Fame zero, la Fao premia Caracas

di Geraldina Colotti – il manifesto

Venezuela. Intervista a Luis Salas Rodriguez, del Centro strategico latinoamericano

6giu2015.- Luis Salas Rodrí­guez è diret­tore del Cen­tro studi di eco­no­mia poli­tica dell’Università boli­va­riana del Vene­zuela, apprez­zato per le sue ana­lisi e i suoi studi a livello inter­na­zio­nale anche all’interno del Celag, il Cen­tro Estra­te­gico Lati­noa­me­ri­cano de Geo­po­li­tica. Con lui abbiamo discusso della situa­zione poli­tica in Vene­zuela nel qua­dro lati­noa­me­ri­cano, a ridosso della visita in Ita­lia del pre­si­dente Nico­lás Maduro, per rice­vere un pre­mio dalla Fao.

Pro­fes­sore, il Vene­zuela è sull’orlo di un col­lasso eco­no­mico e a rischio di guerra civile?
Biso­gna guar­dare in fac­cia il pro­blema: è in corso una guerra eco­no­mica, diretta dai poteri nazio­nali e trans­na­zio­nali che cer­cano di farla finita con il pro­getto di cam­bia­mento in corso. Impo­nendo di fatto un blocco eco­no­mico, vogliono otte­nere una resa per fame, e minare il morale della popo­la­zione. Non è una tat­tica nuova, ma costante negli ultimi 16 anni. La dif­fe­renza, oggi, è nell’intensità e nella durata.

Secondo la Fao, il paese è tutt’altro che affa­mato, però i pro­blemi ci sono.
Le ragioni si situano in parte nella fase di tran­si­zione che sta attra­ver­sando il cha­vi­smo dopo la morte del pre­sidente Chávez. Quando Chávez è scom­parso, il governo si appre­stava a met­tere in pra­tica quello che il Coman­dante aveva sin­te­tiz­zato nel “Golpe de timon”, una ster­zata che avrebbe spinto in avanti le riforme: verso il con­trollo del com­mer­cio spe­cu­la­tivo e verso la demo­cra­tiz­za­zione dell’apparato pro­dut­tivo che è ancora troppo mono­po­liz­zato, car­tel­liz­zato e pilo­tato a livello trans­na­zio­nale. Chávez lo aveva annun­ciato qual­che giorno prima di recarsi a Cuba per un nuovo ciclo di tera­pia con­tro il can­cro che poi se lo è por­tato via. Di fronte a una simile pro­spet­tiva, la destra eco­no­mica den­tro e fuori il paese, ha rea­gito. La forte spinta per il ritorno al dol­laro si inqua­dra in que­sta stra­te­gia. Si tratta, per così dire, del fronte esterno della guerra eco­no­mica unito alla spe­cu­la­zione per la caduta del prezzo del petrolio.

Alcune aree all’interno del cha­vi­smo sono però for­te­mente cri­ti­che verso la poli­tica del governo. Ora Marea Socia­li­sta cerca di capi­ta­liz­zare lo scon­tento e si pre­senta da sola alle pros­sime par­la­men­tari. Che sta suc­ce­dendo?
E’ dif­fi­cile dare un giu­di­zio secco su Marea Socia­li­sta. In parte rap­pre­senta un risul­tato non desi­de­rato ma pre­ve­di­bile data l’eterogenea con­for­ma­zione del cha­vi­smo. Ma credo sia anche la con­se­guenza di un cam­bia­mento gene­ra­zio­nale nella dire­zione del pro­cesso rivo­lu­zio­na­rio, e un coa­cervo di vel­leità nar­ci­si­sti­che non risolte. Marea è un sacco pieno di gatti, nel senso che oltre a essere una for­ma­zione ete­ro­ge­nea risponde a un’amalgama di inte­ressi e visioni la cui unica ragione sem­bra quella di opporsi alla lea­der­ship del pre­si­dente Maduro. A que­sto fine stru­men­ta­lizza pro­blemi che sono indub­bia­mente impor­tanti. Tutti siamo d’accordo a com­bat­tere la cor­ru­zione che si annida negli orga­ni­smi dello stato, pen­siamo tutti che debba esserci più dibat­tito in deter­mi­nate aree. Però que­sto è una cosa, l’altra è pian­tare una tenda a parte in un momento com­plesso come quello attuale. Come minimo è man­canza di chia­rezza…
Il cha­vi­smo ha scom­pa­gi­nato l’arco dei par­titi tra­di­zio­nali esi­stenti durante la IV Repub­blica, ricon­fi­gu­rando in base al “socia­li­smo boli­va­riano” le tra­di­zio­nali cate­go­rie di destra e sini­stra. Come stanno le cose adesso?

Una fetta della sini­stra interna accusa Maduro di per­se­guire un pro­getto social­de­mo­cra­tico.
Il cha­vi­smo ha pro­po­sto una piat­ta­forma ampia e uno spa­zio che ha reso pos­si­bile il ritorno della poli­tica dopo l’epoca oscura dell’antipolitica. Den­tro, ha però­sem­pre pre­do­mi­nato la sini­stra nelle sue dif­fe­renti sfu­ma­ture. Lo stesso Chávez si defi­niva socia­li­sta e ha impresso que­sto carat­tere alla rivo­lu­zione boli­va­riana, anche se non si è mai dichia­rato marxista-leninista. Que­sto gli è valso la cri­tica dei set­tori più orto­dossi, che lo hanno accu­sato di essere un pic­colo bor­ghese roman­tico o peg­gio un dema­gogo. Tut­ta­via, nes­suno di que­sti cri­tici ha fatto così tanto per la sini­stra e per la rivi­ta­liz­za­zione dell’ideale socia­li­sta come Chávez. Accu­sare Maduro di essere social­de­mo­cra­tico mi pare un’altra scioc­chezza. Vi sono di certo cose su cui si può dis­sen­tire o pen­sare che deb­bano essere acce­le­rate, com’è suc­cesso con Chávez. Può essere che il suo pro­filo non cor­ri­sponda a quel che secondo alcuni dovrebbe essere quello del per­fetto marxista-leninista, ma non è certo un bor­ghese, non solo per­ché è di ori­gine ope­raia, ma per­ché dal movi­mento ope­raio trae la sua visione del mondo e risponde alla classe a cui appar­tiene. Come dicevo prima, il cha­vi­smo attra­versa una crisi di cre­scita e un ricam­bio gene­ra­zio­nale, nei qua­dri diri­genti e nei mili­tanti, e que­sto sarà reso più visi­bile dalle pros­sime pri­ma­rie che pre­ve­dono almeno la metà di can­di­dati donne e gio­vani. Que­sto ricam­bio implica un mag­gior livello di matu­rità e tra­sver­sa­lità. Il cha­vi­smo sta adat­tando il discorso alle nuove realtà e alle domande. E nes­suna è più urgente di quella eco­no­mica. Più passa il tempo, più i danni e le sof­fe­renze aumentano.

Alcuni poli­tici delle destre, dete­nuti, sono in scio­pero della fame. Maduro è un dit­ta­tore che viola i diritti umani e che non deve rice­vere il pre­mio Fao come chiede una peti­zione?
La destra cerca di mani­po­lare il males­sere della popo­la­zione che non ha potuto capi­ta­liz­zare fino ad ora, come si è visto anche dalla scarsa par­te­ci­pa­zione alle pri­ma­rie interne. In mate­ria di diritti umani, il Vene­zuela non sta peg­gio dei paesi i cui governi l’accusano di vio­larli, ma anzi può dare lezioni. C’è chi indi­vi­dua piut­to­sto un pro­blema di las­si­smo, non di restri­zioni. A pro­po­sito di diritti: da noi è impen­sa­bile but­tare fuori casa qual­cuno che non può pagare l’affitto o il mutuo. E la Fao, un orga­ni­smo inter­na­zio­nale che non può certo essere con­si­de­rato “socia­li­sta” ha rico­no­sciuto che il Vene­zuela, nell’ultima decade, è il paese che più ha fatto sul piano del diritto all’alimentazione e con­tro la povertà. Quanto a Leo­poldo Lopez e altri dete­nuti si tratta di indi­vi­dui che sono andati in car­cere per vio­lenza, ter­ro­ri­smo, insur­re­zione armata e anche omi­cidi, non esat­ta­mente per reati di opi­nione, ma per delitti che ven­gono puniti in ogni parte del mondo. Nes­suno è in car­cere per quel che pensa o dice. Tutti godono dei diritti pro­ces­suali e umani, nes­suno viene tor­tu­rato. Se guar­diamo a quel che passa negli Stati uniti, in Colom­bia o in Mes­sico, si capi­sce di cosa stiamo par­lando. Pren­diamo il caso del Mes­sico: 43 stu­denti dete­nuti dalle forze armate e con­se­gnati ai nar­co­traf­fi­canti per­ché fos­sero tor­tu­rati e fatti scom­pa­rire. Se que­sto fosse suc­cesso in Vene­zuela ci avreb­bero invaso il giorno dopo in nome della demo­cra­zia e dei diritti umani. Invece, sic­come si tratta di un socio degli Stati uniti, tutti si vol­tano dall’altra parte.

Che fase sta attra­ver­sando l’America latina? A Panama, il Ver­tice delle Ame­ri­che si è stretto intorno a Cuba e Vene­zuela, ma die­tro le quinte non tutto qua­dra. La socia­li­sta Isa­bel Allende, figlia del pre­si­dente rove­sciato da Pino­chet appog­gia la causa dei gol­pi­sti vene­zue­lani…
Come ha detto il pre­si­dente dell’Ecuador, Rafael Cor­rea, in Ame­rica latina è in corso una cam­pa­gna restau­ra­trice: che si esprime sul piano poli­tico, come indica il ritorno in campo di ex pre­si­denti neo­li­be­ri­sti in tutto il con­ti­nente, e anche sul piano eco­no­mico. D’altra parte, il con­ti­nente sof­fre le con­se­guenze della reces­sione mon­diale, e anche quelle di non aver appro­fon­dito il cam­bia­mento fino a ridurre la dipen­denza e la vul­ne­ra­bi­lità, come per esem­pio si sarebbe potuto fare pun­tando di più sulla ricerca di una nuova archi­tet­tura finan­zia­ria. Poli­ti­ca­mente, il con­ti­nente ha gua­da­gnato dieci anni e un cam­bia­mento epo­cale che lascia intrav­ve­dere l’orizzonte del post-capitalismo. Quel che manca è una ulte­riore spinta ad avan­zare in que­sta dire­zione, e men­tre que­sto non si dà, si corre il rischio di retro­ce­dere. Le destre lo sanno e cer­cano di approfittarne.

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