La campagna sionista contro l’Argentina

da al manar

Un articolo di Eli Clifton recentemente apparso sul sito web del politologo statunitense Jim Lobe (lobelog.com) fornisce dati interessanti circa la campagna sionista contro l’Argentina, architettata principalmente dai circoli della lobby sionista negli Stati Uniti.

Ai primi di maggio Jim e Charles Davis hanno pubblicato un articolo sul Washington Post su una campagna contro l’Argentina e il suo presidente Cristina Fernandez de Kirchner, accusando quest’ultima di promuovere una “teoria della cospirazione anti-semita”, e ha suggerito che sia cl’AIPAC ( la più grande organizzazione della lobby sionista negli Stati Uniti) che la Fondazione per la Difesa delle Democrazie (FDD) « a coordinare i loro sforzi per presentare il governo argentino di Fernandez come un alleato del terrorismo promosso dall’Iran».

In questo contesto, ci sarebbero gli sforzi anche del sionista Paul Singer, il capo miliardario di un fondo avvoltoio che sta cercando di costringere l’Argentina a pagare l’intero debito che porta la sua firma. Questa sarebbe sia una punizione politica contro l’Argentina per non sottomettersi alle esigenze dei gruppi sionisti e di Israele che tentata di approfittare della situazione economica per saccheggiare la ricchezza dell’Argentina.

Singer è anche un membro, insieme con il miliardario sionista Sheldon Adelson, della Coalizione ebraica repubblicana. Entrambi restano politicamente attivi nel sostenere vari candidati repubblicani. Entrambi erano presenti al Metropolitan Club di Manhattan in un incontro, avvenuto questo mese con il candidato Jeb Bush, che ha appena annunciato che suo fratello, l’ex presidente George W, è stato il suo consigliere per la politica su Israele.

Paul Singer ha contribuito con 3,6 milioni dollari alla “American Israel Education Foundation”, entità di cui si serve l’AIPAC per raccogliere fondi.

AIPAC e la FDD hanno appoggiato il controverso procuratore speciale Alberto Nisman, noto per aver lanciato accuse gratuite contro l’Iran e il governo argentino. Nisman cercò, senza provarlo, di  accusare l’Iran per l’attentato al palazzo del Argentina Israelita Mutual Association (AMIA), nel 1994 e, in Argentina,  ha accusato il presidente di cercare di coprire la questione in cambio di favori commerciali per il paese sudamericano, una richiesta che è stata respinta in seguito da un tribunale argentino. Uno degli aspetti più criticati del lavoro di Nisman era quello di accettare la testimonianza dei membri del gruppo terroristico di opposizione iraniano Mujahedin e Khalq, il quale è comparato ad una setta secondo gli esperti ed è riconosciuta come un’organizzazione terroristica internazionale.

Nisman alla conferenza AIPAC

Nel 2010, Nisman ha partecipato alla conferenza AIPAC, qualcosa di insolito se si considera che la partecipazione ad un evento pro-Israele e anti-iraniana, lascia intendere una netta polarizzazione e una credibilità pari a zero nelle loro azioni. «ÉE ‘stato trattato al congresso come un “eroe”», ha affermato Clipton.

Ai primi di maggio il senatore Sionista degli Stati Uniti, Marco Rubio, originario della Florida, famoso per la sua feroce opposizione l’accordo nucleare con l’Iran ed ha persino minacciato di un attacco nucleare l’Iran, ha presentato una risoluzione al Senato in cui ha chiesto «un’indagine sulla morte di Nisman» che è stato trovato morto nella sua casa. Rubio ha anche accusato Fernandez di aver cospirato per «coprire il coinvolgimento dell’Iran nell’attacco terroristico del 1994».

Va notato, secondo Clipton, che il promotore degli hedge fund, Elliot Management, sono stati i secondi fondi più grandi di finanziamento per la campagna di Rubio tra il 2009 e il 2014, fornendo circa 122.620 dollari per il candidato repubblicano secondo il Center for Responsive Politics.

Singer ha anche contribuito con fondi per il Progetto Israele (TIP), che ora è guidato dall’ex capo di dell’AIPAC Josh Block. Singer ha donato 500.000 dollari per il gruppo nel 2007 e 1 milione di dollari nel 2012. Il TIP ha, tra l’altro, continuamente pubblicato articoli critici nei confronti del governo argentino.

La rivista Tower, sul TIP, a ha pubblicato 28 articoli citando Nisman e il caso dell’AMIA, facendo una ricerca sul suo sito web. Ben Cohen, redattore-collaboratore, ha scritto due articoli contro Fernandez.

La furia di questo sionista è diretta anche contro il giornalista ebreo argentino Jorge Elbaum, accusato di essere “un tribunale ebraico”, di fatto cita una dichiarazione di Nisman, nella quale ha assicurato gli altri leader della comunità ebraica Argentina, che «Paul Singer ci aiuterà a invertire l’approccio dell’Argentina sull’Iran», una dichiarazione degna di un leader politico e non di un pubblico ministero che indaga un caso.

Le ragioni di Singer

Come detto, le ragioni per le azioni di Singer contro l’Argentina e il suo governo non sono solo ideologiche, ma rispondono anche ad a un chiaro interesse economico per realizzare un profitto a spese del popolo argentino. Ha portato l’Argentina in tribunale per ottenere il pagamento integrale del debito che ha contratto a sua firma, in contrasto con il 93% di tutti gli altri creditori che hanno accettato un accordo con il governo argentino sul rimborso dello stesso. Il fondo avvoltoio Singer ha acquistato bond argentini molto economici in difetto e ora pretende dall’Argentina il pagamento integrale del valore delle attività, che consentirebbero di guadagnare 2 miliardi di dollari. E usa il TIP per fare pressione sul governo argentino per difendere i suoi interessi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Brasile: golpe, impeachment, manipolazione e depoliticizzazione

vejadi Achille Lollo, da Roma (Italia) per il Correio da Cidadania

La congiuntura politica del Brasile è entrata in fibrillazione in seguito alla limitata manifestazione dei movimenti popolari e all’incisiva risposta dei differenti gruppi di destra, di nuovo riuniti in un momento estremamente favorevole alle forze dell’opposizione, conseguente alla debolezza istituzionale del governo di Dilma Rousseff. Una debolezza, è bene sottolineare, che non può essere spiegata solo con l’elenco degli errori politici commessi e nemmeno può essere giustificata dicendo qualcosa come: “la diffusione mediatica di alcuni scandali ha travolto la pratica del governo, minimizzando l’immagine politica della presidentessa Dilma”.

 

Lo “sviluppismo” e la mancanza di un progetto di governo

Purtroppo, il problema non risiede nella caduta d’immagine, negli errori politici o nelle pessime valutazioni della pianificazione economica. Tutto ciò è una risultante complementare del vero problema, che è la fallacia di un progetto di governo politico, istituzionale, economico e culturale, chiamato “sviluppismo”, finito subito dopo la sua solenne inaugurazione, nel 2004.

In realtà, lo “sviluppismo” è arrivato alla fine già nel mezzo della prima legislatura di Lula, perché il gruppo dirigente lulista intendeva realizzare un progetto di governance, usando le stesse armi politiche di Fernando Henrique Cardoso, cioè la cooptazione dei partiti d’accatto. In questa maniera, non hanno compreso che, per sopravvivere nella democrazia da mercato del secolo 21, per affrontare gli attacchi dell’Impero e dei loro servi europei, per evitare i ricatti dei gruppi finanziari, per liberarsi dalle pressioni delle transnazionali, per imporre una condotta nazionalista alla nuova borghesia, era necessaria molto più che una generica “Lettera ai Brasiliani”.

La costruzione di un possibile accordo tra stato, capitale, movimenti ed élites non si realizza solo con semplici intenzioni o con la speranza di un mutuo intendimento, visto che siamo tutti figli di Dio, per giunta verde-gialli!

Il gruppo dirigente che ha consigliato Lula il primo anno di governo aveva predisposto tutto per potere governare in una maniera autonoma e indipendente. Infatti, non possiamo dimenticare il consenso popolare con quasi il 72% e l’estrema fiducia che il popolo lavoratore ha concesso al lulismo.

Come sua contropartita, c’era lo sbaragliamento elettorale ed emozionale della destra conservatrice e reazionaria, il tacito rispetto del grande impresariato, dal momento che il governo lulista, di fatto, garantiva il “controllo sociale”, senza ripetere le avventure populiste di João Goulart. C’era, anche, il silenzio amareggiato dei media mainstream, che, oltre a essere stati sconfitti, dipendevano sempre più dagli annunci del governo federale e dalle imprese pubbliche per risanare la loro crisi finanziaria.

Nell’essere eletto, Luiz Inácio Lula da Silva aveva ottenuto qualcosa che, in America Latina, nessuno del campo della sinistra o del centro-sinistra aveva realizzato. Purtroppo, i lulisti non hanno saputo imporre al mercato gli elementi istituzionali del nuovo progetto politico chiamato “sviluppismo”, dal momento che lo “sviluppismo” era solo una proposta di gestione di alcuni settori dello Stato, e non un progetto innovatore con i suoi elementi normativi e le nuove equazioni istituzionali che avrebbero dovuto essere imposte per regolamentare lo sviluppo socio-economico in tutti gli stati e municipi della federazione.

Una mancanza che si è data non perché Lula, Dirceu, Palocci e compagnia fossero un’accozzaglia di incompetenti o un gruppo di opportunisti che avessero cambiato la maglietta del PT per vestire il lussuoso completo del social-neoliberismo. Chi, oggi, afferma ciò, in realtà, disconosce i drammi della lotta interna che ha lacerato le correnti del PT, tentando, così, di squalificare la grande funzione politica che ha avuto il PT in Brasile fino al 2002.

 

Lo “sviluppismo” ad hoc e il Lulismo

Di fatto, le “eccellenze” del lulismo erano dialetticamente contrarie alla logica dell’analisi socio-economica marxista. Allo stesso tempo, sapevano che dovevano formulare qualcosa di “molto differente”, per controllare le rivendicazioni e la pressione del movimento popolare. Qualcosa che non fosse simile alla pianificazione neo-liberista di Fernando Henrique. È stato in questo contesto che le “eccellenze” del lulismo hanno stabilito che poteva essere inventato ad hoc lo “sviluppismo”, realizzando una collettanea estemporanea di esperienze realizzate da governi di destra e di centro-sinistra latino-americani, con i quali avrebbero potuto risolvere e affrontare le differenti situazioni del Brasile. È stato, dunque, in questo contesto che sono state privilegiate le azioni a favore del commercio internazionale, dell’agro-business, delle grandi industrie e delle banche (nazionali e internazionali).

È per questo che il lulismo ha deciso di rifiutare la partecipazione all’ALCA di George W. Bush: per potere avere il massimo di autonomia politica e, così, costruire relazioni internazionali proprie, promuovendo le esportazioni dell’industria brasiliana in America Latina e nel continente africano. Qualcosa che, da parte di alcuni teorici della sinistra marxista, è stato interpretato come un debole tentativo di trasformare il Brasile in una “potenza imperialista regionale”.

I lulisti erano convinti che, per sedersi sulle poltrone del Planalto, era sufficiente soddisfare, con un certo gradualismo, le richieste di questo o di un altro settore dell’impresariato e della società. Per questo, hanno trasformato il BNDES in una gigantesca “Banca di Mutuo Soccorso” per imprenditori e banchieri, senza preoccuparsi di: 1) imporre un nuovo ciclo di sviluppo; 2) riformulare la supremazia del potere pubblico dello Stato; 3) definire nuove formule per attirare gli investimenti stranieri; 4) pianificare l’ampiamento del settore pubblico nei settori energetici; 5) ristrutturare le linee strategiche per la difesa della sovranità; 6) riformulare le relazioni internazionali; 7) dare vita a una nuova cittadinanza.

Durante otto anni Lula ha tentato, con molta buona volontà, di dimostrare che il suo governo era differente. Tuttavia, non è mai riuscito a imporre al mercato il peso di questa differenza. Il che non è passato inosservato alle eccellenze del mercato nazionale e internazionale e alla nuova borghesia metropolitana, che hanno utilizzato il supporto monetario dello “sviluppismo”, per rafforzare la propria identità politica nello Stato e, soprattutto, nella società, senza dare nulla in cambio al governo del PT.

Con uno Stato strutturato da Fernando Henrique Cardoso secondo i modelli neo-liberisti e con un governo che ha agito fin dall’inizio come una compagnia di Assicurazioni per “qualificare gli investimenti dell’impresariato brasiliano e delle transnazionali”, è evidente che le questioni sociali sono state trattate in termini di mero assistenzialismo, e non come un progetto per ridefinire una nuova cittadinanza. Conseguentemente, la principale preoccupazione dei governi guidati da Lula è stata di dare soluzioni al “giorno per giorno della politica”, cioè, di correre dietro ai problemi sollevati dall’ opposizione, senza preoccuparsi di mantenere uno sguardo rivolto al futuro.

È stato in questo contesto che José Dirceu e altri pezzi grossi del PT hanno dovuto giocare al ribasso la propria identità politica, commettendo, anche, errori inaccettabili nel negoziare la governance con le peggiori canaglie della politica brasiliana. D’altro canto, non si sono resi conto che tali operazioni “apparentemente confidenziali”, in realtà, hanno permesso alle eminenze bianche del mercato di mappare le forze reali del governo, per poi riunire gli elementi accusatori giuridicamente comprovati e consegnare tutto alla Corte Suprema – che, l’11 aprile 2006, ha inviato alla Procura della Repubblica la lista dei rei e le accuse previamente elaborate.

Uno stratagemma che, per alcuni, è stato considerato un “colpo di stato bianco” per legittimare un impeachment e rimuovere Lula e il PT dal Planalto. In realtà, questa è stata la prima severa risposta che il mercato ha dato al governo Lula e al lulismo, con lo scopo di obbligare questo governo a operare una virata politica di 90 gradi verso gli obiettivi istituzionali, economici e finanziari che il mercato pretendeva realizzare in quel periodo.

In termini politici, la carneficina che ha provocato il Mensalão (=maggiore scandalo degli ultimi anni in Brasile, legato al pagamento di tangenti a funzionari pubblici, ndT) nel PT, nella tendenza maggioritaria del lulismo (Articulação) e nel movimento popolare è stata enorme. Possiamo dire che, con il Mensalão, il mercato è riuscito a: 1) indebolire la relazione di fiducia con i settori della classe media “progressista” e, soprattutto, spezzare l’immaginario popolare e operaio, accusando le principali dirigenze del lulismo di corruzione. Un contesto che ha permesso alla TV Globo e alla Veja di omologare il PT e la CUT allo stesso livello degli altri partiti; 2) ricomporre l’opposizione, creando nelle grandi metropoli nuovi equilibri politici tra i gruppi moderati e i conservatori. Così, mentre la destra più reazionaria faceva il lavoro di disinformazione tra gli strati popolari, i media main-stream legittimavano il contesto con le loro manipolazioni mediatiche.

 

Dilma Rousseff, l’elemento in passato innovatore del lulismo

In queste condizioni e di fronte alla nuova congiuntura politica, Lula e il PT hanno dovuto optare per la candidatura di Dilma Rousseff, a causa del suo essere un’emerita sconosciuta nel PT, il cui curriculum politico dimostrava una pratica di effettiva moderazione politica nelle file del PDT di Collares, oltre a essere abbastanza pragmatica. Frattanto, Dilma ha vinto la definitiva fiducia del PT nella successione a Lula, per essere una donna che presentava un eroico passato di lotta contro la dittatura. Un fattore che, per il marketing elettorale, era di estrema importanza, non solo per riaccendere la simpatia popolare verso il PT, ma, soprattutto, per permettere alla classe media e ai lavoratori di credere nuovamente al carrozzone dello sviluppismo.

In realtà, Dilma Rousseff non è stata un errore politico di Lula, ma sì l’elemento innovatore, con il quale il lulismo ha tentato di far rinascere lo “sviluppismo”, dal momento che questo progetto, anche se abortito in termini economici e sociali, era, anche, l’unico che garantiva al PT di rimanere al Planalto.

 

Le prerogative e gli elementi programmatici della “democrazia del mercato”

Nel 2014, gli obiettivi strategici centrali delle eccellenze del mercato (brasiliane e straniere) erano gli stessi che quelli del 2003. In sintesi, il mercato voleva da Dilma lo stesso che aveva chiesto a Lula, cioè: 1) un governo disposto e capace di garantire il controllo sociale e anche preparato a difendere l’ “ordine” in città e nel campo; 2) il graduale avanzamento del progetto neo-liberista (privatizzazioni e finanziamenti per il settore privato), soprattutto nei settori energetico e dell’agro-business; 3) aumentare la potenzialità economica del Brasile senza entrare in urto con le linee programmatiche della geo-strategia degli U.S.A. e senza alterare la capacità militare acquistata dal Brasile nel continente latino-americano.

Di fronte a questo quadro, è d’obbligo chiedersi: alla fine, per quale motivo le “eccellenze del mercato”, nel 2015, dovrebbero essere interessate a una trasformazione eccezionale nelle istituzioni del Brasile, ordinando um colpo di stato ai militari, come è stato nel ‘64, appoggiando l’ impeachment, o ottenendo la rinuncia di Dilma attraverso della manipolazione di alcuni errori personali della presidentessa, opportunamente manipolati dalle “antenne” dei servizi segreti e, poi, divulgati dai media?

La risposta è nella lunga introduzione. Tuttavia, è meglio specificare, dal momento che vari esponenti della sinistra hanno denunciato un possibile tentativo di colpo di Stato, altri si sono riferiti alla preparazione di un impeachment, mentre non poteva mancare chi assicurava essere in corso, da parte della Globo, di vari procedimenti mediatici per provocare la rinuncia di Dilma.

Prima di tutto, bisogna dire che il Brasile di oggi non è lo stesso del 1964, quando ci fu un presidente (João Goulart) che, in pratica, inetendeva realizzare riforme socio-economiche che colpivano gli interessi delle transnazionali. Al di là di ciò, c’era un movimento sindacale e importanti settori del contadinato che realmente volevano radicalizzare il confronto con la destra, creando, così, le apparenze di un clima pre-insurrezionale.

Attualmente, il colpo di Stato è l’ultimo ricorso che le “eccellenze” di Wall Street e della Casa Bianca pensano di usare “nel contesto dato”. Questo succede solamente quando l’insorgenza rivoluzionaria in un dato paese può, di fatto, trasformarsi in realtà. D’altro canto, oggi, un colpo di Stato in un paese come il Brasile, l’ottava potenza economica del mondo, non si realizza come successo nel 1964, con il volontarismo da caserma, vale a dire con un comandante regionale che prende le armi, aspettandosi che i restanti membri dello Stato siano solidali con lui, appoggiando l’avventura golpista.

Oggi, i capi militari sono sollecitati a pianificare e organizzare la ribellione armata a livello nazionale solamente quando il “mercato” lo decide e quando le grandi centrali di intelligence (CIA, NSA, M15, Sdece e Mossad) garantiscono che il colpo non provocherà un’insurrezione popolare e lo smembramento delle forze armate. Infatti, la dinamica del fallito colpo di Stato contro Hugo Chávez è diventata un esempio sine qua non per tutte le centrali di intelligence.

 

Colpo di Stato, rinuncia e impeachment non sono necessari oggi

Tenendo in conto le considerazioni politiche sulla natura dei quattro governi del PT, è corretto affermare che, oggi, nel Brasile, il colpo di Stato, l’impeachment e la rinuncia non sono necessari, perché non esiste una congiuntura “pre-insurrezionale”, o di totale perdita di controllo istituzionale, che obblighino il mercato e l’Impero a prendere decisioni eccezionali.

Infatti, la politica economica del governo guidato da Dilma Rousseff forse colpisce gli interessi dei grandi gruppi finanziari internazionali e brasiliani? No!

Per caso, colpisce i progetti e gli affari delle transnazionali, delle impresee di assemblaggio e dell’ industria nazionale? No!

Per caso, pone in discussione le attività dell’agro-business, dei fazendeiros e delle imprese estrattive? No!

Per caso, ha manifestato l’idea di non pagare più il debito esterno? No!

Per caso, tenta di nazionalizzare le imprese private, o annullare le privatizzazioni realizzate nel passato, o tassare le grandi fortune e vietare i trasferimenti di profitti all’estero? No!

Bisogna ricordare che, nel governo di Dilma Rousseff, il carico ministeriale più importante, quello dell’Economia, è stato dato a un ministro che, oltre a essere sionista, è anche un rappresentante dei grandi gruppi finanziari (ex-Bradesco), perfettamente allineato alla logica ultra-liberista dei “Chicago Boys”, cioè un rappresentante delle eccellenze di Wall Street e della Casa Bianca! Oltre a ciò, per quale motivo il governo “petista” di Dilma Rousseff dovrebbe essere destabilizzato, se la stessa ha dato il Ministero dell’Agricoltura a Kátia Abreu, che è a rappresentante dell’agro-business e fedele paladina dei fazendeiros? Perfino la parola “riforma agraria” è sparita dal lessico presidenziale!

 

E il colpo della TV Globo?

Se guardiamo a quello che scrivono la Folha, l’Estadão e il Globo, e poi ascoltiamo le rabbiose catilinarie degli opinionisti della TV Globo, della TV Bandeirantes e della TV Record, immediatamente il nostro immaginario torna agli anni del 1964, o del 1973 (il Cile di Allende). Ma, attenzione, questo è lo scenario che “loro” desiderano che immaginiamo, vedendo la televisione a casa. Questo è il clima di insicurezza che “loro” vogliono per il Brasile, infangando tutti i giorni il governo con gli scandali finanziari che i notiziari ripetono in sequenza con maggiore o minore intensità.

Questa è la scenografia mediatica che “loro” realizzano sistematicamente per squalificare le dirigenze del movimento popolare e depoliticizzare la rivolta dei lavoratori. È la tecnica di fomentare un colpo mediatico ogni mese, con l’intento di indebolire la resistenza psicologica dei Brasiliani, che sognano con una terza vittoria di Lula. In fondo, questa è la maniera per far sì che, sotto pressione, il governo di Dilma vada sempre più nella direzione di posizioni di estrema moderazione e con una limitata visibilità politica.

È stato in questo contesto che i professionisti della manipolazione della TV Globo hanno raccolto le dichiarazioni di alcune personalità del Club Militare di Rio de Janeiro, con le immagini dei gruppi di destra che invocavano l’intervento dei militari, per creare nei telespettatori la sensazione che “nel Brasile, il colpo di Stato sarebbe pronto a esplodere, in caso le masse lo desiderassero”.

Questo tipo di propaganda reazionaria non è invenzione dei gruppetti neo-fascisti. È bensì parte di un progetto mediatico partorito dalla democrazia del mercato tutte le volte che un governo ha grandi difficoltà a garantire il “controllo sociale”.

Per questo, spetta ai media main-stream disarmare ideologicamente il movimento popolare e i settori di sinistra più legalisti che, di fronte alle possibili minacce di destabilizzazione istituzionale, cominciano a giustificare le alleanze spurie che la presidentessa ha realizzato con i settori conservatori, per “evitare il peggio”. D’altro canto, il ritorno delle manifestazioni contro il governo, organizzate da gruppi conservatori della classe media e delle chiese pentecostali, tende a spingere il governo di Dilma sempre più tra le braccia dei rappresentanti del mercato, in un mortifero abraccio che, ideologicamente e politicamente, rappresenta la fine del PT e, soprattutto, del lulismo. Pertanto, il contrappunto politico contestuale annulla pure le ottime argomentazioni sul rischio di un impeachment o di una rinuncia.

Nessuno osa promuovere una battaglia giuridica contro un presidente senza avere prove schiaccianti che possano, di fatto, incastrarlo. D’altro canto, negli ultimi mesi, la presidentessa Dilma ha introdotto alcune misure autenticamente anti-popolari per raggiungere il pareggio di bilancio, proprio come richiesto dall’FMI e dalla Banca Mondiale. Dunque, perché provocare un pericoloso blocco dell’economia e del paese per processare la presidentessa Dilma e il suo governo, che stanno facendo tutto quello che l’FMI ha indicato? Forse che il vice di Dilma, il quale eventualmente assumerebbe la carica di presidente in caso di impeachment o di rinuncia, risolverà i problemi del Brasile con la bacchetta magica, o rinnoverà le misure “di shock fiscale” del ministro Levy, firmate dalla presidentessa Dilma?

Concludendo: è corretto affermare che i colpi mediatici della TV Globo, della Veja, della Folha, della TV Bandeirantes continueranno con più intensità e più violenza verbale, con l’intento di provocare l’emorragia del lulismo, dei petisti e del movimento popolare fino alla data delle prossime elezioni. Se il PT, invece di investire sulle canaglie della politica, avesse prestato più attenzione a realizzare un progetto mediatico unitario, investendo sulla pubblicazione di un grande giornale nazionale progressista, insieme a una televisione capace di realizzare il contrappunto politico, oltre a denunciare le manipolazioni scritte e televisive, certamente oggi non starebbe discutendo se il colpo della TV Globo è mediatico o reale.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania”.

 

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Venezuela: il reddito dei lavoratori in continuo rialzo dal 1999

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Il salario minimo legale dei lavoratori venezuelani si mantiene l’88% oltre l’inflazione, secondo quanto spiegato dall’analista economico Jose Gregorio Piña.

«Questo proiettando l’inflazione fino a luglio 2015» ha dichiarato in un’intervista rilasciata al programma ‘El Desayuno’, trasmesso dall’emittente Venezolana de Televisión.

Ha poi aggiunto che il potere d’acquisto dei lavoratori è in continuo rialzo dal 1999 grazie alle politiche messe in atto dal governo bolivariano.

Il salario minimo legale per i lavoratori quest’anno supererà 9.800 bolivares al mese: è composto dal salario minimo, di 7.421,66 bolívares a partire dal 1 luglio, e dal bouns previsto della Ley de Alimentación, che varia dai 2.250 ai 3.375 bolívares mensili.

Al contempo, Piña ha spiegato che la proposta della destra di dollarizzazione dell’economia venezuelane è contraria alle disposizioni della Costituzione Bolivariana.

«Si tratta di agenti politici a libro paga degli organismi dell’impero che cercano di promuovere questa misura inutile, in quanto parte del piano di destabilizzazione della nazione».

Piña ha ricordato che la legge venezuelana vieta la commercializzazione di beni e servizi all’interno del paese in valuta estera anche se è permessa l’importazione di alcuni beni che si scambiano nella valuta corrispondente.

L’analista economico ha infine evidenziato l’importanza di strumenti che permettono il commercio internazionale di beni e servizi in bolívares, evitando così l’utilizzo dei dollari, come il Sistema Unitario di Compensazione Regionale (Sucre), che è un meccanismo attraverso il quale vengono effettuate le operazioni commerciali con le nazioni aderenti all’Alternativa Bolivariana para Nuestra America (Alba).

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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