Bolívar nell’Arauca

di Rosa M. Elizalde e Luis Báez*

Camminando a lungo per la macchia il battaglione pattugliava con la luce del giorno. Le notti diventavano lunghe in quelle lande dimenticate da Dio. Ciò che riusciva ad affrancare al sottotenente Chávez dalla routine castrense era la sua “immensa voglia di conoscenza”, il virus che gli avrebbe diagnosticato, nell’Accademia Militare, il maestro Jacinto Pérez Arcay. “Semplicemente leggevo senza metodo tutto quello che mi capitava tra le mani”- egli riconoscerà più tardi.

Tuttavia in quei giorni c’era solo un libro che assorbiva tutta la passione di Hugo Chávez. Discorreva sul romanzo del dottor José León Tapia, Maisanta, l’ultimo uomo a cavallo, pubblicato nel mese di agosto del 1974, e lui rimase affascinato dalla sua scoperta. Quell’approssimazione storica, scritta con passione dal medico barinés, riscattò il bisnonno dalla calunnia oligarchica e dimostrò che, invece di essere un assassino, la sua famiglia discendeva da una casta di eroi.

Non appena finì di leggere il libro, fu conquistato dalla smania di sapere e tormentò Elena di domande, allo stesso José León Tapia, ai vecchietti di Sabaneta e di Barinas. In quel periodo imparò a memoria il corrido di cavalleria più lungo che abbia scritto il poeta Andrés Eloy Blanco, dedicato a Maisanta. Versi che circolarono di caserma in caserma, stimolando le cospirazioni preliminari all’insurrezione militare del 4 febbraio 1992.

Scapolare cucito, / con dipinta una vergine”, recitava con voce minerale, ricordando con nostalgia il medaglione che scoprì in possesso della famiglia di Ana Domínguez, unica figlia femmina di Maisanta. La prima conversazione con José Esteban Ruiz Guevara durò parecchie ore. Vecchio comunista barinés, che gli parlò di Pedro Pérez Pérez, il padre del suo bisnonno, un abitante del Guarico che divenne capo delle guerriglie della zona, verso la metà del XIX secolo.

Scrutò archivi e biblioteche militari e percorse la regione dell’Apure, di paese in paese, portando con sé uno zaino da storico per ricostruire gli itinerari del bisnonno Pedro, grazie alle testimonianze rilasciate dai suoi discendenti. Studiò le tecniche della guerriglia antigomecista [i] e, in particolare, lo scenario della battaglia di Periquera. Voleva vedere con i propri occhi il terreno dove si svolse quel famoso combattimento nel 1921, nel quale partecipò Maisanta e dove, secondo quanto c’è scritto nel corrido di Andrés Eloy:

Quando lo scontro è al suo apice

e la battaglia è alla pari

e alcuni avanzano per vedere se ti ammazzo,

e altri invece vediamo se riesci ad ammazzarmi,

all’improvviso c’è un momento

in cui le anime si raggrinzano;

latte di angoscia stilla

i petti della savana;

dai torbidi orizzonti

spunta l’eterno trapasso sellato.

Arrivano quaranta cavallerizzi

con le morti sguainate.

Con un mormorio di joropo [ii]

giungono le truppe d’assalto

disteso sul paraulato [iii]

un cavallerizzo le comanda

e quando giunge il nemico

sulle staffe si alza;

di capigliatura bionda,

tra il baio e il sauro,

e un urlo simile al machete

con filo, punta e tarama [iv]

è Pedro Pérez Delgado

che tuona: – Maisanta!…”

“Era come arrivare al punto di congiungimento di molte cose” – affermerà Chávez alcuni anni dopo a un giornalista -, e fece giuramento di aiutare a “eliminare la ragnatela che ricopre la storia, la quale è sepolta, ma palpita nei ricordi della gente”.

Un giorno, con il libro nello zaino, Chávez attraversò la frontiera colombiana passando per il ponte che varca l’Arauca e il capitano colombiano che gli esaminò lo zaino, trovò ragioni sufficienti per accusarlo di spionaggio: aveva con sé una macchina fotografica, un registratore, due granate a mano, fogli segreti, fotografie della regione, una cartina militare con grafici e due pistole di ordinanza. Il milite colombiano non aveva creduto alla versione dei documenti in regola: “I documenti d’identità, come corrisponde a una spia, possono essere falsi” –disse.

La discussione si protrasse per svariate ore nel suo ufficio, dove l’unico oggetto d’arredamento era un quadro di Bolívar a cavallo.

“Mi ero quasi arreso – raccontò Chávez a García Márquez in un articolo che pubblicò nel 1998 -, perché più cercavo di spiegargli come stavano le cose, meno mi capiva”. Fino a quando non gli venne in mente la frase liberatrice: “Senta, capitano, le sorprese che serba la vita: appena un secolo fa eravamo uno stesso esercito e quello lì, che ci sta osservando dal quadro era il capo di noi due. Come può pensare che sono una spia?”

Il capitano, commosso, iniziò a parlare della gran Colombia e quella notte entrambi si ritrovarono intorno a un tavolo a bere birra dei due paesi in una cantina dell’Arauca, e ricordando Bolívar:

Colombiani, non vi parlerò di libertà, perché se porterò a termine le mie promesse, sarete più che liberi, sarete rispettati. Inoltre, in un regime dittatoriale chi può parlare di libertà? Commiseriamoci reciprocamente dell’uomo che obbedisce e dell’uomo che comanda da solo!

Il mattino successivo il capitano ridiede indietro a Chávez i suoi attrezzi di storico e si accomiatò con un abbraccio sulla metà del ponte internazionale. Il giovane venezuelano attraversò la frontiera, tornandogli in mente una frase del Libertador che anche l’ufficiale colombiano conosceva a memoria: “Io continuo per la strada gloriosa delle armi solo per conseguire l’onore che offrono: per liberare la mia patria e per meritare le benedizioni dei popoli”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

NOTE:

[i] Antigomecista, oppositore del “Benemérito” dittatore e militare venezuelano Juan Vicente Gómez (1859-1935).

[ii] Joropo, ballo tipico dei llaneros venezuelani.

[iii] Paraulato, cavallo bianco con sfumature di grigio.

[iv] Tarama, impugnatura del machete provvista di custodia.

* Il presente capitolo è stato tratto dal libro di Rosa M. Elizalde e Luis Báez, Chávez Nuestro, La Habana, Casa Editora Abril, s.d.

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