Julio Antonio Mella e i semi della rivoluzione cubana

di Alessandro Pagani

«Siamo utili anche da morti», lottò contro la dittatura di Machado a Cuba e il fascismo di Mussolini. 

«Hasta después de muertos somos útiles» ebbe a scrivere Julio Antonio Mella. Oggi ad oltre 85 anni dall’assassinio avvenuto in Messico, del ventiseienne combattente rivoluzionario cubano da parte di un commando paramilitare al soldo del fascismo mussoliniano, la sua morte è ancora sentita nel mondo antimperialista e antifascista che lotta per la costruzione di un mondo basato sulla pace con giustizia sociale.

J. A. Mella nacque il 25 marzo 1903 a La Habana. Suo padre proveniva da Santo Domingo e sua madre, Alicia Mac Partland, era irlandese. Inizialmente frequentò un collegio religioso, dal quale venne espulso per la sua attività rivoluzionaria e ribelle; successivamente si trasferì all’Accademia “Newton” dove ebbe come maestro e amico il rivoluzionario messicano Salvador Diaz Miròn, che a sua volta era stato amico e allievo di José Martì.

Nel 1921, Mella si iscrisse all’Università “Alma Mater” de La Habana e in quei primi anni come universitario, non pochi furono gli avvenimenti che accesero il suo fervore rivoluzionario. Tra questi – senz’altro – la Rivoluzione Bolscevica e quella di Francisco “Pancho” Villa e Emiliano Zapata in Messico, con la Costituzione di Queretero, che ebbero una grande influenza nella sua formazione politica e su tutto il proletariato cubano rafforzando, nel 1921, il già esistente movimento di protesta contro l’imperialismo, la tirannia e la corruzione, che si alzava tra gli operai, i contadini e gli studenti a Cuba (e in tutto il mondo).

Questi due eventi, sommati alla rabbia di un popolo – quello cubano – che vedeva trasformata la propria patria in una colonia dove dominavano disoccupazione, miseria, prostituzione, mortalità elevatissima dell’infanzia, il capitale straniero e il latifondo, crearono le condizioni per una lotta di emancipazione all’interno della società cubana. Mella fu uno dei principali ispiratori di questa battaglia.

Quando si presentò all’Università il ministro dell’Istruzione, Eduardo Gonzalez Manet, per inaugurare l’anno accademico (1922-23), Julio Antonio Mella era alla guida di una manifestazione di protesta con gli studenti, che seguivano con trepidazione la lotta in corso in Argentina e in Perù per la riforma universitaria. Essi avvertivano, che le lotte studentesche in corso in tutta l’America Latina non erano disgiunte da quanto stava accadendo a Cuba, giacché facevano parte di una questione assai più complessa di una semplice riforma studentesca: in gioco era la questione della lotta per la liberazione dei popoli oppressi dal giogo imperialista.

Ciò detto, la gioventù cubana comprendeva che non poteva rimanere indietro e che all’università de La Habana si dovevano rinnovare i piani e i metodi di studio, cacciare i professori inetti, reazionari, corrotti, servi del clero e dell’imperialismo. Nel novembre del 1923 su proposta di Mella si realizzerà il Primo Congresso Nazionale degli studenti, dove lui verrà eletto presidente, sconfiggendo l’ala reazionaria e filogovernativa. Il Congresso non solo discuterà il contenuto della riforma universitaria, ma saluterà con gioia i popoli lavoratori e la classe operaia dell’Unione Sovietica, condannerà l’imperialismo, si opporrà ad ogni interferenza clericale nella scuola e accoglierà la proposta di creare l’Università Popolare “José Martì”, della quale Mella diverrà uno dei suoi migliori insegnanti. Questa grande esperienza universitaria aperta ai lavoratori sarà ostacolata, sabotata, per poi venire espulsa dal recinto universitario e infine soppressa dal governo.

L’acutezza politica di Mella indicherà invero la necessità che gli studenti marcino al fianco della classe operaia, senza la quale non ci potrà essere rivoluzione universitaria. La sua convinzione è tale che inizia a frequentare assiduamente il movimento operaio, collaborando con essi. Una delle prime azioni degli operai e studenti uniti è quella contro il regime fascista di Benito Mussolini, che aveva inviato nell’isola caraibica la nave da guerra “Italia” come strumento di propaganda fascista (settembre 1924). Per quattro giorni, la protesta si svolge davanti all’ambasciata italiana de La Habana scontrandosi con la cruenta reazione della polizia fascista di Gerardo Machado.

Il 16 agosto del 1925, assieme a Carlos Balino, amico di José Martì, Mella fonda il Partito Comunista Cubano e la “Liga Antimperialista”, impostando la lotta per l’abolizione dell’Emendamento Platt, che aveva trasformato Cuba in un protettorato statunitense.

Sarà solo nel 1933 che il movimento rivoluzionario cubano – che riuscì ad abbattere la dittatura fascista di Machado (il “Mussolini tropicale”, come ebbe a definirlo lo stesso Mella) – riesce a sopprimere siffatto emendamento. “Delenda est Wall Street, por la Justicia Social en América!”, erano le parole d’ordine del movimento politico guidato dal giovane rivoluzionario cubano.

Il 27 novembre 1925, Mella viene arrestato mentre si stava recando a un’assemblea operaia. L’accusa è per “atti terroristici”. Rinchiuso in carcere, cercano di deportarlo in un altro edificio. Mella comprende che l’intenzione è quella di assassinarlo, applicando contro di lui la “ley de fuga”, e, pertanto, comincia a urlare, a strepitare, per attirare l’attenzione degli altri prigionieri politici che popolavano l’arcipelago delle carceri fasciste vigenti allora a Cuba.

Successivamente, tenteranno di ucciderlo in carcere, ma non ci riusciranno. Nasce un Comitato di protesta per la sua scarcerazione. Il tiranno risponderà con spavalderia: “Mella rimarrà in galera finché lo vorrò io”, il giovane combattente cubano, inizierà uno sciopero della fame, dal 5 al 23 dicembre. Dopo 11 giorni ha un collasso. Fuori dal carcere la protesta diventa massiccia: nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze, si chiede giustizia e libertà per il fondatore del Partito Comunista Cubano; inutili le repressioni della polizia politica verso le avanguardie operaie e studentesche, la rabbia popolare è incontrollabile.

Il suo avvocato è il poeta Ruben Martinez Villena, che si recherà da Machado a chiedere il rilascio del prigioniero politico. Riferendosi al dittatore cubano, egli dirà che era: «un asno con garras» (un asino con gli artigli). Finalmente Mella viene scarcerato, ma dovrà andarsene dall’isola (gennaio 1926).

Negli anni che seguirono Mella si dimostrerà un grande quadro politico. In Messico lotterà al fianco del popolo messicano e fonderà l’Associazione degli Emigrati Rivoluzionari Cubani, là dove pubblicherà il loro organo ufficiale: “Cuba Libre”.
Prima del suo assassinio per mano di sicari al soldo di Machado e Mussolini e con l’egida dell’imperialismo yankee, Mella avrà modo di distinguersi ancora per le varie denuncie pubbliche contro i crimini del fascismo mussoliniano.
Mella, visse anche una grande e importante relazione d’amore con l’artista, fotografa e combattente antifascista italiana Tina Modotti. Era assieme a lei in quella fatidica sera del 10 gennaio 1929, quando venne assassinato dall’agente Magrinat, assieme ad altri due sicari mandati da Machado in combutta con la OVRA (il servizio di spionaggio di Mussolini).

Per ricordare siffatti momenti, è necessario prendere spunto dalle parole di Vittorio Vidali in un suo articolo per il “Calendario del Popolo” (Nn. 333-334, luglio-agosto 1972) in cui scrive: “La sera del 10 gennaio 1929 eravamo riuniti nella sede del Soccorso Rosso. Mella, incaricato della sezione legale, presenta lo statuto del futuro segretariato del Soccorso Rosso Internazionale per i Caraibi. Lo statuto viene approvato; usciamo e ci salutiamo. Mella, accompagnato da Tina Modotti, si dirige verso casa, ma prima di arrivarci viene colpito da due revolverate. Arriva ancora a dire: “Machado me he mandado a matar. Magrinat tiene que ver con esto. Muero por la Revoluciòn”.

Le ceneri furono portate a Cuba, ma il governo di allora cercò di vietare ogni tipo di tributo a quel giovane rivoluzionario che dedicò tutta la sua vita, la sua “meglio gioventù”, la sua intelligenza, il suo impegno alla causa in difesa dei poveri, degli sfruttati e degli umiliati. Oggi il suo esempio, come quello di altri rivoluzionari morti perché lottavano per un mondo socialista – come furono i casi del Comandante Ernesto Che Guevara e di Antonio Gramsci – e più vivo che mai.

A Cuba, nel simbolo della Uniòn de los Jovenes Comunistas (UJC) vi sono disegnati: Julio Antonio Mella, il Che e Camilo Cienfuegos. Questi uomini, così semplici nei loro modi di fare, ma allo stesso tempo capaci di realizzare grandi gesta eroiche non sono da considerarsi solo e unicamente il patrimonio della gioventù e del popolo cubano, bensì di tutti i popoli lavoratori che credono nella solidarietà e l’amicizia tra i popoli come base per la costruzione di un mondo di pace con giustizia sociale. Una ragione – questa – per rafforzare i rapporti culturali e di amicizia tra il popolo italiano e quello cubano, partendo dal presupposto irrinunciabile che un altro mondo non solo è possibile, ma necessario e che dopo il neoliberalismo ci sarà ancora vita come ci insegnava Julio Antonio Mella.

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Bibliografia:

Adys Cupull y Froilàn Gonzalez, Julio Antonio Mella en medio del fuego: un asesinato en México, Ediciones Abril, La Habana, 2006;

Adys Cupull – Froilàn Gonzalez, Julio Antonio Mella e Tina Modotti contro il fascismo, Edizioni Achab, Verona, 2005;

Autores varios, Mella 100 años, (Tomo 1) Editorial Oriente, Ediciones La Memoria, Santiago de Cuba/La Habana, 2003;

Autores varios, Mella 100 años, (Tomo 2) Editorial Oriente, Ediciones La Memoria, Santiago de Cuba/La Habana, 2003;

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