ANROS en maniobra de la milicia para la Defensa Integral de la Nación

maniobra 05 2015 guanipa 02 600x450por ANROS

San José de Guanipa. El Jefe del Batallón de Milicia Territorial de Empleo Local Guanipa (BMTELG). S/1ero. Cosme Y. Ramírez C., Expuso que el Ejercicio llevado a cabo Los días Viernes 15, Sábado 16 y Domingo 17 de Mayo del 2015 fue un éxito en cuanto a preparación, entrenamiento y organización de nuestro Batallón de Milicia Territorial de Empleo Local Guanipa, para la cohesión combativa ante una hipótesis de Guerra de un nuevo orden en el nuevo contexto y coyuntura mundial donde Venezuela y especialmente nuestro municipio no escapan a esa realidad, lo que lleva a la unión cívico militar para la preparación de la defensa integral de la patria.

Por otra parte agradeció a los medios de comunicación tanto escritos como radioeléctricos y televisivos el apoyo, a los milicianos del Municipio, a PDVSA y la Alcaldía de Guanipa, que se integraron y apoyaron el ejercicio que en el escenario previsto, genero emociones propias de la movilización y un sin número de conocimientos y visión del papel real del pueblo y fuerza armada ante cualquier eventualidad que pudiera generar la movilización del pueblo en armas.

maniobra 05 2015 guanipa 01 600x450En fin, se ejerció la preparación para cumplir con el principio de corresponsabilidad Estado y sociedad, se desarrollaron las canchas y se dio la instrucción programada con la integración de militancia del PSUV, el Gran Polo Patriótico, las pioneras Milicias Estudiantiles de Nuestro Municipio y de manera muy especial La Asociación Nacional de Redes y Organizaciones Sociales (ANROS) y el Colectivo del Sistema de Guerra Popular Prolongada (SgppCEBIR).

Acotó el Sargento Primero Cosme Ramírez Jefe de Milicias en el Municipio Guanipa que “su batallón apoya e impulsa el sistema nacional de seguridad a través del BMTELG, de la Dirección Nacional de ANROS, de la Vocería Nacional del SGppCEBIR asesoran cuerpos combatientes de las empresas públicas y privadas a nivel local, regional y nacional y que se realizan actividades de inteligencia social y mejoramiento militar con nuestro propio sistema de guerra popular prolongada”.

 

Barcellona, una okupa al potere: «sarà una rivoluzione»

da il manifesto

Ada Colau ha saputo mettere insieme Podemos, Izquierda Unida, i rosso-verdi catalani di Icv e altri movimenti cittadini. Il suo raggruppamento «Barcelona en comú» oggi sarebbe il partito più votato con circa il 26% dei voti

Una okupa al potere. Se voles­simo tro­vare un titolo a effetto per le ele­zioni ammi­ni­stra­tive in Spa­gna del 24 mag­gio su cui si gioca il futuro poli­tico del paese, baste­rebbe con­cen­trarsi sul fatto che Ada Colau potrebbe diven­tare sin­daco della seconda città spa­gnola, Bar­cel­lona. Colau è diven­tata famosa dopo essere apparsa in Par­la­mento due anni fa a difen­dere la legge di ini­zia­tiva popo­lare, poi affos­sata dal Pp, che chie­deva una cosa sem­plice: che alle ban­che bastasse ritor­nare in pos­sesso della casa per estin­guere il debito dei morosi.

Nel paese della più grande bolla spe­cu­la­tiva immo­bi­liare euro­pea, dove, per dire, nel 2005 si costrui­vano più case che Ger­ma­nia, Fran­cia e Ita­lia assieme e si sti­mano più di 5 milioni di case vuote, mezzo milione di per­sone sono state but­tate fuori di casa ma man­ten­gono il loro debito con le banche.

E, nel più asso­luto disin­te­resse delle isti­tu­zioni, sono state aiu­tate dalla «Piat­ta­forma vit­time del mutuo» (Pah, dalla sigla in spa­gnolo), nata dalle ceneri del 15M a Bar­cel­lona e dif­fusa in tutto il paese. Che li ha aiu­tati a affron­tare le ban­che e soprat­tutto ha dato un tetto, occu­pando le case vuote delle ban­che, a migliaia di per­sone. Colau ne è stata la por­ta­voce e oggi, secondo alcuni son­daggi, la sua Bar­ce­lona en comú (Bar­cel­lona in comune) sarebbe il par­tito più votato (con circa il 26% dei voti, con­tro i 19% dell’attuale sin­daco, della demo­cri­stiana Con­ver­gèn­cia i Unió e con un con­si­glio comu­nale fram­men­ta­tis­simo). L’abbiamo incon­trata all’una di notte, instan­ca­bile, in chiu­sura di un comi­zio alla Barceloneta.

La sua can­di­da­tura mette insieme vari fram­menti della sini­stra: da Pode­mos, ai rosso-verdi cata­lani di ICV, a Izquierda Unida, oltre a vari movi­menti cit­ta­dini. Un’impresa unica forse votata al suc­cesso. Come ha fatto?

Viviamo un momento di ecce­zio­na­lità, e cose impos­si­bili fino a poco tempo fa stanno diven­tando pos­si­bili. Da un lato c’è una truffa chia­mata crisi che sta intac­cando i diritti fon­da­men­tali, un’assenza di demo­cra­zia, una cor­ru­zione gene­ra­liz­zata, una crisi eco­no­mica e una crisi poli­tica del paese. Dall’altro, c’è un’eccezionalità in senso posi­tivo: sono già anni che il paese si sta mobi­liz­zando: il 15M, le maree per la sanità e l’educazione, la Pah. Il pro­cesso elet­to­rale nasce in que­sto con­te­sto di «rivo­lu­zione demo­cra­tica». Dob­biamo esserne orgo­gliosi: in altri paesi la rispo­sta è stata di tutt’altro segno. Il muni­ci­pa­li­smo poi è sto­ri­ca­mente un luogo di rot­tura dal basso, dove la poli­tica è più vicina alle persone.

C’entra la città di Bar­cel­lona in que­sto successo?

Bar­cel­lona non è una città come le altre. Ma qui c’è una mag­gio­ranza sociale pro­gres­si­sta, la città è stata pio­niera di pro­cessi di rot­tura (si rife­ri­sce al periodo repub­bli­cano, ndr) ed è una città dove più che in altri posti si può vin­cere; di posi­zioni testi­mo­niali ne esi­stono già abba­stanza. Il primo obiet­tivo era di mobi­liz­zare quel 50% di asten­sio­ni­sti che non ave­vano mai par­te­ci­pato. Aggiun­gendo sia chi stava facendo poli­tica da tempo, come Icv o Iu, sia i più nuovi, come Pode­mos. A tutti abbiamo detto la stessa cosa: i cit­ta­dini ci chie­dono gene­ro­sità e ampiezza di vedute per dare prio­rità agli obiettivi.

E il fatto che sia lei a gui­dare la can­di­da­tura ha aiu­tato più che in altri casi?

Ogni città è una realtà diversa. Qui esi­ste un tes­suto sociale più orga­niz­zato che in altre città. La mia figura visi­bile e di con­senso aiuta alla tra­sver­sa­lità e a unire per­sone diverse. Ma ce ne sono altre meno visi­bili dei movi­menti per la casa, per la povertà ener­ge­tica, del mondo acca­de­mico. Non è un caso che il nostro lavoro abbia ispi­rato più di 40 altre can­di­da­ture in altre città di tutta la Spagna.

Mi rac­conti come avete costruito pro­grammi e liste?

Ci siamo detti che se face­vamo que­sto pro­cesso non era solo per met­tere altre per­sone al posto di quelle che ci sono, ma per cam­biare il modo di fare poli­tica. E non pote­vamo aspet­tare il giorno dopo le ele­zioni per farlo. Abbiamo pun­tato sul pro­ta­go­ni­smo dei cit­ta­dini, sulla tra­spa­renza, e sull’indipendenza finan­zia­ria (con una cam­pa­gna di cro­w­d­fun­ding, ndr).

Tutti quelli che hanno voluto par­te­ci­pare al pro­cesso deci­sio­nale sui grandi temi l’hanno potuto fare, senza nes­suna «tes­sera» di Bar­ce­lona en comú — che peral­tro non esi­ste. Il primo passo è stato quello di farci «vali­dare» dai cit­ta­dini. In piena estate e in poche set­ti­mane, abbiamo rac­colto 30mila firme per assi­cu­rarci di non essere un gruppo di fuori di testa senza nes­suno die­tro. Poi, in un momento di discre­dito della poli­tica, abbiamo appro­vato un codice etico. Da qui è sorta la limi­ta­zione del sala­rio, del numero dei man­dati, la resa dei conti, la pub­bli­ca­zione dell’agenda e una serie di cose per eli­mi­nare pri­vi­legi e cat­tive pratiche.

A volte per­sino un po’ dema­go­gi­che. Un sala­rio di 2200 euro netti per un sin­daco (con­tro i 12mila dell’attuale) forse è fin troppo basso…

Guardi, oggi come oggi più della metà delle per­sone a Bar­cel­lona ne gua­da­gna meno di mille. E noi stiamo esi­gendo esem­pla­rità a chi occupa cari­che pub­bli­che.
Anche se evi­den­te­mente come can­di­data alla carica io non ho par­te­ci­pato a que­sto dibat­tito, ne accetto le con­clu­sioni. In gene­rale credo che se par­te­ci­pano molte per­sone in una discus­sione, si impone l’intelligenza col­let­tiva e il senso comune. Se no, non par­te­ci­pe­reb­bero in tanti e non si sareb­bero unite tante nuove per­sone al pro­getto. Io stessa, come molti altri, se ci fos­sero state pro­po­ste senza senso o dema­go­gi­che non mi sarei prestata.

Con­ti­nuiamo con il pro­cesso di for­ma­zione del programma.

Dopo que­sti passi, abbiamo fatto le pri­ma­rie e poi il pro­gramma, a par­tire dai gruppi di quar­tiere dove sono state rac­colte più di 2000 pro­po­ste che abbiamo diviso per assi pro­gram­ma­tici. Un’esperienza incre­di­bile. Cen­ti­naia di per­sone super esperte di mobi­lità, urba­ni­stica, eco­lo­gia, eco­no­mia. Un livello incre­di­bile di com­pe­tenza. Più di 5000 per­sone hanno par­te­ci­pato alla reda­zione del programma!

E poi il nostro pro­gramma è aperto: la nostra idea è che il pro­gramma non si chiuda mai. Dovrà con­ti­nuare a essere inte­grato. Quando comin­ce­remo ad appli­care le misure, le dovremo valu­tare e se non fun­zio­nano cam­biarle. Tutto que­sto pro­cesso deve con­ti­nuare dopo il 25 maggio.

Che cosa le ha inse­gnato la Pah?

È l’esperienza da cui ho impa­rato più di tutte, senza con­tare la mater­nità. E sono loro infi­ni­ta­mente grata. La Pah mi ha dimo­strato che l’impossibile è pos­si­bile. Che la sto­ria di David con­tro Golia non è mito­lo­gia. Che la gente con meno potere e appa­ren­te­mente più mar­gi­na­liz­zata della società, cri­mi­na­liz­zata per i suoi debiti, ridi­co­liz­zata, se non si arrende e si uni­sce può muo­vere le montagne.

Quelli che hanno perso tutto, che si sono uniti, senza ras­se­gnarsi, con enormi sforzi (per­ché i primi anni sono stati duris­simi), men­tre tutti ci dice­vano che era impos­si­bile affron­tare le ban­che, ce l’hanno fatta. Per me è stata una lezione di vita: l’unica cosa che non otter­remo è quella per cui non lot­tiamo. Magari ci vorrà più o meno tempo, ma qual­cosa otter­remo. E poi mi ha inse­gnato l’importanza delle pic­cole vit­to­rie. Dell’importanza di avere obiet­tivi ambi­ziosi, che magari non dipen­dono solo da noi, ma senza essere mas­si­ma­li­sti. Come nel caso di quelli che abbiamo ora: demo­cra­zia reale, finirla con la cor­ru­zione, ricon­qui­stare i diritti sociali, instau­rare un’economia giu­sta. Sapendo qual è la dire­zione, biso­gna met­tere obiet­tivi a corto, medio e lungo ter­mine e accu­mu­lare pic­cole vit­to­rie che dimo­strano che una vit­to­ria grande è pos­si­bile. È così che si otten­gono cose che sem­bra­vano impossibili.

Lei ha un figlio di 4 anni. Come vive la con­ci­lia­zione fami­liare, e come pensa di poterla miglio­rare in una città come Barcellona?

Non è facile, la società attuale non è fatta per con­ci­liare, si imma­gini i periodi elet­to­rali. Per­so­nal­mente, cerco di tro­vare il tempo sotto le pie­tre e ho la for­tuna di avere un com­pa­gno che mi aiuta. Come città, una cosa molto con­creta si può fare dal primo giorno: creare un sigillo di qua­lità con­trat­tuale che si appli­chi prima ai 12mila dipen­denti del comune e poi a tutte le imprese con cui lavora. Come con­di­zione per lavo­rare con il comune, ci devono essere salari degni con orari che per­met­tano la con­ci­lia­zione. Il comune deve essere esem­plare e que­sto cam­bie­rebbe molte dina­mi­che nella città. Oltre al tema degli orari, c’è anche quello dell’incorporazione dei bam­bini nella vita pub­blica, dove dovreb­bero avere più pro­ta­go­ni­smo e più voce.

Nel migliore dei casi dovrete comun­que scen­dere a patti. Con chi lo farete?

I risul­tati sono molto aperti e con i son­daggi biso­gna essere cauti (in un altro son­dag­gio pub­bli­cato ieri, si dà per vin­ci­tore l’attuale sin­daco, ndr). Detto que­sto, se saremo la lista più votata la poli­tica di patti si farà in base a pro­gramma, obiet­tivi, prio­rità. Scar­tiamo quindi i popo­lari e CiU, che incar­nano un modello con­tro cui abbiamo com­bat­tuto. In ogni caso, io non posso deci­dere da sola la poli­tica dei patti. Una volta visti i risul­tati, deci­de­remo in modo demo­cra­tico. Di certo, non scen­de­remo a patti sulle pri­va­tiz­za­zioni per­ché sono con­tra­rie al bene comune e al nostro modo di essere. Sono otti­mi­sta, tro­ve­remo il modo, anche se doves­simo inclu­dere più di un partito.

Il punto è che stiamo facendo bene il pro­cesso da prima delle ele­zioni, e dal 25 mag­gio spe­riamo si aggiunga ancora più gente e lo fac­cia suo. Abbiamo mobi­li­tato mol­tis­sima gente per fis­sare le prio­rità della poli­tica pub­blica, anche gli altri par­titi si vedranno obbli­gati ad ascol­tare la voce dei cittadini.

Nasrallah: «Combattiamo in Siria per difendere tutti»

da al manar

Il segretario generale di Hezbollah. Sayyed Hassan Nasrallah, ha assicurato che la battaglia sul Qalamoun continuerà fino quando non sarà garantita la sicurezza al confine siro-libanese nella lotta condotta dall’esercito arabo siriano, dalle forze di difesa popolari e dai combattenti della resistenza.

In un discorso, in occasione della festa della Resistenza e della Liberazione del Sud del Libano dall’entità sionista, avvenuta il 25 maggio 2000, Nasrallah ha dichiarato che la Siria si è tenuta ferma finora nella guerra universale imposta alla sua popolazione, grazie all’eroismo dell’esercito arabo siriano e alle forze di resistenza popolare, salutando, inoltre, la leadership siriana, il suo popolo e tutti i sostenitori della resistenza.


Inoltre, Nasrallah ha accusato per la decapitazione di civili nella città di Palmira in Siria e per gli eventi che si svolgono in Iraq coloro che sono rimasti bloccati in silenzio nel loro immobilismo sugli atti commessi dall’Isis, Daech in arabo, in Siria.

«Siamo in grado di sconfiggere il progetto takfirista in collaborazione con i militari, le persone e la resistenza in Siria. La nostra lotta in Siria è quella di difendere tutti».

Nasrallah si è poi riferito ad alcuni che in Libano, Siria, Iraq, e in altre parti della regione nascondono la testa nella sabbia e sostengono che non vi è alcuna minaccia, altri, invece, sono in piedi, ma assistono e scommettono sui gruppi terroristici, li vedono come amici, alleati, salvatori, simili a coloro che hanno sostenuto Israele nel 1982.

Secondo il leader di Hezbollah quelli che pensano che i loro gruppi sono grado di proteggere rimanendo in silenzio sull’Isis e Al Nosra o sostenendo i loro deliri, saranno le prime vittime di queste organizzazioni terroristiche, in Libano, a seguire questa sorte sarebbe il Movimento Futuro (vicino all’Arabia Saudita n.d.r) e i suoi leader.

Nasrallah ha anche osservato che vi è una guerra psicologica finanziata dall’ambasciata degli Stati Uniti in Libano e da alcuni stati per mostrare che la resistenza libanese è prossima ad essere sconfitta. A tal proposito ha affermato che non ha chiamato ad una mobilitazione generale e che la situazione è buona, aggiungendo che, se tale sarà fatto, decine di migliaia di membri di Hezbollah risponderanno.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Caso Cabello: disinformazione e menzogne contro la Rivoluzione

Diosdado-Cabello-y-Nicolás-Maduro-540x359di Fabrizio Verde

Mistificazioni, menzogne, aberranti campagne mediatiche. Nulla di nuovo per la Rivoluzione Bolivariana che continua la sua opera di costruzione del Socialismo del XXI secolo, seguendo il percorso tracciato dal Comandante Chávez

Prende nuovamente vigore la campagna mediatica volta a gettare discredito sul Venezuela Bolivariano. Il quotidiano statunitense New York Times e l’iberico ABC – un fogliaccio già franchista e hitleriano – rilanciano contro Diosdado Cabello, stantìe quanto fallaci accuse di guidare un cartello di narcotrafficanti. Ovviamente il mainstream italiano, megafono dell’imperialismo, si è subito accodato alla canea mediatica dando credito a queste fantasiose ‘notizie’ che hanno come unico obiettivo quello di dipingere la patria di Bolivar e Chávez alla stregua di uno stato canaglia, dedito al narcotraffico internazionale. In Italia si è distinto l’ineffabile Roberto Saviano, nel replicare pappagallescamente affermazioni tanto gravi, quanto prive di fondamento alcuno.

Accuse fallaci. Entrando nel merito della questione, il Presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana, Diosdado Cabello, viene indicato alla testa di un fantomatico cartello criminale dedito al narcotraffico internazionale, il ‘Cartel de los Soles’. Un nome scelto non a caso, visto che nel 1993 – in pieno periodo neoliberista – quando al governo vi era Carlos Andrés Pérez, un gruppo di generali fu coinvolto in uno scandalo legato al traffico della droga, e siccome il simbolo di questi ufficiali è il sole, furono definiti come il ‘Cartel de los Soles’.

Per comprendere meglio la questione, adesso, dobbiamo porci alcune domande: se il dirigente bolivariano è realmente il capo di questa organizzazione composta da alti ufficiali venezuelani, perché sino a questo momento nessuno dei narcos ha lanciato accuse contro Cabello? Perché non vi sono evidenze, fotografie, intercettazioni, riguardanti questo cartello? Come mai questa indagine è l’unica nel suo genere a basarsi esclusivamente su ‘rivelazioni’ fornite da due latitanti venezuelani – Rafael Isea e Leasmy Salazar – dapprima spariti e poi riapparsi negli Stati Uniti per sottrarsi al corso della giustizia venezuelana? Infine, perché gli Stati Uniti non hanno mai preso alcun provvedimento contro l’ex presidente colombiano Uribe che in una lista della DEA, risalente ai primi anni ’90, figurava tra i narcotrafficanti più pericolosi al mondo (n.82) dietro al celebre Pablo Escobar (n.79)?

La risposta è semplice: siamo di fronte all’ennesima campagna mediatica, una sporca montatura propagandistica senza alcun fondamento, che riesce a passare in occidente esclusivamente grazie ad un’informazione che non fa il proprio mestiere.

Il ruolo dei media. In questa vicenda grottesca un ruolo cruciale lo gioca l’informazione. Senza dilungarsi, basterà citare un dato significante fornito dal Ministro degli Esteri del Venezuela, Delcy Rodriguez: in Spagna, secondo un recente monitoraggio dei mezzi d’informazione, quando viene affrontato il tema Venezuela, nel 71% dei casi si tratta di notizie negative o dispregiative, per il 29% notizie neutrali, mentre alle notizie positive i media iberici dedicano lo 0% delle notizie.

Questo avviene perché «il Venezuela – ha spiegato in maniera impeccabile Delcy Rodriguez – è al centro della nuova configurazione geopolitica in costruzione, che è contraria agli interessi dei grandi centri del potere finanziario. Per questo siamo oggetto di queste aberranti e ripetute campagne mediatiche».

Per quanto riguarda invece l’inchiesta del New York Times, essa si basa esclusivamente sulle notizie fornite da Isea, che come ricordato in precedenza, si trova negli Stati Uniti per sfuggire alla giustizia venezuelana, che lo accusa di gravi episodi di malversazione e corruzione.

La lotta alla droga in Venezuela. L’obiettivo non dichiarato ma palese è quello di rappresentare il Venezuela come un paese dominato da personaggi senza scrupoli, dove regnano arbitrio e corruzione. La realtà invece accusa proprio gli Stati Uniti.04est3-venezuela-reuters

Questa la chiara denuncia del deputato venezuelano Adel El Zabayar: «Gli Stati Uniti, pur essendo il primo paese al mondo per consumo di droghe, si vantano di riuscire a individuare gruppi di narcotrafficanti in tutto il mondo, mentre all’interno dei propri confini, non riescono a fermare i gruppi narcotrafficanti e le bande che si occupano della vendita».

Secondo quanto dichiarato dal politico venezuelano il vero obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di controllare il commercio delle sostanze stupefacenti: «Si tratta di una combinazione di interessi tra i politici nordamericani, l’esercito e i narcotrafficanti, altrimenti – ha spiegato il deputato del PSUV – difficilmente la droga potrebbe entrare in territorio nordamericano».

Sulla stessa lunghezza d’onda Irwin José Ascanio Escalona, presidente dell’Ufficio Nazionale Antidroghe, che oltre a denunciare il ruolo degli Stati Uniti nella campagna mediatica, ha ricordato come la lotta al traffico di droga in Venezuela abbia prodotto risultati significativi dopo la cacciata della DEA: «Una volta liberati della DEA abbiamo triplicato i sequestri di sostanze e migliorato il processo di disarticolazione delle organizzazioni criminali». Ricordando, infine, che la DEA ha ampiamente utilizzato meccanismi illegali come le ‘consegne controllate’, dov’erano coinvolti anche alti dirigenti dell’organizzazione statunitense.

Mistificazioni, menzogne, aberranti campagne mediatiche. Nulla di nuovo per la Rivoluzione Bolivariana che continua la sua opera di costruzione del Socialismo del XXI secolo, seguendo il percorso tracciato dal Comandante Chávez.

Si intensificano le relazioni commerciali sino-bielorusse

di Danilo Della Valle

A margine della grande parata per il 70° anno della vittoria sul Nazismo, una delegazione del governo della Repubblica Popolare Cinese, con al capo il Presidente Xi Jinping, ha raggiunto la città di Minsk per prender parte al forum economico interregionale bielorusso-cinese. Il forum, organizzato dal Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese, dal ministero dell’Economia della Repubblica di Bielorussia e dalla Camera di Commercio bielorussa, ha visto la partecipazione di circa 500 persone di cui 300 rappresentanti dalla Cina.

Durante il meeting sono state consegnate le certificazioni per la partenza del progetto sino-bielorusso del Parco Industriale “The Great Stone”. Alla cerimonia di consegna delle certificazioni hanno partecipato, il 12 Maggio, il Presidente Bielorusso Alexander Lukashenko e il Presidente Cinese Xi Jinping. I due leaders dopo aver assistito alla presentazione del progetto e ad una breve descrizione dei progetti di investimento hanno firmato il piano di sviluppo del “the Great Stone”. Il parco è un ente territoriale di circa 91,5 mq. Km con uno statuto giuridico speciale con l’obiettivo di favorire gli investimenti. Si trova nel quartiere Smolevichy, regione di Minsk, nella distanza di 25 km dalla Capitale. I lavori di partenza per la costruzione delle infrastrutture del Parco, sotto la guida di un team sino-bielorusso, sono già partiti secondo le date prefissate. Si prevede che nei primi mesi del 2017 il Great Stone possa già esser operativo.

Qualsiasi azienda, indipendentemente dal paese di origine del capitale può agire come un residente del parco industriale “the Great Stone”. Il Governo Bielorusso ha quindi creato un clima favorevole agli investimenti per i residenti del parco industriale, fornendo benefici senza precedenti sul modello di alcune “zone libere” già presenti nelle economie Cinesi e Sud Americane. Il progetto si sviluppa nel quadro della cooperazione intergovernativa tra Cina e Bielorussia e dei pertinenti accordi intergovernativi sottoscritti. Il progetto si basa sull’esperienza di Cina e Singapore nella creazione e sviluppo di zone economiche complesse: il “Great Stone” è modellato sulla base del progetto di successo del Cina-Singapore Suzhou Industrial Park (PRC). Oltre alla presentazione del Parco Industriale, durante il forum Sino-Bielorusso sono stati siglati 25 accordi per un totale di 3,5 miliardi di dollari. I documenti includono gli accordi di amicizia e cooperazione tra le città di Gomel e Harbin, la creazione di relazioni tra Grodno e Lunnan, Polotsk e Mudanjiang. Inoltre sono stati firmati accordi di cooperazione anche tra le regioni di Brest (Brest Oblast) e la provincia di Hubei e tra il Municipio di Minsk e il Governo del Popolo di Pechino. Durante il forum è stato anche siglato un importante accordo di “currency swap bilaterali” tra la Banca Nazionale della Repubblica di Belarus (NBRB) e la Banca popolare di Cina.

Il documento è stato firmato con il fine di promuovere gli scambi commerciali e la cooperazione economica tra la Bielorussia e la Repubblica popolare cinese. L’accordo prevede la fornitura di fondi in moneta nazionale delle parti per la somma totale di BR16 trilioni e RMB7 milioni. Il documento è valido per tre anni e può essere prorogata su mutuo consenso delle parti.

“Il currency swap nell’ambito dell’accordo sottoscritto intende promuovere l’uso delle monete nazionali nel commercio e attività di investimento tra le società della Bielorussia e Cina” hanno dichiarato dalla Banca Centrale di Bielorussia. A termine del forum anche il Presidente Lukashenko ha rilasciato dichiarazioni che lasciano trasparire una certa soddisfazione: “Si è pianificato di creare le condizioni per scambi turistici, formativi e culturali – ha dichiarato Lukashenko. Inoltre – ha aggiunto il presidente bielorusso a margine dell’incontro – anche la cooperazione interregionale della Cina con la Bielorussia riceverà un ulteriore stimolo”.

La firma del pacchetto di accordi, secondo quanto affermato da Lukashenko, diventa il più grande investimento straniero in Bielorussia e darà un impulso molto forte alla cooperazione in diversi ambiti, dal settore dell’edilizia, a quello delle infrastrutture, ma anche in tema di cooperazione interbancaria, con interventi nel settore degli investimenti e del credito.

El Zabayar: «Contro Cabello strumentalizzazioni infondate»

Diosdado-Cabello-portadada Correo del Orinoco

Il deputato ha sottolineato che il governo degli Stati Uniti non lotta contro la droga ma bensì per il controllo del commercio della droga

«Se la destra internazionale possedesse delle prove contro Diosdado Cabello le avrebbe già mostrate ai mezzi di comunicazione, in realtà, si tratta solo di strumentalizzazioni politiche prive di fondamento».

Questo è quanto affermato dal deputato Adel El Zabayar (PSUV/Bolívar), in relazione alle dichiarazioni rilasciate da Miguel Henrique Otero dagli Stati Uniti, il quale ha affermato che qualora Cabello lasciasse il Venezuela verrebbe arrestato dalla DEA.

«In primis – ha dichiarato El Zabayar – Cabello è un deputato della Repubblica, Presidente dell’Assemblea Nazionale, titolare di immunità parlamentare. Inoltre, qualsiasi organo di sicurezza voglia detenere Diosdado ha l’obbligo di mostrare delle prove, dove sono queste prove? Se esistessero già sarebbero state rese pubbliche».

Il deputato, membro della Commissione di Difesa dell’Assemblea Nazionale, ha sottolineato che il governo ha dimostrato la sua leadership nella lotta contro la droga, nel combattere il narcotraffico.

«Gli Stati Uniti, pur essendo il primo paese al mondo per consumo di droghe, si vantano di riuscire a individuare gruppi di narcotrafficanti in tutto il mondo, mentre all’interno dei propri confini, non riescono a fermare i gruppi narcotrafficanti e le bande che si occupano della vendita».

Il deputato ha inoltre sottolineato che il governo degli Stati Uniti non lotta contro la droga ma bensì per il controllo del commercio illecito della droga.

«Si tratta di una combinazione di interessi tra i politici nordamericani, l’esercito e i narcotrafficanti, altrimenti – ha denunciato il deputato del PSUV – difficilmente la droga potrebbe entrare in territorio nordamericano».

El Zabayar ha spiegato che in Europa, in quei paesi dove vi è il maggiore traffico di droga, casualmente, ci sono basi nordamericane. Un esempio è l’Afghanistan, dove vi sono installazioni della NATO.

«Il traffico di droga dall’Afghanistan può essere sviluppato in un solo modo: attraverso gli aerei militari nordamericani che partono dal territorio afgano diretti verso lo spazio europeo, dove poi la droga viene smistata verso le altre regioni del mondo».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

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