Le donne siriane in trincea nella lotta al terrorismo

di Miguel Fernández Martínez – Prensa Latina

Le donne siriane sono sempre pronte a difendere la loro patria, la loro dignità e il loro onore, quindi, combattono il terrorismo in trincea accanto agli uomini, ha spiegato la tenente colonnello Siham Khadour.

Per questo ufficiale dell’esercito siriano dalla straripante bellezza e patriottismo, «la cosa più importante in questo momento è quella di lavorare in funzione della difesa del Paese, non ha importanza che sia uomo o donna, di fronte all’aggressione da respingere».

Prensa Latina ha parlato con la tenente colonnello presso la sede dello Stato Maggiore dell’esercito, sul ruolo delle donne in questi momenti cruciali, dove il paese arabo affronta  una guerra imposta che dura da più di quattro anni.

«La Siria è un paese che per secoli è stato il bersaglio di molti attacchi ed è in una prima linea di battaglia a causa della sua posizione geografica e delle sue prese di posizione nazionali pan-arabe per difendere la giuste cause della regione», ha affermato l’ufficiale siriano.

«Siamo sempre stati accanto agli uomini in guerra, dall’occupazione ottomana, attraverso la fase del colonialismo francese, il sionismo e il confronto ora nella guerra terroristica che ci viene imposta», ha aggiunto.

La divisa mimetica con le suoi grandi stelle d’oro sulle spalline, contrasta con la bellezza fisica di questa donna, orgogliosa e sicura.

«Non c’è differenza, perché la donna militare non ha mai perso la sua femminilità, perché quando è spinta a portare tuta mimetica, rimane bella e sensibile, dimostra di essere coraggiosa», ha sottolineato.

Confermo che non è un complimento, e mentre sorride, prosegue: «Indossare la divisa dell’esercito ci dà un maggior senso di responsabilità, e ci dà più fiducia in noi stesse».

«Le donne sono le più colpite durante la guerra perché si dice che siamo molto sensibili, e sentiamo un sacco di dolore quando perdiamo una persona cara, ma ciò non ci impedisce di mobilitarci per difendere la nostra terra, quando occorre».

«Anche se non sono militari, le donne siriane sono coraggiosi – ha insistito – possono essere la madre di un martire, o di diversi combattenti che si trovano in prima linea, o sorella o la moglie di un soldato, e sostenerli moralmente. In ogni modo, siamo molto importante nella società».

Inoltre, ha spiegato che, anche se alcune non possono portare armi per combattere, offrono un supporto logistico alle truppe, attraverso la preparazione di pasti, con le cure mediche, garantendo la lotta dalla retroguardia.

La lunga storia di resistenza nella lotta per le donne è diventato sempre più forte. «Dalla regina Zenobia di Palmira – afferma – e fino ad oggi, ci sono molti esempi di donne che hanno difeso il paese a fianco degli uomini».

«Nel corso della nostra storia di lotta aggiungiamo che le donne non hanno mai accettato di essere in seconda fila in qualsiasi attività, sia come un combattenti o come lavoratrici».

Inoltre, il colonnello Khadour ha precisato che in questi anni di aggressione terroristica contro la Siria le donne hanno voluto fortemente combattere accanto uomini in prima linea, e molte ragazze entrano nell’Accademia Militare.

«Oggi abbiamo donne cecchini, carristi, operatori di mitragliatrici, artiglieria e grazie alla formazione ricevuta, molte sono salite di grado nelle forze armate, alcune hanno ottenuto il grado di generale».

Khadour  ha affermato che il popolo siriano è orgoglioso quando vede le donne nel ruolo di soldato: «La gente ci guarda con apprezzamento, rispetto e orgoglio».

«Quando la donna siriana invita i suoi figli a combattere, non dicono di no, e se viene confermato che uno di loro è caduto in battaglia piuttosto che essere triste, è orgogliosa perché ha dato la sua vita per il suo paese, e quindi incoraggia altri per continuare a lottare»

«Siamo un popolo che ha sofferto molto nel corso della storia a causa di attacchi e aggressioni esterne, ma non siamo mai stati sconfitti e non lo saremo nemmeno questa volta, e noi donne saremo lì, a celebrare la vittoria».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Kayali: «Sconfitta Erdogan è anche merito di Ocalan amico della Siria»

asdfda ‎المقاومـة السوريـة

Ali Kayali, Comandante della resistenza siriana, formazione guerrigliera marxista in supporto all’esercito arabo siriano, ha commentato le elezioni parlamentari turche, segnate dalla sconfitta di Erdogan e del suo partito l’AKP che non ha ottenuto la maggioranza assoluta per modificare la costituzione. Secondo il compagno Kayali «i popoli della Turchia hanno scelto la libertà, con la loro spontanea volontà hanno deciso di tenere a freno questo Dittatore sanguinario che massacrò il suo popolo e tuttora in nome del sionismo e dei retrogradi delle monarchie del golfo, uccide il popolo arabo della Siria servendosi di criminali internazionali provenienti da ogni parte del mondo». Ed ha aggiunto: «Queste elezioni sono una vittoria per i popoli oppressi in Turchia soprattutto, prima di essere una Vittoria di un partito di opposizione, curdi e arabi e altre minoranze hanno deciso di dare la loro voce a favore del Partito Democratico popolare. Questo è ciò che è emerso dallo sforzo dei ragazzi curdi guidati da Abdullah Ocalan, e così a nome mio, Ali Kayali, e a nome dei miei compagni del Fronte Popolare per la Liberazione di Iskenderun – Resistenza siriana,  ringrazio e saluto il mio compagno di lotta Abdullah Ocalan, questo eroe che è stato in grado di piegare la dittatura al potere in Turchia e le sue istituzioni ingiuste dalla sua cella dove è tuttora prigioniero».

saddssKayali su Ocalan, ha precisato: «Questo eroe è un amico della Siria dal primo giorno in cui l’ho conosciuto e fino ad ora. Questo uomo che ha sempre amato il popolo siriano era ed è un suo sostenitore e delle sue cause giuste contro la tirannide della dominazione turca. Oggi per fermare la dittatura oppressiva in Turchia ha avuto un ruolo importante». Ed ha poi concluso: «Noi della resistenza siriana rendiamo omaggio al vecchio e nuovo amico della Siria, in occasione della sconfitta del governo sanguinario ottomano del dittatore Erdogan e del suo gruppo criminale»

[Trad. dall’arabo per ALBAinformazione di Laila Mousa]

Fame zero, la Fao premia Caracas

di Geraldina Colotti – il manifesto

Venezuela. Intervista a Luis Salas Rodriguez, del Centro strategico latinoamericano

6giu2015.- Luis Salas Rodrí­guez è diret­tore del Cen­tro studi di eco­no­mia poli­tica dell’Università boli­va­riana del Vene­zuela, apprez­zato per le sue ana­lisi e i suoi studi a livello inter­na­zio­nale anche all’interno del Celag, il Cen­tro Estra­te­gico Lati­noa­me­ri­cano de Geo­po­li­tica. Con lui abbiamo discusso della situa­zione poli­tica in Vene­zuela nel qua­dro lati­noa­me­ri­cano, a ridosso della visita in Ita­lia del pre­si­dente Nico­lás Maduro, per rice­vere un pre­mio dalla Fao.

Pro­fes­sore, il Vene­zuela è sull’orlo di un col­lasso eco­no­mico e a rischio di guerra civile?
Biso­gna guar­dare in fac­cia il pro­blema: è in corso una guerra eco­no­mica, diretta dai poteri nazio­nali e trans­na­zio­nali che cer­cano di farla finita con il pro­getto di cam­bia­mento in corso. Impo­nendo di fatto un blocco eco­no­mico, vogliono otte­nere una resa per fame, e minare il morale della popo­la­zione. Non è una tat­tica nuova, ma costante negli ultimi 16 anni. La dif­fe­renza, oggi, è nell’intensità e nella durata.

Secondo la Fao, il paese è tutt’altro che affa­mato, però i pro­blemi ci sono.
Le ragioni si situano in parte nella fase di tran­si­zione che sta attra­ver­sando il cha­vi­smo dopo la morte del pre­sidente Chávez. Quando Chávez è scom­parso, il governo si appre­stava a met­tere in pra­tica quello che il Coman­dante aveva sin­te­tiz­zato nel “Golpe de timon”, una ster­zata che avrebbe spinto in avanti le riforme: verso il con­trollo del com­mer­cio spe­cu­la­tivo e verso la demo­cra­tiz­za­zione dell’apparato pro­dut­tivo che è ancora troppo mono­po­liz­zato, car­tel­liz­zato e pilo­tato a livello trans­na­zio­nale. Chávez lo aveva annun­ciato qual­che giorno prima di recarsi a Cuba per un nuovo ciclo di tera­pia con­tro il can­cro che poi se lo è por­tato via. Di fronte a una simile pro­spet­tiva, la destra eco­no­mica den­tro e fuori il paese, ha rea­gito. La forte spinta per il ritorno al dol­laro si inqua­dra in que­sta stra­te­gia. Si tratta, per così dire, del fronte esterno della guerra eco­no­mica unito alla spe­cu­la­zione per la caduta del prezzo del petrolio.

Alcune aree all’interno del cha­vi­smo sono però for­te­mente cri­ti­che verso la poli­tica del governo. Ora Marea Socia­li­sta cerca di capi­ta­liz­zare lo scon­tento e si pre­senta da sola alle pros­sime par­la­men­tari. Che sta suc­ce­dendo?
E’ dif­fi­cile dare un giu­di­zio secco su Marea Socia­li­sta. In parte rap­pre­senta un risul­tato non desi­de­rato ma pre­ve­di­bile data l’eterogenea con­for­ma­zione del cha­vi­smo. Ma credo sia anche la con­se­guenza di un cam­bia­mento gene­ra­zio­nale nella dire­zione del pro­cesso rivo­lu­zio­na­rio, e un coa­cervo di vel­leità nar­ci­si­sti­che non risolte. Marea è un sacco pieno di gatti, nel senso che oltre a essere una for­ma­zione ete­ro­ge­nea risponde a un’amalgama di inte­ressi e visioni la cui unica ragione sem­bra quella di opporsi alla lea­der­ship del pre­si­dente Maduro. A que­sto fine stru­men­ta­lizza pro­blemi che sono indub­bia­mente impor­tanti. Tutti siamo d’accordo a com­bat­tere la cor­ru­zione che si annida negli orga­ni­smi dello stato, pen­siamo tutti che debba esserci più dibat­tito in deter­mi­nate aree. Però que­sto è una cosa, l’altra è pian­tare una tenda a parte in un momento com­plesso come quello attuale. Come minimo è man­canza di chia­rezza…
Il cha­vi­smo ha scom­pa­gi­nato l’arco dei par­titi tra­di­zio­nali esi­stenti durante la IV Repub­blica, ricon­fi­gu­rando in base al “socia­li­smo boli­va­riano” le tra­di­zio­nali cate­go­rie di destra e sini­stra. Come stanno le cose adesso?

Una fetta della sini­stra interna accusa Maduro di per­se­guire un pro­getto social­de­mo­cra­tico.
Il cha­vi­smo ha pro­po­sto una piat­ta­forma ampia e uno spa­zio che ha reso pos­si­bile il ritorno della poli­tica dopo l’epoca oscura dell’antipolitica. Den­tro, ha però­sem­pre pre­do­mi­nato la sini­stra nelle sue dif­fe­renti sfu­ma­ture. Lo stesso Chávez si defi­niva socia­li­sta e ha impresso que­sto carat­tere alla rivo­lu­zione boli­va­riana, anche se non si è mai dichia­rato marxista-leninista. Que­sto gli è valso la cri­tica dei set­tori più orto­dossi, che lo hanno accu­sato di essere un pic­colo bor­ghese roman­tico o peg­gio un dema­gogo. Tut­ta­via, nes­suno di que­sti cri­tici ha fatto così tanto per la sini­stra e per la rivi­ta­liz­za­zione dell’ideale socia­li­sta come Chávez. Accu­sare Maduro di essere social­de­mo­cra­tico mi pare un’altra scioc­chezza. Vi sono di certo cose su cui si può dis­sen­tire o pen­sare che deb­bano essere acce­le­rate, com’è suc­cesso con Chávez. Può essere che il suo pro­filo non cor­ri­sponda a quel che secondo alcuni dovrebbe essere quello del per­fetto marxista-leninista, ma non è certo un bor­ghese, non solo per­ché è di ori­gine ope­raia, ma per­ché dal movi­mento ope­raio trae la sua visione del mondo e risponde alla classe a cui appar­tiene. Come dicevo prima, il cha­vi­smo attra­versa una crisi di cre­scita e un ricam­bio gene­ra­zio­nale, nei qua­dri diri­genti e nei mili­tanti, e que­sto sarà reso più visi­bile dalle pros­sime pri­ma­rie che pre­ve­dono almeno la metà di can­di­dati donne e gio­vani. Que­sto ricam­bio implica un mag­gior livello di matu­rità e tra­sver­sa­lità. Il cha­vi­smo sta adat­tando il discorso alle nuove realtà e alle domande. E nes­suna è più urgente di quella eco­no­mica. Più passa il tempo, più i danni e le sof­fe­renze aumentano.

Alcuni poli­tici delle destre, dete­nuti, sono in scio­pero della fame. Maduro è un dit­ta­tore che viola i diritti umani e che non deve rice­vere il pre­mio Fao come chiede una peti­zione?
La destra cerca di mani­po­lare il males­sere della popo­la­zione che non ha potuto capi­ta­liz­zare fino ad ora, come si è visto anche dalla scarsa par­te­ci­pa­zione alle pri­ma­rie interne. In mate­ria di diritti umani, il Vene­zuela non sta peg­gio dei paesi i cui governi l’accusano di vio­larli, ma anzi può dare lezioni. C’è chi indi­vi­dua piut­to­sto un pro­blema di las­si­smo, non di restri­zioni. A pro­po­sito di diritti: da noi è impen­sa­bile but­tare fuori casa qual­cuno che non può pagare l’affitto o il mutuo. E la Fao, un orga­ni­smo inter­na­zio­nale che non può certo essere con­si­de­rato “socia­li­sta” ha rico­no­sciuto che il Vene­zuela, nell’ultima decade, è il paese che più ha fatto sul piano del diritto all’alimentazione e con­tro la povertà. Quanto a Leo­poldo Lopez e altri dete­nuti si tratta di indi­vi­dui che sono andati in car­cere per vio­lenza, ter­ro­ri­smo, insur­re­zione armata e anche omi­cidi, non esat­ta­mente per reati di opi­nione, ma per delitti che ven­gono puniti in ogni parte del mondo. Nes­suno è in car­cere per quel che pensa o dice. Tutti godono dei diritti pro­ces­suali e umani, nes­suno viene tor­tu­rato. Se guar­diamo a quel che passa negli Stati uniti, in Colom­bia o in Mes­sico, si capi­sce di cosa stiamo par­lando. Pren­diamo il caso del Mes­sico: 43 stu­denti dete­nuti dalle forze armate e con­se­gnati ai nar­co­traf­fi­canti per­ché fos­sero tor­tu­rati e fatti scom­pa­rire. Se que­sto fosse suc­cesso in Vene­zuela ci avreb­bero invaso il giorno dopo in nome della demo­cra­zia e dei diritti umani. Invece, sic­come si tratta di un socio degli Stati uniti, tutti si vol­tano dall’altra parte.

Che fase sta attra­ver­sando l’America latina? A Panama, il Ver­tice delle Ame­ri­che si è stretto intorno a Cuba e Vene­zuela, ma die­tro le quinte non tutto qua­dra. La socia­li­sta Isa­bel Allende, figlia del pre­si­dente rove­sciato da Pino­chet appog­gia la causa dei gol­pi­sti vene­zue­lani…
Come ha detto il pre­si­dente dell’Ecuador, Rafael Cor­rea, in Ame­rica latina è in corso una cam­pa­gna restau­ra­trice: che si esprime sul piano poli­tico, come indica il ritorno in campo di ex pre­si­denti neo­li­be­ri­sti in tutto il con­ti­nente, e anche sul piano eco­no­mico. D’altra parte, il con­ti­nente sof­fre le con­se­guenze della reces­sione mon­diale, e anche quelle di non aver appro­fon­dito il cam­bia­mento fino a ridurre la dipen­denza e la vul­ne­ra­bi­lità, come per esem­pio si sarebbe potuto fare pun­tando di più sulla ricerca di una nuova archi­tet­tura finan­zia­ria. Poli­ti­ca­mente, il con­ti­nente ha gua­da­gnato dieci anni e un cam­bia­mento epo­cale che lascia intrav­ve­dere l’orizzonte del post-capitalismo. Quel che manca è una ulte­riore spinta ad avan­zare in que­sta dire­zione, e men­tre que­sto non si dà, si corre il rischio di retro­ce­dere. Le destre lo sanno e cer­cano di approfittarne.

Análisis de Entorno Situacional Político (8jun2015)

por Néstor Francia 

Lunes 08 de junio de 2015

– Capacidad de presión y estupidez como arma política

– Virosis presidencial y suspensión de viaje a Roma

– ¿Miedo al Papa?

– El Papa llevado al nivel de la aberrada jerarquía católica criolla

– Torrealba y la EuroLat

– Brutal presión sobre el Papa

– Urosa, Lückert, vigilias, “Huelguistas”, Capriles, Club de Madrid, HRW

– El Papa en aprietos, no Nicolás

– El virus: tremenda gauchada al Papa Francisco

Un importante hecho acaecido a fines de la pasada semana, refleja dos cosas: una, la notable capacidad de presión que demuestra la ultraderecha nacional e internacional, entregada en cuerpo y alma a la conspiración contra Nicolás Maduro y la Revolución Bolivariana; otra, cómo la estupidez puede ser considerada un arma política por sus perpetradores, sobre todo cuando va dirigida a sus fanáticos seguidores, tanto o más estúpidos que ellos. El hecho en cuestión es la suspensión del viaje del presidente Maduro a Roma.

La razón que esgrimió el Presidente fue que el médico le prohibió volar debido a una fuerte virosis que le habría afectado. Nosotros no tenemos por qué no creerle, aunque tampoco podemos estar seguros de que sea esa la causa, ya que en política decir toda la verdad no es siempre lo más conveniente.

Ahora bien, mucho menos plausible es el estúpido argumento de la oposición de que Maduro no viajó a Roma porque tenía miedo de lo que podía decirle el Papa. Esto es una ofensa sobre todo para el Pontífice, a quien ponen como un hombre de tan poco tacto y tan aberrada condición política como los mastodontes de la jerarquía católica criolla. El Papa Francisco ha demostrado sobradamente que es un hombre tolerante de las ideas ajenas y además que entiende bien la discreción que merece su investidura. Es claro que la reunión con Maduro iba a ser privada, sin declaraciones oficiales del Vaticano, como suele suceder.

Distintos voceros de la derecha coincidieron en la señalada estupidez. Vicente García, uno de dos concejales fascistas que montaron un show de “huelga de hambre” en Roma en vísperas del viaje presidencial, declaró que “Tenemos muy claro que Nicolás Maduro tiene miedo al Papa y es por eso que ha decidido no asistir, inventándose un virus que llamamos el virus de la libertad… Maduro está ahora mismo sacando una excusa para no afrontar la realidad y que el Papa le diga su verdad en la cara”.

Por su parte, el secretario general de la MUD, el inefable Chuo Torrealba, expresó que la suspensión del viaje “es un nuevo fracaso diplomático de un régimen tóxico e impresentable, aislado y desprestigiado. Cuesta mucho creer que un hombre tan ‘patacaliente’, que se la pasa montado en un avión para ir a La Habana, Moscú o la Muralla China, esgrima excusas tan lamentables… Si fue por miedo a lo que se iba a encontrar allá, o miedo por lo que iba a dejar aquí, la suspensión del viaje retrata a un régimen precario”. Qué mala pata la de estos señores: cada vez que dicen que Venezuela está aislada, hay un hecho contundente que los desmiente: el sábado, los miembros de la Asamblea Parlamentaria Euro-Latinoamericana (EuroLat) no consiguieron aprobar una declaración política unitaria, que sería remitida a los líderes de ambas regiones en la cumbre UE-CELAC de esta semana, debido a las discrepancias respecto a Venezuela. Los parlamentarios latinoamericanos no aceptaron incluir ninguna mención a Venezuela en el texto político y los europeos rechazaron firmar una declaración sin hacer referencia a nuestro país, razón por la que no pudo concluirse el texto, según explicaron en rueda de prensa los copresidentes de Eurolat, el español Ramón Jáuregui y el salvadoreño José Leonel Vázquez Búcaro. Mientras que la mayoría de los parlamentarios europeos (que son declaradamente de derechas) quieren presionar al Gobierno del presidente Nicolás Maduro en torno al tema de los “derechos” humanos”, los miembros latinoamericanos de Eurolat defendieron el principio de no injerencia de los poderosos en los asuntos internos del país.

Según Lilian Tintori, “Queda claro que Su Santidad el Papa entiende la crisis de Venezuela y que le iba a pedir a Maduro que liberara los presos políticos, por eso no fue”.

Mientras que Freddy Guevara, coordinador nacional adjunto de Voluntad Popular, el partido fascista de Leopoldo López, afirmó que “Así sería de fructífera la petición de Leopoldo López y Daniel Ceballos con la huelga de hambre, que Maduro no asistió a su reunión con el Papa Francisco porque sabía que le iba a pedir que liberara a nuestros presos políticos”.

Ahora bien, si acaso hubo la suspensión de la reunión en Roma por petición deuna de las partes, esa sería la parte del Vaticano, dada la brutal presión que se pretendió ejercer sobre el Papa para que condenara a Venezuela. El “Vicario de Cristo” tenía muchas más razones para estar preocupado que Nicolás Maduro.

Las presiones sobre el Papa vinieron de factores de esta gran conspiración tanto internos como externos. En Venezuela hubo las declaraciones del Cardenal Urosa poniéndose abiertamente del lado de los fascistas, además de que los fariseos de la Conferencia Episcopal enviaron a Roma al canallesco cura Roberto Lückert, como una avanzada para calentarle los oídos al Papa contra Maduro. Entretanto, Tintori y compañía ensayaban vigilias y beaterías en alguna iglesia caraqueña. También el decadente Henrique Capriles Radonski escribió su “Carta a Su Santidad” para denostar al presidente Maduro y a la Revolución. Y ya señalamos a los dos concejales fascistas que están en “huelga de hambre” en la capital italiana.

Se pronunció igualmente el Club de Madrid, muy activo últimamente contra Venezuela. La organización injerencista conformada por 107 ex presidentes neoliberales y pro imperialistas, afirmó que el papa Francisco, “en su enérgica defensa de la dignidad humana”, tenía que pedir al presidente venezolano Nicolás Maduro “la liberación de los presos políticos” durante el encuentro que se realizaría ayer. El Club dijo esto en una misiva que envió al Papa, en la que además pidió al Pontífice que “esta oportunidad histórica” sirva para “impulsar la reconciliación” en defensa de los derechos humanos y para la “democracia en Venezuela”.

Por su parte, el conocido parapeto imperialista conocido como Human Rights Watch pidió al Papa que durante la reunión que sostendría el fin de semana con el presidente de Venezuela en el Vaticano, intercediera por los “presos políticos” y exigiera su “liberación inmediata e incondicional”. En una carta firmada por el director para las Américas de HRW, el rabioso antichavista José Miguel Vivanco, la organización comunica al papa su “profunda preocupación” por la situación de los “derechos humanos” en Venezuela y el “arbitrario encarcelamiento” de opositores políticos. En la misma misiva, Vivanco añadió que “En el último año, las autoridades venezolanas han utilizado abusivamente el sistema judicial para detener y perseguir penalmente de forma arbitraria a importantes opositores políticos”. Vivanco solicitó también al Papa Francisco que durante la reunión con Maduro le planteara otros asuntos como “la ausencia de rendición de cuentas, la falta de independencia judicial o la crisis en el sistema de salud”. Además, el puñetero sujeto asevera en su comunicación que HRW considera que “el Gobierno debería disponer la liberación de todos los presos políticos, llevar ante la justicia a los responsables de abusos contra manifestantes pacíficos y adoptar medidas para restablecer la independencia del poder judicial” y también que “las autoridades venezolanas deberían adoptar medidas para garantizar un suministro suficiente de medicamentos e insumos básicos para atender las necesidades inmediatas de la población y supervisar su distribución”. Esta es, de pe a pa, la agenda de la oposición venezolana.

Como se ve claramente, si alguien estaba en serios aprietos para esta reunión, era el Papa y no Nicolás Maduro. La derecha no pudo lograr que el Papa terminará condenando a Maduro, pero tal vez sí alcanzó otro posible objetivo: que ante todas estas presiones, Francisco se sintiera entre la espada y la pared, y decidiera solicitar al Presidente, por vías diplomáticas, que le hiciera el favor de suspender la reunión ¿Cómo iba a hacer el Papa para pasar por debajo de la mesa tras la reunión con Maduro, después de todas estas presiones? ¿Cómo habría de actuar para no acabar con su imagen de líder conciliador, tolerante, imparcial y discreto? ¿Y cómo podía rayarse ante la unanimidad de Latinoamérica (su región de origen) en su respaldo a Venezuela?

Ahora, si es cierto lo de la gripe presidencial, entonces el virus le hizo tremenda gauchada al acosado Papa Francisco.

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