I media non dicono l’invasione della Libia è la causa dei naufragi

BarconiQuando c’era Gheddafi, il popolo non fuggiva dalla Libia, al contrario la gente immigrava in Libia, perché aveva lavoro, reddito e benessere sociale.

Analisi di James Petras su La Haine, lunedì 20 aprile 2015

Efraín Chury Iribarne: Cominciamo dal Brasile: problemi interni al PT, che si trasformano in problemi della politica brasiliana.

JP: Qui dobbiamo analizzare varie conseguenze dei fatti citati. In primo luogo, le truffe commesse dai gerarchi della Petrobras e i legami con il Partito dei Lavoratori (PT), da molto tempo a questa parte. Ciò ha rinforzato la destra e le forze che vogliono ritornare a periodi più autoritari. Ci sono due destre, una elettorale e una golpista.

Il secondo fattore che influisce è l’assenza di un’alternativa alla sinistra del PT, che potrebbe approfittare di questa congiuntura per proporre un progetto socialista, o per lo meno più progressista di quello del governo attuale.

E in terzo luogo, le lotte interne al PT, che hanno come asse la svolta a destra del governo di Rousseff, con Joaquin Levi a capo, per cambiare tutta la politica economica, che ha a che fare con il benessere sociale. Mi sembra che la sinistra del PT, che sta tentando di evitare i tagli sociali, sia in una posizione molto debole e difensiva. Sono ancora vincolati alle prebende di partito e non osano rompere, per cui continuano a essere sottomessi e a lamentarsi dentro l’apparato di governo.

Con questo panorama, c’è molto disincanto tra l’elettorato maggioritario. Molti di quelli che hanno votato, appoggiato e perfino tratto benefici di qualsiasi tipo nei primi anni del governo del PT, adesso sono disincantati. C’è una parte di loro che è molto critica con il PT e ci sono perfino alcuni settori che non lo voteranno nelle prossime elezioni. Questo significherebbe la fine del PT come partito di governo e così si apre la porta al ritorno della destra, facilitato dalla politica economica di Rousseff. Perché non c’è nessuna differenza in questo momento tra la politica del ministro delle Finanze Joaquin Levi, l’FMI e i banchieri; una troika che sta sulla stessa linea d’onda della destra.

La svolta verso la destra già è in marcia dentro il PT, però il governo che seguirà continuerà questo processo. E ciò ha enormi ripercussioni internazionali, perché non solo l’opposizione, ma la stessa Rousseff, ha intenzione di presentarsi all’Unione Europea e concordare con gli U.S.A. accordi di libero commercio bilaterale. Entriamo in una nuova epoca, la fine del progressismo, il post- progressismo, e verso una nuova configurazione di destra nel principale paese dell’America Latina.

EChI: Ci sono state le elezioni provinciali in Argentina: come possiamo analizzare questi risultati?

JP: Non ho ricevuto informazioni dettagliate, per questo non mi azzardo a commentarlo. Soprattutto perché nelle province c’è molta confusione, i partiti regionali cambiano alleanza secondo le prebende che ricevono dal governo centrale e queste alleanze a volte hanno un profilo che sfugge a quelli che non vivono o lavorano lì. Per questo, intendo sospendere il giudizio su queste elezioni, almeno fino a quando non avrò maggiori informazioni e più affidabili.

EChI: Bene, Petras, ti lasciamo adesso parlare degli argomenti su cui stai lavorando e di questa menzione su Galeano che volevi fare.

JP: Sì, ho vari temi da affrontare, però voglio ricordare Eduardo Galeano. Ho avuto un incontro con Eduardo Galeano negli uffici di Marcha, il settimanale, negli uffici di Carlos María Guitérrez y Carlos Quijano; perché mi hanno contrattato come corrispondente e ci sono stato per più di 30 anni, fino a che, con Brecha, la nuova direzione ha deciso di rimpiazzarmi.

Però in quel periodo, abbiamo avuto un eccellente dialogo. Carlos Quijano era un uomo molto degno, molto tradizionale ma anche un nazionalista convinto, una persona aperta a nuove idee e differenze tra il marxismo, il socialismo e i progressisti liberali. È stato un incontro molto importante per me.

Un anno più tardi, Eduardo è venuto in California con lo zaino, dove io stavo scrivendo la mia tesi di dottorato e abbiamo conversato; siamo stati all’Università insieme conversando. Lui è stato a una festa e non è tornato per due giorni, era una follia di quel periodo.

Però una cosa me la ricordo della nostra camminata all’Università, era l’epoca della guerra dei sei giorni di Israele contro i paesi arabi. Io dicevo a Eduardo che gli studenti di sinistra non sono sostenitori di Israele, sebbene molti siano Ebrei. E lui mi ha detto: non ci credo, perché c’è un’appartenenza tribale, che potrebbe interessare anche i più di sinistra. Siamo andati sulla terrazza dove erano seduti ai tavolini i giovani studenti, colleghi miei e compagni di lotta; e quando abbiamo cominciato a conversare quasi tutti appoggiavano Israele, sebbene si dichiarassero della ‘nuova sinistra’. Eduardo mi ha guardato sorridendo, come a dire: ‘te l’ho detto’.

Poi, nell’anno ’70, mi trovavo a Malvín, per una festa di vacanza, e lì ho incontrato Eduardo, credo che viveva lì vicino, abbiamo bevuto qualche mate insieme e pochi giorni dopo ho incontrato Hugo Cores – che era dirigente credo della federazione anarchica- e il Decano della Facoltà di Agronomía, che mi aveva segnalato per [una borsa di studio] Fullbright, però Fullbright mi respinse per essere un agitatore. Mi consideravano molto capace accademicamente però pericoloso politicamente. E il rettore mi ha invitato a mangiare e abbiamo tenuto una conferenza in un seminario ed Eduardo mi diceva che dovevo partecipare, essere presente.

Però la collaborazione più stretta e prolungata con Eduardo c’è stata nel Tribunale Bertrand Russell contro la repressione in America Latina, dove abbiamo lavorato dal 1976 fino al 1983, in vari luoghi, principalmente a Brussels, Roma e in Algeria.

Dopo, nell’anno 1994, ci siamo incontrati in Chiapas, dove c’è stata una convocazione degli zapatisti e abbiamo condiviso una tenda insieme. Abbiamo conversato molte ore, fino all’alba, poi ci siamo incontrati con Daniel Viglietti, in seguito ci siamo andati a incontrare con Marcos e abbiamo conversato ancora un poco. Era una bella epoca quella, con molta speranza e molta preoccupazione per le minacce militari che circondavano l’accampamento.

Infine, ci siamo incontrati a Ponteveedra, in Galizia, dove abbiamo partecipato a una conferenza annuale del sindacato dei docenti della Galizia. E abbiamo avuto alcune discrepanze, Eduardo si è mostrato molto più critico verso Cuba di me. In quell’occasione, siamo stati sul palco in differenti momenti e abbiamo presentato posizioni alquanto contrarie.

Sembrava che qualcosa fosse cambiato in Eduardo in quel momento. Non ne conosco le fonti e la traiettoria finale, però mi sembrava meno impegnato nel senso dell’anti-imperialismo rivoluzionario. Anche mi preoccupa molto una dichiarazione degli ultimi tempi, quando ha parlato de ‘Le vene aperte’, il suo libro più conosciuto e con parecchie edizioni, dicendo che non avrebbe potuto scrivere questo libro adesso, perché con il tempo era maturato e pensava molto differentemente su ciò che succede in America Latina.

Io non so come interpretare questo e tradurlo in politica. Però, mi sembrava che ‘Le vene aperte’ fosse un libro profondamente anti-imperialista, letterario, politico e che ha avuto un enorme impatto. E retrocedere e dire che adesso non lo avrebbe scritto, questo libro… Non l’ho capito, è stata una rinuncia a tutta la sua traiettoria, a tutta la sua vita. Non so che significato attribuirgli.

Per questo ricordo meglio il periodo ludico della nostra gioventù, bevendo vino e conversando a Berkeley (California); gli incontri a Malvín, bevendo mate e conversando; il tempo passato insieme, gravi tempi di repressione, Eduardo sfollato e perseguitato dall’Uruguay e dall’Argentina, esiliato, però sempre pronto alla lotta, un grande amico. Mi sento molto triste, però a partire da questa tristezza sento molto coraggio per la sua traiettoria, la su vita, il suo impegno, e tra i suoi scritti e i fatti, è sempre stato un uomo conseguente e coerente.

Infine, volevo commentare tre cose molto rapidamente: primo, la notizia dei naufraghi nel Mediterraneo; dicono che 700 migranti sono spariti. Poi, un’altra notizia dalla stessa zona, dicono che lo Stato Islamico ha giusitiziato 28 cristiani. Però, non menzionano il fattore più determinante, che è l’invasione della Libia, la distruzione e l’assassinoo di Muahamar Gheddafi. Quando c’era Gheddafi, il popolo non fuggiva dalla Libia, al contrario la gente immigrava in Libia, perché aveva lavoro, reddito, benessere sociale. I responsabili dei naufragi, dell’esodo e dei rifugiati, sono i paesi europei, la NATO. E adesso non si assumono la responsabilità per la distruzione del paese né ricevono i rifugiati come dovrebbero per sostenerli, dal momento che i paesi dell’Europa sono stati coinvolti nei bombardamenti.

L’altro punto che volevo menzionare è che l’Ufficio Federale delle Indagini degli U.S.A. [FBI]  ha falsificato dati in molti casi giudiziari negli ultimi dieci anni. Vale a dire, hanno fabbricato prove, testimonianze e come risultato di ciò molta gente è andata in prigione e anche sulla sedia elettrica in base a prove false. Questo è un altro indizio della corruzione del sistema giudiziario negli U.S.A., dove gli ispettori e la polizia lavorano insieme a falsificare e colpevolizzare persone probabilmente innocenti. Chiunque parli della Giustizia negli U.S.A. sta parlando di falsificazioni e processi giudiziari profondamente manchevoli.

La terza e ultima cosa, è quello che è successo con il Partito Popolare in Spagna, dove i leaders, incluso l’ex-direttore dell’FMI, Rodrigo Rato, sono coinvolti in frodi e lavaggio di capitali per più di 5 milioni di euro, che avevano su dei conti all’estero. Rodrigo Rato era uno dei capi del Partito Popolare, che non è popolare, è dell’ultra-destra franchista. E adesso abbiamo questo caso, che mostra che la destra non è semplicemente reazionaria ma che è profondamente compromessa con la corruzione e hanno sempre in mano la frusta, il frustino, per la massa del popolo.

EChI: Petras, molte grazie. A lunedì.

JP: Un abraccio e grazie per l’invito. E voglio salutare in qualsiasi occasione Eduardo Galeano, un grande uruguayo, un gran internazionalista, un grande essere umano.

Extratto da La Haine

Texto completo in: http://www.lahaine.org/los-medios-no-mencionan-el-factor-mas-influyente-

[Traduzione dallo spagnolo per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Venezuela ribadisce il suo sostegno ad una soluzione politica in Siria

da sana.sy

La Repubblica bolivariana del Venezuela, ieri, ha ribadito prima del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che le organizzazioni terroristiche provenienti dall’estero hanno la responsabilità per la crisi umanitaria in Siria.
Parlando alla conferenza del Consiglio di Sicurezza sulla situazione umanitaria in Siria, l’ambasciatore del Venezuela presso le Nazioni Unite, Rafael Ramirez ha dichiarato che poteri stranieri continuano a fornire ampio sostegno finanziario, armi e supporto ai terroristi per “rovesciare il governo legittimo” sovrano e indipendente della Siria, avvertendo che questa azione potrebbe minacciare la stabilità non solo di questa nazione, ma di tutti i paesi limitrofi.
In questo contesto, ha denunciato il ruolo svolto da alcuni paesi vicini alla Siria per facilitare l’infiltrazione di terroristi in Siria, ribadendo la convinzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, che l’unico modo per risolvere la crisi è il dialogo intersiriana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

L’alleanza America Latina, Asia e Africa è fondamentale per i popoli

Arreaza-Cumbre-Asia-África-en-Indonesiada portalalba.org

Invitato al Vertice Asia-Africa, tenutosi nella città di Bandung in Indonesia, il Vicepresidente Esecutivo del Venezuela, Jorge Arreaza, ha ribadito quanto sia necessaria e indispensabile tra Asia, Africa e i paesi dell’America Latina, al fine di rovesciare l’imperialismo e porre fine al sistema unipolare.

«L’alleanza tra Asia, Africa e America Latina, oggi, non è solo necessaria, è indispensabile. Dal Sud, noi determineremo il futuro, in libertà, dei popoli del mondo. Dal Sud, con i popoli del Sud, dai popoli del Sud e per i popoli del Sud e di tutto il mondo. Oggi, dobbiamo unirci più che mai», ha spiegato ai microfoni dell’emittente di stato Venezolana de Televisión.

Il Vicepresidente Esecutivo ha evidenziato che il Comandante Hugo Chávez sin dal suo arrivo al potere, nel 1999, si pose come obiettivo il consolidamento dell’alleanza dei paesi asiatici e africani con l’America Latina, per combattere le battaglie imposte dall’imperialismo.

«Oggi non si tratta, come allora, solamente di non essere allineati ad una potenza e nel suo ambito di influenza. Oggi la sfida è molto più grande (…). Si tratta di non allinearsi all’ingiustizia, non allinearsi alle guerre, al mancato rispetto del diritto internazionale, di non essere allineati e combattere il neocolonialismo, in tutte le sue forme, combattere la fame, si tratta di non allinearsi alla discriminazione e al dominio in tutte le sue forme», ha spiegato Arreaza.

Al contempo, ha fatto appello ad utilizzare la giustizia come uno strumento fondamentale per combattere il nuovo colonialismo e l’imperialismo, che tentano di utilizzare l’attuale sistema politico ed economico per mantenere il dominio sui popoli e i governi progressisti.

DI fronte a queste potenze imperialiste, i paesi e i popoli devono essere «coscienti dei loro doveri, (dei) pericoli insiti in questa situazione, dei sacrifici economici e politici che non possono mai marciare separati, devono formare un grande blocco compatto, che a sua volta possa aiutare nuovi paesi a liberarsi dal potere politico ed economico imperialista», ha affermato Arreaza, citando il Comandante della Rivoluzione cubana Ernesto ‘Che’ Guevara.

In una trasmissione di VTV, Arreaza ha ribadito la solidarietà del Venezuela con la Palestina, che si trova ad affrontare le politiche espansionistiche del governo israeliano, che ha costretto all’esilio forzato almeno due milioni di palestinesi, il cui paese è stato ridotto al 12% del suo territorio storico, che oggi comprende la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Il Vicepresidente Esecutivo ha infine invitato i capi di Stato del Movimento dei Paesi Non Allineati a la Isla de Margarita, tra il 27 di settembre e il 2 di ottobre, per partecipare al prossimo Vertice dell’organizzazione, che si terrà per la prima volta in Venezuela.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Dinucci: «Con il vuoto politico il problema è l’informazione»

carri_colonnada marx21.it

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO

24 apr 2015 — All’interno della cornice della conferenza stampa #No Guerra #No Nato, Sputnik Italia ha intervistato il giornalista Manlio Dinucci

(a cura) di Sputnik Italia

– Lei ritiene che tra le attuali forze politiche ci sia l’opportunità di aprire un dibattito sull’adesione dell’Italia alla Nato, a fronte del protratto silenzio degli scorsi decenni?

Nell’ambiente politico non è assolutamente in discussione che la Nato serva a proteggere la nostra democrazia, come non è in dubbio che la più grande democrazia del mondo sia quella degli Stati Uniti d’America. La cosa ancora peggiore è che queste idee, in una sorta di rovesciamento di fronte, hanno trovato molto più spazio in quella che noi abbiamo finora definito la sinistra, che non nella destra.

Ricordiamo che quando si preparava la guerra alla Libia, Berlusconi cercava di frenare e poi fu sicuramente posto sotto pressione anche attraverso minacce a Mediaset. Berlusconi frenava sulla base non di uomo pacifista, ma di uomo d’affari che comprendeva che sarebbe stato un danno per il nostro paese rompere il patto d’amicizia e non aggressione con Gheddafi. Non dimentichiamoci che i portabandiera dell’attacco alla Libia furono Bersani e il PD, sotto l’egida del presidente Napolitano. Bersani, addirittura, accolse la partenza dei cacciabombardieri con la storica frase: “Alla buon’ora”. Porteremo avanti questa battaglia trasversale, però senza scoraggiamenti né facili ottimismi, perché agiamo all’interno di un vuoto politico, comprendente anche i vertici del M5S. Invece, tra gli aderenti e i militanti del Movimento potrebbe esserci spazio per creare una coalizione trasversale.

– Negli anni ’60 e ’70 era in corso un dibattito sull’Alleanza Atlantica nell’opinione pubblica e nel parlamento. Berlinguer disse che l’ombrello difensivo della Nato era più importante dell’ex Patto di Varsavia. Lei considera che questa dichiarazione possa aver in qualche modo bloccato il dibattito politico?

Sì, sicuramente, anche se qualcuno dei berlingueriani odierni nega che dovesse avere quel significato. Da un partito, il PCI, che aveva guidato una grande mobilitazione contro la NATO si passava a un partito che accettava la NATO come forma di ombrello di protezione. Fu sicuramente un tornante. La direzione del PCI allora era ancora nella fase di transizione, mantenendo ancora qualcosa delle sue radici. Ora quel filone storico non esiste più, ora abbiamo Renzi. In ogni caso, nella prima guerra del golfo, milioni e milioni d’italiani scesero in piazza. Ci fu una ribellione, e non fu guidata da nessun partito. Da allora a oggi noi abbiamo visto purtroppo una decrescita della capacità di mobilitazione e d’indignazione. Quando vedo i bombardamenti nello Yemen, donne e bambini che stanno morendo, oppure quando vedo foto del NYT di ieri, con la foto dell’inaugurazione del corso di tre battaglioni della guardia nazionale ucraina, da parte dei parà della 173esima brigata giunta da Vicenza con armi ed equipaggiamenti, e vedo la bandiera statunitense e ucraina sfilare davanti alle truppe col volto mascherato, elemento di chiara fede nazista perché destinati – una volta addestrati – a compiere stragi, io mi indigno davanti a tutto questo. Purtroppo questa capacità si è persa nel nostro paese. Noi ci troviamo a dover ricostruire livelli estremamente bassi e addirittura in un ambiente fondamentalmente ostile, e non solo del governo.

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