Patelis alla Grecia: «Avvicinarsi di più a Russia e Brics»

5545e26ac46188580e8b45bcda Russia Today

La situazione economica della Grecia nell’Unione Europea si è molto aggravata, per questo motivo il paese ellenico deve differenziare le sue relazioni estere prestando maggiore attenzione allo sviluppo dei rapporti con i paesi del blocco Brics, e con la Russia in particolare, secondo quanto spiegato dal professor Patelis

«Dobbiamo trovare un sostegno alternativo a livello internazionale. L’avvicinamento alla Russia deve essere multidimensionale: economico, politico e tecnico-militare», ha dichiarato il professor Dimitris Patelis, dell’Università Tecnica di Creta, come riportato da Russia Today.

Secondo il professore, la Grecia non resterà nell’Unione Europea, che di fatto è «il principale nemico» del paese, perché la sua permanenza è «assurda e illogica».

«Devono differenziare il loro approccio e prendere misure più decise di avvicinamento alla Russia e agli altri paesi Brics».

Patelis ritiene che l’adesione della Grecia alla Comunità Economica Europea, e quindi, all’Unione Europea «abbia causato un danno strategico al nostro popolo».
«Come risultato di questa unione, abbiamo avuto la distorsione di tutti gli elementi d’economia, che ha reso impossibile uno sviluppo indipendente del Paese», ha sottolineato l’esperto, aggiungendo che, pertanto, le autorità dovrebbero «cercare strade alternative».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Siria: il mercato dei reperti antichi rubati dall’Isis e venduti a Londra

di Jane Calvary, giornalista investigativo

La “Mesopotamia” o “terra tra i fiumi” è considerata la culla della civiltà, perché è qui che gli archeologi hanno trovato le origini dell’agricoltura, della lingua scritta, della religione,  del sistema amministrativo e delle prime città.

Nell’Età del Bronzo la Mesopotamia includeva la Sumeria, Babilonia e l’Assiria, nelle attuali Iraq, Siria settentrionale e piccole parti di Iran, Kuwait e Turchia. Il patrimonio storico di grande valore di questa terra corre il pericolo di un annientamento totale.

Negli ultimi mesi, l’opinione pubblica mondiale è stata testimone di video agghiaccianti sulla distruzione di massa e il saccheggio del patrimonio culturale di questa antica civiltà. I terroristi dell’Isis(Daesh in arabo) hanno distrutto con mazze, martelli, fuoco, asce e granate quasi tutti gli oggetti troppo grandi e pesanti per essere spostati.

Tuttavia, in realtà, tale distruzione non è nulla rispetto alle più significativo pericolo che corrono questi oggetti di inestimabile valore. I reperti archeologici che sono abbastanza piccoli per essere spostati (e nella maggior parte dei casi, sono più preziosi) vengono rubati e incanalati attraverso un enorme e redditizio mercato nero europeo delle antichità per finire nei negozi di antiquariato di Londra.

Il mercato dell’antiquariato Portobello a Londra è più che fiorente in questi giorni. Gli antiquari si fregano le mani, mentre interi lotti di oggetti antichi rubati vengono consegnati ogni giorno alle loro porte.

Una breve passeggiata lungo il mercato di Portobello, a Londra, basta fare un po’di attenzione e subito si può vedere come la capitale dell’Inghilterra sia ormai diventata un luogo privilegiato dei pezzi storici siriani e iracheni saccheggiato che arrivano di contrabbando nel Regno Unito. I collezionisti possono trovare tutto ciò che si possa immaginare: mosaici romani, vetri, ceramica, oro, monete e antiche tavolette cuneiformi babilonesi, un luogo ideale per un collezionista.

L’itinerario del contrabbando parte dalle zone archeologicamente importanti, soprattutto in Iraq Mossul e Aleppo in Siria. Mosul è molto vicina alla città antica assira di Nimrud e Aleppo è ben nota per essere la città più antica del mondo ancora abitata. Entrambe le città sono attualmente nei territori occupati dai terroristi dell’Isis.

Dal primo giorno, l’Isis ha cominciato a creare i collegamenti all’estero per mantenere l’attività sotto il loro controllo. Gli oggetti rubati sono contrabbandati attraverso il Libano e la Turchia, che vengono utilizzate come stazioni di transito.

Quindi, gli antiquari spostano gli oggetti rubati verso l’Europa dell’Est. I contrabbandieri europei, che amano il loro commercio illecito, con i loro biglietti da visita e uffici negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Paesi Bassi.

Il Regno Unito è il secondo più grande mercato dell’arte e dell’antiquariato nel mondo, e si stima che oltre il 60% di antichità saccheggiate dalla Siria sono a Londra. Questo è successo anche durante le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq.

Mentre quasi tutti gli antiquari di Londra negano categoricamente qualsiasi coinvolgimento nel commercio e affermano di non avere alcun rapporto con i contrabbandieri e trafficanti, il loro rapporto con i contrabbandieri di reperti archeologici è innegabile. I fornitori di questi oggetti (in questo caso l’Isis) richiedono acquirenti e commercianti (in questo caso i mercanti d’arte britannici) ed hanno bisogno di un flusso costante di rifornimenti.

Anche la polizia britannica ammette che molte case d’asta in tutto il Regno Unito sono attivamente coinvolti in questo commercio illegittimo e vietato. In molti casi, gli oggetti storici sono presentati dalle case d’asta provenienti da collezioni private. Sorprendentemente (o forse no) hanno ancora sui reperti ci sono ancora pezzi di fango e sabbia attaccati. Ciò dimostra chiaramente che questi oggetti sono stati recentemente scavati e rimossi da predoni di tesori antichi.

Il modo in cui il mercato dell’arte britannico tratta  l’antico patrimonio culturale è uno spettacolo vergognoso. I paesi di provenienza di questi oggetti non sono ben attrezzati per proteggere il loro patrimonio culturale contro il saccheggio e il mercato nero, che sfrutta la situazione. La politica neocolonialista insieme all’avventurismo terroristico hanno fornito un’eccellente opportunità per il mercato nero britannico delle antichità. E il sistema britannico, facendo finta di non vedere il traffico di antichi artefatti, apre la strada per un ulteriore saccheggio. Le cifre annunciate ufficiosamente mostrano che finora questo mercato sotterraneo ha prodotto guadagni illeciti che hanno superato i 3 miliardi di sterline.

Le principali case d’asta britanniche e persino i musei, sono coinvolti in questo commercio. Deliberatamente ignorano l’”origine” di questi oggetti storici per facilitare il processo per i contrabbandieri per inserirli nel mercato legale dove possono essere venduti ad un prezzo molto più elevato. In molti casi, le reti dei trafficanti usano la casa d’aste Sotheby per mettere i loro prodotti in vendita. Sotheby ‘s è la più grande casa d’aste al mondo e non è l’unica che fa questo tipo di traffici.

Centinaia di cause sono già state depositate contro musei britannici da parte di diverse autorità estere. I musei di Londra sono accusati di possesso illegale di pezzi storici saccheggiati da altri paesi.

Questo mercato sporco è l’eredità del periodo coloniale britannico. Durante questo periodo, le antichità saccheggiate di un paese è stato libero e aperto, un atteggiamento impertinente e predatorio che gli imperialisti di oggi lo hanno trasformato in una normale consuetudine.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Conversando con Jhimy Arrieta dell’ANROS Venezuela

alvsddi Ciro Brescia

Il 27 aprile 2015 ci siamo incontrati con Jhimy Arrieta, coordinatore della formazione accademica dell’ANROS Venezuela in occasione della lectio magistralis tenuta dall’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Julián Isaías Rodríguez Díaz, che è stato Procuratore Generale della Repubblica Bolivariana e padre costituente dell’attuale Costituzione del ’99 (Primo vicepresidente dell’Assemblea Costituente del Venezuela). 

Qui di seguito vi proponiamo una sintesi del colloquio che abbiamo avuto con Jhimy, riportando le parti salienti di ciò che ci ha esposto.

L’Anros ha di recente affrontato un congresso (Ottobre 2014) che ha consentito di ripensare, ri-adeguare e riorganizzare alcuni principi e statuti che durante i primi 14 anni di vita non avevamo.

Riteniamo che per poter dare un salto qualitativo che ci richiede il processo rivoluzionario dobbiamo definire aspetti e questioni che abbiano ancora in sospeso.

Il congresso che abbiamo tenuto nel mese di ottobre del 2014 ci ha permesso di avere un orizzonte molto più chiaro, molto più definito e ci ha consentito di poter andare incontro ai movimenti sociali che sono riusciti a sopravvivere a questa alluvione che all’inizio ha caratterizzato la Rivoluzione Bolivariana.

Sono stati molti i movimenti sociali che poco a poco sono andati decantando, come accade in ogni processo naturale. In questa fase del processo, i movimenti sociali, a nostro giudizio, cominciano a giocare un ruolo molto più importante di fronte al consumarsi, dobbiamo dirlo in questo modo, dei fattori politici, lo stesso PSUV, di questi partiti della Rivoluzione che non sono stati capaci di dare il necessario salto in accordo alla realtà che noi viviamo e che corrono il rischio di rimanere soli e ridursi a semplici macchine elettorali per vincere elezioni, nella prospettiva della democrazia borghese, dove, in ultima analisi, è il marketing che detta il passo e meno le idee di fondo per la trasformazione.

Una crisi che, è importante evidenziarlo, riguarda anche le organizzazioni politiche istituzionali dell’opposizione reazionaria, della destra, che non hanno alcuna proposta che possa sedurre e far innamorare il popolo, corriamo il rischio di trovarci in una situazione simile all’anno ’96, ’97 o ’98, quando la gente affermava che tutti i partiti erano uguali, qualcosa di simile a ciò che accadde in Argentina quando si gridava: ¡Que se vayan todos!, se non facciamo lo sforzo supremo, dalla prospettiva della Rivoluzione Bolivariana, che ha la sua base sui movimenti sociali, di appoggiare il popolo organizzato che si fa Rivoluzione, per dare senso e via d’uscita di fronte alla disperazione che l’imperialismo prova ad alimentare nelle fila del nostro popolo, corriamo il rischio di perdere tutto ciò che abbiamo conquistato in questi 15 anni di Rivoluzione, con tutti i suoi errori e le sue contraddizioni.

In questo senso ai movimenti sociali, al popolo organizzato, tocca il ruolo di forza propositiva, di fronte al paese, di fronte al Presidente Maduro, di fronte ai fattori politici del paese, e di fronte a quegli attori sociali che fino ad ora, non sono stati interessati alla vita politica del paese. Dobbiamo fare un grande sforzo in ambito produttivo, una sfida molto importante si profila innanzi a noi.

La Rivoluzione Bolivariana finora è riuscita a democratizzare la proprietà della terra, molte risorse sono state destinate ai contadini, come l’assistenza tecnica, abbiamo stimolato la creazione di una gran quantità di cooperative, di forme alternative di produzione, abbiamo stimolato l’autogestione delle imprese recuperate dallo Stato, ma questo non si è necessariamente sempre tradotto nella capacità di generare il soddisfacimento dei bisogni e lo sviluppo produttivo interno, continuiamo a dipendere in buona misura ancora dalle importazioni, motivo per il quale, se cadono i prezzi del petrolio sul mercato internazionale questo ha importanti ripercussioni sulla nostra economia, generando il fenomeno della difficoltà nel reperire i beni di prima necessità.

Non possiamo certo negare che la CIA, i fattori del potere dominante faranno di tutto per sabotare qualsiasi processo rivoluzionario nel mondo, ma per quanto ci concerne, siamo noi i responsabili, ed è una nostra debolezza, del continuare a dipendere da un modello basato sulla importazione permanente.

Oltre a questo aspetto, cioè di diventare produttivi in termini economici reali, di produrre i beni ed i servizi di cui abbiamo bisogno, abbiamo di fronte a noi anche un’altra sfida, abbiamo come prospettiva il Socialismo come forma di vita, ma viviamo in un mondo dove i sistemi macroeconomici determinano molto e quindi abbiamo una serie di squilibri da affrontare; ad esempio in Venezuela abbiamo 4 tipi di cambi della moneta nazionale, un cambio con il dollaro a 6.30, un cambio a 12, un cambio a 50, un cambio a 196, tutti cambi ufficiali, ed un cambio a 300 bolivares per dollaro, che segna il mercato parallelo. I fattori oligarchici e la stessa destra interna, tende a mettere le mani su questi dollari, generando  un sistema di corruzione per il quale ci si appropria di queste risorse per importare, almeno così si suppone, beni e servizi per il paese, e per ogni 10 dollari, destinati a coloro che si presumono essere gli imprenditori, 7 restano all’estero, non ritornano nel paese, dei tre dollari che invece ritornano al paese, sotto forma di beni e servizi.

La nostra è una economia che gode di forti sussidi, rispetto ai nostri vicini, come la Colombia, dove comprare qualsiasi bene costa 3 o 4 volte di più che in Venezuela, e accade che di ognuno di quei 3 dollari che rientrano nel paese, circa un dollaro e mezzo se ne va sotto forma di contrabbando con la Colombia, quindi resta al paese un dollaro e mezzo, da questo dipende in gran misura la difficoltà nell’accedere ai beni di prima necessità. Inoltre abbiamo un altro problema connesso con il carburante, che non è legato necessariamente al fatto che si consumi o meno, che si vende al pubblico, ad un costo che è 36 volte più basso di quello di produzione. Noi paghiamo le pompe di benzina per regalare il carburante che noi stessi produciamo. Tutto questo genera una fuga del carburante verso la Colombia che annualmente ammonta a 200 miliardi di dollari. Questo è un aspetto che va necessariamente corretto.

Una delle proposte che consideriamo interessanti è l’unificazione del cambio, per permettere che i prezzi siano equiparati a quelli esteri con un sussidio diretto al produttore interno che consenta di produrre per quei settori nei quali prima si produceva e per i quali oggi si sta producendo meno di prima.

Fino ad oggi abbiamo rimandato decisioni che sono importanti, alla luce del fatto che non siamo ancora riusciti a superare l’organizzazione del sistema elettorale borghese, ogni anno abbiamo elezioni rappresentative, nelle quali fa più presa l’aspetto superficiale che le idee sostanziali, e dove si compete con la logica del marketing, della menzogne della destra. In una certa misura abbiamo vissuto in una situazione di ricatto, sotto la quale non possiamo continuare a permanere. È come se chiedessi a tuo figlio se lui vuole o meno prendere una medicina salvavita. Né ha bisogno, la deve prendere perché altrimenti rischia la vita. Qualcosa del genere succede a noi, non possiamo continuare a rimandare decisioni per noi importanti. Il presidente Maduro non può fare tutto ciò da solo, ha bisogno di una squadra ben affiatata, di una direzione collettiva per poter avanzare nel processo rivoluzionario. Non abbiamo avuto questa direzione collettiva nemmeno con Chávez, che era il genio e l’immagine, abbiamo ereditato questo deficit con la perdita di Chávez e delle sue straordinarie qualità. Abbiamo quindi la necessità di mettere mano alla direzione politica avente carattere collettivo del processo rivoluzionario.

Con ogni probabilità è che tocca a noi, i movimento sociali, assumere il ruolo per spingere verso la costituzione dell’avanguardia organizzata. All’interno della sinistra venezuelana assistiamo ad un processo di diaspora, alcuni hanno perso l’orientamento dell’obiettivo strategico che è la Rivoluzione e si sono persi nella messa in discussione di Maduro. La discussione non è su Maduro, e nemmeno sul governo, la discussione è sulla Rivoluzione, gira intorno alla questione di come noi possiamo avanzare in senso propositivo per trovare la strada giusta e per non cadere nelle stesse discussioni che sono proprie dell’opposizione reazionaria. In ultima analisi è una questione di interesse di classe, non è concepibile che possiamo coincidere con le stesse posizioni dell’opposizione, della borghesia, dell’imperialismo.

Nell’ambito geopolitico internazionale vediamo come la Cina sia diventata la prima economia del mondo, questo è ciò che conta nella prospettiva delle grandi potenze e nel sistema imperialista, la questione dei mercati, chi produce di più, chi domina di più. La Cina già sopravanza gli USA, ma con una debolezza: non possiede fonti di energia sufficienti e non ha sufficienti materie prime. In questo senso, l’America latina ed i paesi del terzo mondo ricoprono il ruolo, sullo scenario mondiale della divisione del lavoro, di fornitori di materie prime; ovviamente c’è una lotta con i paesi del cosiddetto terzo mondo, per controllare queste risorse. Il Venezuela ha stretto un’alleanza con la Cina. Tale alleanza ha un costo: il Venezuela fornisce il petrolio alla Cina in cambio di prestiti per favorirci migliori condizioni di vita. Ovviamente tutto questo sullo scacchiere internazionale, risulta scomodo per gli USA, per l’impero, motivo per il quale tirano fuori infami decreti come quello di Obama, per il quale il Venezuela rappresenta “una minaccia straordinaria ed inusuale” per gli USA. Ciò si intende solo nel contesto, nell’ambito della geopolitica internazionale.

Non è possibile, è falso, che oggi, nel 2015, possiamo risultare una minaccia più grande di come lo eravamo nel 2006 nel pieno dell’esplosione sociale, dell’apogeo del presidente Chávez. Se prendiamo seriamente la Rivoluzione, saremo sempre una minaccia per i loro interessi.

Abbiamo una serie di questioni in sospeso che il tempo ci sta chiedendo di affrontare e risolvere, con audacia, con ingegno, con creatività, con una qualità maggiore e con solide fondamenta. Un deficit che ci portiamo dietro è appunto l’assenza di una base solida nelle politiche che abbiamo sviluppato, segnate ancora troppo dall’improvvisazione, da una pianificazione ancora poco scientifica, che sia sostanziata dall’uso delle conoscenze adeguate, che sia all’altezza della situazione. Ci ha limitato molto l’antica pratica di continuare a mettere gli amici in posti chiave affidando incarichi importanti: governatori, sindaci, ministri. Sono un limite da superare gli approcci burocratici che si riproducono nel partito e che non danno la possibilità a che la base possa esprimersi pienamente, a causa dei meccanismi borghesi che ancora si riproducono e che richiedono di avere molte risorse per poter avere una posizione nel partito.

Dobbiamo affrontare diverse sfide reali, dunque, per la nostra Rivoluzione, e in questo senso, voglio esprimere la nostra riconoscenza per il lavoro svolto dai movimenti sociali in ogni angolo del mondo, ed in  modo speciale qui, in Europa, dove si sono sviluppate in maniera permanente una serie di azioni di solidarietà schierate a difesa della Rivoluzione Bolivariana, che, a volte, viene difesa anche più di quanto facciamo noi che la stiamo facendo.

Il Partito Comunista del Venezuela, come in quasi tutto il mondo, è una riserva morale, si è sempre mantenuto leale con la Rivoluzione, nonostante sia stato maltrattato, ha sempre fornito quadri importanti per la Rivoluzione per realizzare i compiti più seri, questa è la verità del PCV, un alleato straordinario nel momento di maggiore necessità.

Grazie Jhimy, ci auguriamo il massimo successo per le attività di ANROS Venezuela e per il futuro della Rivoluzione.

Grazie a te e a ALBAinformazione per la vostra attenzione e disponibilità!    

             

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