Il nazionalismo scozzese smonta il bipolarismo

sturgeon

di Achille Lollo*, da Roma per il Correio da Cidadania

19mag2015.- In un paese come il Regno Unito, con una popolazione di quasi 65 milioni che mette insieme, con difficoltà, i popoli di Gran Bretagna, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, appena il 66% (30 milioni) di elettori sono andati a votare il giorno 7 maggio, disarticolando completamente il tradizionale sistema maggioritario assoluto “First-Past The Post”, oltre a provocare erronee previsioni in tutti i centri di ricerca e, conseguentemente, nei principali organi di stampa dei media main-stream.  Infatti, il principale giornale britannico, The Sun, che pubblica quotidianamente 3,1 milioni di copie, rappresentando un formidabile strumento di pressione (forse sarebbe meglio parlare di strumento di manipolazione), prevedeva la sconfitta del partito nazionalista scozzese (Scottish National Party – SNP), l’effettivo ridimensionamento del partito xenofobo e anti-europeo, lo UK Independence Party – UKP – e il ritorno del bipolarismo politico, con la disputa tra i conservatori e i laburisti.

Da parte sua, il giornale “della destra eccellente”, The Daily Telegraph, come anche il Financial Times, più conosciuto per essere la voce del mercato, davano per certa l’affermazione del partito Liberal-Democratico (PLD) di Nick Clegg, come nel 2010, ammettendo una sensibile crescita dello UKP, in funzione del ruolo politico di Nigel Farange, presentato come il nuovo leader capace di oscurare le dirigenze del partito conservatore “Tory” e, soprattutto, del partito laburista, il Labour Party.

Più realiste sono state le analisi di The Guardian (liberal-progressista), che presentavano una corretta interpretazione dell’assenza di un grande leader nel partito conservatore, pur passando sotto silenzio i motivi della crisi ideologica del partito Laburista (Labour Party) e sbagliando tutto, o quasi tutto, sulle possibili risposte degli elettori che, nel 2010, avevano votato per questo partito. In questo sfacelo di previsioni, i media main-stream screditavano completamente i piccoli partiti, come lo SNP scozzese, l’autonomista Plaid Cymrv di Learne Wood e il Green Party (Partido Verde) della combattiva Natalie Bennett.

Fine del bipolarismo politico

Nel Regno Unito, il sistema elettorale premia chi prende più voti in ogni distretto elettorale. Per questo, durante quasi un secolo, la classe politica e l’attività parlamentare sono state determinate dalla famosa “alternanza politica nella Camera Bassa di Westminster”, dove, normalmente, dopo ogni due governi conservatori, si avevano due governi degli oppositori laburisti. È bene ricordare che la Camera Alta non assomiglia a un Senato, ma piuttosto a una istituzione della nobiltà, dove siedono solamente i Lords Spirituali (i vescovi della Chiesa di Inghilterra) e i Lords Temporali (i rappresentanti dell’aristocrazia), che non sono eletti, ma sono designati dalla regina e, per questo, hanno poteri estremamente ridotti. Per questo, tutte le questioni politiche dello Stato e della Nazione sono dibattute e decise principalmente dai parlamentari della Camera Bassa.

Dal 2000, i laburisti tentano di argomentare una riforma elettorale. Un progetto che, adesso, è diventato necessario e urgente, dal momento che una buona parte degli elettori – come nel 2010 – ha creduto nelle proposte e nei progetti dei piccoli partiti, determinando la fine del bipolarismo e, conseguentemente, l’inapplicabilità del tradizionale sistema elettorale “First-Past The Post”, in uso dai tempi di Churchill.

In questo contesto, il partito Conservatore (i Tories) di David Cameron è cresciuto appena dello 0,8%, in relazione alle elezioni del 2010. Anche così, il sistema elettorale lo ha premiato, eleggendo 331 parlamentari (24 più che nel 2010), in funzione della bassa percentuale di elettori (30%) e della dispersione dei voti, più distribuiti tra i piccoli partiti, in particolare lo SNP scozzese, il partito di destra UKP, il Plaid Cymrv e il Partito dei Verdi. Una realtà che ha alimentato il rifiuto elettorale di molti politici importanti, per esempio: la ministra del Lavoro Esther Mcvey (numero tre del Partito Conservatore), e quattro ministri, Vince Cable, Danny Alexandre, Simon Hugues e Ed Davey, tutti del partito Liberal-Democratico.

A questo proposito, bisogna chiarire che il partito Liberal-Democratico (PLD) di Nick Clegg, nel 2010, ha sorpreso tutti, conquistando notorietà con il 23% dei suffragi, il che gli ha permesso di entrare trionfalmente a Westminster con 57 parlamentari e obbligare il leader dei conservatori, David Cameron, a fare un governo di coalizione con i liberal-democratici. Invece, nelle elezioni del 2015, gli elettori hanno punito in maniera esemplare il PLD, per aver promesso “mari e monti”. Una punizione che è stata brutale nei vari distretti della Gran Bretagna, dove il PLD ha perso 37 parlamentari, perché i suoi elettori hanno votato in massa i candidati del Partito Conservatore. Una opzione che non ha logica, dal momento che il PLD e i Conservatori erano insieme al governo e le promesse di Nick Clegg, teoricamente, tendevano a sminuire le misure dello stesso governo.

Una contraddizione che evidenzia ancora di più gli effetti di questo “tsunami elettorale”, se consideriamo che perfino il leader del Partito Liberal-Democratico, Nick Clegg, è stato sconfitto nel suo distretto storico, Sheffield-Hallam, che è stato inghiottito dai conservatori. Una sconfitta che ha obbligato Nick Clegg a presentare le dimissioni dal partito.

 

Il liberalismo sociale ha perso la direzione

Dopo nove anni di effettiva predominanza politica, il Partito Laburista (Labour Party) – controllato dagli uomini della corrente di Tony Blair, il New Labour – non è riuscito più a dinamizzare le teorie della “Terza Via”, lasciando, così, il potere nelle mani dei conservatori, che sono tornati a mettere mano al Welfare State (Stato del Benessere) per pareggiare i bilanci.

Bisogna ricordare che, in termini politici, i governi conservatori hanno presentato poche differenze in relazione ai precedenti laburisti. Per esempio, la decisione belligerante dell’attuale primo-ministro conservatore, Cameron, di attaccare la Libia per abbattere Gheddafi è stata simile a quella presa da Tony Blair quando, insieme agli USA, ha deciso di disarticolare la Federazione Jugoslava e, poi, distruggere l’Iraq, per porre fine al regime di Saddam Hussein. Tutte le decisioni geo-strategiche ed economiche dei conservatori e dei laburisti hanno sempre difeso gli interessi “globali” della Glaxo Smith Kline, dell’Astra Zeneca (settore chimico), della Briths Petroleum (gas e petrolio), della Roll-Royce (motori per aerei), come anche dei gruppi finanziari (HSBS, che è la maggiore banca del mondo), della Barclais Bank, della Royal Bank of Scotland, etc. etc.

Pertanto, quando gli elettori laburisti hanno capito che la promessa conciliazione tra capitalismo e socialismo democratico, in realtà, era un’altra impalcatura teorica per fare quello di cui il mercato aveva bisogno per mantenere i suoi margini di profitto (privatizzazioni, precarizzazioni, tagli di bilancio, riduzione dei diritti etc., etc.), allora gli elettori del Labour Party, in particolare quelli che rappresentavano la Left of Labour (sinistra), hanno cominciato a emigrare verso i movimenti, i partiti ambientalisti e il nazionalismo progressista scozzese.

In queste elezioni, il Labour Party, a livello nazionale, è cresciuto appena del 1,5%, raggiungendo il 30,4% dei suffragi, riducendo il numero di parlamentari eletti da 257 a 232. Tuttavia, se non fosse per il successo che il Labour ha ottenuto nel Paese del Galles e, in particolare, nella capitale Cardiff, la sconfitta sarebbe stata maggiore, dal momento che, in Scozia, i laburisti non hanno eletto 39 parlamentari, tra i quali lo storico leader del laburismo scozzese, Jim Murphy, e ancora due dirigenti nazionali, Ed Balls e Douglas Alexander, molto legati al leader Ed Milliband.

Questi, in seguito alla sconfitta elettorale del 7 maggio, ha rassegnato le dimissioni, creando ancora più incertezza in seno al partito. In pratica, oggi, la dirigenza del partito rivela una disputa interna accanita tra gli “storici” Yvette Cooper, portavoce delle istanze nazionali del partito, e Andy Burnham, leader del settore della salute, e i nuovi aspiranti, Chuka Umunna e Liz Kendall. Candidati che sono espressione dei differenti gruppi in contesa per il controllo del partito, ma che, in termini di proposte politiche, non rappresentano niente di nuovo!

Il nazionalismo progressista scozzese

La “Dama Rossa di Glasgow”, Nicola Sturgeon, ha soppiantato il leader laburista scozzese Jim Murphy, che nel 2014 ha diretto la campagna “Better Together” (Meglio Insieme), con la quale il Partito Laburista (Labour Party) ha partecipato al referendum indipendentista richiesto dal leader dello Scottish National Party, Alex Salmond.

Una “vittoria di Pirro”, che ha significato, da un lato, la fine politica del giovane segretario del Partito Laburista, Edward Samuel Milliband, e, dall’altro, ha qualificato, in termini politici, l’uscita dei laburisti scozzesi dal Labour, una volta che non si riconoscevano più nel “liberalismo sociale” di Tony Blair e, poi, di Gordon Brown. Per questo, la decisione di Edward Samuel Milliband di contrastare le tensioni indipendentiste degli Scozzesi è stata la goccia che ha ha fatto traboccare il vaso e ha fatto implodere il Partito Laburista (Labour Party) in Scozia.

È in questo contesto che si è affermata la dirigenza di Nicola Sturgeon, che si è convertita nella nuova leader del nazionalismo progressista scozzese, assumendo, nel 2014, la direzione dello SNP (Scottish National Party), dando al partito una dimensione politica effettivamente socialdemocratica, oltre ad assumere vari impegni politici che i laburisti hanno sempre rifiutato. Per esempio, con Nicola Sturgeon, lo SNP si è dichiarato contrario all’adesione della Scozia alla NATO, accettando di rimanere nell’Unione Europea e mantenendo, così, in piedi, l’Euro.

Tuttavia, lo choc politico che si è registrato tra lo SNP e il Labour Party ha avuto luogo nelle questioni economiche e sociali. Infatti, il laburista Edward Samuel Milliband ha tentato di cooptare gli elettori scozzesi con la retorica promessa di ricostruzione del Welfare State (Benessere Sociale). Ma, a Glasgow e a Edimburgo, nessuno lo ha creduto, anche perché la “Dama Rossa”, Nicola Sturgeon, ha formulato una serie di proposte politiche ed economiche che conquistavano il cuore e le menti del 90% dei laburisti scozzesi.

Uno scenario nel quale lo SNP si è trasformato, rapidamente, nel partito maggioritario in Scozia e, per questo, nelle elezioni legislative del 7 maggio, ha eletto 56 parlamentari sui 59 che il sistema elettorale destina alla Scozia nel Parlamento nazionale di Westminster. Bisogna ricordare che questo successo è stato determinato dall’emigrazione politica dei laburisti scozzesi verso lo SNP. In termini di matematica elettorale, questo significa che il Labour Party ha perso 39 parlamentari.

Nella stessa maniera degli altri partiti indipendentisti europei (tranne quello italiano della Lega Nord, autenticamente razzista e di estrema destra), lo Scottish National Party, sotto la dirigenza di Alex Salmond e, adesso, di Nicola Sturgeon, ha scommesso sulla “social-democrazia progressista”. Per questo, la sua piattaforma partitica è a favore del disarmo e contro l’uso dell’energia nucleare. Chiede più controlli fiscali e una tassazione proporzionale secondo il grado di ricchezza. Esige una migliore e più differenziata distribuzione della ricchezza nazionale, tenendo conto che, nel Mar della Scozia, ci sono importanti giacimenti di gas e petrolio e che la città di Edimburgo è diventato un importante centro finanziario di ambito europeo, grazie all’espansione del Royal Bank of Scotland Group.

Elementi che Nicola Sturgeon ha fatto questione di veicolare tra gli Scozzesi, non solo per vincere le elezioni, ma, soprattutto, per qualificare il progetto indipendentista scozzese, sulla base del quale dovrà essere bandita la povertà, permettendo a tutti di frequentare gli studi superiore nelle università pubbliche.

Il successo politico e elettorale dello SNP è un segnale che, nel Regno Unito, il sistema politico sta vivendo un’acuta fase di transizione. Infatti, questa è stata l’ultima volta nella quale i conservatori sono riusciti a sfruttare la paura e la tipica indecisione dei Little Englanders (i piccoli inglesi), cioè, la classe media della Gran Bretagna, del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord, che si sentono “inglesi” solamente quando il governo di Londra gli procura un minimo stato di benessere.

Il prossimo anno, il governo conservatore di David Cameron dovrà aver concluso la riforma costituzionale che istituzionalizza la definitiva autonomia dei governi regionali, per, poi, già alla fine del 2016, realizzare il referendum “BREXIT”, con il quale gli elettori britannici, gallesi, scozzesi e irlandesi del nord dovranno decidere se il Regno Unito deve restare nell’Unione Europea e in quale misura.

In sostanza, il conservatore David Cameron crede di poter vincere questo referendum, per fare una specie di ricatto ai tecnocrati dell’Unione Europea, per ottenere da loro un trattamento differenziato in termini finanziari ed economici. Al di là di questo, il governo dovrà presentare un progetto di legge per modificare il sistema elettorale “First-Past The Post”, dal momento che il bipolarismo politico tra conservatori e laburisti è morto in queste elezioni e che, nel futuro, la completa autonomia politica della Gran Bretagna, del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord esigerà un sistema elettorale differenziato e tendenzialmente federalista.

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania.

 

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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