La Russia propone alla Grecia di entrare nella Banca Brics

bad_boys_tsipras_putin__marian_kamenskyda lantidiplomatico.it

Tsipras è stato piacevolmente sorpreso dalla proposta arrivata oggi dal vice ministro russo Sergei Storchak

Come se le discussioni a Bruxelles tra l’Eurogruppo e Atene non fossero già abbastanza incerte, Bloomberg riporta che un funzionario greco ha dichiarato come il pivot to Russia di Atene sembra continuare con possibili accelerate per questa inaspettata proposta arrivata da Mosca al governo di Tsipras.

Il vice-ministro delle finanze russo Sergei Storchak ha parlato direttamente con il primo ministro greco Alexis Tsipras oggi e ha proposto formalmente alla Grecia di divenire il sesto paese membro della Banca dei Brics insieme a Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Lo ha confermato un funzionario greco con un’e mail ai giornalisti. Tsipras, prosegue Bloomberg si è detto molto interessato a discutere della questione a San Pietroburgo all’Economic Forum del 18-20 giugno con gli altri leader dei Brics. Tsipras, conclude il funzionario, è stato piacevolmente sorpreso dalla proposta.

Discorso di Amarilis Gutierrez Graffe per il 70° Anniversario della Vittoria

amarilis napolida Consulado General de la República Bolivariana de Venezuela en Nàpoles

Discorso della Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, in occasione del 70° anniversario della vittoria dell’Armata Rossa e del Popolo Sovietico sulla Germania nazista e la fine della Seconda Guerra Mondiale

Cari Compagni,

Un Saludo al Dott. Vincenzo Schiavo Console Onorario della Federazione Russa a Napoli

Un saluto ai membri della Associazione Aiuto agli ex – cittadini dell’Unione Sovietica in Italia

Un abbraccio bolivariano a tutti i presenti.

Ci troviamo qui oggi per ricordare il 70° anniversario dell’eroica vittoria del popolo sovietico nella Grande Guerra Patriottica (1941 – 1945) contro il nazifascismo.

Innanzitutto esprimo tutta la mia gratitudine per l’invito ad un’appuntamento così importante. Porto i saluti del Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Nicolás Maduro, che si trova ora a Mosca, invitato dal premier Vladimir Putin, per partecipare alla cerimonia di commemorazione della vittoria dell’Esercito Rosso dell’Unione Sovietica.

Porto anche i saluti dell’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Julián Isaías Rodríguez.

Il popolo venezuelano saluta e ricorda con attenzione il 9 maggio 1945, data della resa delle truppe naziste a Berlino. Oggi viene ufficialmente inaugurata presso la ‘Casa Amarilla’ (il palazzo giallo), centro storico e culturale della nostra capitale Caracas, una mostra fotografica che ricorda la verità su questa impresa.

L’Unione Sovietica sacrificò 27 milioni di esseri umani per sconfiggere il nazifascismo. La Germania perse 8 milioni di soldati nell’avventura intrapresa da Hitler per conquistare e dominare il mondo intero iniziando dall’Europa.

Come affermato dal nostro Presidente Maduro, «…noi figli di Bolivar, di Chávez siamo qui nel 70° anniversario della vittoria del popolo sovietico contro le truppe nazifasciste…» e anche qui a Napoli siamo presenti.

La Repubblica Bolivariana del Venezuela, è una terra di pace. Duecento anni fa, i nostri liberatori hanno levato in alto le loro spade per i diritti dei nostri popoli e per l’indipendenza di sei nazioni sudamericane. Non abbiamo mai aggredito un altro paese. Professiamo la tolleranza, il dialogo, e l’inclusione. Questo è il nostro impegno per la pace, la giustizia e il reciproco rispetto tra le nazioni.

Allo stesso tempo nella città di New York, presso la sede delle Nazioni Unite, il Venezuela ha fatto sentire la sua voce attraverso il Ministro Rafael Ramirez, per rendere omaggio ai popoli che sconfissero il fascismo nella Seconda Guerra Mondiale.

Ramirez ha affermato che «a settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, notiamo con profondo dolore e preoccupazione come in vaste aree del pianeta si riproducono ideologie intolleranti e aggressive, risorge il fascismo, così come l’estremismo e l’odio motivato da ragioni religiose, etniche, politiche, nazionali o storiche. Ideologie miranti a infiammare gli spiriti e giustificare la guerra per imporre un sistema economico globalizzato ed egemonico che risulta ingiusto, predatorio e insostenibile».

Per questa ragione affermiamo che la regione latinoamericana e caraibica è una «Zona di Pace», libera dalle armi nucleari dal 1967, dove si promuove il dialogo, la solidarietà e l’unità tra popoli fratelli. Dove si promuovono sviluppo sociale e lotta contro la povertà.

Vediamo con dispiacere che la guerra che devasta importanti regioni del pianeta, il colonialismo, l’interventismo, il sostegno e il finanziamento al terrorismo come strumento per destabilizzare paesi e creare il caos con finalità economiche e geopolitiche, sono la prova tangibile che abbiamo ancora molto da fare nell’azione internazionale per superare questi problemi e raggiungere una pace sostenibile.

Nelle circostanze politiche attuali, economiche e sociali in ambito planetario, questo anniversario ha un significato speciale, viste le costanti minacce alla pace da parte del capitalismo collettivo capeggiato dagli Stati Uniti e la possibilità reale di un nuovo conflitto militare di dimensione planetaria, che sarebbe l’ultimo perché causerebbe l’estinzione dell’umanità.

Il Venezuela, patria del Comandante Hugo Chávez, ribadisce con il suo Socialismo del XXI Secolo, la volontà di voler preservare le generazioni future dal flagello della guerra.

Il Venezuela ribadisce di essere un territorio di pace, che sostiene e diffonde la Diplomazia solidale tra i popoli.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Gaza, rompere l’assedio. Parte la III Flotilla

di Paola Di Lullo – Assadakah Napoli

Il Free Gaza Movement nasce dalla coalizione di operatori umanitari, attivisti per i diritti umani, lavoratori volontari, e giornalisti.  Il Free Gaza Movement è un gruppo per i diritti umani con sede a Cipro. Ha riunito altre organizzazioni umanitarie per formare la Freedom Flotilla, come l’organizzazione greca “Boat for Gaza” e l’organizzazione turca IHH. La coalizione comprende la campagna europea per porre fine all’assedio di Gaza.

Il suo l’obiettivo è rompere l’assedio di Gaza.

Il 23 agosto 2008, 44 persone provenienti da 17 nazioni diverse salparono da Cipro per Gaza su due imbarcazioni, la Free Gaza e la Liberty. Seguite da navi militari Israeliane che non intervennero, superarono il blocco e raggiunsero la destinazione. Tra i volontari presenti, Vittorio Arrigoni, Lauren Booth, cognata di Tony Blair, e Jeff Halper, attivista pacifista del comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi, che rischiava fino a 20 anni di reclusione se arrestato. A Lauren Booth fu dato il permesso di lasciare Gaza, attraverso il Valico di Rafah, solo quattro settimane più tardi. Jeff Halper fu arrestato e perseguito per aver infranto la legge israeliana che vieta ai suoi cittadini di entrare nella Striscia di Gaza.

Il 28 ottobre 2008, la nave Dignity partì per Gaza con 27 medici, avvocati, giornalisti e attivisti per i diritti umani, in rappresentanza di 12 diverse nazioni. Anche in questo caso venne superato il blocco, sebbene l’imbarcazione fosse seguita da navi militari israeliane che però non intervennero.

L’8 novembre 2008, terzo viaggio per Gaza con la nave Dignity, che trasportava  24 passeggeri. Per questo viaggio, il Free Gaza Movement si unì  allaEuropean Campaign to end the Siege (Campagna Europea per porre fine all’Assedio) per portare più di una tonnellata di supporti medici a Gaza, accompagnati da 11 Parlamentari Europei. Anche questa volta la destinazione fu raggiunta.

L’8 dicembre 2008, il Free Gaza Movement tornò nuovamente a Gaza. Con loro i Professori Mike Cushman e Jonathon Rosenhead della London School of Economics  e BRICUP.
Il 19 dicembre 2008 il Free Gaza Movement tornò ancora a Gaza. Con loro due inviati del Qatar Eid Charity.
Tra il 29 e il 30 dicembre 2008 la nave Dignity si scontrò con una nave militare Israeliana. A causa dei danni furono costretti a dirigersi in Libano. Secondo il Free Gaza Movement la marina Israeliana speronò l’imbarcazione per ben tre volte, quasi affondandola. Secondo la Marina militare Israeliana la Dignity non rispondeva agli avvertimenti di tornare indietro, la nave israeliana si posizionò davanti per obbligare la Dignity a fermarsi e non fu possibile evitare la collisione.

Da allora altre imbarcazioni e centinaia di persone da tutto il mondo attraversano il mediterraneo per fare breccia nell’assedio criminale israeliano, che dal 2007  strangola i palestinesi di Gaza

Nel maggio 2010, il Free Gaza Movement organizzò una flotta di 6 navi, la Freedom Flotilla, con l’appoggio di varie organizzazioni europee e mondiali, tra cui la IHH (Humanitarian Relief Foundation ) turca.

Il carico era composto, secondo quanto dichiarato dagli organizzatori, da cibo, materiale medico, 10.000 tonnellate di calcestruzzo, costruzioni prefabbricate e apparecchi didattici; Israele vieta che alcuni di questi materiali possano entrare a Gaza, dato che Hamas costruisce tunnel e bunker con il calcestruzzo.

Il 31 maggio le navi vennero abbordate dalla Marina militare Israeliana nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo, nell’ambito di un’operazione navale denominata “Operazione Brezza Marina” . Cinque di sei furono abbordate e poste sotto controllo Israeliano senza l’uso della forza. Sulla nave guida, la Mavi Marmara, invece, nove passeggeri rimasero uccisi in un violento scontro con le forze israeliane.

Alcuni giorni prima dell’incidente gli organizzatori avevano preannunciato le proprie intenzioni – non tanto di portare aiuti umanitari quanto piuttosto di forzare il blocco – e l’obiettivo di sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica in favore di Gaza. Alla notizia il governo di Israele aveva fatto sapere che non avrebbe acconsentito alla violazione del blocco, ed aveva proposto ed organizzato l’accompagnamento delle navi al porto di Ashdod, ed il conseguente trasporto degli aiuti via terra verso Gaza.

A bordo delle sei navi, 610 persone fra cui 44 tra parlamentari e politici, il Premio Nobel per la pace Mairead Corrigan Maguire e lo scrittore svedese Henning Mankell. Molti di loro erano turchi, i restanti appartenevano a vari Paesi.

Il 23 maggio 2014, un decimo membro della Mavi Marmara è morto in ospedale dopo essere stato in coma per quattro anni.

Diverse e contrastanti le versioni fornite dagli attivisti e dal governo israeliano in merito all’attacco. Secondo quest’ultimo, i soldati  spararono per legittima difesa, essendosi gli attivisti organizzati in squadre pronte ad attaccare i militari con bastoni, spranghe, coltelli, bombe molotov. Secondo gli attivisti della Mavi Marmara e del personale di bordo, Israele inizialmente aprì il fuoco con colpi di avvertimento, ma, quando la nave non si fermò, ebbe inizio l’abbordaggio. Gli attivisti hanno dichiarato che furono utilizzate granate stordenti e fumogene, e quindi i commando dell’IDF circondarono la nave e si calarono dagli elicotteri. In contrasto con la versione dell’esercito Israeliano, gli attivisti sostengono che i soldati spararono sulla nave prima dell’abbordaggio. Adam Shapiro, membro del consiglio del Free Gaza Movement, ha sostenuto che i soldati avrebbero aperto il fuoco appena scesi sulle navi.

La II Freedom Flotilla, costituita da 10 navi,  con a bordo aiuti umanitari diretti a Gaza, fu bloccata in Grecia, da dove avrebbe dovuto salpare,  tra la fine di giugno ed i primi di luglio del 2011, a causa delle pressioni che il governo greco subì da parte di Israele che, il 29 giugno 2011, ribadì la richiesta del transito via terra. l ministro per le retrovie Matan Vilnay aveva infatti annunciato che la marina israeliana non avrebbe intercettato la flottiglia se, «dando prova di raziocinio», gli attivisti avessero scaricato i materiali per Gaza al porto di el-Arish (nel Sinai egiziano), da dove sarebbero poi stati inviati nella Striscia. In caso contrario, Israele avrebbe impedito alla spedizione di approdare a Gaza «perché quella sarebbe stata solo una provocazione». Secca la risposta degli organizzatori che, come evidenziato dal coordinatore italiano, aveva escluso il transito via terra. L’obiettivo era portare gli aiuti «senza chiedere il permesso ai Paesi confinanti, attraverso l’accesso al mare, che deve essere garantito alla società civile palestinese». Come accadde nel 2008 alle barche del Free Gaza Movement. La partenza della Flottiglia dalle coste elleniche – inizialmente fissata tra il 29 e il 30 giugno – era stata rimandata: «Occorre rompere l’assedio che stiamo subendo in Grecia prima di quello di Gaza», aveva detto il coordinatore della nave italiana ‘Stefano Chiarini’ descrivendo la situazione delle dieci navi della flottiglia. E aveva annunciato «una serie di dimostrazioni, in primo luogo ad Atene, per chiedere di lasciarci salpare».

La barca francese Dignité al-Karama, una delle dieci della flottiglia, riuscì ad aggirare il blocco delle autorità elleniche e a lasciare l’isola greca di Kastellorizo ​​(  nella parte più orientale dell’arcipelago greco,   a pochi chilometri dalla terraferma turca ) intorno alle 20:30 del 16 Luglio 2011, in direzione sud, entrando in acque internazionali, in barba alle minacce di Israele.
I dieci passeggeri a bordo divennero rappresentanti di tutta la Freedom Flotilla 2, essendo le altre navi rimaste bloccate in diversi porti greci da ostacoli burocratici, sabotaggi, improvvisi impedimenti e ritiro delle bandiere.
La Dignité, battente bandiera francese, aveva lasciato la Corsica il 25 giugno e nelle ultime settimane era rimasta in acque greche.

A bordo 16 persone, tra cui Dror Feiler, portavoce di Ship to Gaza Sweden e anche presidente della Rete Ebrei Europei per una Giusta Pace, Vangelis Pissias, portavoce di Ship to Gaza Greece, Claude Léostic, rappresentante di Un bateau français vers Gaza, Omeyya Naoufel Seddik di Tunisiens des Fédération pour une citoyenneté des deux Rives (FTCR), Stéphan Corriveau, coordinatore di Canada Boat to Gaza, Thomas Sommer-Houdeville, portavoce di Un bateau français vers Gaza, il leader dell’estrema sinistra Olivier Besancenot, il portavoce del sindacato Solidaires Annick Coupè , il presidente del Collettivo dei musulmani di Francia Nabil Ennasri ed altri rappresentanti  delle iniziative canadese, francese e greca della Freedom Flotilla 2. A bordo della Dignité c’è anche la giornalista israeliana Amira Hass, di Haaretz, e una troupe di Al-Jazeera TV.

In tarda serata, un altro militante a bordo, Julien Rivoire confermò la determinazione della Dignité: «Non importa chi arriva, noi andremo a Gaza», annunciò l’attivista, augurandosi che «altre barche della flottiglia bloccate in Grecia possano raggiungerci».
Il 19 luglio 2011 fu  abbordata dai commando israeliani a 5 miglia dalle coste di Gaza e condotta nel porto israeliano di Ashdod.

Non ebbe migliore sorte nel 2012 l’Estelle, un veliero acquistato da cittadini svedesi, che partì dalla Scandinavia nel maggio del 2012 diretta a Gaza. L’Estelle, che faceva parte di Ship to Gaza Sweden, un’organizzazione svedese che ha lo scopo di rompere il blocco della Striscia di Gaza , fornendo aiuti umanitari dalla Scandinavia,  fece tappa a La Spezia e poi a Napoli, da dove ripartì alla volta di Gaza il 6 ottobre. Portava due alberi di ulivo, sedie a rotelle, deambulatori, stampelle, stetoscopi ostetrici, libri per bambini, giocattoli, 300 palloni da calcio, strumenti musicali, attrezzature teatrali, radio per la navigazione e altro materiale, come 41 tonnellate di cemento acquistate al porto di Alicante tramite il gruppo di appoggio spagnolo Rumbo a Gaza e della ong Carrers del Mon. Destinataria era una organizzazione gazawi che avrebbe dovuto utilizzare il cemento per la ricostruzione di infrastrutture civile. A bordo anche trenta persone, tra le quali un parlamentare norvegese, uno svedese, un greco, uno spagnolo, un ex parlamentare canadese e un cittadino italiano. Come nelle precedenti spedizioni, mirava a rompere l’assedio imposto da Israele sulla Striscia.

Il 20 ottobre 2012 l’Estelle, battente bandiera finlandese, dopo aver percorso 5000 miglia nautiche dal Mar Baltico fino al Mediterraneo Orientale, fu abbordata dalla marina israeliana in acque internazionali, a circa 30 miglia  dalle coste di Gaza.

Le autorità israeliane parlarono di abbordaggio pacifico, senza l’uso della forza. «I passeggeri sono stati accuditi e a loro – ha sostenuto il portavoce militare – sono stati offerti cibi e bevande». Dopo di che la Estelle ha è stata messa in rotta verso il porto israeliano di Ashdod (sud di Tel Aviv), dove i passeggeri saranno consegnati alle autorità di polizia.
Secondo gli attivisti, invece, i militari israeliani usarono le pistole taser, per poi arrestarli e condurli nel carcere di Gilboa, prima di rimpatriarli.
Da allora, la barca e il suo cargo sono stati trattenuti da Israele.
Il 31 agosto 2014 una corte Israeliana ha emesso il verdetto per il caso Ship to Gaza Svezia contro il governo Israeliano, riguardante i diritti sulla S/V Estelle. Il verdetto è completamente a favore dell’istanza di Ship to Gaza. Originata quando alla richiesta di Ship to Gaza di avere indietro Estelle, lo stato Israeliano aveva risposto chiedendo invece che fosse confiscata. La corte ha rifiutato questa istanza confermando invece i diritti della nostra organizzazione. Inoltre, lo stato di Israele pagherà le spese legali.

La III Freedom Flotilla partirà entro la prossima estate. Da tre a quattro imbarcazioni sono attualmente in fase di preparazione per il viaggio, ma potrebbero essere di più. Le barche partiranno da diversi porti europei, dalla Grecia e, probabilmente, dalla Turchia, anche se nessuna informazione specifica viene ancora rilasciata, per evitare pressioni di Israele sui governi dei paesi da cui partiranno le imbarcazioni. Sulla nuova Free­dom Flo­tilla ci sarà anche l’ex pre­si­dente tuni­sino, Mon­cef Mar­zouki, assieme ad espo­nenti poli­tici, reli­giosi, figure di spicco dell’economia e della cul­tura di diversi paesi. In tutto dovreb­bero essere una ses­san­tina di pas­seg­geri.

Il 10 maggio 2015, alle 19,00 è  partita la “Marianne de Gothenburg”, peschereccio acquistato da Ship to Gaza Svezia e Ship to Gaza Norvegia, per un viaggio intorno al Mediterraneo orientale. Meta, la Striscia di Gaza sotto assedio. La Marianne, prima di unirsi alle altre imbarcazioni della Freedom Flotilla III, si fermerà in diversi porti del Mediterraneo. I primi saranno Helsingborg, Malmö e Copenaghen. Gli altri verranno annunciati in seguito.
A bordo, oltre pannelli solari ed attrezzature mediche, cinque membri dell’equipaggio ed 8 delegati, tra cui :
Maria Svensson, portavoce di Feministiskt Initiativ

Mikael M. Karlsson, Presidente di Ship to Gaza Svezia

Henry Ascher, pediatra

Lennart Berggren, regista

Dror Feiler, musicista, portavoce di Ship to Gaza

 

Di Battista: «In Italia dramma corruzione e perdita sovranità»

movimento 5 stelle

di Achille Lollo, da Roma (Italia)

Intervista ad Alessandro Di Battista, vice-presidente della Commissione Esteri del Parlamento Italiano e membro del Movimento 5 Stelle, che valuta l’attuale congiuntura dell’Italia e dell’Unione Europea

Per il Vice-Presidente della Commissione Esteri del Parlamento Italiano, Alessandro Di Battista, la corruzione ha ridotto a pezzi la società italiana. Secondo lui, oggi esiste solo una vaga memoria dell’antica società. Per esempio, ricordi di una salute pubblica che funzionava e non come oggi, quando le persone muoiono in attesa di fare un’analisi clinica. “In Italia esiste un circolo vizioso, in cui i partiti si vendono ai criminali o ai grandi imprenditori che, in cambio, vincono gare d’appalto i cui costi sono stati manipolati e chi paga è lo Stato, cioè, noi cittadini”, afferma.

In questa intervista esclusiva a Brasil de Fato, Alessandro Di Battista, che è del Movimento 5 Stelle, afferma che i problemi politici ed economici dell’Italia e anche dell’Unione Europea devono essere analizzati da un altro punto di vista, tentando di risolvere le questioni con più morale, etica e, soprattutto, più giustizia. Elementi, che, secondo lui, oggi, il mondo della politica e le eccellenze del mercato praticamente ignorano.

Brasil de Fato – Per quale motivo la “grande impresa” afferma che l’etica del Movimento 5 Stelle (M5S) sarebbe mero populismo, anche quando i parlamentari del M5S si sono ridotti il salario?

Alessandro Di Battista: Quando i media main-stream non riescono a criticare il M5S dicono che siamo populisti! Da quando abbiamo deciso di ridurci i salari, ogni nostro parlamentare ha restituito circa 130 mila euro (390 mila R$). Non trovo che questo sia populismo, se consideriamo che in Italia ci sono migliaia di pensionati che sopravvivono con la pensione minima di 400 euro (1.200 R$). Per questo, a nostro vedere è intollerabile che un parlamentare riceva un salario di 14 mila euro al mese (42 mila R$). Io adesso guadagno 3 mila euro al mese (9 mila R$), che è molto e vivo bene. D’altro canto, il valore risparmiato va in un fondo di micro credito a favore delle imprese in crisi, la cui gestione spetta al Ministero. Infatti, vogliamo che sia lo Stato ad amministrare il denaro risparmiato con la riduzione dei nostri salari, visto che per noi si tratta di un valore eccedente ridistribuito agli Italiani.

Brasil De Fato — L’Italia è un paese che soffre di una malattia cronica chiamata “corruzione”. Nel 1990, abbiamo avuto la famosa Tangentopoli, che ha scosso il paese, dimostrando che la corruzione interessava tutti i settori dell’economia. Potresti spiegare perché in Italia la corruzione è arrivata a essere vasta, diffusa, radicata e specializzata?

Alessandro Di Battista: In Italia la corruzione è uno dei drammi centrali, insieme con la perdita di sovranità, in particolare la sovranità monetaria, quella alimentare e quella politica. La parola corrompere viene dal latino e significa ridurre a pezzi. In pratica, la corruzione ha ridotto in molti pezzi la società italiana. Oggi ne abbiamo solo memorie vaghe. Per esempio, ricordi di una salute pubblica che funzionava e non come oggi che le persone muoiono, aspettando di fare un’analisi clinica! Ricordi di una scuola pubblica dove i direttori non chiedevano ai padri di portare il gesso o la carta igienica per i figli! Oggi, la corruzione è diventata diffusa in tutto il paese perché è un modus operandi per comprare i voti, con i quali si eleggono i politici corrotti.

In Italia esiste un circolo vizioso, in cui i partiti si vendono ai criminali o ai grandi imprenditori che, in cambio, vincono gare d’appalto i cui costi sono stati manipolati. Chi paga è lo Stato, cioè noi cittadini. Poi, con questi profitti, gli imprenditori costituiscono “fondi neri”, per ampliare la loro capacità di corruzione nel mondo della politica e per creare le condizioni del cosiddetto “voto di scambio”. In pratica, una delle condizioni per lavorare in questi grandi appalti è l’obbligo di votare il politico che aveva facilitato la concessione del contratto d’opera. Per questo, chiamiamo questo meccanismo della corruzione “voto di scambio”, si tratta di un cancro tentacolare che si infiltra nella maggior parte delle gare d’appalto pubbliche. Purtroppo, a questo meccanismo hanno partecipato politici di tutti i partiti, sia del centro-sinistra o di destra.

Brasil De Fato — Più del 12% della forza lavoro italiana è disoccupata e il 44% di questo contingente è formato da giovani tra i 18 e i 30 anni. Per questo, il M5S ha presentato la proposta di legge del “Salario Minimo”. In risposta, il governo ha formulato la legge del “Job Acts”, che interpreta le imposizioni del Fiscal Compact dell’Unione Europea. La pratica di Matteo Renzi è il risultato del “colonialismo del secolo 21”?

Alessandro Di Battista: Non possiamo ammettere che lo sviluppo sia possibile solo con un tipo di crescita e con una maniera di produrre simile a quella messa a punto nel secolo passato. Questo tipo di relazione non funziona più. Per trovare e creare nuove opportunità di lavoro in Italia bisogna studiare un nuovo modello di sviluppo che sia totalmente differente e che non dipenda da una crescita realizzata a qualsiasi prezzo. In questo modo, cresce anche il numero di morti per cancro, o per l’inquinamento o per abuso di droghe. D’altro canto, il Job Acts è una legge fatta sulla base delle misure del liberismo economico che il governo Renzi ha utilizzato per salvaguardare gli interessi delle imprese transnazionali, soprattutto quelle statunitensi che, attraverso il Trattato di Libero Commercio, potranno arrivare in Europa senza alcun ostacolo e passare al di sopra della sovranità degli Stati. Qualcosa di simile già è stato tentato in America Latina con il Nafta. In pratica, questo significa abbassare i contratti di lavoro a 300 euro al mese, dando alle imprese la possibilità di licenziare come e quando gli conviene. Adesso, con la legge del Job Acts è sparito quello che era un diritto, cioè il diritto al lavoro, dal momento che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Purtroppo, il Job Acts, oltre a squalificare questo diritto, non sta creando nuove opportunità di lavoro.

Brasil De Fato — Prima delle elezioni, sembrava che la Grecia, con Alexis Tsipras, avrebbe potuto negoziare con il FMI, l’Unione Europea e la BCE un nuovo tipo di relazione. Purtroppo, il giorno 8 aprile, il ministro delle Finanze della Grecia ha confermato di aver pagato la rata di 456 milioni di dollari all’FMI. In questo contesto, il Movimento 5 Stelle contesta solo l’atteggiamento da “padrone” della Germania o mette in discussione tutto il sistema dell’Unione Europea?

Alessandro Di Battista: Io sono un cittadino italiano ed europeo ed è molto bello vedere l’unione dei popoli. Tuttavia, questa unione non deve scavalcare la sovranità nazionale. Il Movimento 5 Stelle è nato per recuperare la sovranità politica, la sovranità dell’informazione, la sovranità alimentare e quella monetaria. Per noi, è un diritto umano avere una Banca Centrale statale e nazionalizzata, che emetta una moneta propria, appartenente al popolo italiano e non alle banche private o a istituti finanziari privati, come la Banca Centrale Europa. Noi confidiamo molto nella Grecia e spero che Alexis Tsipras riesca a vincere. A nostro vedere, lui, in questo momento, sta tentando di guadagnare tempo, visto che corre il rischio di rimanere strangolato dal FMI, dalla Banca Mondiale o dalla Banca Centrale Europea. Noi siamo contro gli istituti finanziari. Sono loro che, adesso, stanno colpendo il popolo greco. Ma sono sempre stati loro che, prima, hanno reso difficile la vita al popolo tedesco o a quello statunitense, che oggi soffre a causa di una disoccupazione altissima. Pertanto, per uscire da questa crisi, oltre a lottare contro i ladroni e la corruzione, dobbiamo tornare alla sovranità nazionale monetaria. La Grecia potrà realizzare il suo programma – che è molto ambizioso e noi lo appoggiamo – solamente se il governo avrà la forza di uscire dall’Eurogruppo e ritornare a usare una moneta nazionale, stampata da una banca nazionale pubblica, attraverso la quale il governo possa pianificare politiche fiscali e monetarie indipendenti.

 Brasil De Fato — Nella vecchia capitale della Libia, Tripoli, circa 1.200.000 persone, per la gran parte africani, sono disposte a pagare fino a 3 mila euro (R$ 11.200) per guadagnarsi un posto nei barconi che navigano verso i porti della Sicilia. A tuo vedere, l’Italia è in condizioni di ricevere questa quantità di immigranti? Non sarebbe più giusto che gli immigranti e i rifugiati fossero distribuiti in maniera equa tra i paesi dell’Unione Europea?

Alessandro Di Battista: Per noi è possibile risolvere questo problema, tuttavia è necessaria una dose di coraggio e attributi politici che il governo di Matteo Renzi non possiede. Noi abbiamo fatto due proposte. Nella prima, abbiamo suggerito l’introduzione di quote di immigranti per ogni paese dell’Unione Europea, tenendo in conto che l’Italia non riesce a gestire da sola questo enorme flusso di immigranti. Nella seconda, abbiamo chiesto che l’Unione Europea realizzi uno studio “in loco”, cioè, nella stessa Libia, per verificare chi ha, realmente, diritto all’asilo in quanto rifugiato politico e chi, nonostante le sue sofferenze, deve essere considerato solo un migrante. Questo non significa essere razzisti. Al contrario, è una maniera per gestire con raziocinio i flussi migratori.

Allo stesso tempo, bisogna dire che senza i comportamenti violenti e colonialisti di alcuni paesi occidentali, cioè della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, ma anche dell’Italia che ha appoggiato in silenzio la deposizione violenta di Gheddafi, oggi non saremmo alle prese con il problema degli immigranti che fuggono dalla Libia, perché lì non c’è più un governo, non c’è più uno Stato unificato. Quelli che hanno provocato il disastro in Libia non possono dire all’Italia come risolvere il problema dell’emigrazione dalla Libia. È evidente che l’Italia non può più rimanere sola in questa situazione. Per questo, il governo dovrebbe chiarire urgentemente questo problema con l’Unione Europea.

Brasil De Fato — Il presidente degli USA, Barak Obama, vuole che nel mese di giugno i paesi dell’Unione Europea ratifichino a occhi chiusi il Trattato di Libero Commercio (TTIP) e poi il TISA, che è il Trattato sulla libera circolazione dei Servizi Pubblici. Purtroppo, il governo italiano ha accettato subito il “Diktat” della Casa Bianca. Quale è la posizione del Movimento 5 Stelle di fronte al TTIP e al TISA?

Alessandro Di Battista: Noi manteniamo una posizione dura, soprattutto contro i governi dell’Unione Europea e, in particolare, contro il governo di Matteo Renzi, che stanno negoziando il trattato di libero commercio, il TTIP, nascondendo questo fatto alla società. A nostro vedere, questo trattato è molto pericoloso, dal momento che permetterà ai prodotti transgenici di entrare liberamente in Europa. Al di là di questo, determinerà la perdita di sovranità politica negli Stati dell’Unione Europea. A mio vedere, spetta allo Stato definire i prodotti che possono essere venduti nel paese, la salvaguardia dei diritti sociali, i modelli di produzione, le imposte che le transnazionali devono pagare, etc. Ciò significa che lo Stato deve fare lo Stato. Contrariamente a ciò, con il Trattato di Libero Commercio (TTIP), lo Stato farà solo gli interessi delle transnazionali statunitensi ed europee. Per questo, noi contestiamo il metodo, visto che le negoziazioni sono state segrete e la struttura di questo trattato – tenendo in conto dove è stato messo in pratica, mi riferisco ai paesi dell’America Centrale – ha prodotto ricchezza solamente per poche transnazionali statunitensi e molta povertà per i settori più poveri, cioè i contadini.

Brasil De Fato — Tu sei uno dei pochi parlamentari italiani che conosce molto bene i paesi dell’America Latina, per questo, vai ripetendo che l’esperienza dell’Alba potrebbe servire ai paesi del sud dell’Unione Europea. Potresti spiegare i motivi di questo interesse?

Alessandro Di Battista: È vero, io sono proprio un appassionato di America Latina e mi considero un grande amico del Brasile e, soprattutto del popolo brasiliano. Al di là di ciò, credo che, oggi, l’America Latina sta all’avanguardia di alcune questioni di carattere sociale che sono implementate in una maniera estremamente moderna. Credo che alcuni paesi dell’America Latina stanno difendendo gli interessi dei propri popoli come mai era stato fatto prima. Queste esperienze sono importanti per i popoli dell’Europa del Sud, perché sono uno stimolo alla creazione di un organismo in grado di affrontare il potere centralizzato europeo, tipicamente localizzato nell’Europa del nord. Significa che i popoli della Francia, dell’Italia, della Spagna, del Portogallo e della Grecia, che insieme rappresentano la terza economia mondiale, uniti, possono esigere trasformazioni significative nel contesto europeo e modificare alcuni trattati che stanno stritolando le nostre economie. Nel passato, il Brasile e tanti altri paesi dell’America Latina, avevano una relazione di dipendenza centralizzata con gli Stati Uniti, tuttavia oggi la congiuntura è un’altra. Il Brasile, che non è entrato nell’Alba ma che è legato a altri organismi regionali, è riuscito a riconquistare la propria autonomia. Qualcosa che è successo anche nei paesi dell’Alba e questo contesto è un esempio estremamente importante per noi. Il Movimento 5 Stelle non è pro Stati Uniti o pro Russia, è semplicemente italiano e vuole che il popolo italiano viva con dignità e rispetto, poiché noi vogliamo un paese e anche un mondo più giusto e più prospero, per questo l’esperienza dell’Alba merita la nostra attenzione.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Desde la Alianza del Pacifico hacia un acuerdo del Transpacifico

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por Alessandro Pagani

Cuales perspectivas para America Latina y el Caribe?

Antes de analizar la politica exterior de EE.UU en America Latina mediante la Alianza del Pacifico y el Acuerdo Transpacifico (TPP, por su sigla en Inglés), es necesario analizar el marco conceptual con el cual EE.UU. han entrado en la globalización financiera con la pretesa de dirigirla. Tanto el Fukuyama con su “exportación de la democracia” como la definición de “choque de civilizaciones” de Huntington, resultarón ser completamente infructuosos en sus propias incapacidades de comprender el mundo y llevar a los argumentos de los demás como algo con que dialogar pacíficamente. Quemado por los hechos de estos dos pensamientos, los EE.UU. se quedaron sin ningún tipo de estrategia. Trataron de mantener su posición hegemónica, pero ya no tienen un plan creíble para su proprio orden mundial, ya que al parecer el sistema económico y financiero capitalista ha llegado al extremo.

Por lo tanto, parece que por la Roma americana, la única alternativa para recuperar su dominio imperial podría ser una guerra. Sin embargo, la idea de empantanarse en otra guerra de larga duración (en un nuevo Vietnam) junto con el mayor costo que tendrían que soportar son las razón por la que todavía no hemos visto un intervención directa de EE.UU. El principal problema para los EE.UU., es que ellos no saben exactamente lo que va a suceder una vez armado el conflicto y, especialmente, contra quien tendrán que descargar su poder tecnológico y militar? Contra los rusos o los chinos? O contra ambos? los estrategas militares del Pentágono que si es cierto que son una banda de criminales y terroristas que merecían juzgados en la Corte Penal Internacional del Aja, también saben que la Federación de Rusia y la Republica Popular de China no son Irak, Afganistán o Libia y que en la era de las guerras no convencionales, seria un desastre para los objetivos de dominación imperiales del capital, llevar el mundo a una catástrofe nuclear, que ademas desolveria la posibilidad de aprovecharse de los intereses reales de cualquier guerra imperialista que – como diría Lenin – son hecha para saquear los recursos naturales de un país y para derrocar sus infraestructuras y luego reconstruirlas con los capitales de su propias impresas transnacionales. Una guerra termonuclear no solo desolveria los recursos naturales si no también la misma especie humana, y los capitalistas no tienen en sus propios intereses de Estado hacer desaparecer la especie humana (aunque si tal vez parece así!) si no de aprovechar de ella a travez de lo que Carlos Marx solía definir “trabajo abstracto”. Así que el Pentágono puse en marcha la doctrina militar de la guerra de “Cuarta Generación” cruzada por guerras microregionales como las que tienen lugar en Ucrania o en Siria, pero nunca con una intervención directa por parte de EE.UU, que ademas causaría una reacción a la par por parte de otras grandes potencias militares como Rusia y China, dando lugar a algo de impreveible.

Sin embargo, la falta de una fuerte estrategia de guerra de EE.UU., en paralelo con el hecho de haber perdido el papel de primera economía del mundo (China ha superado a los EE.UU. desde hace bastante tiempo) pone en serio peligro la sobreviviencia de los intereses de Estado norteamericanos. Así que por estas (y otras) razones EE.UU. fomentaron el golpe de Estado en Ucrania, apoyando militarmente y económicamente a los paramilitares fascistas de Sector Derecho.

En este mismo sentido hay que colocar la politica agresiva contra America Latina, considerada desde el 1823 como su proprio “patio trasero”. Asimismo, parece que la águila fascista del Norte quiere derrumbar también la consolidación de alianzas estratégicamente muy importantes (por la realización del sueño bolivariano y martiano de una Patria Grande en Nuestra América) con China y Rusia, en el marco de organismos internacionales como el G77+China, la UNASUR, la CELAC, el ALBA-TCP y los BRICS. Para contrarrestar estas instituciones, Estados Unidos crearon otras organizaciones regionales como la Alianza del Pacifico entre Mexico, Colombia, Perú y Chile y el Acuerdo Transpacifico.

El concepto de la “mirada hacia el Pacifico”, y por ende “hacia el Sur” son conceptos bastante conocidos a nivel histórico pero tal vez parece que han tenido una renovación y también una aceleración muy grave en los últimos años. Cuando se mira a la formación de los EE.UU, siempre se ubicaron con una mirada hacia el Pacifico (Asia) y hacia el Sur (America Latina). Una vez que completaron el proceso de “conquista del Oeste”, pasando sobretodo a través del genocidio de todos los pueblos ancestrales norteamericanos, y luego a través el despojo de más de la mitad del territorio mexicano, ya empezaron a tener una proyección hacia el Pacifico, dando pasos a una proyección geoestrategica y geopolítica más allá del Pacifico; en Asia.

Ahora bien, si miramos a la historia de las relaciones interamericanas desde la Doctrina Monroe hasta la caída de la URSS, desde la década del Noventa del siglo pasado hasta hoy. Si hoy miramos a dichas relaciones veamos como proyectos que vienen desarollandose desde la fin de la guerra fría, cuando ya se venia hablando sobre el nuevo papel protagónico de China, India y Japón en las relaciones comerciales, y donde se venia hablando por ende de como Asia-Pacifico iba a ser considerado como el “nuevo continente” del siglo XXI.

Hoy en día en la politica de EE.UU se está creando la imagen que los “nuevos enemigos” sean sin duda aquellos Países que pueden conformar nuevas geometrias (o triangulaciones) en las relaciones internacionales en el eje Asia-Pacifico y que pueden atentar contra la hegemonía estadounidense en el hemisferio occidental.

En este sentido se puede entender la creación por mando del presidente peruano Alan Garcia, de fundar una Alianza del Pacifico en medio de los acuerdos latinoamericanos. Una verdadera “revolución pasiva” (en el sentido de las categorías que solía utilizar Antonio Gramsci), o “revolución conservadora” en pleno desarrollo en la unidad latinoamericana y en la construcción de una Patria Grande latinoamericana.

Desde cuando surgiò esta alianza del Pacifico y mirando sobretodo a los actores que conforman esta alianza llama mucho la atención que los cuatros gobiernos involucrados tenían todos políticas económicas y militares comunes con Estados Unidos. En lo económico todos habían firmado el Tratado de Libre Comercio (TLC) con Estados Unidos. En lo militar, todos estos países tenían acuerdos bilaterales con EE.UU. Mexico, sobretodo, tenia un acuerdo bilateral con Estados Unidos en la “guerra al narcotraffico” y que había empezado el presidente de Mexico, Felipe Calderon. En el caso de Colombia, adonde había producido un “cambio” entre Alvaro Uribe y Manuel Santos, este ultimo había llegado a acuerdos muy importantes por Estados Unidos a nivel militar, muchos de los cuales se consolidaron aun mas en la Cumbre de las América que se hizo en Colombia en el 2011. En el caso de Perú a pesar del cambio de gobierno, aunque si la iniciativa en el principio fue de Alan Garcia, el gobierno de Ollanta Humala le dio su continuidad. También en Chile con la llegada de la derecha “moderada” chilena de Pinera al poder se firmó el TLC con EE.UU y con acuerdo militares también.

Desde aquel entonces se evaluó una Alianza del Pacifico como parte de un “nuevo” proyecto de hegemónia acorazada de coerción, divisorio y de dominación imperial en el hemisferio occidental y con la intención de derrocar – a travez de una “revolución pasiva” los esfuerzos de integración y unidad latinoamericana y de construcción de nuevos paradigmas hacia un Nuevo orden mundial multipolar, multicentrico, multicultural.

Después de la Alianza del Pacifico, Barack Obama puse en marcha el proyecto de un Tratado Transpacifico y los referentes latinoamericanos de esas alianza son los mismos de la ya mencionada Alianza del pacifico, más algunos Países asiáticos socios de EE.UU. (Japón, Indonesia y Filipinas). Así que, cuando se mira más en la profundidad la estrategia militar de Estados Unidos para el hemisferio occidental divulgada por el “grupo de Santa Fe”, veamos como esta se basa sobre el sobrepuesto de que la Fuerzas Armadas norteamericana tienen que concentrarse en el Pacifico, a través el pretexto de apoyar a sus propios socios en un así mal llamado plan de seguridad en el Hemisferio Occidental.

Sobre como se plantea esta estrategia norteamericana lo veamos por supuesto en Colombia. Bajo el subdolo pretexto de una seguridad en la región contra el narcotraffico, en realidad EE.UU intentan apoderarse de aquellos recursos naturales imprescindibles para el sostenimiento de su maquinaria económica y militar. No cabe duda que todos estos son elementos muy preocupantes y hacen pensar que cuando veamos que a través la guerra mediática y psicológica se intenta crear un enemigo o también horrorizar la politica exterior de los BRICS o del ALBA, de Unasur, de la Celac, atrás hay una contraofensiva imperialista para aniquilar a los nuevos paradigmas que ya se pusieron en marcha en el campo de las nuevas triangulaciones internacionales.

En este sentido, van colocadas, las políticas siempre mas agresivas contra los países del ALBA-Tcp y en particular contra el gobierno bolivariano del presidente obrero Nicolás Maduro; el golpe de Estado en Honduras; la cuestión de los “fondos buitres” en Argentina; el golpe institucional en Paraguay; la “colombianizacion” de Mexico; el bloqueo economico, financiero y comercial contra Cuba Socialista; el regreso en auge de la Quinta Flota de los EE.UU.; la creación de nuevas bases militares norteamericanas en Colombia y el intento (descartado por el congreso colombiano) de hacer entrar el país andino en la OTAN son hechos muy graves y preocupantes. Así que en medio de una crisis estructural del sistema financiero capitalista, debido a la caída (tendencial) de su tasa de ganancia, Estados Unidos están replanteando su prioridad geopolíticas hacia el Pacifico, pasando por la dominación de lo que ellos consideran como su proprio “patio trasero”: America Latina y el Caribe.

Las razones son sencillas: Estados Unidos necesitan para sostener su sistema económico financiero y militar de dominación a nivel mundial de América Latina si pensamos a los minerales, el agua dulce, la biodiversidad, el petróleo y muchos más recursos naturales, trascendentales por lo que le suele definir como el complejo militar y tecnologico norteamericano. Ahora bien, si a todo esto le agregamos la importancia de la región a nivel mundial; si pensamos que es en America Latina que hay los únicos tránsitos entre Atlántico y Pacifico; si pensamos que es China que està invirtiendo para la construcción de un Gran Canal Interoceánico entre Atlántico y Pacifico y también en la construcción de un gran Escalo Industrial Marítimo en el puerto de la Habana, entendemos la ansiedad de EE.UU para romper con estas nuevas triangulaciones entre los países miembros del ALBA-Tcp con China y Rusia y por ende, la importancia para los pueblos latinoamericanos – si quieren lograr por fin el sueño de la Patria Grande y de una segunda y definitiva independencia desde EE.UU – de consolidar aun más dichas nuevas triangulaciones en el marco de la unidad latinoamericana y de un proyecto de ruptura revolucionaria del sistema capitalista hacia un sistema que se base en el “buen vivir” entres los pueblos y la justicia social y que solo en el Socialismo se puede lograr.

Primo ministro siriano: La Palestina resta la causa principale della Siria

da sana.sy

Il Primo ministro siriano, Wael al-Halqui nell’incontro con il Seretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando generale, Ahmad Jibril, ha dichiarato che la Palestina resta la questione per la Siria, che difende le cause arabe cruciali.

Ha aggiunto che i siriani continueranno la loro battaglia con l’asse della resistenza, chiarendo che l’entità sionista è un partner principale nella guerra terroristica globale condotta contro la Siria, fornendo ogni tipo di sostegno alle organizzazioni terroristiche, in coordinamento con gli altri gruppi criminali di Erdogan e alcuni paesi occidentali e regimi arabi corrotti.

A sua volta, Jibril ha ribadito il sostegno dei siriani al popolo palestinese nella sua lotta contro il terrorismo, sottolineando che i palestinesi non dimenticano i sacrifici fatti dalla Siria per la Liberazione della Palestina,

Va notato che il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-CG aveva fatto un appello lo scorso marzo a tutte le fazioni palestinesi per adottare una posizione unitaria nell’affrontare le organizzazioni terroristiche nel campo palestinese di Yarmouk a Damasco.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Il trionfo sul nazismo è una lezione per il Venezuela

Delcy_en_Rusia_2da mre.gov.ve

Al termine della commemorazione per il 70° anniversario della Giornata della Vittoria in Russia, il ministro del Potere Popolare per gli Affari Esteri, Delcy Rodriguez, ha dichiarato che la vittoria dell’esercito sovietico sui nazisti rappresenta il grido di un popolo determinato a essere sovrano.

«La Grande Guerra Patriottica ci ha insegnato che quando un popolo è determinato a essere libero e indipendente niente può fermarlo, questa è una grande lezione storica per noi, che oggi ci troviamo ad affrontare focolai di fascismo in Venezuela», ha evidenziato il ministro degli Esteri del Venezuela.

Delcy Rodriguez ha anche sottolineato che nonostante i nuovi attacchi contro il paese sudamericano «restiamo in piedi con la testa alta, continuando a sostenere l’unità e la libertà in America Latina» obiettivi per cui si è sempre battuto il Comandante Supremo, Hugo Chávez, la cui battaglia continua con il presidente Nicolás Maduro.

Il presidente venezuelano, che ha preso parte alle celebrazioni nella Piazza Rossa di Mosca, ha spiegato che lo stato euroasiatico è una grande nazione che ha giocato nel passato un ruolo gigantesco, «ma che giocherà un ruolo enorme nel mondo nuovo, un mondo di pace».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Come hanno fatto i Tories a vincere

thesun_cameronda marx21.it

Il principale fattore nella vittoria dei Conservatori (Tories) è stato politico e ideologico. La risposta del Labour Party è stata debole, confusa e contraddittoria, e il suo rifiuto di sostenere la campagna per la proprietà pubblica del gas, dell’elettricità, dell’acqua e delle ferrovie gli è costato un sostegno che andasse oltre la propria base.

Perchè i Tories hanno vinto le elezioni, se le loro politiche servono gli interessi di una ricca e potente minoranza piuttosto che delle masse popolari? Innanzitutto va ricordato che Cameron e compagnia hanno ottenuto solo il 37% dei voti, il 25% del totale degli elettori e un po’ più di un voto su 5 adulti aventi diritto al voto.

Queste cifre sono di poco conforto per il Labour, le cui percentuali sono state in ogni caso ancora inferiori.

Ciononostante, è significativo che i gruppi meno propensi a registrarsi per il voto – gli inquilini specialmente di case private, i residenti con origini straniere, i giovani e gli studenti – sono anche quelli meno propensi a votare per i Tories quando si registrano.

Il fallimento nell’invitare queste persone a registrarsi e a votare ha quindi aiutato i Tories ad ottenere una maggioranza parlamentare.

Così pure il metodo elettorale maggioritario (First past the post), che ha premiato i Tories con oltre la metà dei seggi di Westminster quando hanno ottenuto poco più di un terzo dei voti.

Ma anche un più giusto sistema elettorale proporzionale avrebbe comunque dato ai Tories, all’Ukip, agli unionisti circa il 50% dei seggi, con il Labour, i Verdi, il Snp e il Plaid Cymru fermi al 40%.

La più grande vittoria dei Tory è stata politica ed ideologica.

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