classe politica.

Insomma, è l’unica componente politica che nel Parlamento italiano tenta di far votare leggi contro l’abuso delle transnazionali, a favore del rispetto della sovranità e per la riconquista dei diritti sociali che il mercato quotidianamente cancella. Come molti commentatori affermano: è un partito veramente progressista senza vincoli con il potere. Per tutto ciò, gli elettori hanno di nuovo premiato il Movimento 5 Stelle che, in modo omogeneo, ha registrato in tutte le regioni un’ampia crescita, raggiungendo una media di suffragi che oscilla tra il 21 e il 24%, trasformandosi, così, nel secondo partito italiano. Forse, altre sorprese avranno luogo nello scenario politico italiano, quando i candidati del M5S disputeranno il secondo turno delle elezioni municipali nell’80% delle città italiane.

I risultati vittoriosi del M5S hanno dimostrato che questo partito ha recuperato, a suo favore, molte fasce di elettori della sinistra, che ormai non votavano da molti anni, in particolare i militanti della nuova sinistra e, soprattutto, i giovani, che preferiscono votare i candidati del M5S al posto di sostenere quelli del PD o di SEL.

Questo fatto dimostra che il Movimento 5 Stelle, nonostante sia stato fondato da pochi anni, il 4 ottobre 2009, è riuscito, finalmente, a raggiungere una dimensione nazionale con una confortante percentuale di suffragi in ogni regione e in ogni municipio.

Di fronte a questo scenario, Beppe Grillo, il leader del M5S, ha dichiarato ai giornali: “Noi abbiamo un programma e, per questo, non facciamo accordi maldestri solamente perché l’altra parte dice di essere di sinistra; lo dice solo, perché, in realtà, commette le stesse malefatte della destra”. Per sottolineare, in seguito, insistendo su di una critica al PD e riaprendo la grande polemica che divide l’elettorato di quest’ultimo sulla negazione di qualsiasi alleanza con il M5S, che “Renzi ha perso la metà dei voti che ha ricevuto nel 2014 nelle elezioni europee, perché non si amministra un paese con le menzogne e con l’arroganza”.

Nella stessa ottica, Grillo ha riaffermato: “Come detto precedentemente, noi abbiamo un programma. Se il PD fosse disposto ad appoggiarlo facendo delle leggi sul “reddito di cittadinanza”, sulle energie rinnovabili, se accettasse di finirla con il sistema di imposizione fiscale di Equitalia e facesse tante altre cose buone che migliorerebbero la vita degli Italiani, noi voteremmo con loro. Tuttavia, se Renzi vuole continuare a essere il burattino i cui fili sono mossi dagli altri, che continui solo, noi non accettiamo magagne di nessun tipo”.

La fine di Berlusconi

Nonostante il partito di Berlusconi, “Forza Italia”, abbia registrato due risultati positivi in Liguria e in Veneto, ciò che è in discussione è l’essenza politica del partito del “Cavaliere Silvio Berlusconi”, che non riesce più a formulare nessun tipo di parola d’ordine. Infatti, il successo politico di Berlusconi è stato la viscerale avversione alla sinistra, ai sindacati e, in particolare, ai comunisti. Adesso che i comunisti del PRC non siedono più nei banchi del Parlamento e quelli che sfilano in SEL fanno di tutto per negare qualsiasi legame ideologico con il marxismo, Berlusconi ha perso la carta magica del suo mazzo: quella dell’anti-comunismo.

Un’altra carta persa è stata l’inquadramento della maggioranza dei sindacati e la fine dell’unità delle tre confederazioni, essendo che la UIL e la CISL sono praticamente controllate dagli “amici” del governo e della Confindustria (la FIESP italiana).

È in questo scenario che lo spazio della destra comincia a essere egemonizzato da Matteo Salvini, il nuovo leader del partito xenofobo e razzista d’Italia, la Lega Nord, che, dopo aver abbassato i toni sui “terroni” (gli Italiani del Sud che puzzano di terra), è tornata a occupare molto spazio nei media con campagne di odio contro gli immigrati, dal momento che l’Italia sta soffrendo un autentico esodo di africani, arabi e magrebini, a partire dalla Libia.

È chiaro che questa destra xenofoba e razzista che si confonde con l’estrema destra di origine neo-fascista (Fratelli d’Italia), dopo aver abbandonato la dorata carrozza berlusconiana, vuole trovare una sua dimensione politica, e questo, forse, rappresenta un pericolo per le istituzioni. Una dimensione che sfrutta il disaccordo e la rabbia di una parte degli Italiani per l’“invasione” di migliaia di immigrati africani, che quotidianamente arrivano dalla Libia, in un momento di crisi nel quale le strutture italiane per l’accoglienza sono sature e non si sa più dove ospitare tanti immigrati.

Questo contesto può accendere una pericolosa miccia e provocare nefaste esplosioni sociali contro gli immigrati, a partire dalle quali “qualcuno” può esigere il ritorno di “un governo dell’ordine per dare pace ai buoni Italiani!”.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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