Il Venezuela rende onore ai popoli che sconfissero il fascismo

Rámirez_webda mre.gov.ve

In occasione della commemorazione del 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso le Nazioni Unite, Rafael Ramirez, ha affermato che l’umanità ha la responsabilità morale e politica di evitare che il risorgere di ideologie intolleranti come il fascismo, e l’odio per ragioni religiose, etniche e politiche, scateni un nuovo conflitto mondiale.

La Sessione Solenne, guidata dal Presidente dell’Assemblea Generale, Sam Kutesa, è il risultato di una risoluzione promossa dalla Federazione Russa nel mese di febbraio, e ha visto la partecipazione di 34 paesi.

Ramirez ha dichiarato che «a settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, notiamo con profondo dolore e preoccupazione come in vaste aree del pianeta si riproducono ideologie intolleranti e aggressive, risorge il fascismo, così come l’estremismo e l’odio motivato da ragioni religiose, etniche, politiche, nazionali o storiche. Ideologie miranti a infiammare gli spiriti e giustificare la guerra per imporre un sistema economico globalizzato ed egemonico che risulta ingiusto, predatorio e insostenibile».

Ha poi aggiunto che la regione latinoamericana e caraibica è una «Zona di Pace», libera da armi nucleari dal 1967, dove si promuove il dialogo, la solidarietà e l’unità tra popoli fratelli. Dove si promuovono sviluppo sociale e lottà contro la povertà.

Il diplomatico venezuelano ha inoltre sottolineato che «la guerra che devasta importanti regioni del pianeta, il colonialismo, l’interventismo, il sostegno e il finanziamento al terrorismo come strumento per destabilizzare paesi e creare il caos con finalità economiche e geopolitiche, sono la prova tangibile che abbiamo ancora molto da fare nell’azione internazionale per superare questi problemi e raggiungere una pace sostenibile».

La seconda guerra mondiale è stata combattuta tra il 1939 e il 1945 e ha causato la morte di quasi 60 milioni di persone, coinvolgendo quasi tutti i paesi del mondo, dove si affrontarono la coalizione formata dalla Germania nazista, l’Italia fascista e il Giappone imperiale, contro l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Regno Unito e Stati Uniti, come principali paesi contendenti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Siria: la Francia ha fornito armi ai terroristi nel 2012

da hispantv

Il giornalista francese, Xavier Panon, ha denunciato la fornitura di armi della Francia all’opposizione armata in Siria nel 2012, fatto che ha violato l’embargo europeo in vigore dal 2011.

«La Francia ha fornito cannoni di 20 mm, mitragliatrici 12,7 mm, lanciarazzi e missili anti-carro per l’opposizione armata» che combatte da più di quattro anni contro il governo di Damasco, ha rivelato Panon, nel suo recente libro, “Dans le coulisses del diplomatie française”(Dietro le quinte della diplomazia francese), che sarà in vendita dal 13 maggio prossimo.

Secondo questo giornalista, specialista nelle questioni diplomatiche e militari, la Francia ha iniziato a fornire armi, illegalmente, dalla seconda metà del 2012 ed era intenta, piuttosto, ad aiutare la ribellione a prendere una svolta decisiva per le sorti della guerra con un grande impatto.

«Abbiamo iniziato quando ci avevano assicurato che sarebbero andate in mani sicure. Nel caso delle armi letali, sono stati i nostri servizi che hanno proceduto a fornirle», ha raccontato il presidente Hollande a Panon in un’intervista rilasciata a maggio 2014.

Il libro rivela anche una serie di capricci diplomatici e militari, alimentati dalle testimonianze di attori coinvolti nella vita diplomatica e militare francese (oltre al Capo dello Stato, ministri, consiglieri …), che sono entrati in carica nel 2012, quando il mandato dell’allora presidente, Nicolas Sarkozy (2007-2012) è passato all’attuale presidente, Francois Hollande.

Tra gli episodi che si citano, la preparazione (che è stata interrotta nella tarda estate del 2013) degli attacchi aerei contro le postazioni del governo siriano.

Tra gli altri, Panon parla di alcuni obiettivi, come «l’attacco al servizio di intelligence militare siriano che controlla il sistema chimico”, e sottolinea, citando un consigliere, che alla fine gli Stati Uniti hanno rifiutato. Si voleva raccogliere un duplice risultato, spiega Panon: cambiare la “situazione politica” in Siria e destabilizzare la Russia che sostiene Damasco per portarla a cambiare la propria posizione nel conflitto.

Finora, la Francia non ha mai ufficialmente ammesso di aver fornito ai terroristi armi non letali, corazzati o visori notturni.

La Francia è conosciuta per la sua postura anti-siriana e anti-democratica nel Medio Oriente, a tal proposito, il presidente Hollande ha dichiarato, lunedì scorso, che Parigi vuole una Siria senza Bashar al-Assad, presidente eletto democraticamente.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Roma-Ayotzinapa: la solidarietà degli studenti supera gli oceani

di Davide Angelilli (Caracas Chiama) 

CubaInformazione. – Dal 17 aprile, sta girando per tutta Europa una carovana composta da familiari, amici e compagni dei 43 studenti “normalistas” sequestrati dalla polizia messicana e tuttora “desaparecidos” in seguito alla cruenta repressione di una manifestazione popolare avvenuta circa Sette mesi fa nello Stato di Guerrero in Messico. Mercoledì scorso la caravana è giunta a Roma, dove si è realizzato un importante incontro con i collettivi studenteschi della capitale italiana. Gli studenti sono i protagonisti nelle Scuole “Normales” rurali, sorte negli anni Trenta per fare dell’educazione un “fortino” dell’emancipazione delle classi più povere del Messico.

La scuola di Ayotzinapa, dove studiavano i 43 giovani tuttora scomparsi, prende il nome di Raúl Isidro Burgos: il giovane professore che fondò questa scuola, stimolato dalla solidarietà verso gli sfruttati delle comunità contadine. Il messaggio che la carovana ha trasmesso a Roma è chiaro. Si tratta proprio della solidarietà e della complicità a favore delle classi più povere quello che non tollera lo Stato messicano, nonché il sistema di potere che governa il paese. Una solidarietà, quella delle Scuole “Normales”, che, di fatto, si materializza in educazione pubblica aperta a tutti, diretta alle comunità rurali e indigene. Un’educazione del tutto in antitesi con quella promossa dal governo di Enrique Peña Nieto che privatizza tutto ciò che è possibile, colpendo duramente ogni giorno sempre di più i diritti sociali del popolo.

Dinnanzi alla più completa impunità nei confronti della polizia, tutti coloro che sono solidali con gli studenti si stanno riversando nelle strade per urlare la loro indignazione nei confronti della corruzione dilagante all’interno delle più alte sfere governative completamente colluse con le élites criminali che padroneggiano in Messico. Un grido di rabbia e di rivolta che accomuna non pochi settori popolari del paese: dai movimento zapatista fino ai sindacati. Una lotta trasformatrice, che la carovana ha trasmesso fino a sotto l’Ambasciata di quel paese nordamericano in Italia, trovando la solidarietà attiva da parte dei movimenti sociali di Roma. Dopo l’azione di protesta sotto l’Ambasciata, ha avuto luogo un dibattito pubblico presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Con la partecipazione di comitati di migranti, organizzazioni della sinistra italiana e collettivi studenteschi.

Tra questi, i giovani della “Sapienza Clandestina”, che nei giorni anteriori avevano realizzato azioni in seno all’Università per sensibilizzare e informare sul caso dei “Normalistas”. Così come in Messico, anche in Italia le organizzazioni studentesche si stanno mobilitando con forza contro la privatizzazione dell’educazione e in difesa del diritto allo studio. Da oltre due anni l’organizzazione “Sapienza Clandestina” ha occupato uno spazio dentro l’università – una delle più grandi d’Europa – trasformandolo in un centro sociale.

Il movimento ha due obiettivi principali: (1) che gli studenti diventino i veri protagonisti all’interno dell’Università; (2) che si pongano le basi per l’organizzazione di una Resistenza contro la distruzione sistematica dell’università pubblica. Come già è accaduto in passato, il movimento studentesco non è isolato. In questa lotta gli studenti sono accompagnati da parecchi movimenti sociali e politici della Capitale, ivi compreso il Coordinamento per il Diritto alla Casa. Sicché, all’interno di questa lotta, le iniziative internazionaliste hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni di solidarietà contro lo stesso nemico: il modello capitalista e neoliberale a livello mondiale.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

Paulo Freire e la psicologia della liberazione di Frantz Fanon

di Alain Goussot

Quando si affronta l’opera pedagogica di Paulo Freire si dimentica spesso la grossa influenza che ebbe sulla sua riflessione il pensiero dello psichiatra militante anticoloniale afro-martinichese Frantz Fanon. Nel 2011 si sono commemorati i cinquant’anni della scomparsa di quest’ultimo; vi sono stati molti convegni in diverse parti del mondo ma ben poco in Italia, eppure la sua opera rimane di una grandissima attualità per chi si occupa di esclusione sociale, di meccanismi di dominazione e di disumanizzazione ma anche di società multiculturale nonché di razzismo.

Paulo Freire e Frantz Fanon erano quasi coetanei; il brasiliano Freire nasce nel 1921 mentre il creolo Fanon nasce nel 1925; il primo ebbe una lunga vita di esperienze e riflessioni, il secondo morì giovanissimo di una leucemia fulminante all’età di 36 anni, lasciando però un ricco e ancora attuale patrimonio di riflessioni e considerazioni sul rapporto tra lotta di liberazione, sviluppo psicologico e identità.

Notiamo che queste due figure sono vissute in due paesi del cosiddetto Terzo Mondo e ambedue rapidamente svilupparono una teoria della liberazione dall’oppressione, Freire in campo educativo, Fanon in campo psicologico. Ambedue saranno militanti impegnati e schierati con i diseredati, i poveri, gli oppressi, cioè con i «dannati della terra». Pure nelle differenze di percorsi vi sono diversi punti di contatto; Freire studia filosofia e pratica la pedagogia critica nel suo paese, il Brasile, poi in molti paesi dell’America latina, mentre Fanon studia medicina, arriva alla psichiatria mediata dalla riflessione filosofica e dall’impegno politico, facendolo nel contesto coloniale dell’Algeria ancora occupata dai francesi. Ambedue si concentrano sui meccanismi dell’oppressione e sull’alienazione degli oppressi dipendenti in modo ambiguo e contraddittorio dai loro oppressori. Freire nella dialettica educativa tra educatore e educando e Fanon nella dialettica tra medico e paziente vedono il nocciolo del processo di alienazione; che sia nella relazione educativa o nella relazione terapeutica quello che tentano di evidenziare è proprio il meccanismo della dominazione, solo possibile se in qualche modo l’oppresso finisce per identificarsi con chi lo disumanizza, e anche la possibile emancipazione dalla struttura di dominio. Riprendendo quasi testualmente le analisi di Fanon, il pedagogista brasiliano parla della dualità esistenziale degli oppressi che accolgono dentro di loro l’oppressore e che, in questo modo, sono insieme sé stessi e un altro. Frantz Fanon studiando la sofferenza psichica sottolinea come la relazione trasformata in rapporto di dominio diventa il fattore preponderante della costruzione del complesso d’inferiorità e della dipendenza anche emozionale dell’oppresso dall’oppressore, del malato dallo psichiatra.

 

Paulo Freire e Frantz Fanon: la liberazione come processo di conoscenza di sé

 

Nella sua Pedagogia degli oppressi Paulo Freire fa esplicitamente riferimento al testo di Frantz Fanon I dannati della Terra lì dove parla della situazione di oppressione e del vissuto degli oppressi; cita anche l’altra grande figura del pensiero antirazzista francese, l’intellettuale di origine tunisina Albert Memmi facendo riferimento al suo libro Ritratto del colonizzato-ritratto del colonizzatore. Questi due testi hanno effettivamente molti punti in comune e in particolare pongono una grande attenzione sull’aspetto psicologico della condizione di oppressione nella relazione oppressore/oppresso. Analizzando la situazione di oppressione Paulo Freire riprende la riflessione di Fanon sulla dualità della psicologia del colonizzato che costruisce con chi l’opprime un rapporto da doppio legame: repulsione e attrazione, respingimento e identificazione, odio e amore. Questa condizione rende confuso l’oppresso che non riesce a localizzare concretamente il focus del meccanismo di dominio; il processo educativo, che opera con gli adulti attraverso la partecipazione attiva alla costruzione del proprio percorso autoformativo, attiva un processo di presa di coscienza che struttura gli strumenti della decodifica del mondo e della situazione di oppressione. Non capendo i motivi della propria sofferenza l’oppresso finisce per agire una aggressività orizzontale che colpisce i suoi compagni di miseria e di esclusione ; non riesce a trasformare questa aggressività in una azione critica di tipo verticale rivolta verso chi lo domina, lo disumanizza calpestando la sua dignità e provocando dentro di lui un sentimento di svalorizzazione totale della propria persona. Sfogandosi verso gli altri «compagni di sfortuna» diventa così anche lui oppressore:

In questa «immersione», gli oppressi non possono chiaramente discernere «l’ordine» al servizio degli oppressori poiché vivono per così dire dentro di loro quest’ordine che li frustra nella loro esistenza e li spinge spesso ad esercitare un tipo di violenza orizzontale nei confronti dei propri compagni (Freire 2002, 40).

Più l’oppresso s’identifica con chi lo domina e lo tratta come cosa più aggredisce che gli assomiglia in nome della diversità dell’altro, mentre colui che aggredisce è chi è oppresso come lui, purché sia tuttavia un tantino più basso nella gerarchia sociale. Quello che desidera disperatamente è assomigliare all’oppressore, adottare il suo stile di vita e quindi diventare come il dominatore per sentirsi finalmente qualcuno. Ma tutto ciò avviene attraverso un processo spesso lacerante che provoca violenza interiore ed esteriore.

V’è d’altronde, ad un certo punto dell’esperienza esistenziale degli oppressi, una irresistibile attrazione nei confronti dell’oppressore, del suo stile di vita. Accedere a questo stile di vita costituisce una potente aspirazione. Nella loro alienazione gli oppressi vogliono ad ogni costo essere simili agli oppressori, imitarli, seguirli (Freire 2002, 41).

Questa situazione porta l’oppresso a costruirsi un falso sé che non si rende conto di essere posseduto dall’Altro; questo processo relazionale che reifica chi si trova in posizione di subalternità diventa un meccanismo che rende la persona estranea a se stessa. Questa falsa visione di sé porta ad una falsa visone del mondo e del suo funzionamento e anche all’accettazione della situazione di oppressione che costituisce la base stessa del processo di disumanizzazione che fa perdere ogni dignità e annulla la coscienza. Senza liberarsi dell’oppressore che ha interiorizzato, e che invidia, l’oppresso non potrà mai umanizzarsi e costruire una società più giusta e umana. Freire è fortemente influenzato dalle analisi di Fanon sui meccanismi psicologici della dominazione nella situazione coloniale ma anche sui processi di disumanizzazione del colonizzato descritti da Albert Memmi. Quest’ultimo scrive in Ritratto del colonizzato:

Questo meccanismo non è sconosciuto: è una mistificazione. L’ideologia di una classe dirigente, lo sappiamo, viene adottata in grande misura dalle classi dirette. Orbene ogni ideologia di lotta, comprende, come parte integrante di se stessa, una concezione che proviene dall’avversario. Adottando questa ideologia le classi dominate, in fondo, adottano il ruolo che le classi dominanti hanno assegnato loro. Ciò spiega, fra l’altro, la relativa stabilità delle società, l’oppressione vi è più o meno tollerata dagli stessi oppressi. Nella relazione coloniale, il dominio si esercita da un popolo su un altro popolo, ma lo schema è sempre lo stesso (Memmi 1985, 107).

La questione delicata toccata da Memmi, e da Fanon, come si vedrà più avanti, è per Paulo Freire la questione centrale: cioè il consenso dell’oppresso allo schema del dominio, uno schema interiorizzato e replicato, riprodotto nel momento stesso della sua stessa lotta contro l’oppressore. È come se l’oppresso fosse nel suo agire e nel suo modo di essere esattamente speculare all’oppressore, avendone in qualche modo introiettato e assimilato tutti gli atteggiamenti. Questo spiega perché le società con i loro meccanismi di oppressione sono in fondo relativamente stabili e si riproducono nonostante i sussulti rivoluzionari. Frantz Fanon descriverà con profondità la psicologia del colonizzato che nel processo stesso della sua lotta per liberarsi dall’oppressore finisce per riprodurne gli atti, i gesti e gli stessi pensieri; sapeva che questo avrebbe portato l’Africa e gli africani ad essere dominati dagli stessi meccanismi anche se, questa volta, gestiti dagli stessi africani.

Ma tra i punti di connessione tra l’approccio pedagogico di Freire e quello psicologico di Fanon vi sono i riferimenti teorici: ambedue leggono con attenzione Hegel, in particolare la sua Fenomenologia dello spirito con l’analisi della dialettica tra il padrone e lo schiavo; una dialettica nella quale uno domina l’altro, ma anche piena di contraddizioni, con una interiorizzazione da parte del dominato del mondo del padrone e in parte viceversa. La dialettica hegeliana che fa della complessità e della contraddizione il motore della storia umana influenza sia la pratica pedagogica di Freire che l’approccio psicologico di Fanon: il filosofo tedesco descrive il processo complesso che vede il passaggio dall’essere in sé all’essere per sé, dall’esistere nell’immediatezza alla coscienza dell’esistere e quindi all’autocoscienza. Hegel spiega come si costruisce la ragione dialettica e quindi la capacità dell’uomo di diventare autenticamente libero. È quello che fa Freire quando descrive il processo di apprendimento come processo progressivo di coscientizzazione che vede l’alunno passare dal pensiero magico a quello transitivo per arrivare alla coscienza critica, all’autocoscienza. Frantz Fanon parla del processo di disumanizzazione presente nel rapporto coloniale: il colonizzatore deve disumanizzare il colonizzato, in senso sociale e simbolico-culturale, per giustificare e legittimare la sua pratica di oppressione. Ma deve farlo in modo tale che il colonizzato finisca per comportarsi effettivamente in modo disumano per confermare lo sguardo dominante e il meccanismo stesso della dominazione. Per Freire la questione che si pone è come il processo pedagogico possa fare passare l’oppresso (che può essere l’alunno, l’immigrato, il povero, il disabile…) dall’essere meno all’essere di più; per Fanon la questione centrale è quella della capacità dell’oppresso , nella sua lotta di liberazione, di riappropriarsi della propria storia e quindi della propria personalità. Oltre a Hegel v’è anche la lettura di Marx e Engels; la loro analisi della dialettica storica attraverso la dialettica oppressi/oppressori nei diversi modelli di produzione; l’importanza dei rapporti sociali e della strutturazione di rapporti di sfruttamento dell’uomo sull’uomo produttori di diseguaglianza. Ma tutto ciò viene anche filtrato da parte di Fanon con la fenomenologia di Merleau-Ponty (soprattutto per quanto riguarda l’importanza delle percezioni come base delle rappresentazioni) e con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre. Per Freire come per Fanon nessuno libera l’altro e nessuno si libera da solo; solo l’impegno dell’uomo nella relazione liberatrice con gli altri uomini può permettere a ciascuno di liberarsi insieme agli altri.

 

Frantz Fanon , i dannati della terra e il processo di liberazione

 

Ancora oggi Fanon è visto come un eretico; un eretico anche negli ambienti intellettuali bien pensants in Francia (di quelli che non sopportano Jean-Paul Sartre accusandolo di avere danneggiato la cultura e la filosofia francese, ma che in realtà non riescono ad accettare il suo «tradimento» verso la sua classe sociale e verso la sua «patria»); un eretico sul piano politico per essersi schierato ed essere diventato, colpa grave, l’«ideologo» dei disperati del mondo. È anche considerato come un eretico negli ambienti scientifici della medicina psichiatrica per la sua critica alla logica manicomiale e alla concezione della malattia mentale come pericolo da normalizzare ad ogni costo. In effetti è proprio partendo dal suo lavoro concreto come medico specializzando in psichiatria all’ospedale di Saint-Alban, nel sud della Francia, che Fanon mette in discussione i meccanismi della dominazione, la trasformazione della relazione terapeutica tra medico e paziente in un rapporto di dominio del primo sul secondo. Influenzato dallo psichiatra e psicanalista di origine spagnola (repubblicano e libertario) François Tosquelles che sperimenta le prime forme di deistituzionalizzazione, cioè di apertura del manicomio alla società e di libertà per i malati di mente, Frantz Fanon fa subito il collegamento tra le pratiche di disumanizzazione nei manicomi e nella situazione coloniale, vede le medesime pratiche discriminatorie e di negazione della dignità della persona umana. È nella sua prefazione ai Dannati della terrache Jean-Paul Sartre spiega ai francesi perché sono in molti a respingere il testo di Fanon:

Per due motivi, il primo è che Fanon vi spiega ai suoi fratelli e dimostra loro i meccanismi delle nostre alienazioni: approfittatene per scoprirvi nella vostra verità oggettiva. Le nostre vittime ci conoscono a causa delle loro ferite e delle loro catene: è ciò che rende la loro testimonianza irrefutabile. Basta che ci mostrano ciò che abbiamo fatto di loro per conoscere per conoscere quello che abbiamo fatto di noi (Fanon 1991, 43).

Sartre è estremamente tagliente e questo non gli sarà perdonato in Francia:

Gli altri si fanno uomini contro di noi, appare che siamo noi i nemici del genere umano; così l’élite rivela la sua vera natura , quella di una gang (Fanon 1991, 51).

La disumanizzazione è il cuore del rapporto tra colonizzatore e colonizzato; questo rapporto crea separazione e un legame dove v’è sfruttamento; la posizione psicologica del colonizzato nei confronti del mondo del colonizzato è doppia, è, come dirà più tardi Gregory Bateson, dadoppio legame:

È dominato, ma addomesticato. È interiorizzato ma non convinto della sua inferiorità. Aspetta pazientemente che il colonizzatore rilascia la sua vigilanza per saltarli addosso. (…) Di fronte all’organizzazione coloniale il colonizzato si trova in uno stato di tensione permanente. Il mondo del colonizzatore è un mondo ostile, che rigetta, ma nello stesso tempo, è un mondo che invidia (Fanon 1991, 83).

È anche interessante vedere come Fanon s’interessa alla natura della relazione che si costruisce partendo anche dal linguaggio; essendo medico psichiatra, conosceva bene la funzione del linguaggio tecnico-specialistico come strumento d’inferiorizzazione dell’altro (nel rapporto medico-paziente); mostra quanto il linguaggio tecnico mascheri spesso il desiderio d’ingannare, di manipolare il popolo, di lasciarlo fuori dal processo decisionale per cui il potere rimane in mano all’élite. Si tratta di una vasta operazione psicologica di spoliazione della dignità di chi vive all’interno di questa logica di dominazione e la subisce pure non rendendosi completamente conto di quel processo di estraniazione: qui Fanon fa il parallelo tra il potere dello psichiatra e quello del colonizzatore; mostra che sia con la violenza che con la manipolazione la struttura di oppressione si concretizza in un rapporto dove non v’è eguaglianza ma dipendenza e subalternità. Fanon parla del colonizzato come dell’immigrato; farà le prime esperienze di psicoterapia con degli africani immigrati in Francia, questo prima di essere mandato in Algeria all’ospedale di Blida, il principale nosocomio del Maghreb coloniale. Riporta la sua esperienza di terapeuta in un libro di una grande profondità e di una grande attualità per chi si occupa oggi di psicologia transculturale; in effetti in Pelle nera e maschere bianche (Fanon 1971) applica le teorie di Alfred Adler (l’allievo eretico di Freud) sulla costruzione del complesso d’inferiorità e quelle dello psicanalista Jacques Lacan sulla funzione dello specchio nella formazione dell’identità per capire la sofferenza dei migranti che vivono il disprezzo razzista dei bianchi francesi; definisce i migranti e i colonizzati come «mutilati psico-affettivi». Fa notare come gli africani tentano di assomigliare il più possibile ai bianchi: è quello che definisce a livello psicologico come processo di lattificazione, un processo dove avviene una identificazione ambivalente con il bianco che domina: da una parte diventare come lui, vestirsi come lui, mangiare come lui e pensare come lui, dall’altro lacerarsi interiormente per reprimere l’odio verso il dominatore. L’alienazione socio-culturale provoca una rottura dell’equilibrio psico-affettivo e quello che Fanon chiama (usando i testi di Anna Freud sui meccanismi di difesa) una ritrazione dell’Io.

Fanon critica anche l’atteggiamento degli intellettuali africani che in nome della lotta contro la dominazione parlano di «negritudine», esaltando la bellezza e la superiorità nera, atteggiamento speculare alla logica razzista dei bianchi. In questo senso senza rendersene conto l’intellettuale africano colonizzato nel momento stesso in cui lotta finisce per fare suo lo sguardo del colonizzatore e per comportarsi come lui. Queste analisi di Fanon sono state profetiche per spiegare quello che è successo in molti paesi dell’Africa dopo l’indipendenza; cioè per comprendere il comportamento delle nuove classi dirigenti che finirono per costruire con i propri popoli lo stesso tipo di rapporto di dominazione che avevano conosciuto durante il periodo coloniale. Fanon, come Freire che riprenderà queste sue riflessioni, pensa che per umanizzarsi il colonizzato deve liberarsi dell’oppressore che ha dentro di sé, deve sapere dove va e perché, insomma deve avere sviluppato una coscienza critica sensibile ad ogni forma di dominazione. Fanon parla del processo di liberazione come del trionfo dell’uomo totale, come di un processo di emancipazione umana che rida dignità ad ogni cittadino, che arricchisce spiritualmente, che «riempie gli occhi di cose umane», che fa diventare l’oppresso sovrano e capace di un rapporto fraterno. Solo il riconoscimento della dimensione universale dell’umanità di ogni uomo può favorire il riconoscimento delle differenze e quindi realizzare la piena uguaglianza.

 

Bibliografia

 

Fanon F. (1971), Peau noire et masques blancs, Seuil, Paris.

Fanon F. (1991), Les damnés de la terre, Gallimard, Paris.

Freire P. (2002), La pedagogia degli oppressi, tr. it., Edizioni Gruppo Abele, Torino.

Memmi A. (1985), Portrait du colonisé-Portrait du colonisateur, Gallimard, Paris.

[Tratto da Educazione Democratica]

Análisis de Entorno Situacional Político (6mayo2015)

por Néstor Francia

Miércoles 06 de mayo de 2015

– Profetas del desastre

– Obuses de zozobra, angustia y desesperanza

– “Esto se va a poner peor”

– Contra el aumento

– Fuego mediático cerrado

– Buscando diluir el efecto del decreto de Obama

– Discurso catastrofista como caldo de cultivo de la violencia

– Barriadas y universidades

– Violencia en varios estados

– El pueblo rechaza la violencia

– La ultraderecha invierte a futuro

– “Una sola chispa puede incendiar toda la pradera”

– No podemos confiarnos ni tantico así

Una de las herramientas preferidas de la derecha en Venezuela es la de profetizar el desastre, usando como punta de lanza los medios de comunicación. En el caso de la guerra económica, la artillería mediática lanza obuses de zozobra, angustia y desesperanza. Pinta el futuro lo más oscuro posible contaminando el presente e intentando opacar cualquier luz que pueda brillar. “Esto se va a poner peor” es el terrible pensamiento que se quiere instaurar en la mente acosada de los ciudadanos. En lo que atañe a la escasez, se busca además agravar la situación promoviendo compras nerviosas y acaparamiento doméstico.

Esa operación de los voceros políticos y mediáticos de la derecha está siendo aderezada en este momento por el desmérito del aumento salarial decretado por Maduro, tildándolo de insuficiente, “hambreador”, injusto e inflacionario.

El fuego mediático es cerrado. Ejemplo de ello es un artículo del agente imperialista venezolano Antonio María Delgado, publicado en el portal de El Miami Herald, pasquín mayamero de la gusanera cubana y el escualidismo venezolano que anidan en aquella ciudad gringa, uno de los principales centros mundiales de la conspiración y del terrorismo contrarrevolucionario. El artículo asegura que “Venezuela, que ya enfrenta niveles de escasez sin precedentes, podría ver un desabastecimiento aún mayor en el sector de alimentos en los próximos meses luego de que el régimen de Nicolás Maduro anunciara que asumirá la distribución de víveres en el país, dijeron analistas”.

Como es de uso común, Delgado saca de debajo de la manga “expertos” económicos a su gusto, para dar credibilidad a sus sombrías profecías: “‘El gobierno sigue considerando que si toma el control de la distribución, va a adquirir el control político del alimento. Está buscando la distribución de alimentos como arma política’, dijo desde Caracas el columnista e ingeniero David Morán… ‘El desabastecimiento se va a agravar más con la nacionalización. Ellos lo saben, pero consideran que tienen margen de maniobra, y que el PIB per cápita en Venezuela aún permite empobrecer más a la población’, agregó Morán”.

En Venezuela, los voceros políticos acompañan esta ofensiva, buscando entre otra cosas que se diluya lo más pronto posible el efecto de la orden ejecutiva de Obama, que hizo crecer la popularidad de Nicolás Maduro y unió a la mayoría de los venezolanos en la defensa de la soberanía de la Patria, además de reforzar el apoyo al Gobierno de la absoluta mayoría de los países del mundo, de importantes organizaciones regionales e internacionales y de las vanguardias populares de todos los países. Esto lo habíamos previsto en nuestro Análisis del pasado 13 de abril: “Se fue la Cumbre. Bajará la intensidad mediática en la explosión antiimperialista que ha causado la orden ejecutiva. Regresaremos a la vida cotidiana, a la guerra económica y también a las consecuencias, siempre hay que decirlo, de nuestros errores: la escasez de algunos productos, las colas, la indeseable inflación. Las dificultades reales y las forjadas, la guerra mediática, los discursos repetitivos, los avances y también los baches de la conciencia popular”. Tal cual.

En ese sentido, tomemos como ejemplo las declaraciones de Juan Pablo Guanipa, coordinador de Primero Justicia Zulia, con las que inquirió al Presidente: “¿Por qué los venezolanos deben vivir de cola en cola y sufriendo los embates de la inflación? ¿Cómo es posible que haya llevado a Venezuela a esta crisis? ¿En qué piensas cuando en vez de proteger al pueblo lo que haces es desampararlo? Estamos de luto porque Venezuela vive en medio del hampa y el hambre que estimula este Gobierno”.

Ahora bien, el discurso catastrofista es también caldo de cultivo de los planes violentos de la ultraderecha que vienen siendo denunciados en días recientes. Además de las acciones paramilitares planificadas y de las cuales dio algunos detalles José Vicente Rangel en su programa dominguero, previstas a ser ejecutadas en barriadas caraqueñas y en otras zonas del país, vuelve a ser considerado como uno de los detonantes de la violencia el sector universitario, que ha vuelto a activarse a raíz del llamado a paro de los representantes de los profesores con el pretexto del tema salarial.

Ayer hubo episodios de violencia en algunas universidades en Táchira, Mérida, Zulia, Barquisimeto y Miranda, en una acción evidentemente coordinada al nivel nacional. Los focos principales, por cierto bastante restringidos y focalizados, fueron la ETI de San Cristóbal, la ULA de Mérida, el Pedagógico de Barquisimeto y la Universidad del Zulia.

Una vez entró en reflujo la ola antiimperialista desatada por el decreto de Obama, la derecha golpista vuelve por sus fueros. Es verdad que el pueblo en su inmensa mayoría rechaza la violencia. Luis Vicente León, opositor y presidente de la firma Datanalisis, asegura que 70% de la población no tiene intención de participar en protestas pacíficas, mientras la socióloga, igualmente opositora, Genny Zúñiga cree que en el país ya se dio un quiebre social que no se tradujo en un estallido. Ambos consideran que las elecciones podrían resultar la válvula de escape.

Según Datanalisis, los venezolanos no están contentos con la situación del país.

Ocho de cada diez consultados, según esa encuesta, califican de “negativa” la coyuntura actual. Pero, de acuerdo al mismo sondeo, el 77% de los venezolanos no tienen ninguna intención de participar en protestas pacíficas, mientras que 88% rechaza participar en manifestaciones con guarimbas.

Pero la ultraderecha está contando con sectores minoritarios apoyados por paramilitares e infiltrados para crear una matriz de protesta popular con el apoyo de la canalla mediática. No la tienen fácil, sobre todo por la proximidad de las elecciones parlamentarias, donde muchos ciudadanos opositores ponen sus esperanzas de avanzar hacia el derrocamiento “constitucional” del Gobierno revolucionario. Eso lo deben saber los conjurados, pero en realidad están invirtiendo a futuro. Si la situación creada por la guerra económica y por nuestros propios errores de planificación empeorase, los conspiradores tienen la esperanza de que en algún momento puedan aplicar el aserto maoísta de que “una sola chispa puede incendiar toda la pradera”. No podemos confiarnos ni tantico así.

Israele addestrerà le forze armate del Paraguay

da hispantv

L’ambasciatore del regime israeliano in Paraguay, Dorit Shavit, ieri, ha incontrato il presidente del paese sudamericano, Horacio Cartes, per rafforzare la cooperazione bilaterale, in particolare, nel settore della sicurezza interna.

Come confermato dai media locali, http://www.lanacion.com.py/2015/05/05/israelies-entrenaran-a-tropas-paraguayas/, durante questa visita, Dorit Shavit ha dichiarato che il sostegno delle autorità israeliane al governo del Paraguay è «per lavorare insieme per una vita pacifica».

Insistendo sul fatto che tale cooperazione non riguarda la vendita di armi, ha spiegato che l’aiuto al Paraguay riguarda l’addestramento delle loro forze armate per aumentare il loro tempo di formazione nella lotta contro i sospetti terroristi.

«Purtroppo abbiamo esperienza in Israele, perché ci sono molte organizzazioni terroristiche, allora sappiamo come affrontare davvero questa sfida e combattere il terrorismo», si è giustificata Shavit.

A tal fine, ha informato il diplomatico, l’addetto militare israeliano del regime di Tel Aviv in Cile e Paraguay è stato accreditato a lavorare con il ministro della Difesa Bernardino Soto e il Vice Ministro della Sicurezza interna, Javier Ibarra.

Shavit in risposta ad una domanda dei giornalisti circa l’intenzione del Paraguay di creare in futuro un Segretariato di Intelligence, ha risposto che questa «è una opzione, ma non si è discusso in modo approfondito oggi».

Infine, ha annunciato l’organizzazione di un seminario su questa cooperazione bilaterale e l’apertura dell’Ambasciata israeliana a Asuncion, capitale del Paraguay, entro sei settimane.

Nel 2002, i funzionari del regime israeliano decisero di chiudere la loro ambasciata a Asuncion per motivi di bilancio, una mossa che ebbe analoga risposta del governo sudamericano, tuttavia, nel maggio del 2014, ha riaperto la sua ambasciata a Tel Aviv.

L’anno scorso, la parlamentare del Partito Democratico Progressista del Paraguay, Desiree Messi ha denunciato la collaborazione dei civili israeliani e paraguayani in azioni militari israeliana al Congresso, chiedendo spiegazioni.

La parlamentare denunciò l’esistenza di un piano per assumere mercenari israeliani nella lotta contro l’Esercito Paraguaiano Popolare (EPP), accusando il presidente Horacio Cartes.

Questo si aggiunge ad un avvertenza da parte dell’intelligence del Paraguay sulla presenza di un israeliano, Jair Klein, nel Paese con vari precedenti di violenza e organizzazione di gruppi paramilitari in diversi paesi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) Nicolás Maduro sarà in Russia per il Giorno della Vittoria

nicolas-maduroda laradiodelsur.com.ve

Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, sarà in Russia per la commemorazione del 70° anniversario Giorno della Vittoria.

«Sarò a Mosca – ha spiegato Maduro – per rispondere all’invito che mi ha fatto il presidente Vladimir Putin».

Durante il suo programma, ‘En contacto con Maduro’, il presidente ha ricordato che il 9 di maggio a Mosca si terrà una cerimonia per il Giorno della Vittoria e ha quindi invitato i mezzi di comunicazione a focalizzare la propria attenzione sulla lotta dell’Unione Sovietica contro il nazifascismo.

«In questo mese di maggio – ha dichiarato Maduro – il nostro popolo attraverso i mezzi di comunicazione, deve avere accesso a tutte le informazioni e le analisi sulla Grande Guerra Patriottica».

Nicolás Maduro ha ricordato che i campi di concentramento voluti da Hitler, «furono liberati dall’Armata Rossa. Il popolo russo perse oltre 20 milioni di uomini e donne».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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Carlo Marx, i rivoluzionari e i neoliberali

di Sergio Alejandro Gómez / internet@granma.cu

A 197 anni dalla sua nascita, il pensiero del filosofo ed economista tedesco continuano a girare il mondo

4 maggio 2015.- Carlo Marx non è solo un riferimento per chi lotta per un cambio sociale, anche i suoi più energici detrattori sono costretti a consultarlo in tempi di crisi. Di fatto, è quasi del tutto impossibile ignorare questo economista e filosofo tedesco del XIX secolo, che ebbe la lungimiranza di predire con esattezza l’instabilità del capitalismo e di lottare per tutto l’arco della sua vita a favore di un sistema che superasse le sue ingiustizie e contraddizioni. Sviato da taluni e demonizzato da altri, le sue idee rappresentano tuttora una miscela esplosiva in tempi di crisi. Un inchiesta della BBC del 1999 lo ha definito come il “pensatore del millennio”, superando per importanza non poche delle principali figure della scienza, come Albert Einstein.

Secondo lo storico britannico, Eric Hobsbawm, durante la seconda metà del Ventesimo secolo, quasi tre quarti dell’umanità viveva in un sistema politico con alcuni orientamenti di tipo socialista e che si ispiravano a Marx. Nonostante i cambiamenti e le convulsioni che viviamo oggi, che configurano un mondo invero differente a quello della Prussia che vide nascere Marx il 5 maggio 1818, questi ultimi due secoli non hanno fanno nient’altro che confermare molte delle sue tesi. Non è un caso, infatti, che solo nel 2009 la vendita dei “Il Capitale”, il miglior testo in circolazione che analizza con precisione il funzionamento del sistema capitalista, è andato a “ruba” sia negli Stati Uniti che in Europa. Ora di fronte all’incapacità d’analisi della crisi da parte dei “think thank” neo-cons – gli stessi che parlano della mano invisibile del mercato – molti politici come l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy dovettero ammettere di aver dovuto leggere quell’opera per comprendere la crisi strutturale del capitalismo.

Ciò nondimeno, le “ricette” dell’economista britannico John Maynard Keynes – che di certo è colpevole di qualsiasi cosa tranne di essere un rivoluzionario – svolsero una funzione egemonizzante per un breve periodo, lasciando in ombra gli studi di Marx. Le sue ricette contro la crisi è sul ruolo strategico dello stato nel capitalismo segnarono la maggior parte degli studi e delle analisi del secolo passato; sebbene con la discesa del neoliberalismo i suoi scritti cominciarono ad essere dimenticati. Fu Marx che predisse con precisione che il peso della crisi sarebbe ricaduto sulle spalle dei lavoratori e che infine i pesci grandi avrebbero mangiato quelli piccoli, in quello che egli definiva come il costante processo di accumulazione della ricchezza. Ebbene, questa realtà la vivono oggi milioni di persone, ivi incluso nella ricca Europa, dove non solo cadde il Muro di Berlino, ma anche quello dello stato sociale, che salvaguardava i lavoratori dall’espropriazione capitalista, garantendogli i diritti sociali.

Ora, se certe categorie come borghesia e proletariato possono sembrare di primo acchito antiquate per i nostri tempi, le rivendicazioni di quel 99% che è stanco di quel 1% che prende le decisioni su tutte le questioni più importanti, è senz’altro una conferma che la lotta di classe è il motore della storia, come ebbe a dire Marx. Qualche tempo fa, un libro di 650 pagine scritto dall’economista francese Thomas Piketty si è convertito in un best seller mondiale, là dove prende spunto per le sue analisi da una delle principali tesi del pensiero marxista: la tendenza verso l’accumulazione del capitale, dove i poveri saranno sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Il testo ha generato una discussione per nulla pacifica e taluni economisti in doppio petto hanno cercato di confutare i dati degli ultimi trent’anni che ha utilizzato l’economista francese. E chissà che questo non è servito a qualcosa. Queste tesi così chiare e semplici smontano con precisione il mito che la modernità porterebbe con se i benefici dei potenti all’intera maggioranza della popolazione mondiale, come del resto lo aveva già spiegato lo stesso Marx.

Come dimostrano molte inchieste del cosiddetto “Primo Mondo”, gli adulti di oggi non si sentono sicuri che i loro figli riescano a vivere meglio di loro e – anzi – sono convinti che i loro genitori vissero una congiuntura migliore della loro. “Tutto ciò che è solido, svanisce nell’aria”, ebbe a scrivere Marx nel Manifesto Comunista in merito alla tendenza distruttiva e nel contempo creatrice del capitalismo. Era il 1848, non c’erano né internet e nemmeno i telefoni della Apple.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani

Roma-Ayotzinapa: solidaridad de los estudiantes cruza océanos

por Davide Angelilli (Caracas ChiAma)

Cubainformación.- Desde el 17 de abril, está recorriendo Europa una caravana de familiares, amigas/os, compañeras/os de los 43 estudiantes normalistas “desaparecidos” por la policía mexicana hace siete meses, tras la represión de una manifestación popular. El pasado miércoles la caravana llegó a Roma, donde se realizó un importante encuentro con los colectivos de estudiantes de la capital italiana.

Los estudiantes son los protagonistas en las Escuelas Normales rurales, surgidas en los años ’30 para hacer de la educación una herramienta de emancipación para las clases más pobres de México. La escuela de Ayotzinapa, donde estudian los 43 jóvenes todavía desaparecidos, lleva el nombre de Raúl Isidro Burgos: el joven profesor que fundó estas escuelas, impulsado por la solidaridad hacia las/os explotadas/os de las comunidades campesinas.

El mensaje que la Caravana ha difundido en Roma ha sido claro. Es precisamente la solidaridad y la complicidadcon las clases pobres lo que no acepta el Estado mexicano y el sistema de poder que gobierna el país. Una solidaridad, aquella de las Escuelas Normales, que se concretiza en educación pública e inclusiva, dirigida a las comunidades rurales e indígenas. Una educación totalmente opuesta a la promovida por el gobierno de Enrique Peña Nieto que privatiza todo lo que puede, golpeando cada día más los derechos sociales del pueblo.

Frente a la total impunidad de la policía, todas las personas solidarias con los estudiantes se están movilizando en las calles mexicanas, gritando su indignación por la corrupción del gobierno y las elites criminales .Un grito de rabia y rebeldía compartido con muchos sectores populares del país: desde los zapatistas hasta los sindicatos. Una lucha transformadora, que la caravana llevó hasta la embajada del país centroamericano en Italia,apoyada por los movimientos sociales de Roma.

Después de la acción deprotesta a la embajada, tuvo lugar un debate público en la Universidad “La Sapienza” de Roma. Con la participación de comités de migrantes, organizaciones de la izquierda italiana, y colectivos estudiantiles. Entre ellos, las/os jóvenes de “Sapienza Clandestina”, que en los días anteriores habían realizado acciones en La Universidad para sensibilizar e informar sobre el caso de los normalistas.

Así como en México, también en Italia las organizaciones estudiantiles se están movilizando con fuerza contra la privatización de la educación y por el derecho al estudio. Hace casi dos años, la organización Sapienza Clandestina ocupó un espacio dentro de “La Sapienza” –una de las universidades más grandes de Europa- convirtiéndolo en un centro social. El movimiento tiene como objetivo que los protagonistas de la Universidad sean las/os estudiantes, así como resistir a la destrucción de la universidad pública. Al igual que en el pasado de la lucha estudiantil en Italia, el movimiento de estudiantes no está aislado. Son parte del mismo proyecto trasformador la coordinadora por el derecho a la vivienda,y otros movimientos sociales y políticos.

Dentro de este contexto de lucha, las iniciativas internacionalistas han visibilizado la necesidad de construir relaciones de solidaridad contra un mismo enemigo: el mundializado modelo capitalista y neoliberal.

Una solidaridad que no dejará solos los normalistas. Si el Estado mexicano quería enterrar los 43 normalistas, se ha equivocado totalmente. Porque eran semillas y “Ayotzinapa despertará el mundo”.

Le avventure di un infiltrato nella CIA

di ALBAinformazione

“Un altro agente all’Avana. Le avventure di un infiltrato nella CIA” di Raúl Capote a cura della Zambon Editore e con una introduzione storica di Alessandro Pagani su “La guerra psicologica degli Stati Uniti contro Cuba”.

L’autore – un doppio agente della Sicurezza Cubana infiltrato nella CIA – racconta nel dettaglio tutti i tentativi di sovversione degli Stati Uniti contro Cuba. Un vero e proprio manuale delle “rivoluzioni colorate” assai utile per comprendere – un esempio tra i tanti – quello che gli Stati Uniti cercano di portare a termine in Venezuela contro il governo bolivariano e socialista di Nicolás Maduro, Primo Presidente Operaio della Patria Grande.

Análisis de Entorno Situacional Político (5mayo2015)

di Néstor Francia

Martes 05 de mayo de 2015

– Mariela Castro Espín, revolucionaria

– Sin una mirada crítica, estamos muertos

– Crítica con lealtad y altura argumental

– La comunicación repetitiva y acrítica

– Medios oficiales previsibles

– Chávez, el crítico

– El diablo es terco y la realidad también

– Las limitaciones creativas

– Tecnología por creatividad, al gusto del capitalismo

– Las audiencias huyen hacia el oropel

– La nuez deliciosa de la creatividad, la irreverencia y el inconformismo

– Necesitamos una explosión espiritual interior

– Parafraseando a Mariela Castro

Mariela Castro Espín es la hija de los revolucionarios Raúl Castro, presidente de Cuba, y de Vilma Espín, quien fuera presidente de la Federación de Mujeres Cubanas. Es sicóloga y sexóloga, y actualmente se desempeña como directora del Centro Nacional de Educación Sexual de Cuba (CENESEX), y es diputada a la Asamblea Nacional del Poder Popular de su país ¿A qué viene esta mención al comienzo de nuestro Análisis de hoy? Pues a que esta camarada ha votado, en un acto poco común, en contra del nuevo Código del Trabajo aprobado por la Asamblea Nacional cubana, porque aunque incluyó el principio de no discriminación por orientación sexual, no lo hizo con la identidad de género. Esta actitud no fue comprendida por todos los diputados, pero no por ello ha sido irrespetada, señalada o discriminada ni en el gobierno ni en el partido ¿Será porque es la hija de Raúl? Queremos creer que no fue esa la razón, aunque no podríamos

Pero la verdadera razón de tal mención son las declaraciones posteriores hechas por la diputada Castro Espín. Oigase bien: “Mi trabajo como diputada en Cuba tiene una mirada crítica que es la forma en que entiendo ser revolucionaria… si no tengo una mirada crítica, estoy muerta”. Nosotros, que jamás hemos renunciado a la mirada crítica y que la valoramos como más necesaria que la adulación y la conducta acrítica de muchos que piensan que eso les da estabilidad y ventajas, agradecemos esta declaración que pone el dedo en la llaga: somos críticos porque somos revolucionarios y pensamos que una de las mejores maneras de defender la Revolución es señalando aquello que consideramos erróneo, fallido o incorrecto. Puede ser que nos equivoquemos en algún señalamiento, pero de lo que sí estamos seguros es de la corrección de la actitud crítica.

Claro, también creemos que la crítica revolucionaria debe ser hecha con lealtad, con altura argumental y con apego a los principios que hemos albergado desde hace mucho Esta valoración de la crítica nos da pie para continuar con nuestro análisis de las fallas de las políticas comunicacionales oficiales en Venezuela, que retomamos ayer cuando hicimos referencia a la ausencia de una estrategia comunicacional que oriente nuestras acciones en esa área y a la excesiva preeminencia de la propaganda sobre la formación político-ideológica. Precisamente hoy arrancaremos con un tema vinculado a la ausencia de comunicación crítica.

3.- La comunicación repetitiva y acrítica. En nuestra participación en el programa “Como ustedes pueden ver”, por invitación de nuestro apreciado amigo Roberto Malaver, el único presentador de la televisión oficial que osa invitarnos, a pesar de nuestras “impertinencias”, nos referimos brevemente a este asunto. Nuestros medios de comunicación dedicados a los contenidos políticos han terminado siendo casi completamente previsibles. Los moderadores y “analistas”, salvo honrosas excepciones que confirman la regla, se repiten unos a otros con los mismos conceptos, ideas, propaganda, informaciones y matrices. Es una especie de obligación no manifiesta comulgar con las líneas y medidas oficiales sin mostrar ni un ápice de desacuerdo o crítica. La función crítica se reduce a las acciones de una oposición que en realidad la pone bastante fácil, dada su proverbial torpeza y mediocridad. Ahora bien, no se trata de enarbolar una mirada crítica contra el Gobierno como si se fuera oposición, pero sí dirigida a la realidad ¿No era acaso común en Chávez la crítica, a veces muy dura, a sus ministros y otros funcionarios? ¿No fue acaso el Comandante un crítico acerbo del burocratismo, la indolencia, la ineficiencia en muchos factores del Gobierno?

La verdad verdadera es que no hemos alcanzado el Paraíso, y aunque ya no estemos en aquel infierno de la Cuarta República, lo cierto es que no hemos pasado del purgatorio ¿Esa impronta crítica no es parte del legado de Chávez del que tanto se habla? ¿No fue Chávez quien planteó iniciativas como las “tres R” (Revisión, rectificación y reimpulso) y el “golpe de timón”? ¿No habría que dar contenido y sustancia a esas recomendaciones del supremo líder? Necesitamos comunicadores que confronten la realidad con visiones propias e independientes de las vocerías gubernamentales, que planteen dudas e inconformidades que se van acumulando en nuestro pueblo y que necesitarían ser interpretadas, orientadas, y sometidas al debate y al examen crítico. Que haya espacio para todo: para la propaganda, para la profundización ideológica, para el debate de ideas y opiniones.

¿Será todo esto posible? Ojalá que sí. Y si no, tarde o temprano la realidad pasará la factura a la comunicación acrítica, a los vicios de la adulación y el conformismo. El diablo es terco y la realidad también.

4.- Las limitaciones creativas. Al gusto del capitalismo, la programación política oficial en nuestros medios televisivos tiende a sustituir la creatividad con la tecnología. Grandes plasmas en vistosos estudios, uso indiscriminado del Twitter, pantallas táctiles, se diría que todo lo que el dinero puede dar. Bastaría realmente con un solo set para todos los programas, que tuviesen todos esos artilugios. Entretanto, las audiencias huyen hacia los canales de entretenimiento, a Venevisión, a Televen, a la TV por suscripción, a los reinos de la diversión barata y el oropel ideológico del capitalismo. La nuez más deliciosa de la Revolución es la creatividad, que tiene su alma en la irreverencia y el inconformismo. En lo que comienza a perderse la creatividad, empieza también el desenamoramiento, como en esos matrimonios que sucumben a la rutina y a la repetición de hábitos y lenguajes. La Revolución Bolivariana está necesitada de una explosión espiritual interior, de un replanteamiento conceptual de contenidos y códigos.

Habría que parafrasear a Mariela Castro Espín: si la Revolución no tiene una mirada crítica, está muerta.

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