La arrogancia del poder y los niños

PADRE-E-HIJA-guerrillera.jpgpor Carlos Antonio Lozada

Al momento de comenzar a escribir esta nota son las 15:30 horas del viernes 22 de mayo de 2015 y desde La Habana, Cuba, ciudad que acoge las delegaciones de paz del gobierno colombiano y de las FARC-EP, hace tan solo 4 horas nos vimos obligados a declarar la suspensión de cese al fuego unilateral e indefinido como consecuencia del bombardeo en el que fueron masacrados 26 guerrilleros y dos más fueron capturados heridos.

8 días antes, el día 15 de mayo, en horas de la madrugada, partimos en 2 aviones desde el aeropuerto José Martí de La Habana, 6 integrantes de las FARC-EP rumbo a Colombia. La misión: visitar en el terreno, en los departamentos de Antioquia y los límites de Meta y Caquetá, las unidades guerrilleras que operan en esas áreas para explicar a los mandos y combatientes los avances del proceso de paz y los procedimientos a seguir en desarrollo del acuerdo sobre descontaminación del territorio de artefactos explosivos.

Carlos-Antonio-lozada.jpgDurante 5 días permanecimos en los campamentos, compartiendo con nuestros camaradas del alma, los pormenores del proceso y tratando de responder sus inquietudes acerca de lo que puede llegar a ser la realidad de una Colombia sin guerra. Como es de suponer, son muchos los interrogantes que tienen los guerrilleros al respecto; así que fueron 5 días de intenso pero gratificante trabajo, recompensado con creces con profundos abrazos, apretones de mano e infinitas expresiones de afecto y camaradería.Tampoco faltaron los sabores propios de la cocina guerrillera, tan entrañables a nuestro paladar.

Los pobladores de ese rincón de Colombia, donde las Sabanas del Yarí se encuentran con la espesura de la selva, alertados de nuestra presencia por la llegada del helicóptero y enterados de que en 5 días estaríamos de regreso, no dudaron en preparar un sencillo pero significativo acto de recibimiento y despedida a los delegados guerrilleros y de los países garantes, Cuba y Noruega; del CICR y del gobierno nacional.

Un cerrado aplauso recibe los delegados que llegan a recogernos el día 20 de mayo; para luego acompañarlos con un desfile encabezado por los niños del lugar, quienes levantan banderitas blancas donde se lee la palabra paz.

Entre tanto, nosotros esperamos su arribo desde una casa ubicada en medio de la sabana, colmados de sentimientos encontrados por tener que partir de regreso a La Habana, dejando en esas tierras nuestros más caros afectos, vestidos de uniforme verde olivo.

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En una intervención improvisada, uno de los campesinos con la natural franqueza que los caracteriza, acierta al señalar que mientras el Presidente Santos anuncia a los cuatro vientos que Colombia será en los próximos años un país educado, la realidad es que este año no les han enviado el profesor de la escuela, por lo que los niños permanecerán sin derecho a estudiar un año más.

Apenas dos horas después de anunciar nuestra decisión de levantar la orden de cese al fuego unilateral e indefinido; el Presidente Santos sale a responder diciendo que: “Estamos preparados para eso, pero insistiremos en la paz”; y agregó: “Nuestras Fuerzas Armadas están cumpliendo con su deber y con las órdenes”.

No nos cabe la menor duda; así es y así seguirá siendo. Conocemos de sobra la arrogancia del poder. Seguramente a las sabanas del Yarí y demás regiones de la Colombia olvidada, el Estado seguirá llegando en forma de aviones con sus cargas mortíferas de 250 y 500 libras de explosivos. Lo que no llegará, serán profesores.

Y es precisamente por esa realidad, que los colombianos que sentimos dolor de patria debemos seguir insistiendo en parar esta guerra; de lo contrario, esos niños que vimos desfilar, en unos pocos años, en lugar de banderitas blancas, levantaran un fusil para reclamar sus derechos.

* Integrante del Secretariado de las FARC-EP

Siria. L’ordine di Assad: riprendere Palmira all’ISIS

da Spondasud.it

L’esercito siriano sta preparando la controffensiva per riconquistare Palmira, la città storica di Palmira (Tadmur) nella parte orientale del Governatorato di Homs. Secondo quanto riferiscono fonti di Damasco, il presidente Assad in persona ha ordinato  di dispiegare le sue truppe vicino l’antica città conquistata dall’Isis.  I soldati sono pronti a sferrare l’attacco in qualunque momento. Tra i vertici militari siriani c’è grande fiducia. La battaglia, rivelano le fonti, sarà durissima ma gli uomini dell’Esercito Arabo Siriano «vogliono vendicare i compagni torturati e uccisi barbaramente dai terroristi». Centinaia di soldati del “Suqour Al-Sahra”, una Brigata dell’esercito arabo siriano (Desert Hawks), e le “Forze di Difesa Nazionale” civili-led (NDF) si stanno posizionando intorno alla città e sono pronti a supportare i soldati del 18esimo battaglione che da 5 giorni stanno combattendo contro i miliziani jihadisti.

Oltre alle centinaia di soldati che si sono concentrati sul fronte di Palmira, le forze armate siriane – riporta la televisione Al-Masdar News – possono contare anche sull’arrivo di un convoglio di carri armati e armi pesanti che servirà a contrastare i mezzi degli uomini del califfato. Non è confermata la presenza di uomini di Hezbollah anche se da Beirut fanno sapere che il loro supporto non è escluso.

Nel frattempo, l’aviazione siriana ha intensificato i suoi attacchi aerei sulla città di Palmira e le città di ‘Arak e Al-Sikhanah nella parte orientale del Governatorato di Homs. La più grande minaccia per il governo siriano è rappresentata dalla possibile interruzione delle reti elettriche che si trovano nelle vicinanze delle colline Theal-Sha’ar Monti, che si trovano a nord di Palmira; se venissero conquistate dall’Isis, – osserva il media siriano – per il governo di Damasco sarebbe un colpo gravissimo, forse il più duro dall’inizio della guerra.

NASRALLAH: SEMPRE PIU’ CON ASSAD – Intanto, il leader degli Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha affermato che la regione si trova di fronte a “un pericolo che non ha precedenti” (i gruppi integralisti) e ha promesso che i suoi uomini aumenteranno il loro coinvolgimento nella guerra civile in Siria in appoggio ai governativi di Bashar al Assad. Nasrallah ha promesso guerra ai gruppi estremisti sunniti, all’Isis e ad al Qaida e ha spiegato che tutti questi gruppi sono “una minaccia all’esistenza” di chiunque non sia d’accordo con la loro ideologia. Hezbollah combatte accanto all’esercito del presidente Bashar al Assad dal 2013. «La nostra presenza crescerà ogni volta ci verrà richiesto di esserci – ha aggiunto il leader – Ora siamo presenti in molti luoghi e saremo in ogni posto la battaglia lo richiederà. Siamo le persone giuste».

LA MATTANZA DELL’ISIS PROSEGUE – Negli ultimi 9 giorni l’ISIS ha provocato 262 vittime. Oltre ai 217 messi a morte a Palmira a partire dall’offensiva per la conquista della città, il 16 maggio, altri 45 sono stati uccisi nella provincia di Deyr az Zor dal 20 maggio con varie accuse tra cui cooperazione con le forze governative. Lo stesso per i 67 civili uccisi a Palmira – 12 donne e 14 minorenni – perché sospettati di avere nascosto in casa soldati siriani.

ACCORDO USA- TURCHIA PER SUPPORTO AEREO A OPPOSZIONI ANTI ASSAD – Secondo il governo di Ankara, Stati Uniti e Turchia hanno concordato “in linea di principio” di offrire supporto aereo ad alcune delle forze siriane di opposizione al governo di Bashar al Assad. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, al quotidiano filogovernativo Sabah. «C’è un accordo di principio nel fornire supporto aereo. Come verrà fornito sarà responsabilità dell’esercito», ha spiegato il capo della diplomazia turca, escludendo si tratterà di una no fly zone: «Devono essere sostenuti attraverso una copertura aerea. Se non li proteggiamo lì e non gli forniamo supporto aereo, che senso ha?» ha commentato”.

Crisi economica: dev’esserci una via d’uscita sostenibile

di Leonardo Boff

La crisi politica e economica attuale è un’occasione per fare sul serio cambiamenti profondi tipo la riforma politica, tributaria e agraria. Per avere un inizio corretto, è necessario considerare alcuni punti preliminari.

In primo luogo, è importante situare la nostra crisi dentro alla crisi maggiore dell’umanità come un tutto. Non vederla dentro a questo intreccio vuol dire star fuori dal corso della storia. Pensare la crisi brasiliana separata dalla crisi mondiale significa non pensare alla crisi brasiliana. Siamo momento di un tutto maggiore. Nel nostro caso, non sfugge agli sguardi avidi dei paesi centrali e delle grandi corporazioni quale sarebbe il destino della settima potenza mondiale dove si concentra la principale economia del futuro di base ecologica: l’abbondanza di acqua dolce, le grandi foreste umide e l’immensa biodiversità e 600 milioni di ettari coltivabili. Non è di interesse della strategia imperiale che ci sia nell’Atlantico Sud una nazione continentale come il Brasile che non si allinei agli interessi globali e, invece, cerchi un cammino sovrano in direzione del proprio sviluppo.

In secondo luogo, l’attuale crisi brasiliana ha uno sfondo storico che mai potrà essere dimenticato, attestato dai nostri storici maggiori: non c’è mai stato una forma di governo che prestasse attenzione sufficiente alle grandi maggioranze, discendenti degli schiavi, degli indigeni e della popolazione impoverita. Erano considerati lavoratori a giornata, dei signori nessuno e lo Stato – di cui si erano impadroniti, fin dagli inizi della nostra storia, i proprietari di terre – non aveva strumenti per rispondere alle loro richieste.

In terzo luogo, bisogna riconoscere che, come frutto di una penosa e sanguinosa storia di lotte e superamento di ostacoli di qualsiasi ordine e grado si costituisce un’altra base sociale per il potere politico che adesso occupa lo Stato repubblicano e i suoi apparati. Da Stato elitista e neo liberale siamo transitati a stato repubblicano e sociale che, nonostante le peggio forzature e concessioni alle forze dominanti nazionali e internazionali, è riuscito a mettere al centro chi stava sempre ai margini. È di una magnitudo storica innegabile il fatto che il governo PT ha tirato fuori dalla miseria 36 milioni di persone e gli ha dato accesso ai beni fondamentali della vita. Che cosa vogliono gli umili della Terra? Veder garantito l’accesso ai beni minimi che possono farli vivere. A questo servono Bolsa Famìlia, Minha Casa, Minha Vita, Luz paraTodos e altre politiche sociali e culturali senza le quali i poveri giammai potrebbero diventare avvocati, medici, ingegneri, educatori, ecc.

Qualificate come vi pare queste misure, ma esse furono comunque buone per l’immensa maggioranza del popolo brasiliano. Non è la prima missione etica dello Stato di diritto quella di garantire la vita dei suoi cittadini? Perché i governi anteriori, di secoli, non hanno preso queste iniziative prima? È stato necessario aspettare un presidente-operaio per fare tutto questo? Il PT e i suoi alleati sono riusciti in questa impresa storica, non senza forti opposizioni di chi un tempo disprezzava “quelli considerati zero economici”, come hanno dimostrato Darcy Ribeiro, Capistrano de Abreu, José Honòrio Rodrigues, Raymundo Faoro e ultimamente Luis Gongaga e ancora oggi continuano a disprezzarli.

Alcuni gruppi scelti di queste alte classi privilegiate si vergognano di loro e li odiano. C’è odio di classe sì, nel nostro paese, oltre a indignazione e rabbia comprensibili, provocate da scandali e da corruzioni avvenute nel governo in cui il PT detiene la maggioranza. Queste élites di matusa con i loro mezzi di comunicazione profondamente marcati da ideologia reazionaria e di destra, con l’appoggio della vecchia oligarchia, differente dalla moderna più aperta e nazionalista, che in parte appoggia il progetto del PT, mai hanno accettato un governo di carattere popolare. Fanno di tutto per renderlo impossibile e per questo si servono di depistaggi, diffamazioni e menzogne, senza un pizzico di pudore.

Due strategie si profilano per la destra che è riuscita a articolarsi in vista delle manovre per riconquistare il potere centrale che ha perduto al voto ma che ancora non si rassegna:

La prima è mantenere nella società una situazione di permanente crisi politica in modo da impedire che la Presidenta Dilma governi. Per questo si orchestrano passeggiate per le strade, come se si trattasse di un picnic, pentolame con pentole piene visto che non hanno mai saputo che cosa sia una pentola vuota, oppure in forma maleducata e villana fischiano sistematicamente la Presidenta nelle sue apparizioni pubbliche.

La seconda consiste in un attacco al governo PT, bollandolo come incompetente e inefficace, e ridimensionare la leadership dell’ex presidente Lula con diffamazioni, distorsioni e bugie dirette, che anche quando smascherate, mai sono smentite. Con questo pretendono impedire una sua candidatura nel 2018 e la sua rielezione.

Questo tipo di procedimento rivela soltanto che la democrazia che ancora abbiamo è a bassissima intensità. Gli atti recenti provocatori e pieni di spirito di vendetta dei presidenti delle due Camere, ambedue del PMDB, confermano quello che il sociologo della UNB, Pedro Demo ha scritto nella sua Introduzione alla sociologia (2002): “La nostra democrazia è una messinscena nazionale di ipocrisia raffinata, piena di leggi ‘belle’, ma fatte sempre in ultima istanza dalla élite dominante, per suo uso e consumo dall’inizio alla fine. ‘Politico’ viene definito un individuo che pensa solo a guadagnare bene, lavorare poco, fare patti loschi, dare lavoro a parenti, amici e conoscenti, arricchirsi alle spalle del pubblico denaro, entrare nel mercato dalle posizioni più alte… Se noi volessimo collegare la democrazia con la giustizia sociale, la nostra democrazia sarebbe la sua stessa negazione” (p. 330-333).

Non usciremo da questa crisi  di forma sostenibile e non ci libereremo senza riforma politica, tributaria e agraria. Caso contrario la democrazia sarà zoppa e guercia.

[Traduzione di Romano e Lidia Baraglia]

Il nazionalismo scozzese smonta il bipolarismo

sturgeon

di Achille Lollo*, da Roma per il Correio da Cidadania

19mag2015.- In un paese come il Regno Unito, con una popolazione di quasi 65 milioni che mette insieme, con difficoltà, i popoli di Gran Bretagna, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, appena il 66% (30 milioni) di elettori sono andati a votare il giorno 7 maggio, disarticolando completamente il tradizionale sistema maggioritario assoluto “First-Past The Post”, oltre a provocare erronee previsioni in tutti i centri di ricerca e, conseguentemente, nei principali organi di stampa dei media main-stream.  Infatti, il principale giornale britannico, The Sun, che pubblica quotidianamente 3,1 milioni di copie, rappresentando un formidabile strumento di pressione (forse sarebbe meglio parlare di strumento di manipolazione), prevedeva la sconfitta del partito nazionalista scozzese (Scottish National Party – SNP), l’effettivo ridimensionamento del partito xenofobo e anti-europeo, lo UK Independence Party – UKP – e il ritorno del bipolarismo politico, con la disputa tra i conservatori e i laburisti.

Da parte sua, il giornale “della destra eccellente”, The Daily Telegraph, come anche il Financial Times, più conosciuto per essere la voce del mercato, davano per certa l’affermazione del partito Liberal-Democratico (PLD) di Nick Clegg, come nel 2010, ammettendo una sensibile crescita dello UKP, in funzione del ruolo politico di Nigel Farange, presentato come il nuovo leader capace di oscurare le dirigenze del partito conservatore “Tory” e, soprattutto, del partito laburista, il Labour Party.

Più realiste sono state le analisi di The Guardian (liberal-progressista), che presentavano una corretta interpretazione dell’assenza di un grande leader nel partito conservatore, pur passando sotto silenzio i motivi della crisi ideologica del partito Laburista (Labour Party) e sbagliando tutto, o quasi tutto, sulle possibili risposte degli elettori che, nel 2010, avevano votato per questo partito. In questo sfacelo di previsioni, i media main-stream screditavano completamente i piccoli partiti, come lo SNP scozzese, l’autonomista Plaid Cymrv di Learne Wood e il Green Party (Partido Verde) della combattiva Natalie Bennett.

Fine del bipolarismo politico

Nel Regno Unito, il sistema elettorale premia chi prende più voti in ogni distretto elettorale. Per questo, durante quasi un secolo, la classe politica e l’attività parlamentare sono state determinate dalla famosa “alternanza politica nella Camera Bassa di Westminster”, dove, normalmente, dopo ogni due governi conservatori, si avevano due governi degli oppositori laburisti. È bene ricordare che la Camera Alta non assomiglia a un Senato, ma piuttosto a una istituzione della nobiltà, dove siedono solamente i Lords Spirituali (i vescovi della Chiesa di Inghilterra) e i Lords Temporali (i rappresentanti dell’aristocrazia), che non sono eletti, ma sono designati dalla regina e, per questo, hanno poteri estremamente ridotti. Per questo, tutte le questioni politiche dello Stato e della Nazione sono dibattute e decise principalmente dai parlamentari della Camera Bassa.

Dal 2000, i laburisti tentano di argomentare una riforma elettorale. Un progetto che, adesso, è diventato necessario e urgente, dal momento che una buona parte degli elettori – come nel 2010 – ha creduto nelle proposte e nei progetti dei piccoli partiti, determinando la fine del bipolarismo e, conseguentemente, l’inapplicabilità del tradizionale sistema elettorale “First-Past The Post”, in uso dai tempi di Churchill.

In questo contesto, il partito Conservatore (i Tories) di David Cameron è cresciuto appena dello 0,8%, in relazione alle elezioni del 2010. Anche così, il sistema elettorale lo ha premiato, eleggendo 331 parlamentari (24 più che nel 2010), in funzione della bassa percentuale di elettori (30%) e della dispersione dei voti, più distribuiti tra i piccoli partiti, in particolare lo SNP scozzese, il partito di destra UKP, il Plaid Cymrv e il Partito dei Verdi. Una realtà che ha alimentato il rifiuto elettorale di molti politici importanti, per esempio: la ministra del Lavoro Esther Mcvey (numero tre del Partito Conservatore), e quattro ministri, Vince Cable, Danny Alexandre, Simon Hugues e Ed Davey, tutti del partito Liberal-Democratico.

A questo proposito, bisogna chiarire che il partito Liberal-Democratico (PLD) di Nick Clegg, nel 2010, ha sorpreso tutti, conquistando notorietà con il 23% dei suffragi, il che gli ha permesso di entrare trionfalmente a Westminster con 57 parlamentari e obbligare il leader dei conservatori, David Cameron, a fare un governo di coalizione con i liberal-democratici. Invece, nelle elezioni del 2015, gli elettori hanno punito in maniera esemplare il PLD, per aver promesso “mari e monti”. Una punizione che è stata brutale nei vari distretti della Gran Bretagna, dove il PLD ha perso 37 parlamentari, perché i suoi elettori hanno votato in massa i candidati del Partito Conservatore. Una opzione che non ha logica, dal momento che il PLD e i Conservatori erano insieme al governo e le promesse di Nick Clegg, teoricamente, tendevano a sminuire le misure dello stesso governo.

Una contraddizione che evidenzia ancora di più gli effetti di questo “tsunami elettorale”, se consideriamo che perfino il leader del Partito Liberal-Democratico, Nick Clegg, è stato sconfitto nel suo distretto storico, Sheffield-Hallam, che è stato inghiottito dai conservatori. Una sconfitta che ha obbligato Nick Clegg a presentare le dimissioni dal partito.

 

Il liberalismo sociale ha perso la direzione

Dopo nove anni di effettiva predominanza politica, il Partito Laburista (Labour Party) – controllato dagli uomini della corrente di Tony Blair, il New Labour – non è riuscito più a dinamizzare le teorie della “Terza Via”, lasciando, così, il potere nelle mani dei conservatori, che sono tornati a mettere mano al Welfare State (Stato del Benessere) per pareggiare i bilanci.

Bisogna ricordare che, in termini politici, i governi conservatori hanno presentato poche differenze in relazione ai precedenti laburisti. Per esempio, la decisione belligerante dell’attuale primo-ministro conservatore, Cameron, di attaccare la Libia per abbattere Gheddafi è stata simile a quella presa da Tony Blair quando, insieme agli USA, ha deciso di disarticolare la Federazione Jugoslava e, poi, distruggere l’Iraq, per porre fine al regime di Saddam Hussein. Tutte le decisioni geo-strategiche ed economiche dei conservatori e dei laburisti hanno sempre difeso gli interessi “globali” della Glaxo Smith Kline, dell’Astra Zeneca (settore chimico), della Briths Petroleum (gas e petrolio), della Roll-Royce (motori per aerei), come anche dei gruppi finanziari (HSBS, che è la maggiore banca del mondo), della Barclais Bank, della Royal Bank of Scotland, etc. etc.

Pertanto, quando gli elettori laburisti hanno capito che la promessa conciliazione tra capitalismo e socialismo democratico, in realtà, era un’altra impalcatura teorica per fare quello di cui il mercato aveva bisogno per mantenere i suoi margini di profitto (privatizzazioni, precarizzazioni, tagli di bilancio, riduzione dei diritti etc., etc.), allora gli elettori del Labour Party, in particolare quelli che rappresentavano la Left of Labour (sinistra), hanno cominciato a emigrare verso i movimenti, i partiti ambientalisti e il nazionalismo progressista scozzese.

In queste elezioni, il Labour Party, a livello nazionale, è cresciuto appena del 1,5%, raggiungendo il 30,4% dei suffragi, riducendo il numero di parlamentari eletti da 257 a 232. Tuttavia, se non fosse per il successo che il Labour ha ottenuto nel Paese del Galles e, in particolare, nella capitale Cardiff, la sconfitta sarebbe stata maggiore, dal momento che, in Scozia, i laburisti non hanno eletto 39 parlamentari, tra i quali lo storico leader del laburismo scozzese, Jim Murphy, e ancora due dirigenti nazionali, Ed Balls e Douglas Alexander, molto legati al leader Ed Milliband.

Questi, in seguito alla sconfitta elettorale del 7 maggio, ha rassegnato le dimissioni, creando ancora più incertezza in seno al partito. In pratica, oggi, la dirigenza del partito rivela una disputa interna accanita tra gli “storici” Yvette Cooper, portavoce delle istanze nazionali del partito, e Andy Burnham, leader del settore della salute, e i nuovi aspiranti, Chuka Umunna e Liz Kendall. Candidati che sono espressione dei differenti gruppi in contesa per il controllo del partito, ma che, in termini di proposte politiche, non rappresentano niente di nuovo!

Il nazionalismo progressista scozzese

La “Dama Rossa di Glasgow”, Nicola Sturgeon, ha soppiantato il leader laburista scozzese Jim Murphy, che nel 2014 ha diretto la campagna “Better Together” (Meglio Insieme), con la quale il Partito Laburista (Labour Party) ha partecipato al referendum indipendentista richiesto dal leader dello Scottish National Party, Alex Salmond.

Una “vittoria di Pirro”, che ha significato, da un lato, la fine politica del giovane segretario del Partito Laburista, Edward Samuel Milliband, e, dall’altro, ha qualificato, in termini politici, l’uscita dei laburisti scozzesi dal Labour, una volta che non si riconoscevano più nel “liberalismo sociale” di Tony Blair e, poi, di Gordon Brown. Per questo, la decisione di Edward Samuel Milliband di contrastare le tensioni indipendentiste degli Scozzesi è stata la goccia che ha ha fatto traboccare il vaso e ha fatto implodere il Partito Laburista (Labour Party) in Scozia.

È in questo contesto che si è affermata la dirigenza di Nicola Sturgeon, che si è convertita nella nuova leader del nazionalismo progressista scozzese, assumendo, nel 2014, la direzione dello SNP (Scottish National Party), dando al partito una dimensione politica effettivamente socialdemocratica, oltre ad assumere vari impegni politici che i laburisti hanno sempre rifiutato. Per esempio, con Nicola Sturgeon, lo SNP si è dichiarato contrario all’adesione della Scozia alla NATO, accettando di rimanere nell’Unione Europea e mantenendo, così, in piedi, l’Euro.

Tuttavia, lo choc politico che si è registrato tra lo SNP e il Labour Party ha avuto luogo nelle questioni economiche e sociali. Infatti, il laburista Edward Samuel Milliband ha tentato di cooptare gli elettori scozzesi con la retorica promessa di ricostruzione del Welfare State (Benessere Sociale). Ma, a Glasgow e a Edimburgo, nessuno lo ha creduto, anche perché la “Dama Rossa”, Nicola Sturgeon, ha formulato una serie di proposte politiche ed economiche che conquistavano il cuore e le menti del 90% dei laburisti scozzesi.

Uno scenario nel quale lo SNP si è trasformato, rapidamente, nel partito maggioritario in Scozia e, per questo, nelle elezioni legislative del 7 maggio, ha eletto 56 parlamentari sui 59 che il sistema elettorale destina alla Scozia nel Parlamento nazionale di Westminster. Bisogna ricordare che questo successo è stato determinato dall’emigrazione politica dei laburisti scozzesi verso lo SNP. In termini di matematica elettorale, questo significa che il Labour Party ha perso 39 parlamentari.

Nella stessa maniera degli altri partiti indipendentisti europei (tranne quello italiano della Lega Nord, autenticamente razzista e di estrema destra), lo Scottish National Party, sotto la dirigenza di Alex Salmond e, adesso, di Nicola Sturgeon, ha scommesso sulla “social-democrazia progressista”. Per questo, la sua piattaforma partitica è a favore del disarmo e contro l’uso dell’energia nucleare. Chiede più controlli fiscali e una tassazione proporzionale secondo il grado di ricchezza. Esige una migliore e più differenziata distribuzione della ricchezza nazionale, tenendo conto che, nel Mar della Scozia, ci sono importanti giacimenti di gas e petrolio e che la città di Edimburgo è diventato un importante centro finanziario di ambito europeo, grazie all’espansione del Royal Bank of Scotland Group.

Elementi che Nicola Sturgeon ha fatto questione di veicolare tra gli Scozzesi, non solo per vincere le elezioni, ma, soprattutto, per qualificare il progetto indipendentista scozzese, sulla base del quale dovrà essere bandita la povertà, permettendo a tutti di frequentare gli studi superiore nelle università pubbliche.

Il successo politico e elettorale dello SNP è un segnale che, nel Regno Unito, il sistema politico sta vivendo un’acuta fase di transizione. Infatti, questa è stata l’ultima volta nella quale i conservatori sono riusciti a sfruttare la paura e la tipica indecisione dei Little Englanders (i piccoli inglesi), cioè, la classe media della Gran Bretagna, del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord, che si sentono “inglesi” solamente quando il governo di Londra gli procura un minimo stato di benessere.

Il prossimo anno, il governo conservatore di David Cameron dovrà aver concluso la riforma costituzionale che istituzionalizza la definitiva autonomia dei governi regionali, per, poi, già alla fine del 2016, realizzare il referendum “BREXIT”, con il quale gli elettori britannici, gallesi, scozzesi e irlandesi del nord dovranno decidere se il Regno Unito deve restare nell’Unione Europea e in quale misura.

In sostanza, il conservatore David Cameron crede di poter vincere questo referendum, per fare una specie di ricatto ai tecnocrati dell’Unione Europea, per ottenere da loro un trattamento differenziato in termini finanziari ed economici. Al di là di questo, il governo dovrà presentare un progetto di legge per modificare il sistema elettorale “First-Past The Post”, dal momento che il bipolarismo politico tra conservatori e laburisti è morto in queste elezioni e che, nel futuro, la completa autonomia politica della Gran Bretagna, del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord esigerà un sistema elettorale differenziato e tendenzialmente federalista.

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania.

 

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Turchia-USA, accordo per copertura aerea dei terroristi in Siria

da press.tv

Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha annunciato che c’è un accordo di principio tra il suo paese e gli Stati Uniti per fornire protezione aerea ai terroristi che operano all’interno della Siria.

Nel corso in un’intervista esclusiva rilasciata, oggi, al quotidiano in lingua inglese, Daily Sabah,  Cavusoglu ha dichiarato che è in corso l’ addestramento e equipaggiamento dei terroristi nella città turca di Kirsehir nell’ambito di un programma congiunto tra Ankara e Washington e riceveranno copertura aerea in Siria.

«Devono essere sostenuti attraverso una copertura aerea. Se non li proteggiamo li e non gli forniamo supporto aereo, che senso ha?» ha commentato.

Il diplomatico turco si è poi fermato prima di rispondere ad una domanda circa l’eventuale uso di droni da combattimento da Incirlik base militarenel sud della Turchia, per la copertura aerea per i terroristi in Siria.

«Questi sono i dettagli tecnici. C’è un accordo di principio sulla fornitura di supporto aereo. Come sarà fornito è nella facoltà del [turco] esercito», ha spiegato Cavusoglu.

Dopo diversi mesi di negoziati, la Turchia e gli Stati Uniti ha trovato un accordo nel mese di febbraio per l’addestramento dei terroristi che le due parti definiscono ” ribelli moderati” in Siria.

Il programma si rivolge con una formazione per più di 15.000 terroristi in tre anni. Oltre 120 soldati statunitensi sono in Turchia per addestrare i terroristi.

Il quotidiano turco Yeni Safak, citando Cavusoglu, ha riportato la notizia che dall’inizio di questo mese un gruppo di 300 terroristi passerà  la prima fase del programma di addestramento.

Cavusoglu ha aggiunto che un totale di 2.000 terroristi saranno formati entro la fine dell’anno in corso.

La Turchia è uno dei 3 paesi che pubblicamente hanno espresso disponibilità a concedere il suo territorio per essere utilizzato per l’addestramento dei terroristi anti-Damasco.

«L’Arabia Saudita e il Qatar hanno anche annunciato che ospiteranno un programma di addestramento ed equipaggiamento», ha dichiarato il ministro degli Esteri turco, lo scorso 20 febbraio.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Il Venezuela ribadisce il suo appoggio totale alla Siria

da sana.sy

Il governo venezuelano ha ribadito la sua solidarietà alla Siria nella sua guerra contro il terrorismo, esprimendo il suo sostegno al legittimo presidente siriano, Bashar Al Assad e al rapporto di fratellanza che lega la rivoluzione bolivariana con la Repubblica araba siriana.

Il ministero degli Esteri venezuelano ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna il terrorismo in tutte le sue forme chiedendo rispetto per la vita umana e tolleranza  contro gli atti criminali commessi dagli estremisti.

Nella dichiarazione, si aggiunge, che questi atti criminali non solo minacciano l’unità e la vita umana, ma costituiscono una violazione del diritto internazionale, esigendo il rispetto dei principi degli accordi di Vienna sulle relazioni diplomatiche.

Inoltre, nel comunicato si condanna anche l’attacco terroristico contro l’ambasciata russa in Siria, con due colpi di mortaio, lasciando danni senza provocare morti e feriti, dove il governo venezuelano ha affermato il suo sostegno alla Russia invitando la comunità internazionale a condannare questi attacchi terroristici.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Aleksej Mozgovoj

1780891_663742510421027_3964487394144871331_ndi Aleksej Bogachev – kprf.ru

Il leggendario comandante dei combattenti antifascisti del Donbass, Aleksej Mozgovoj, è stato vigliaccamente ucciso in un attentato.

Per ricordare la figura di Mozgovoj, il sito del Partito Comunista della Federazione Russa ha ospitato un articolo, in cui vengono illustrate le ragioni che motivavano il suo coraggioso impegno.

“Mentre ci opponiamo con le armi al genocidio del popolo russo sul territorio dell’ex Ucraina, come nessun altro avvertiamo la mancanza di norme legali che riguardino la più grande  nazione  divisa al mondo” – si legge in un documento firmato dai comandanti popolari. “E nonostante la differenza dei termini “maledetto moskal” (“moskal” è termine usato in modo dispregiativo per indicare i cittadini russi e russofoni in Ucraina, ndt) e “popolazione di lingua russa”, la tendenza appare una sola: la spersonalizzazione e la disintegrazione del popolo russo… Il tempo ha dimostrato che solo in presenza di un progetto nazionale e del consolidamento del popolo russo è possibile rispondere alle minacce che dobbiamo affrontare oggi” (http://www.regnum.ru/news/polit/1926116.html).
Il nemico ha assassinato uno dei più popolari difensori dell’idea di civiltà russa. Ma Mozgovoj non ha difeso solo l’idea russa, ma anche, in una certa misura, l’idea sovietica! E’ stato uno dei pochi che, con decisione e apertamente, si è opposto al potere degli oligarchi e si è espresso per la lotta di classe. Così, in una teleconferenza con Kiev aveva chiaramente dichiarato: “Noi stiamo combattendo… ma non contro il popolo ucraino. Noi combattiamo soprattutto per la giustizia, per l’onestà, affinché non esista l’oligarchia nella nostra società e non eserciti il potere, perché affari e potere rappresentano una miscela pericolosa”.

[Traduzione dal russo di Mauro Gemma – Marx21.it]

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Análisis jurídico sobre la intervención de Arabia Saudí en Yemen  

alwaght.com

Alwaght- Arabia Saudí  inició una intervención militar en Yemen, en forma de ataques aéreos y bajo en nombre de Tormenta Decisiva, en fecha 25 de marzo de 2015, al tiempo que anunció que la operación militar se llevaba a cabo como respuesta a una invitación del presidente de Yemen, Mansur Hadi, a apoyar a este país y a su pueblo ante la amenaza permanente de los hutíes, sobre la base del principio de legítima defensa enmarcado en el artículo 51 de la carta Magna de Naciones Unidas, para lo cual se emplearían todos los medios necesarios incluyendo la intervención militar.

 

Resulta importante preguntarse lo siguiente: ¿Acaso este ataque militar, desde el punto de vista jurídico es legal y legítimo?

 

Es posible analizar la legitimidad de la intervención de Arabia Saudí en Yemen desde tres puntos de vista: la legislación interna, el derecho internacional y el derecho humanitario de Yemen.

 

A) Legislación interna de Yemen

 

Sobre la base de los artículos 37 y 38 de la constitución de Yemen las condiciones que posibilitan la intervención de un país extranjero para estabilizar la situación interna de este país han sido consideradas en tal manera que no coinciden con las situación existente. En esta legislación existen dos vías para legitimar el uso de fuerzas militares foráneas en la estabilización de los asuntos internos de Yemen. La primera se refiere a la aprobación del Parlamento (artículo 37) y la segunda es la aprobación del Consejo de Defensa Nacional, encabezado por el presidente de la República (artículo 38)

 

El artículo 37 de la constitución de Yemen establece que: “tras la aprobación del parlamento corresponde al presidente anunciar la movilización de las tropas”. A pesar de que según el artículo 111 de dicha constitución, el presidente es la máxima autoridad de las fuerzas armadas, este no puede decidir de manera independiente y sin la obtención del voto de aprobación del parlamento, sobre la movilización de las tropas y/o la intromisión de otro gobierno en los asuntos internos, incluyendo la intervención militar.

 

Por otra parte, y en relación al artículo 38 de la constitución yemenita, la instancia suprema del Consejo de Defensa Nacional hasta antes de la agresión de los saudíes a Yemen, no había sido convocada para este particular y no se había aventurado tomar una decisión en este sentido.

 

Por lo tanto, la presencia e invasión de la coalición de países árabes a Yemen, al tiempo que vulnera claramente la constitución de ese país, constituye una violación de las normas del derecho internacional, y el uso de la fuerza, la intervención en los asuntos internos de otro país o el quebrantamiento de la integridad territorial de Yemen, tres principios reconocidos oficialmente por la Carta Magna de Naciones Unidas y las resoluciones del Consejo de Seguridad resultan injustificables. 

 

B) Derecho Internacional

 

Teniendo en cuenta la centralidad de la Carta Magna de Naciones Unidas en el accionar de los países en la arena internacional, y partiendo de que Arabia saudí y los países aliados han apelado a este documento, se hace imprescindible el análisis de los artículos y párrafos relacionados con el tema en cuestión.

 

De acuerdo con el tercer párrafo del artículo 2 del primer capítulo de la Carta Magna: “Los Miembros de la Organización arreglarán sus controversias internacionales por medios pacíficos de tal manera que no se pongan en peligro ni la paz y la seguridad internacionales ni la justicia”. Este párrafo prohíbe claramente la recurrencia a cualquier medio no pacífico por parte de los estados miembros.  Asimismo el párrafo 4 de ese mismo artículo prohíbe a todos los miembros recurrir a la amenaza o al uso de la fuerza, así como a cualquier otro método incompatible con los propósitos de las Naciones Unidas contra la integridad territorial o la independencia política de cualquier Estado. La Carta Magna en su segundo capítulo, artículo 6 dice: “Todo Miembro de las Naciones Unidas que haya violado repetidamente los Principios contenidos en esta Carta podrá ser expulsado de la Organización por la Asamblea General a recomendación del Consejo de Seguridad.”

 

En todos los casos anteriormente expuestos se pone claramente de manifiesto la reprobación del uso de la fuerza por parte de los miembros de Naciones Unidas contra otro miembro al ser incompatible con los propósitos de esa Organización (la paz, la seguridad internacional, etc.)

 

Las acciones que Arabia Saudí ha llevado a cabo hasta el momento en Yemen, no se corresponden en ningún modo con los propósitos de Naciones Unidas.

 

El capítulo sexto de la Carta Magna, que hace referencia a la solución pacífica de las controversias establece que los estados antes de realizar cualquier acción deben apelar a la negociación, la investigación, la mediación, la conciliación, el arbitraje, el arreglo judicial, el recurso a organismos o acuerdos regionales u otros medios pacíficos de su elección como vía de solución  (artículo 33, párrafo 1)

 

Algo significativo en este capítulo es el modo de intervención del Consejo de Seguridad en la solución de estos diferendos. Sobre esta base, primero el Consejo pedirá a las partes involucradas que solucionen las diferencias por dichos medios, (artículo 33, párrafo 2). En caso contrario las partes (no solamente una de las partes) deberán someter el diferendo al Consejo de Seguridad (artículo 37); y más importante aún es el rol que al final de este capítulo (artículo 38) se le ha asignado al Consejo de Seguridad y es simplemente el de hacer recomendaciones a las partes en conflicto.

 

El capítulo séptimo de la Carta Magna (artículos 39-51) está dedicado al quebrantamiento de la paz y los actos agresión. El artículo 51 de este capítulo establece que: “Ninguna disposición de esta Carta menoscabará el derecho inmanente de legítima defensa, “individual o colectiva”, en caso de ataque armado contra un Miembro de las Naciones Unidas, hasta tanto que el Consejo de Seguridad haya tomado las medidas necesarias para mantener la paz y la seguridad internacionales. Las medidas tomadas por los Miembros en ejercicio del derecho de legítima defensa serán comunicadas inmediatamente al Consejo de Seguridad, …”

 

En este sentido se debe recordar que la justificación de Arabia saudí, basada en la solicitud de Mansur Hadi para estabilizar la situación interna de Yemen, en ningún modo es justificable, puesto que él renunció antes de la fecha de la agresión saudí a este país y no es posible referirse a tal solicitud de agresión como algo legítimo. Arabia Saudí solamente podría justificar su acción en caso de que: Primero: Mansur Hadi estuviese ocupando aún la presidencia del país; segundo: Arabia Saudí, previo a la agresión, habiendo informado de la situación al Consejo de Seguridad, hubiese obtenido el permiso necesario. Mansur Hadi solamente se había legitimado en Yemen no en calidad de presidente legítimo de la República sino como la persona encargada del proceso de la etapa de transición de poder y no puede solicitar la intervención del gobierno de Arabia saudí, como si fuese un presidente legítimo. Esto es algo que se puede comprender tambien en la resolución 2204 del Consejo de Seguridad, donde no se hacer referencia a él como presidente legítimo.

 

En este sentido, el primer párrafo del artículo 53 de la carta magna la invasión a Yemen, es corrupto, ilegítimo e ilegal, según el párrafo 1 del artículo 53 de la carta magna que establece que los países deben contar primeramente con la aprobación del Consejo de Seguridad antes de llevar a Cabo acciones contra cualquier otro país. Este es un paso que de ninguna manera han dado las autoridades de Arabia Saudí antes  de la invasión a Yemen, contrariando de forma clara y evidente lo establecido en la Carta Magna de las Naciones Unidas. Es obvio que el Consejo de Seguridad, mediante la resolución 2216 de fecha 14 de abril de 2015 se vendó los ojos ante esta notoria violación de los saudís, una violación que ha ocasionado un matanza de civiles y niños inocentes, así como la destrucción  de las infraestructura yemenita y en la práctica la citada resolución ha perdido su legitimidad.  

 

B) Derecho humanitario

 

Los intensos ataques y los bombardeos que los saudíes llevan a cabo en zonas residenciales y civiles ha causados numerosas perdidas humanas entre la población civil y en  especial mujeres, niños y acianos. Entre los objetivos de los saudís para doblegar al pueblo yemenita  ha estado el destruir la infraestructura de las ciudades, como por ejemplo las redes de abasto de agua, electricidad y los hospitales. Tales daños y agresiones entran en contraposición con la declaración de la Liga de Naciones del 16 de septiembre de 1924 en apoyo a los infantes, la cual fue aprobada bajo el nombre de “Declaración de Ginebra” y también con la de los derechos del niño aprobada el 20 de noviembre de 1959, con la declaración de la Asamblea general de las Naciones Unidas de fecha 14 de diciembre de 1974, concerniente al apoyo a las mujeres y niños en situaciones de crisis y conflictos armados y con el artículo 77 del primer Protocolo Adicional de los Convenios de Ginebra de 1977 sobre el respeto especial a los niños, protegiéndolos ante cualquier forma de “atentado al pudor”. Asimismo las resoluciones 2244 (23) del 19 de diciembre de 1968,  la 2597 (24) del 16 de diciembre de 1969, la 2674 (25) y 2675 (25) del 9 de diciembre de 1970 hacen referencia al tema del respaldo a los derechos humanos y los principios básicos sobre el apoyo a la población civil en situaciones de conflictos armados.

 

Si bien todos estos documentos determinantes y vinculantes prohíben todo tipo de ataque contra la población civil, los militares saudíes, con el apoyo de los Estados Unidos y el Consejo de Seguridad, así como con la tolerancia de los países islámicos, continúan llevando a cabo estas acciones día y noche.

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