La guerra chimica in Vietnam

KFTSaJGdi Alessandro Pagani*

L’utilizzo di armi chimiche, da parte dell’esercito statunitense nel Vietnam, costituisce senz’altro un crimine di guerra sulla base delle norme del Diritto Internazionale.[1]

Sebbene oggi gli Stati Uniti si dipingano agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come i paladini della lotta contro l’utilizzo delle armi chimiche durante i conflitti e sulle popolazioni civili, la possibilità di utilizzare tali armi durante i conflitti è stata una costante nella politica degli Stati Uniti. Già durante la seconda guerra mondiale gli USA avevano sviluppato non pochi esperimenti in previsione di una guerra chimico-biologica. Dopo varie ricerche militari sugli erbicidi condotte a Camp Detrick, il vero e proprio utilizzo sulle popolazioni ha trovato il suo campo di applicazione su vasta scala in Vietnam, quando gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra contro un popolo intero che sosteneva la lotta di liberazione nazionale guidata dal Fronte Nazionale di Liberazione del Sud Vietnam e dal Partito dei Lavoratori del Vietnam.

È nei laboratori situati negli Stati Uniti che sono stati sviluppati “erbicidi” tra i quali i prodotti 2 e 4 – D e 2, 4, 5 – T; ed è proprio con la definizione di armi chimiche che gli stessi sono stati impiegati sin dal 1961 nelle operazioni di defogliazione nel Sud Vietnam.

I primissimi studi in merito sono quelli del Dott. Pham Van Bac, giurista e presidente ella Commissione d’Inchiesta della RDV sui crimini statunitensi in Vietnam: “è soltanto nell’ottobre del 1969, in una dichiarazione pubblica del Dott. Lee Dubridge, consigliere scientifico del presidente Nixon, che vengono rivelati i risultati delle ricerche sul 2, 4, 5 – T, compiute molto tempo prima dai laboratori di ricerca Bionetics, sotto gli auspici del Cancer Institute”.[2]

Dai risultati si evince che “qualsiasi dose di 2, 4, 5 – T produce nel ratto malformazioni fetali e che in ogni caso non è mai stato osservato un effetto nullo”.[3]

Il presidente Richard Nixon, ben consapevole che l’utilizzo di armi chimiche sulle popolazioni era una palese violazione del Protocollo di Ginevra (rapporto del 1° luglio 1969 della Commissione di esperti scientifici nominata dalle Nazioni Unite sulla questione dell’utilizzo di armi chimiche e biologiche), ha continuato a portare avanti le operazioni di genocidio ai danni della popolazione del Vietnam, camuffandole in maniera subdola.[4]

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, approvando il rapporto della Commissione, ha adottato la risoluzione N. 2603 del 16 dicembre 1969, secondo la quale “Dichiara contrario alle regole del Diritto Internazionale, in base agli enunciati del Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925, l’impiego nei conflitti armati di: A) ogni agente chimico di guerra – sia esso allo stato gassoso, liquido o solido – che produca effetti tossici sull’uomo, sugli animali o sulle piante”.

Attraverso l’utilizzo di armi di distruzione di massa l’esercito statunitense non solo violò tutte le norme internazionali che bandiscono l’utilizzo di armi chimiche durante conflitti bellici, ma colpì indiscriminatamente obiettivi civili e militari, procurando danni incalcolabili alle persone e alle cose, all’uomo e alla natura, danni che ancora oggi si possono riscontrare nella popolazione e nell’ambiente. Dai risultati di uno studio sugli effetti dell’agente “Arancione”, sono “confermate le proprietà mutogene della diossina, trasmissibili ereditariamente”[5]

Non pochi sono i casi clinici che confermano tali studi. A riguardo si riportano alcuni dati sulle anomalie riproduttive nel villaggio di Thanh Phu, nel Sud Vietnam; là dove l’aviazione nordamericana ha effettuato bombardamenti che non hanno risparmiato donne, bambini e anziani.

Nel 1970, il professore vietnamita Ton That Tung, durante una conferenza tenutasi a Orsay (Francia), ha illustrato ai presenti gli effetti mutogeni e cancerogeni sui cromosomi da parte della diossina, ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale la questione della correlazione tra la guerra chimica e il progressivo aumento di casi di donne e uomini affetti da cancro nel Vietnam. L’aberrazione cromosomica fu constatata tra le persone che avevano soggiornato per lungo tempo nelle zone cosparse con le sostanze chimiche. Il problema dell’azione letale dei prodotti chimici sulla salute dell’uomo è oggettivamente impressionante. Non pochi esperimenti di laboratorio hanno dimostrato l’effetto mutogeno, teratogeno e cancerogeno di suddette sostanze sull’uomo. I defolianti utilizzati a dosi massicce sulla popolazione hanno subito attirato l’attenzione di medici e biologi sulle reazioni dannose che provocano sull’uomo.

Sebbene fossero i biologi nordamericani, i primi a segnalare le gravi conseguenze dovute alla guerra chimica sull’ambiente, è nel centro d’ematologia dell’ospedale Bach Mai di Hanoi (laboratorio che fu distrutto dall’aviazione statunitense nel 19729), che furono scoperte per la prima volta delle alterazioni cromosomiche su dei soggetti che avevano vissuto per lungo tempo in regioni sottoposte ai bombardamenti con armi chimiche.[6]

A riguardo il Dott. Bach Quoc Tuyén, ematologo, precisa: “Lo studio del sistema cromosomico dei soggetti analizzati denota un elevato e anormale tasso di anomalie assai significative. I defolianti inducono lesioni tra i cromosomi sessuali e pertanto tali disfunzioni possono essere trasmesse ereditariamente alle generazioni future”. Lo studio epistemologico sulle malformazioni congenite conferma quanto affermato dal Dott. Bach Quoc Tuyén sull’ipotesi della trasmissione genetica degli effetti mutogeni dei defoglianti.

La ricerca afferma che “Un dato per nulla irrilevante è che nei giorni successivi ai bombardamenti nordamericani con armi chimiche sono stati contati un numero anormale di aborti tra le donne gravide della regione di Long Dien e di An Tranch (Trung Bo centrale). Tra le 73 donne colpite da manifestazioni oculo-nasali, ci sono stati 22 aborti. Non pochi sono stati i casi di donne gravide che hanno vissuto in zone di spargimento nei cui neonati, una volta partorito, sono stati osservati casi di trisomia 21. La trisomia 21 è la conseguenza di un errore nella separazione dei cromosomi omologhi, errore che spesso è stato attribuito all’avanzata età della madre, ma che invece è dovuto alle aspersioni dei nordamericani”. Tutto ciò si desume – sempre secondo tale ricerca – dal fatto che: “oltre all’origine tossica di queste trisomie 21 non sono state evidenziate anomalie cromosomiche strutturali così gravi da far pensare ad altro. Inoltre, in 100 cellule appartenenti ad alcuni di questi bambini sono evidenti 3,33 rotture cromosomiche, vale a dire 6 volte di più che nei sopravvissuti di Hiroshima”.[7]

La guerra chimico-biologica è da considerarsi come una parte della strategia bellica degli Stati Uniti, volta al genocidio della popolazione vietnamita.

In un inchiesta del New York Times del 21 dicembre 1965 anche i giornalisti dovettero ammettere la situazione reale, vale a dire che il governo degli Stati Uniti ha realizzato “Un vasto programma ufficiale destinato ad affamare i Vietcong” attraverso l’aspersione di sostanze chimiche nocive su ampi territori; là dove i Vietcong ricavavano il proprio sostentamento attraverso il sostegno della popolazione stessa.[8]

La guerra chimica, come strumento di aggressione imperialista, rappresenta un momento dell’azione terrorista tesa all’annientamento di un intero popolo, quando lo stesso è fermamente unito e determinato nella difesa della sua indipendenza nazionale. La guerra chimica – non solo in Vietnam, ma tuttora – è parte integrante della strategia imperialista di “togliere l’acqua al pesce” (secondo la famosa metafora di Mao Tse-Tung in cui il pesce rappresenta i combattenti comunisti e l’acqua il popolo nel quale nuotano), con l’obiettivo di spezzare suddetta unità mediante il terrore, la fame, la miseria, le più atroci sofferenze fisiche e morali, la distruzione totale del patrimonio naturale.[9]

Nel libro “Dans le maquis du Sud Vietnam” la giornalista e scrittrice francese Madeleine Riffaud testimone in prima persona degli orrendi crimini contro l’umanità da parte degli Stati Uniti afferma: “è molto difficile salvare i bambini, in particolare i piccini, dalla guerra chimica di cui essi sono vittime”.[10]

Defoliazione delle foreste mediante l’impiego di armi chimiche, distruzione dei raccolti, avvelenamento dell’uomo e del bestiame, utilizzo di napalm in dosi massicce, sperimentazione di gas tossici e di gas neurotossici contro la popolazione civile, utilizzo – finanche – di armi batteriologiche: l’amministrazione USA, pur cercando di nascondere tali pratiche terroristiche, ha perpetrato volutamente una criminale campagna di genocidio ai danni di donne, bambini, vecchi, senza distinguere il civile dal combattente.

La guerra chimica in Vietnam fu portata a termine per mezzo di aerei cargo C-130 e C-123 e ha interessato ogni volta zone e regioni sempre più ampie nel Sud Vietnam, là dove la fitta vegetazione non permetteva ai marines nordamericani di affrontare la tenace guerriglia vietnamita. Simultaneamente alle sostanze tossiche furono sganciate bombe a biglia, bombe incendiarie e bombe a scoppio ritardato, con l’obiettivo di impedire di fatto ogni tentativo di salvataggio. Dal 1961 al 1969 sono stati distrutti 13.000 Km quadrati di terreno coltivato (il 43% dell’intero territorio coltivabile) e 25.000 Km quadrati di foreste (il 44% dell’intera superficie forestale). Alla fine del 1969 erano stati colpiti più di un milione di ettari di terreno.[11] Gli statunitensi usarono defolianti ad altissime dosi, e a più riprese colpirono lo stesso territorio. I dati forniti dalle autorità statunitensi sono impressionanti: secondo il professor Meselson dal 1964 al 1969 sono state usate 50.000 tonnellate di defolianti e 7.000 tonnellate di gas CS. Il Congressional Record del 12 giugno 1969 fornisce la cifra di 6.063.000 pounds (un pound corrisponde a circa ½ chilogrammo) di gas CS per il solo 1969. A questi dati vanno aggiunti anche quelli del biologo statunitense, Arthur H. Westing, il quale afferma che nel Vietnam sono stati sparsi 57 milioni di chilogrammi di agente “arancione”, contenente diossina.[12]

La distruzione di coltivazioni e di foreste prodotta dalle armi chimiche è immensa e i suoi effetti nefasti, immediati e in prospettiva, sull’ecologia e la genetica sono terrificanti. Con la distruzione della flora le condizioni climatiche sono seriamente perturbate, specie in una regione come il Sud Vietnam, dove un terzo della superficie è coperto da foreste. L’erosione progredisce e l’acidità del suolo si accresce, la sua permeabilità diminuisce. Le piene e le inondazioni hanno prodotto i loro effetti nelle pianure costiere del Vietnam centrale. Degradazione del suolo e formazione di terreni argillosi. I prodotti chimici, alterando la composizione microbica del suolo, hanno prodotto una deviazione grave del processo di decomposizione e del metabolismo del suolo stesso con i relativi gravissimi effetti sulle piante. Gli studi sulle trasformazioni climatologiche e sulle fitopatologie a proposito dei prodotti chimici sono abbondanti.

La distruzione dei raccolti in Vietnam fu portata avanti in maniera sistematica. Nel libro, Vietnam. Immagini di una guerra (edito dalla Zambon Editore), si dice che: “Nel Vietnam del Sud specialisti americani insegnano ad aviatori vietnamiti il modo di spandere, nelle regioni tenute dai comunisti, un prodotto che prosciuga le risaie, rovinando un raccolto già pronto”.[13]

Uno degli aspetti più inquietanti riguarda poi le alterazioni genetiche.

AgentOrange1Gli effetti degli agenti chimici sull’uomo

Negli anni successivi alle scoperte mediche degli scienziati vietnamiti, il profesor Arthur Gaston, biologo dell’Università di Yale, affermava: “Se una donna gravida, nel Vietnam, ingerisce dell’acqua inquinata da questi prodotti chimici, la sua gestazione subirà sicuramente dei danni irreparabili”.[14] A oggi, le osservazioni e i dati statistici sulle alterazioni cromosomiche e sulle malformazioni congenite confermano gli studi medici e scientifici vietnamiti.

Secondo il già citato studio del Prof. Ton That Tung, l’impiego massiccio e prolungato di erbicidi e di defolianti può provocare alterazioni cromosomiche sulla popolazione che vive nelle zone in cui questi prodotti sono impiegati.

A riguardo, la scoperta del prof. Ton That Tung è inequivocabile: “Nel momento in cui la nebbia chimica si diffonde nell’aria, il soggetto esposto avverte prurito agli occhi, lacrimazione e rinorrea intensa, poi un odore aspro di cloro e di DDT lo prende alla gola, contemporaneamente una vampata di calore arriva alle narici, poi starnutisce e vomita; tutto questo mentre l’individuo soffre di cefalea e di astenia. Tutta la sintomatologia accenna ad affievolirsi solo dopo 24 ore ed il malato comincia a star meglio dopo 3-4 giorni. Quindi i primi sintomi che compaiono sono di tipo oculo-nasale, seguiti da cefalea e da vertigini con sensazione di malessere e di astenia intensa; l’astenia può rappresentare il sintomo dominante nei mesi seguenti l’aggressione. Non pochi uomini e donne, infatti, sono dovuti rimanere a letto per 2-3 mesi, ma anche dopo erano incapaci del minimo sforzo. All’astenia si accompagnavano insonnia, mal di testa e spesso impotenza sessuale e alterazioni mestruali nelle donne. Un aspetto particolare di quest’astenia è rappresentato dalla astenopsia (stanchezza visiva) che colpisce l’81% delle vittime dei prodotti chimici; la prova della lettura è molto indicativa: all’inizio la lettura appare possibile, dopo pochi minuti, però, il paziente dice di vederci sfocato, poiché lo raggiunge una grande fatica agli occhi e deve smettere immediatamente di leggere”.[15]

In sintesi, gli effetti principali sono di carattere oculo-nasale, seguiti da mal di testa, vertigini con sensazione di malessere e di stanchezza intensa; quest’ultima può essere il sintomo dominante nei mesi seguenti all’aggressione.

In tabella sono riportati i sintomi in ordine di frequenza. Nelle forme più gravi si può instaurare un quadro che ricorda la malattia di Addison.[16] In ogni caso lo studio dell’assetto cromosomico permette di collegare questa sintomatologia alla grave intossicazione da defolianti.

I defolianti e gli erbicidi usati nel Sud Vietnam sono diversi, ma l’attenzione dei ricercatori è stata rivolta in modo particolare sul 2,4,5-T che è stato usato in 9 anni nella quantità di 40 milioni di libbre mensili su 5 milioni di acri di territorio.

La contaminazione di queste sostanze chimiche e in seguito gli effetti teratogeni, generati non per via respiratoria bensì a causa dell’ingestione di acqua inquinata da suddette sostanze chimiche, deve farci riflettere sui danni che possono provocare sulla gestante. Il 2,4,5-T rimane nel suolo per molto tempo: una dose da 0,25 a 8 libbre per acro può rimanere nel terreno per un periodo di 4-5 mesi. Insomma, tenendo conto delle dosi di defoliante impiegato nel Vietnam, è stato calcolato che un vietnamita di 40 Kg, che ha bevuto 2 litri di acqua contaminata ha, di fatto, assorbito 120 Mg di 2,4,5-T al giorno, cioè 3 mg per chilogrammo di peso. Dato che mescolate col 2,4,5-T ci sono delle diossine, nelle medesime condizioni un vietnamita assorbe 1/10 di microgrammo di diossine al giorno.[17]

Tenendo presente che la donna è sensibile all’assorbimento di 2,4,5-T nella stessa misura in cui lo è per la talidomide, si può calcolare la dose minima teratogena. La dose assorbita da una donna vietnamita di 40 Kg, che beve acqua contaminata dai defolianti è 64 volte maggiore della dose teoricamente teratogena. Supponiamo adesso che l’effetto teratogeno sia dovuto alle diossine: assorbendone la donna 1/10 di microgrammo al giorno attraverso l’acqua inquinata, queste sostanze si accumuleranno nell’organismo come tutti gli idrocarburi clorurati e a un certo momento raggiungeranno la soglia teratogena; quando gli spargimenti saranno quotidiani, le possibilità di dare alla luce un neonato anormale saranno ulteriormente accresciute.[18]

Secondo il chimico vietnamita Vo Hoai Tuan, “La diossina è stata utilizzata a dosi superiori di tredici volte quelle raccomandate dal Ministero dell’Agricoltura per l’impiego agricolo interno. Più di un milione di persone si è nutrito con alimenti contaminati dai defolianti”.[19]

I tre principali erbicidi impiegati sono i prodotti: “Arancione”, “Bianco” e “Blu”. L’agente “Arancione”, è una miscela di 2,4-D e di 2,4,5-T, che venne impiegato per colpire alberi a legno duro e piante a foglie larghe. Le foreste di mangrovia sono particolarmente sensibili a questo prodotto sino al punto che a oggi non è ancora possibile constatare negli alberi contaminati segni di rigenerazione. Anche la fertilità del suolo è irrimediabilmente compromessa, a causa della continua erosione.

Il prodotto “bianco”, un miscuglio di 2,4-D e di Picloram, è stato impiegato in Vietnam in prossimità di villaggi ed in regioni popolose, questo perché, essendo il prodotto poco volatile, risulta meno suscettibile alla dispersione.

Il prodotto “Blu”, più tossico per le erbe che per gli alberi a foglia larga, è stato impiegato di preferenza per la distruzione delle risaie; esso, infatti, danneggia le piante di riso nel giro di 6-8 ore. Il prodotto “Bianco”, invece, danneggia le piante di riso nel giro di 24 ore.

La guerra chimica degli Stati Uniti, mediante il genocidio della popolazione vietnamita[20], aveva anche l’obiettivo – come detto previamente – di togliere ai guerriglieri Vietcong l’appoggio della popolazione. Distrutti i villaggi, bruciate le case, la popolazione veniva deportata e “concentrata” nei cosiddetti “villaggi strategici”, cintati da reticolati di filo spinato e sorvegliati da posti di guardia. Attorno ad essi, nel raggio di chilometri, veniva fatta terra bruciata distruggendo la vegetazione con erbicidi e defolianti, sostanze letali per gli uomini e gli animali.[21]

L’effetto del 2,4,5-T ha provocato nell’uomo e negli animali delle malformazioni congenite. Le notizie sono pervenute dalle province che furono colpite nel Sud Vietnam, hanno mostrato come non poche donne gravide esposte a queste sostanze hanno partorito dei nati-morti o dei neonati malformati con micro o macrocefalia, con arti deformi o con dita in sovrannumero; questi neonati sono in genere morti poco tempo dopo essere venuti alla luce, quelli sopravvissuti manifestano gravi deficit mentali.

L’utilizzo di gas tossici contro l’uomo: il CS come arma di distruzione di massa

Secondo lo studio dell’Unione degli Intellettuali Vietnamiti in Francia sulla guerra chimica nel Sud Vietnam[22], il CS si presenta sotto forma di polvere ed è sparso in sospensione[23]. Le particelle della sostanza tossica possono presentarsi in diverse dimensioni e con svariati supporti; tutte queste varietà del prodotto rispondono a esigenze di altrettante modalità di impiego. Oltre al CS propriamente detto sono stati preparati il CS-1 e il CS-2, fissati su silicone e usati dal 1968 in poi. I rapporti e le testimonianze presentate alla seduta del tribunale Russel, tenutasi a Roskilde nel 1967 e in seguito alla riunione del luglio 1968 del Centro Internazionale per i crimini di guerra, hanno stabilito che il CS impiegato in certe condizioni, tutte presenti nel Sud Vietnam, diventa un’arma letale. Il CS deve essere considerato dunque (e il tribunale Russel ha concluso in questo senso) come un’arma chimica e come tale rientra tra le armi bandite dal Protocollo di Ginevra del 1925).

Come rileva Francis Khan, professore aggregato alla Facoltà di Medicina di Parigi, “La prova più indiscutibile che il CS può risultare, in determinate circostanze, un’arma letale si ricava dai dati tossicologici pubblicati dagli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità (organismo delle Nazioni Unite) nel loro rapporto al segretario generale dell’ONU della fine del 1969 e dell’inizio del 1970. Ma il rapporto permette soprattutto di dimostrare che le truppe USA nel Sud Vietnam adottano delle concentrazioni e delle modalità che trasformano il CS in un’arma decisamente mortale”[24].

Le truppe nordamericane per insufflare il CS nei sotterranei e nei rifugi fecero uso di macchine chiamate “Mighty Mite” capaci di pompare la sostanza tossica sotto forma di polvere, di liquido o di gas nei rifugi sotterranei in quantità di diversi chilogrammi al minuto. Ora, “se è chiaro che è impossibile, trovandosi davanti all’entrata del rifugio, decidere quali siano le sue reali dimensioni e perciò il suo volume di aria respirabile; tenendo conto, inoltre, che rifugi molto grandi presentano la stessa entrata che un rifugio familiare costruito per alloggiare da 4 a 5 persone è estremamente facile raggiungere, in tali rifugi, concentrazioni mortali di CS”[25], creando così delle vere e proprie camere a gas.

Altri agenti tossici in dotazione all’esercito nordamericano e utilizzati nella guerra del Vietnam

Oltre al succitato gas lacrimogeno CS (o clorobenzalmalonitrile) troviamo in dotazione all’esercito statunitense i seguenti composti tossici:

Fosgene (CG), trattasi di un gas molto irritante che produce tosse, cianosi e infine asfissia per edema polmonare.

Acido prussico (acido cianidrico, AC), produce convulsioni, perdita di coscienza ed asfissia.

Cloruro di cianogeno, lacrimogeno molto intenso, dose letale: 400 mg/metro cubo in 10 minuti.

Iprite e Mostarde azotate (HD e HN-3 del codice statunitense, producono infiammazione delle mucose e lesioni della cute, necrosi, polmoniti, asfissia e disturbi neurologici.

CN (Cloroacetofene), è il comune gas lacrimogeno impiegato dalle polizie di tutti i Paesi per disperdere le manifestazioni; sembra che reagisca con i gruppi –SH delle proteine e che perciò inibisca molti enzimi; produce irritazione delle vie respiratorie superiori e delle congiuntive, può provocare ancora delle bruciature, vomito; è mortale a dosi molto elevate e in ambienti confinati; in caso di contatto diretto sul globo oculare può provocare cecità.

DM o Adamsite (difenilamicocloraarsina), è la più potente delle sostanze chimiche impiegate contro le manifestazioni; secondo il manuale dell’esercito 3-215 esso produce “irritazione degli occhi e delle mucose, fa colare il naso come per un raffreddore, produce starnuti, tosse violenta, emicrania, forte dolore al petto e senso di oppressione, nausea e vomito”; il manuale FM 3-10 dell’esercito statunitense dice: “l’impiego del DM per disperdere le manifestazioni è sconsigliabile quando non si accetti l’eventualità di provocare dei morti, lanciato in dosi massive può essere mortale e provocare paralisi, è quindi meglio utilizzarlo durante operazioni militari nelle quali può essere decisivo neutralizzare gli uomini-chiave del nemico con effetti paralizzanti, sempre valutando l’eventualità di provocare dei morti.

BZ (noto ufficialmente come sostanza “immobilizzante”), la sua formula chimica è segreta, si ritiene che si tratti di un gas che colpisce il sistema nervoso; il manuale dell’esercito FM 3-10 dice solo che è “un aerosol paralizzante a lenta azione il cui effetto è transitorio, penetra nel corpo attraverso la respirazione ed impedisce il funzionamento dei meccanismi mentali che controllano le funzioni del corpo”; il manuale di addestramento per la guerra chimico-biologica afferma che tra gli effetti del BZ si possono citare: “il rallentamento dell’attività mentale e fisica, emicranie, vertigini, perdita del senso di orientamento, allucinazioni, sonnolenza, comportamento demenziale e aumento della temperatura corporea”; alcuni di questi sintomi sono paragonabili a quelli prodotti da alcuni allucinogeni (LSD-25, per esempio) ed è noto che il Pentagono ha patrocinato ricerche sull’impiego militare degli allucinogeni.

Agenti neurotossici

Essi sono in genere degli inibitori della colinesterasi, ma anche di altri enzimi, producono disturbi della vista e del respiro, nausea, vomito, crampi, alterazioni del comportamento, coma, convulsioni, asfissia e morte. I gas neurotossici agiscono inavvertitamente perché inodori, senza sapore e quasi invisibili. Se penetrano nella pelle o attraverso le vie respiratorie, provocano la morte di chi ne viene a contatto nel giro di 4 minuti. I prodotti che escono dalla fabbrica Chemical Plant situata a Newport, Indiana, sono dei gas tossici per il sistema nervoso e si distinguono in:

GA (Taboun o Trilon) è il dimetil amminocianofosfoto d’etile.

GB (Sarin) è il metilfluorofosfato d’isotropie. È un gas inodore, incolore e volatile che può uccidere in pochi minuti, un milligrammo costituisce la dose letale, è in dotazione dell’arsenale degli Stati Uniti dalla fine degli anni Quaranta.

VX è un altro gas inodore che a differenza del GB non evapora rapidamente e perciò conserva a lungo la sua tossicità; un solo milligrammo di questo gas basta ad uccidere un uomo.

GD (Soman) ha caratteristiche simili ai precedenti.

Le sostanze chimiche utilizzate

Arancione (2-D 2, 4, 5 – T).

Bianco (Sale di triisoproplanolamino picloram, sale di triisopropanolamino del 2, 4 – D).

Blu (Acido cacodilico e cacodilati)

I gas letali utilizzati

CN (Cloroacetofenone)

DM (Adamsite o cloruro di fenarsazina)

CS (Ortoclorobenzol-malonitrile), utilizzati anche come CS-1 e CS – 2

Impianti per la guerra chimico-biologica negli Stati Uniti.

Edgewood Arsenal, Maryland: Quartier generale dell’Army Chemical Corps, Edgewood è il centro dell’esercito per le ricerche sugli agenti chimici e sui sistemi di disseminazione di tali agenti. Edgewood è la più vecchia delle basi per la guerra chimico-biologica. Durante la Prima guerra mondiale, confezionò proiettili contenenti fosgene e altri gas e rimase il principale centro di produzione di tutte le armi chimiche fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo di che fu interamente destinata alla ricerca.
Army Biological Laboratory, Fort Detrick, Maryland: Fort Detrick si trova a Frederick, MD., un comune rurale, a circa 50 miglia a nord-ovest di Washington, D.C. Fort Detrick è il centro di tutte le ricerche degli Stati Uniti nel campo della guerra biologica. Questa base è sorta durante la seconda guerra mondiale ed è dotata di un insieme di laboratori del valore di 75 milioni di dollari. Oltre alla ricerca sulle armi biologiche destinate a colpire l’uomo Fort Detrick controlla la maggior parte delle ricerche sugli agenti che distruggono il fogliame e i raccolti.
Rocky Mountain Arsenal, Colorado: Questa base di 17.750 acri, situata a 10 miglia a nord-ovest di Denver, era il principale impianto per la produzione del gas Sarin – un gas che attacca il sistema nervoso – da quando la formula era stata sottratta ai tedeschi alla fine della Seconda guerra mondiale. Il Rocky Mountain continua a produrre e a confezionare vari agenti che agiscono sul sistema nervoso e diversi prodotti chimici immobilizzanti; ha fornito, inoltre, le armi impiegate in Vietnam per distruggere i raccolti (per ulteriori informazioni, vedi J.H. Healy, The Denver Earth-quakes, “Science”, 27 settembre 1968, pp.1301 sgg.)
Naval Weapons Laboratory, Virginia: situato nelle vicinanze del Potomac, a Dahlgreen, a sud di Washington, D.C., questo laboratorio è il centro della marina che si occupa delle ricerche sulla guerra chimico-biologica. Gran parte del lavoro di questo laboratorio riguarda la difesa da un eventuale attacco con armi chimiche. La principale zona di prova della marina per tutte le sue armi è l’Ordinance Station, a China Lake, California. Le ricerche sulle epidemie provocate da armi biologiche sono condotte nel Naval Biological Laboratory (NBL) di Oakland, California. Situato nel Naval Supply Depot di Oakland, California, questo laboratorio è diretto da personale dell’Università della California che opera in base a un contratto con l’ufficio per le ricerche navali.
Dugway Proving Grounds, Utah: si trova in una grande riserva nel deserto, circa 80 miglia a sud-ovest di Salt-Lake City. Dugway è il principale terreno di prova per le armi chimico-biologiche. Vi si sperimentano spesso bombe e munizioni contenenti sostanze mortali che agiscono sul sistema nervoso; lo scopo di tali esperimenti è di determinare in quale misura le condizioni atmosferiche influiscano sugli effetti della disseminazione. L’esistenza stessa di Dugway era ignorata dalla maggioranza degli statunitensi.

*(Scheda storica tratta dal libro di Phan Thi Quyen, Vivere come lui. Nguyen Van Troi, simbolo della lotta di liberazione del Vietnam, Zambon Editore, 2014).

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Note biografiche:

[1] Manifesto di Pietroburgo del 1869, Convenzione dell’Aia del 29 luglio 1899, Convenzione dell’Aia del 19 ottobre 1907, Trattato di Versailles del 1919, Trattato di Washington del 1922.

[2] AA.VV., La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit. p. 106

[3] Ibidem. Cit. p. 106

[4] Il rapporto del 1° luglio 1969 della Commissione di esperti scientifici nominata dalle Nazioni Unite sulla questione dell’utilizzo di armi chimiche e biologiche afferma che: “Il veto annunciato nel Protocollo di Ginevra si applica a tutti gli agenti chimici, biologici e batteriologici (ivi compreso i gas lacrimogeni ed altri irritanti) attualmente esistenti o che nel futuro potranno essere messi a punto. Per ulteriori approfondimenti, v. AA.VV., La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, p. 108.

[5] Ètudes Vietnamiennes, N° 2/1972, Op. cit. p. 27

[6] Conseguences durables de la guerre chimique, in Le Courier du Vietnam, 2/1983, Hanoi, RDV, pp. 22-31

[7] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1973, pp. 57-83

[8] Ibidem, cit., p. 131

[9] Tutti questi crimini sono contemplati e condannati espressamente dal tribunale militare di Norimberga (riconosciuto nel dicembre 1946 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite) e dalla Convenzione Internazionale sul genocidio del 1948. La responsabilità di questi crimini internazionali cade indiscutibilmente sul governo degli Stati Uniti, secondo lo statuto e la giurisprudenza del tribunale internazionale di Tokio (anche questo riconosciuto dall’ONU). A riguardo v. AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, p.110.

[10] Per ulteriori approfondimenti sulla guerra chimica attuata come genocidio e biocidio e sulle conseguenze dell’uso di defolianti durante la guerra in Vietnam, v. Il laboratorio delle barbarie, in Vietnam. Immagini di una guerra (a cura di Luigi Nespoli e Giuseppe Zambon), Zambon Editore, 2012.

[11] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., p.33

[12] Tratto dalla rivista Nature, Londra298, 5980: 114, 8-7-1982, ora in Le courier du Vietnam, 2/1993, Hanoi, RSV, Cit., p. 22.

[13] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., p 131.

[14] Ibidem, cit., pp. 34-35

[15] Ibidem, cit., p.60

[16] La Dott.ssa Anne Bachelot, specialista di endocrinologia e medicina della riproduzione all’ospedale Pitié-Salpetriére di Parigi, ci spiega che il morbo di Addison (AD) è una rara malattia cronica che colpisce la corteccia delle ghiandole surrenali, diminuendo o anche azzerando la sua funzionalità- Per questo il nome scientifico è ipocorticosurrenalismo o insufficienza corticosurrenalica. I sintomi principali di AD sono “affaticamento, perdita delle forze, malessere, perdita di peso, nausea, anoressia (ritardo delle crescita nei bambini), dolori muscolari e articolari. Segno cardinale è la pigmentazione cutanea e delle mucose (incupimento della cute: pieghe palmari, nocche, cicatrici, mucosa orale e siti di frizione). I sintomi d’ipotensione posturale e ipoglicemia sono tardivi. I pazienti possono chiedere con insistenza di ingerire sale- Sono spesso presenti vitiligine e alopecia areata. L’AD causa un deficit di deidroepiandrosterone, responsabile di altre sindromi presenti solo nelle donne (perdite di peli ascallari/pubici, pubarca assente nei bambini, libido ridotta e secchezza cutanea). Senza terapia oppure nel corso di malattie scatenanti può insorgere l’insufficienza surrenalica primitica acuta (AAI) o crisi surrenalica, un’emergenza medica potenzialmente letale”. Per ulteriori approfondimenti sul tema, v. http://www.orpha.net/consot/cgi-bin/OC_Exp-php?ing=IT&Expert=85138

[17] AA.VV., La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., pp. 57-83.

[18] Ibidem, cit., p. 77

[19] Ibidem, cit., pp. 37-45

[20] Che gli Stati Uniti stessero perpetuando un genocidio si desume dall’utilizzo dell’acido cacodilico, composto principale del prodotto “Blu”, il quale contiene un 54% di arsenico. Ora, come ben sappiamo, all’avvelenamento per arsenico nell’uomo si arriva quando, in seguito ad accumulo graduale, si raggiunge la dose letale; nello stesso modo è prevedibile che agisca il prodotto “Blu”, cioè a distanza di tempo. L’intossicazione da acido cacodico produce: mal di testa, vertigini, vomito, diarrea, stupore, convulsioni, paralisi e morte; la dose sufficiente a produrre questa sintomatologia è, per un adulto, di circa 30 grammi.

[21] In realtà siffatta strategia imperialista non andò a buon fine, giacché l’Esercito di Liberazione Nazionale del Vietnam riuscì a trasformare questi “villaggi strategici” in “villaggi combattenti”; vale a dire in bastioni di Resistenza delle popolazioni contro l’aggressione statunitense e contro il governo vassallo di Saigon. Per successivi approfondimenti in merito, v. Vietnam. Immagini di una guerra, Zambon Editore, 2012, cit. p. 88

[22] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit. pp. 127-143

[23] Per questa ragione, per valutarne la quantità si ricorre a un’unità di peso (grammo, Kg, tonnellata) e non a un’unità di volume (litri, metri, cubi) come ci si aspetterebbe trattandosi di un gas.

[24] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., pp. 175-176.

[25] Ibidem, cit., p. 176

La Bolivia nazionalizza le telecomunicazioni: tariffe -80%

Evo-Morales-aniversario-nacionalizacion-Entel_LRZIMA20120504_0102_4da Agencia Boliviana de Información 

L’azienda pubblica Empresa Nacional de Telecomunicaciones (Entel) ha incrementato dell’875,9% la sua larghezza di banda Internet internazionale negli ultimi sei anni, passando da 1620 megabit per secondo, nel 2008, a 15.810 megabit per secondo nel 2014.

L’informazione è stata diffusa da Entel, in occasione della Giornata di Internet, che viene celebrata ogni 17 di maggio a livello internazionale.

L’aumento della larghezza di banda Internet internazionale consente di navigare a velocità molto più elevate, e offre l’accesso a molti più utenti contemporaneamente, ha evidenziato Entel.

Secondo quanto riferito da Entel, nel 2008 la larghezza di banda Internet internazionale era di 1.620 megabit al secondo, passata poi a 2.240 nel 2009, 3.410 nel 2010, e attestatasi a 6.355 tra il 2011 e il 2012, salita poi nuovamente a 9840 nel 2013 e, infine, raggiunto i 15.810 megabit al secondo nel 2014.

Inoltre, nel mese di aprile 2014, Entel ha ribassato le tariffe internet fino all’80%, al fine di favorire la popolazione e democratizzare le telecomunicazioni nel paese.

Per quest’anno, Entel ha annunciato un investimento di oltre 350 milioni di dollari per migliorare la propria presenza nel paese e rafforzare i servizi offerti: telefonia mobile, televisione satellitare e internet.

Il 1 Maggio del 2008, nel quadro della sua politica di recupero delle imprese, il governo nazionalizzò Entel che, all’epoca, era nelle mani dell’italiana Euro Telecom, società straniera che fu artefice della privatizzazione della società avvenuta nel 1996.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Quando le sbarre del carcere furono aperte al futuro

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di Roberto Diaz Martorell – Juventud Rebelde

In seguito all’amnistia politica, ottenuta Sessant’anni fa grazie allo sforzo popolare, Fidel, assieme a tutti gli altri giovani che assaltarono la Caserma Moncada e la Caserma Carlos Manuel de Céspedes, ottennero la libertà dal Presidio Modelo nell’Isola dei Pini

Nuova Girona, Isola della Gioventù – La scarcerazione dal carcere Presidio Modelo nell’Isola dei Pini di Fidel Castro, assieme a tutti coloro che assaltarono la Caserma Moncada, a Santiago di Cuba, e la Caserma Carlos Manuel de Céspedes, a Bayamo, il 15 maggio 1955, ha reso concreto il dispiegarsi di una nuova tappa di lotta all’interno della storia nazionale, che fu preparata sistematicamente durante quei 22 mesi di ingiusto incarceramento che essi dovettero patire.

A Sessant’anni da quell’evento, il popolo dell’Isola della Gioventù commemora questa data assai importante, di riflessione e di impegno; di ringraziamento per poter vivere in un paese che ha convertito il Presidio Modelo in Palazzo dei Pionieri, trasformandosi, inoltre, in uno spazio dove i giovani possono conoscere la nostra storia, con la prospettiva di crescere da veri rivoluzionari e di armarsi di quegli strumenti ideologici atti a difendere i più genuini valori e ideali di libertà e sovranità piena dell’uomo e dei suoi popoli.

La celebrazione ha reso possibile la preparazione di intense giornate di lavoro per esibire un complesso urbanistico, che riflettesse, invero, il significato storico degli eventi. Nel contempo, ci si è attivati a una ristrutturazione di Marabù, attraverso l’espropriazione di terre incolte e mediante la realizzazione di importanti piani produttivi; attraverso il miglioramento dei centri di studio e di lavoro; attività – tutte – che sono indispensabili per rafforzare ancor di più l’identità locale.

Gli abitanti dell’Isola dei Pini, in nome di tutto il popolo di Cuba, hanno festeggiato gioiosamente questa data per via del trionfo delle idee che portarono all’assalto del Moncada, la vittoria popolare del 15 maggio 1955, lo sbarco del Granma e la lotta insorgente nelle montagne e nelle campagne, che si concluse con il trionfo del Primo gennaio 1959.

La scarcerazione

Secondo quello che si evince in un testo intitolato Monografia Pinera, doveva essere l’una del pomeriggio di una domenica differente da tutte le altre, quando un cospicuo gruppo di persone si accalcava impaziente di fronte ai cancelli di un carcere. Ad un tratto furono aperte le porte del Presidio e dalla lunga scalinata scesero il primo gruppo costituito da dieci giovani. Circa mezz’ora dopo, fu la volta del secondo gruppo, costituito da 8 compagni, ivi compreso Fidel. Infine, qualche minuto dopo, fu la volta degli ultimi.

Il giubilo popolare esplose: abbracci, risate, strette di mano, pacche sulle spalle. I rivoluzionari, una volta scarcerati, abbandonarono il luogo con alcune auto messe a loro disposizione, direzione Nuova Girona, dove ognuno di loro prese la propria strada. Juan Almeida Bosque, con i suoi parenti, si diresse verso la casa di Francisca Herrera («Tin Tan»), che risiedeva nella Sierra Caballos.

Un altro gruppo di giovani, tra i quali vi era Abelardo Crespo, visitò la casa dove visse José Martì, all’interno della proprietà El Abra. Fidel, con il resto dei compagni, si diresse, invece, verso la casa della familia Montané Oropesa, dove si riunirono con parenti, amici e giornalisti.

Alle 3 del pomeriggio, nell’hotel Isola dei Pini (oggi in quel posto esiste il Parco 15 maggio), il leader rivoluzionario si rivolse alla stampa, ringraziò pubblicamente tutto il popolo cubano per l’appoggio e confermò la sua ferma decisione di proseguire nella lotta. Quella stessa sera, nel porto dove si trovava la nave El Pinero, la popolazione di Nuova Girona si riunì per osservare la sua partenza.

Prima di partire, i moncadisti intonarono la Marcia del 26 luglio. Quel giorno, quella nave che per diritto proprio faceva parte della storia salpò con un’unica missione, quella dei giovani della Generazione del Centenario, liberati dall’orrendo incarceramento e pronti per portare la libertà a Cuba.

La reclusione

La liberazione di questi giovani non fu una casualità e nemmeno una concessione da parte del tiranno Fulgencio Batista in tempi di elezioni. Tutto questo fu possibile grazie alla spinta realizzata dal movimento pro-amnistia che prese vigore in tutto il paese. Nell’isola si pose in marcia l’azione popolare diretta da Juan Almeida – il padre di Juan Almeida Bosque – e Sergio Montané, che crearono il Comitato Pro-Amnistia in tutto il territorio pinero, là dove un’instancabile agenda di rivendicazioni per la liberazione di quei giovani, incalzò il governo affinché firmasse l’amnistia.

Il popolo insulare, che allora non era numeroso ed era terrorizzato dagli orrori del Presidio Modelo, si risvegliò dal letargo a cui era sottomesso e si unì alle rivendicazioni dei parenti e degli amici di chi, guidati dalle idee dell’Apostolo, non titubarono nel lanciarsi nella lotta per l’indipendenza definitiva della Patria.

Taluni storici coincidono nel segnalare che il 15 maggio 1955 rappresenta una delle date più importanti del processo rivoluzionario cubano. Quando i moncadisti, diretti da Fidel, furono rinchiusi in carcere, i governanti pensarono di aver messo fine alle avventure di un gruppo di rivoltosi senza organizzazione e prospettiva. Poco dopo, la storia dimostrò che si erano sbagliati.

Durante il carcere, questi giovani cambiarono i fucili con i libri, con il fine di formarsi nelle idee del pensiero critico marxista, base ideologica della Rivoluzione. Fu laggiù che si posero le basi della solidarietà tra compagni e con chi non poteva ricevere aiuti dai propri parenti. Il tempo risultò utile per poter studiare e inoltre crebbe il senso del dovere nei confronti della Patria. Siffatta unità e la possibilità di approfittare del tempo risultarono vitali nel divenire della lotta rivoluzionaria.

I crimini del Presidio Modelo

L’isola della Gioventù conserva tuttora il celebre Presidio Modelo come simbolo della rivolta, in quel carcere morirono moltissimi valorosi combattenti, mentre altri dovettero patire lunghi periodi di imprigionamento. Tra questi figura Pablo de la Torriente Brau, che giunse a definirla “l’isola dei 500 assassinati”.

Come dargli torto all’intellettuale e rivoluzionario cubano. Il penitenziario era stato costruito per ordine del dittatore Gerardo Machado a immagine e somiglianza del carcere di Jolliet, negli Stati Uniti, là dove il principale obiettivo era – rieducare – i prigionieri più pericolosi, vale a dire coloro che la pensavano diversamente dal governo di allora.

La realtà era assai differente: macabre torture – incidenti casuali – un colpo duro “involontario”, uno sparo dopo un “tentata fuga”, il costringere il carcerati a scavarsi la propria tomba prima di essere assassinati o il “lancio verso la morte” da uno dei piani dei circondari ai danni di chi non sopportava l’umiliante violazione del suo corpo; sono storie che traspaiano da questi muri.

Alcune persone di età avanzata rammentano che i loro nonni raccontavano con tristezza e paura che non poche famiglie lasciavano davanti alla porta di casa un piatto di mangiare o un sacchetto di vestiti, per paura del contatto fisico con i fuggiaschi. Questa era la realtà che gli toccò vivere a una popolazione in circostanze che vanno al di là di quella che dovrebbe essere una vita penitenziaria per quanto dura.

Inaugurato il 16 settembre 1931, questo recinto fu testimone dei più efferati crimini e torture commesse in complicità con prigionieri e guardie, che consideravano il carcere un vero e proprio campo di sterminio.

Da quella prigione e sotto minaccia costante, Fidel scrisse clandestinamente La storia mi assolverà, documento che – poi – si convertì nel programma di sviluppo economico e sociale di Cuba e che fomentò la ribellione tra i cubani che credevano nella possibilità concreta di spezzare per sempre le catene che opprimevano il paese.

Coloro che visitano l’antico carcere per uomini, che oggi è un Monumento Nazionale, possono immaginare la sofferenza di quei giovani che, nonostante le privazioni carcerarie, svilupparono un’intensa preparazione e organizzazione per portare avanti il combattimento; là dove i loro parenti e amici – fuori dal carcere – proseguivano nella battaglia per l’amnistia.

Fu proprio così, attraverso la pressione dell’opinione pubblica, che il regime tirannico di Fulgencio Batista dovette firmare la Legge che aprì il cammino ai rivoluzionari il 15 maggio 1955.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

Venezuela: La Comunità araba critica la visita dell’emiro del Qatar

da hispantv

La Federazione delle associazioni ed entità arabe del Venezuela (FEARAB) ha criticato la visita dell’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, giunto “improvvisamente e insperatamente” in Venezuela.

«FEARAB Venezuela ripudia la presenza nel paese di [Simon] Bolivar, dell’emiro del Qatar, in quanto il suo vergognoso regime ha assassinato i nostri fratelli e parenti nella patria siriana», si legge in comunicato pubblicato sul sito Web della federazione, presieduta dal parlamentare del PSUV, di origine siriana. El Zabayar il 31 agosto del 2013, su dispensa del Parlamento venezuelano, si recò in Siria per combattere con i Comitati di Difesa popolare che affiancano l’esercito siriano nella lotta al terrorismo.

FEARAB ha ricordato che il Qatar, insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia, è complice dell’uccisione di centinaia di migliaia di siriani da parte dei gruppi terroristici finanziati da questi paesi.

Per questo motivo, FEARAB ha invitato le agenzie di sicurezza del Venezuela a mantenere alta la guardia, avvertendo: «Vogliamo ricordare che eventuali azioni di disturbo presumibilmente potrebbero essere finanziate attraverso le ambasciate di Qatar e Arabia Saudita».

Tuttavia, FEARAB si è mostrata ottimista che il governo venezuelano, attraverso la sua diplomazia abile ed efficace, possa convincere il Qatar a cambiare radicalmente la sua posizione attuale e le politiche ostili nei confronti della Siria.

La nota ha anche aggiunto che la Federazione «rispetta, accetta e solidarizza con le decisioni sovrane dello Stato venezuelano affinché abbiano un buon esito, per quanto riguarda lo sviluppo della sua politica internazionale, sia in ordine strategico di contribuire al conseguimento di un mondo multi polare, per le azioni riguardanti il rafforzamento dell’OPEC (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), il mercato dell’esportazione del petrolio e la cooperazione internazionale».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Estudiantes de Medicina Integral recibieron tabletas Canaima

estudiantes del Programa Nacional de Formación en Medicina Integral Comunitaria (PNF-MIC) del Distrito Capitalpor VTV

Más de 400 estudiantes del Programa Nacional de Formación en Medicina Integral Comunitaria (PNF-MIC) del Distrito Capital, quienes se forman en espacios de la Misión Sucre y la Escuela Latinoamericana de Medicina “Dr. Salvador Allende” (Elam), recibieron este sábado sus tabletas Canaima Universitaria de manos del ministro del Poder Popular para Educación Universitaria, Ciencia y Tecnología (Mppeuct), Manuel Fernández, acompañado del viceministro Jehyson Guzmán y de un equipo de la Compañía Anónima Nacional Teléfonos de Venezuela (Cantv), ente adscrito responsable de este proyecto educativo.

Fernández informó que “esta entrega representa un esfuerzo del Gobierno Bolivariano. Sólo en Canaima se ha invertido más de 1.500 millones de dólares y esos recursos los ha otorgado esta Revolución a sus estudiantes”.

El titular del Mppeuct indicó que en el Gobierno del presidente Nicolás Maduro se inició la entrega de tabletas Canaima a los universitarios. “Esto no sucede en ningún país del mundo, tener un plan de distribución masiva de tabletas donadas a los estudiantes universitarios, nacionales e internacionales”.

En este sentido, invitó a las y los estudiantes beneficiarios al buen uso de esta herramienta tecnológica para fortalecer su formación y la práctica profesional. “Es una tableta que en velocidad de procesamiento, almacenamiento y características, no tiene nada que envidiar a cualquier tableta del mercado en una relación costo-calidad”.

También detalló que en el país hay 2,7 millones de estudiantes universitarios, 800 mil pertenecen a la educación privada y 1 millón 900 mil están en el sector oficial, de los cuales 347 mil se forman en la Misión Sucre y 30 mil cursan Medicina Integral Comunitaria.

Venezuela sembrará 38 hectáreas de semillas agrocecológicas

Semillas autóctonas

por AVN

Venezuela arrancó este sábado un plan de siembra para el impulso de la soberanía alimentaria, que abarcará un total de 38 hectáreas de semillas agroecológicas, dentro de su política de impulso a la producción.

La iniciativa comenzó con el cultivo de dos hectáreas de semillas de maíz en el estado Lara, con apoyo del Movimiento de los Trabajadores Rurales sin Tierra de Brasil, en la Unidad de Producción Social Agrícola (Upsa) Los Caquetíos, situado en la carretera vieja Barquisimeto-Yaritagua, en el centro-occidente del territorio.

“Con esta semilla de maíz vamos a empezar hoy la siembra, que va a llegar hasta 38 hectáreas de semillas certificadas”, explicó el ministro de Agricultura y Tierras, José Luis Berroterán, desde esta región.

Añadió que también incluirán semillas de hortalizas, como tomate, cebolla, ají y perejil, producidas por el Instituto Nacional de Investigaciones Agrícolas (Inia).

“Este es un proyecto que está basado en el uso de nuestras semillas autóctonas, seleccionadas por productores. Aquí hay todo un avance tecnológico que va a permitir que nosotros podamos progresar en una forma sustentable y consolidada, ya que esa semilla de hortaliza, en unos 70 días, ya estará disponible, y la semilla de maíz, en 140 días. Si no hay producción de semilla en la agricultura, vamos a seguir dependiendo de las transnacionales”, explicó en una trasmisión televisiva.

Afirmó que este gran plan de producción de semillas reúne los logros de la investigación en la materia y la participación de los productores directamente.

En la comunidad de Caquetíos se cuenta con la semilla de maíz Guanape, cuyos primeros resultados en niveles de producción arrojaron entre 6.000 y 7.000 kilogramos del rubro por hectárea.

Chavismo, amor propio y goce popular

por Reinaldo Iturriza

1. El pecado capital es la gula, no el comer. Y sin embargo, quienes se han saciado históricamente quieren hacernos creer que es un pecado que la mayoría coma, y coma bien.

2. El chavismo dignificó el acto de comer al conquistarlo como derecho haciendo la cola para votar. Desde entonces dejó de ser una “necesidad básica” para convertirse en un acto político. El antichavismo trata de convertirlo en un acto que exige una humillación previa, la que se experimenta en la cola para comprar. El objetivo es claro: despolitizar el acto, apelando a la feroz competencia.

3. Refiriéndose a la economía política, escribía Marx en 1844, en sus Manuscritos: “Hemos aceptado su terminología y sus leyes”. Partiendo de sus “presupuestos”, “con sus mismas palabras”, Marx descubrió la explotación y demostró que tal fenómeno es lo que define al capitalismo. Ciento cincuenta años después, jugando su mismo juego, con sus propias reglas, el chavismo le propinó una derrota histórica al statu quo fundado en el pacto de élites de 1958. Entonces, descubrimos la democracia participativa y protagónica y demostramos que lo que siempre se llamó democracia no era más que su remedo.

4. Para los dolientes de la vieja partidocracia, la revolución bolivariana ha quedado reducida a un gobierno corrupto, ineficiente e ilegítimo, en ese orden. Parte del antichavismo, incluido el que reclama para sí el derecho a no alinearse políticamente, manifiesta que la revolución bolivariana es un proyecto fracasado, que acabó reproduciendo la corrupción, la ineficiencia y la ilegitimidad de la “democracia” de Punto Fijo. Si para los primeros todo pasado fue mejor, para los segundos el presente ha terminado siendo peor que el pasado.

5. Sépanlo bien (y que no se nos olvide): con sus maravillas y sus pesadillas, este presente es nuestro. La revolución bolivariana multiplicó hasta el infinito nuestra potencia de actuar como pueblo que lucha por su liberación, por la democracia, por el socialismo, que no es la libertad de unos pocos, que no es poca cosa; que no es el ejercicio de mi libertad sin importar la suerte del otro.

6. Aprendamos a desconfiar de una fuerza política que, para prevalecer, ataca directamente nuestra potencia de actuar, para entristecernos, para desmoralizarnos, para desmovilizarnos. Para que dejemos de creer en nuestras fuerzas. Igualmente, desconfiar de una fuerza política incapaz de asumir la responsabilidad de nada, mucho menos de los ominosos actos de violencia que ha perpetrado, pero que llega al extremo de asegurar, por ejemplo, que la violencia criminal es alentada por el “régimen” como método de control social. Así es el antichavismo: tan capaz de todo y tan impotente al mismo tiempo.

7. El chavismo no se define por la corrupción ni por la ineficiencia. Al contrario, estos fenómenos obstaculizan una y otra vez la concreción del proyecto histórico que él encarna. Allí radica la legitimidad de origen de un proyecto que reivindica, y jamás ha disimulado, su carácter nacional, popular y revolucionario. Identificar al chavismo con la corrupción y la ineficiencia, y negar deliberadamente la naturaleza transformadora de su proyecto, y el hecho decisivo de que millones de personas están luchando hoy porque ese proyecto se haga realidad, es algo que se elige. No es una fatalidad.

8. Lo anterior no quiere decir que el chavismo sea bueno y el antichavismo malo. Son fuerzas políticas de distinta naturaleza. Esto es lo que niega de manera sistemática el antichavismo, que además disimula su propia naturaleza. Tampoco quiere decir que el proyecto histórico del chavismo no pueda desdibujarse y que eventualmente puedan imponerse interpretaciones a conveniencia. Por último, tampoco nos libra de la responsabilidad de transmitir con eficacia nuestras ideas y aspiraciones.

9. Ya que estamos, creer que se puede posponer la construcción del socialismo para el tiempo en que se hubiere resuelto el problema de la producción, es no sólo un falso problema, sino un equívoco que puede hacernos desperdiciar una oportunidad histórica como no tuvimos nunca antes. El socialismo hay que producirlo, compatriotas.

10. Habrá que insistir en el hecho decisivo de que el chavismo tiene su origen en un acto de responsabilidad. Y es que hay una cierta ética del chavismo, una ética de raíz robinsoniana. En efecto, Simón Rodríguez distingue entre “el amor propio inmoderado”, que “constituye el egoísmo”, y “el amor propio moderado”, que “es la fuente de la sociabilidad”. En palabras de Juan Antonio Calzadilla Arreaza, y refiriéndose a Simón Rodríguez: “A diferencia de los moralismos ‘duros’, no plantea suprimir o erradicar o amarrar el amor propio, sino que hace una distinción dentro de él: el amor propio tiene dos fases, o dos ‘temples’, o dos vías de desarrollo: una determinada por la inmoderación, que lleva a la vanidad, la envidia, la avaricia; otra determinada por la moderación, que constituye el orgullo, la emulación, la ambición”.

11. Cualquiera que haya sido parte del proceso de subjetivación del chavismo (de su proceso de constitución en sujeto político) entiende a cabalidad la importancia del “orgullo”, de la progresiva recuperación de dignidad que va aparejada al protagonismo político que comienzan a ejercer las clases populares, que a su vez produce o promueve la “ambición” por el cambio revolucionario, todo lo cual va configurando una suerte de círculo virtuoso de la política chavista. (El antichavismo concluirá demasiado pronto que allí donde se expresa “el amor propio moderado” del chavismo, no hay otra cosa que resentimiento y odio de clase). Y todavía no nos hemos detenido a analizar las consecuencias que trae consigo el predominio de estas “virtudes sociales” en los estilos de militancia chavista, que chocan abiertamente con los usos y costumbres de la izquierda más tradicional, mucho más proclive al ascetismo, o a eso que Calzadilla Arreaza califica de “moralismo duro”.

12. Estos asuntos hay que tenerlos muy en cuenta cuando nos disponemos a pensar sobre la relación entre chavismo y consumo. La consigna temprana: “Con hambre y desempleo, con Chávez me resteo”, no puede interpretarse como una declaración de resignación. Se trata de absolutamente todo lo contrario: es una declaración de lealtad política, aún en las peores circunstancias. Lo que Chávez representaba entonces era justamente la posibilidad de sobreponerse a lo peor, la posibilidad recién descubierta por el pueblo de cambiarlo todo.

13. El chavismo no lucha por tener cualquier trabajo que le permita matar el hambre. El chavismo lucha por un “buen” trabajo para comer “bien”. ¿Tiene o no tiene derecho? Digamos que el chavismo no se conforma con sobrevivir. ¿Por qué tendría que hacerlo? ¿Por qué no plantearnos más bien acabar con los privilegios de unos pocos?

14. Con el chavismo ocurre lo que, de acuerdo al pintor argentino Daniel Santoro, ya aconteció con el peronismo: la “democratización del goce”. Afirma Santoro: “Forzar el goce democrático es una de las afrentas más grandes que se pueda hacer al sistema capitalista en su conjunto. Es una bomba de profundidad en su núcleo, porque no se está renunciando al goce”. “El capitalismo no está pensado para el goce democrático”.

15. Existe un “fantasma neurótico del goce”, sigue Daniel Santoro, citando a Lacan. “Por ejemplo, cuando uno ve a un negro gozando en un lugar espectacular, en un lugar que sería para ricos, queda afectado por el fantasma neurótico del goce. ‘Este negro está gozando de algo de lo que yo debería gozar. Yo no puedo ser feliz porque este negro es feliz. Este negro debería dejar de ser feliz para que yo pueda empezar a serlo…’. Es un fantasma que especialmente lo despierta el peronismo. El peronismo es especialista en ubicar a un negro gozando al lado de un blanco que no lo quiere ver gozar. Por eso Eva Perón pone los hoteles sindicales en el centro de Mar del Plata”. Se diría: por eso el comandante Chávez construye edificios de la Gran Misión Vivienda Venezuela en plena Avenida Bolívar de Caracas.

16. Ciertamente, no hay chavismo sin “democratización del goce”, sin la voluntad de subvertir el statu quo que lo relega a ciertos espacios, que pretende limitar su capacidad de goce a través del consumo, etc. Y en este plano, en esta línea de fuerza, se expresan algunas de las más agudas tensiones del proceso bolivariano.

17. A primera vista, la “democratización del goce” chavista no ha implicado una significativa reducción de los privilegios de las clases medias y altas, la inmensa mayoría de las cuales constituyen, como es sabido, la base social del antichavismo. Antes al contrario, esta “democratización del goce” se ha producido en un contexto de aumento de la capacidad de consumo de la sociedad en su conjunto. Este hecho, en lugar de apaciguar, ha acentuado lo que es una clara tendencia en el antichavismo: “el amor propio inmoderado”. Negado a reconocer cualquier relación causal entre su creciente capacidad de consumo y la acción gubernamental, el antichavismo atribuye tal circunstancia al esfuerzo propio, y antes que asumirlo como el ejercicio de un derecho (económico), lo entiende como un privilegio que bien ha sabido ganarse y que tiene derecho a ostentar (“vanidad”). En un contexto tal, cualquiera de las muchas demostraciones de “democratización del goce” chavistas son interpretadas por el antichavismo como serias amenazas a sus privilegios de clase. La “envidia” mata la vida en sociedad (la “sociabilidad” de Simón Rodríguez), y en Venezuela moviliza políticamente a los privilegiados.

18. No es difícil advertir que buena parte del malestar antichavista por los privilegios (verdaderos o falsos) de individuos o grupos vinculados al chavismo, obedece al convencimiento de que estos últimos no han reunido ningún mérito para acceder a aquellos. En ningún momento se cuestiona el privilegio. Se censura, sí, al chavismo que lo usurpa.

19. La guerra económica es la empresa que llevan adelante los poderes fácticos vinculados al antichavismo para que, alterando o reduciendo la capacidad de consumo de toda la población (inflación, especulación, acaparamiento, contrabando de extracción), se revierta el proceso de “democratización del goce” chavista, y aumente la animosidad de la base social del antichavismo, que ve afectados seriamente sus privilegios, esta vez sí como consecuencia de la acción gubernamental (divisas).

20. Pero debemos detenernos a evaluar las posibles implicaciones de esta reversión del proceso de “democratización del goce” chavista. Aquí está una de las claves de este momento histórico. El antichavismo seguirá intentando sacar el mayor provecho de un fenómeno natural en las revoluciones: el desclasamiento (fenómeno que no por natural hay que dejar de explicar). Es decir, intentará concentrarse en esa porción del chavismo próximo a la delgada línea que separa “el amor propio moderado” del “inmoderado”. Seguirá trabajando para trocar “orgullo” por “vanidad”, “ambición” por “avaricia”. Seguirá intentando engrosar las filas del “egoísmo”, destruyendo la “sociabilidad” que ha venido construyendo la revolución bolivariana. Es relativamente sencillo concluir que, contra la tendencia del antichavismo a manifestar su “envidia” del goce popular, lo que corresponde es la “emulación” del comandante Chávez, principal referente ético de la revolución bolivariana, y con quien aprendimos a sobreponernos a las circunstancias más adversas. Pero no es suficiente. Nos toca además resolver colectivamente el problema de cómo hacerlo.

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Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

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