(VIDEO) Assad: «Dialogo solo nell’interesse dei siriani»

da sana.sy

Il presidente siriano, Bashar Al Assad, ha rilasciato un’intervista a France 2, in cui ha ribadito che il governo siriano non ha usato il cloro e non ne ha bisogno, inoltre, ha assicurato che il governo siriano è pronto al dialogo per la realizzazione degli interessi dei siriani.

Il testo integrale dell’intervista con il presidente Al Assad a France 2.

Prima domanda: Vorrei iniziare questa intervista senza mezzi termini. Per gran parte della Francia,  è in parte responsabile del grande caos in Siria a causa della repressione brutale che è stata condotta qui da 4 anni. Per lei qual è la sua parte di responsabilità?

Il presidente Al Assad:Dalle prime settimane del conflitto, i terroristi si sono infiltrati in Siria con il sostegno degli stati occidentali e regionali. Hanno cominciato ad attaccare i civili, distruggendo proprietà pubbliche e private. Tutto questo è su internet, e sono loro che hanno messo questi video on-line, non noi. Il nostro ruolo di governo è quello di difendere la nostra società e i nostri cittadini. Se quello che le hai detto fosse vero, come un governo o un presidente che ha agito così brutalmente verso la sua popolazione può che resistere per quattro anni? È possibile che il sostegno del suo popolo quando è brutale con lui?

Seconda domanda: In principio, ci sono state decine di migliaia di persone per le strade, erano tutti jihadisti?

Se il primo poliziotto è stato ucciso il sesto giorno della guerra, come è stato ucciso? Con manifestazioni pacifiche? O con gli altoparlanti dei manifestanti? É stato ucciso dai terroristi. Qualcuno ha preso una pistola e ha sparato al poliziotto … É un terrorista perché ha ucciso un poliziotto.

Terza domanda: Forse c’erano jihadisti o terroristi, ma i nostri giornalisti, al momento, erano lì e hanno incontrato molte persone che dicevano: “Vogliamo più libertà e più democrazia”. Non erano terroristi e jihadisti.

Ognuno ha certamente il diritto di rivendicare la libertà e ogni governo deve sostenere la libertà in conformità con la Costituzione. Ma la libertà significa uccidiamo civili e poliziotti? Distruggiamo le scuole, gli ospedali, le centrali elettriche … le infrastrutture? Tutto questo non è per il governo, ma per il popolo siriano … Questo è ciò che si intende per libertà.

Quarta domanda: Come avrà letto, molti giornalisti e analisti dicono che lei ha favorito la nascita dell’Isis, perché è per voi l’occasione di apparire come uno scudo, come un baluardo.

Il presidente Al Assad: Ma l’ISIS è stato istituito in Iraq nel 2006, sotto la supervisione degli americani. Io non sono in Iraq. Non ci sono mai stato. Io non controllo l’Iraq. Erano gli americani che controllavano l’Iraq. L’Isis è arrivato dall’Iraq alla Siria, perché il caos è contagioso … Quando c’è il caos in un paese, diventa un terreno fertile per portarvi i terroristi. Così, quando ci fu il caos in Siria, l’Isis è arrivato in Siria. Prima dell’Isis , c’era il Fronte Al-Nusra, che fa parte di Al Qaeda. E prima, c’era la Fratellanza Musulmana.

Quinta domanda: Ma non era l’Isis all’inizio…

Assad: «Permettetemi di continuare. Quando c’è il caos in un paese, diventa un terreno fertile per portare i terroristi. Così, quando ci fu il caos in Siria,  è arrivato l’Isis in Siria. Prima dell’Isis, c’era il Fronte Al-Nusra, che fa parte di Al Qaeda. E prima, c’era la Fratellanza Musulmana. Tutte basi per la comparsa dell’Isis».

Sesta domanda: Allora non si assume alcuna responsabilità per quanto è successo negli ultimi anni?

Assad: Non è esatto dire che non ci assumiamo la responsabilità, perché ognuno ha una responsabilità. Noi, in Siria, abbiamo i nostri problemi. Il governo è responsabile. Ognuno di noi è responsabile. Ogni cittadino siriano è responsabile. … il sistema francese ne è responsabile, avendo supportato questi jihadisti considerandoli come un’opposizione moderata.

Settima domanda: la Francia sostiene la Coalizione Nazionale Siriana. Sono loro i terroristi?

Assad: Coloro che attualmente ricevono un sostegno e hanno armi occidentali appartengono all’Isis. Erano armati ed equipaggiati dal vostro stato e da altri paesi occidentali. Il vostro ministro della Difesa lo ha dichiarato pubblicamente, all’inizio dell’anno, affermando di avere inviato armi

Ottava domanda: Parliamo di questo. Sembra che l’esercito siriano continui ad usare le armi non convenzionali che hanno effetti devastanti sui civili, soprattutto i barili esplosivi. Perché si sta perseguendo questa strategia?

Assad: Non abbiamo mai sentito nel nostro esercito di armi indiscriminate. Ormai nessun esercito al mondo – compreso il nostro – non accetterebbe di usare armi che non possono mirare con precisione perché non ne hanno interesse, sarebbero inutili per una prospettiva miliare.

Inoltre, quando si parla di uccisioni indiscriminate, che non discriminano tra civili e combattenti, non sono le armi, ma che uso se ne fa di queste armi. La prova sono i droni utilizzati dagli statunitensi in Pakistan e in Afghanistan, che uccidono più civili che terroristi. Queste sono le armi più precise al mondo.

Nona domanda: Non si utilizzano barili esplosivi?

Assad: Cosa sono i barili esplosivi? Potete dirmi di cosa si tratta?

Decimo domanda: Ci sono diversi documenti, alcuni estratti di video e foto come queste, dove possiamo vedere un barile esplosivo lanciato da un elicottero. È avvenuto ad Aleppo e Hama, pochi mesi fa, un anno circa. Solo l’esercito siriano ha elicotteri, qual è la vostra risposta?

Assad: Questa non è una prova. Si tratta di due immagini  e di due cose diverse. Nessuno può collegare l’una all’altra.

Undicesima domanda: Aleppo e Hama

Assad: Aleppo e Hama.No no. Queste immagini che mi mostrate cosa sono ? Non ho mai visto nulla di questo genere nel nostro esercito Non parlo di elicotteri. Parlo di queste due foto. Cosa consente di associarl tra loro?

Dodicesima domanda: Sono foto e documenti falsificati?

Assad: No, ma devono essere verificata. Ma nel nostro esercito, usiamo solo bombe convenzionali che devono puntare sugli obiettivi. Non abbiamo armi che possono essere utilizzati indiscriminatamente. Questo è tutto.

Tredicesima domanda: Ma ci sono gli elicotteri, e solo l’esercito siriano li possiede.

Assad:Sì, certo. Non ho detto che non abbiamo elicotteri o che non vengono utilizzati. Parlo delle armi che puntiamo sui terroristi. Perché dovremmo uccidere i civili? La guerra in Siria è anche conquistare il cuore della gente, non ucciderli. Se uccidi le persone, non si puoi rimanere al governo o rimanere presidente. È impossibile.

Quattordicesima domanda: Che mi dice in merito alle armi chimiche? C’è un impegno, avete 2 anni di tempo per non usare armi chimiche. Avete usato il gas al cloro durante la battaglia di Ibril negli ultimi mesi?

Al-Assad: No, è un’altra storia falsa fornita dai governi occidentali. Perché? Perché abbiamo due impianti di cloro. Uno era chiuso da diversi anni e non è più operativa, dunque, l’altra è nel nord della Siria, e questa è la fabbrica più importante. Si trova al confine con la Turchia ed è sotto il controllo dei terroristi da due anni. Abbiamo inviato i documenti ufficiali delle Nazioni Unite al riguardo. Volevano venire, e abbiamo inviato una risposta formale dicendo che era impossibile raggiungere l’impianto. Pertanto, il cloro in Siria e sotto il controllo dei gruppi armati. Inoltre, queste non sono le armi di distruzione di massa. Le armi convenzionali che abbiamo sono molto più efficaci del cloro. Quindi non abbiamo bisogno di usarle, comunque.

Quindicesima domanda: Ma ci sono state indagini e penso di aver letto cheHRW segnala il loro uso ad Idlib il mese scorso. Ci sono stati tre attacchi in cui odore di cloro può essere sentito, nonché alcuni hanno accusato sintomi simili a quelli della utilizzazione di gas tossici. Questo è menzionato nella relazione. Questi attacchi hanno avuto luogo in zone controllate dall’opposizione armata. HRW mente?

Al-Assad: Non abbiamo usato il cloro, e non ne abbiamo bisogno. Abbiamo le nostre armi convenzionali, e siamo in grado di raggiungere i nostri obiettivi senza farlo. Non abbiamo bisogno di esso. Non ci sono prove.

Sedicesima domanda: Ci sono testimoni l’attacco e testimonianze di medici

Al-Assad: No no. In risposta a tutte le accuse che regolano l’uso, in passato o del presente, sulle armi chimiche, siamo noi che abbiamo sempre chiesto alle istituzioni internazionali di inviare delegazioni ad indagare. Eravano noi che abbiamo fatto questa richiesta, non i nostri avversari. Ci sono due anni, i nostri soldati sono stati esposti a gas sarin. Abbiamo invitato le Nazioni Unite a indagare. Come avremmo fatto se noi avessimo usato questo gas? Questo non è vero.

Diciassettesima domanda: Sareste disposti a invitarli di nuovo a Idlib?

Al-Assad: Lo abbiamo già fatto. Lo Facciamo sempre. Non abbiamo alcun problema a farlo.

Diciottesima domanda: Oggi c’è una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, che conduce raid aerei contro l’Isis. Sarà per voi  un problema, o  si tratta di un aiuto?

Al-Assad: Né l’uno né l’altro. Non vi è, naturalmente, non è un problema di attaccare i terroristi. Ma se la coalizione non è seria, non ci aiuta.

Diciannovesima domanda: Perché non è seria?

Al-Assad Se si confronta il numero di attacchi aerei da parte delle forze della coalizione composta da 60 Stati con quelli che abbiamo fatto noi, piccolo Stato, vi accorgerete che a volte bombardiamo 10 volte in più rispetto alla coalizione nello spazio di una giornata . È una cosa seria? Ci sono voluti quattro mesi per liberare ciò che i loro mezzi di informazione chiamano la città di Kobani, al confine con la Turchia, nonostante la presenza di combattenti siriani sul campo. Finora non sono stati all’altezza. Un’altra prova  che l’Isisè cresciuto in Siria, Iraq, Libia, e nella zona.

Come si può dire, dunque, che la coalizione sia stata efficace? Essi non sono seri, per questo che non aiutano nessuno in questa regione.

Ventesima domanda: La coalizione ha eseguito migliaia di attacchi aerei dall’inizio dell’intervento. Ma la Francia ha colpito solo in Iraq. Vorresti che la Francia si unisca alla coalizione per colpire in Siria?

Al-Assad: Ho detto che non sono seri comunque. Non possiamo formare una coalizione contro il terrorismo e dare il sostegno allo stesso tempo ai terroristi. Mandano armi per questi terroristi con il pretesto di sostenere l’opposizione moderata … Questo è contraddittorio. E’ destinato a fallire.

Ventunesima domanda: Lei ha un nemico comune con la Francia, L’Isis. Dopo gli attentati di gennaio a Parigi ci sono contatti tra la vostra intelligence e dei servizi segreti francesi.

Al-Assad: Ci sono contatti, ma non c’è … cooperazione.

Ventiduesima domanda: Che cosa si intende per contatto?

Al-Assad: Abbiamo incontrato alcuni funzionari della vostra intelligence, ma non c’è alcuna collaborazione.

Domanda 23: vi è stato alcuno scambio di informazioni?

Al-Assad: No. Niente di niente.

Domanda 24. Come si sono incontrati?

Al-Assad: Sono loro che sono venuti in Siria, e non noi che siamo andati in Francia. Sono venuti forse per uno scambio di informazioni. Ma quando si desidera stabilire tale cooperazione, deve essere a due vie: li aiutiamo e loro in cambio ci aiutano. Ma secondo le vostre politiche e quella del governo francese,  li dovremmo aiutare mentre sostengono i terroristi che uccidono i nostri cittadini. Non funziona così.

Domanda 25 La Francia che ha chiesto questi contatti con i servizi segreti?

.Al-Assad: Sì, li abbiamo incontrati. C’è stato un incontro con loro.

Domanda 26 Che era seguito a una richiesta della Francia?

Al-Assad Sì. Noi, non abbiamo nulla da chiedere ai servizi segreti francesi. Abbiamo tutte le informazioni sui terroristi.

Domanda 27. Ci sono centinaia di francesi che sono venuti a combattere a fianco del gruppo Stato islamico. Ci sono francesi in nelle vostre carceri?

Al-Assad: No, non abbiamo nessuno di loro nelle carceri. Abbiamo tali informazioni. La maggior parte di questi jihadisti vengono qui a combattere, morire e andare in paradiso. Questa è la loro ideologia. Non sono pronte ad andare in prigione, qualunque sia.

Domanda 28. Allora non avete nessuno di loro nelle carceri.

 Al-Assad: No, non ne abbiamo nelle nostre carceri.

Domanda 29. Ci sono oggi persone in Francia e tra loro anche politici, tra cui parlamentari, che sono stai qui … Dicono che bisogna riprendere il dialogo con voi. Quali azioni sareste disposti a prendere per convincere l’altra parte della Francia e dei francesi, che potete essere un partner?

Al-Assad:  Con loro?

Domanda 30. Con la Francia

Al-Assad: Essi devono prima convincermi che non supportano i terroristi, e che non sono coinvolti nel spargimento di sangue in Siria. Sono loro che hanno sbagliato per quanto riguarda la Siria. Noi non uccidiamo ogni francese o europeo. Non abbiamo aiutato i terroristi nel vostro paese. Non abbiamo aiutato coloro che hanno attaccato Charlie Hebdo. Siete voi che avete aiutato i terroristi. Pertanto, i Paesi, i leader occidentali devono convincerci che non supportano i terroristi. Ma siamo pronti per qualsiasi dialogo, tenendo conto che questo sarà nell’interesse dei cittadini siriani.

Domanda 31. Così ora non siete interessati a un dialogo con la Francia?

Al-Assad. No, siamo sempre interessati a un dialogo, con chiunque. Ma come possiamo stabilire un dialogo con un regime che sostiene il terrorismo nel nostro paese. E per quale motivo? Questa è la domanda. Quando si cambia la politica, siamo pronti al dialogo. Senza di essa, il dialogo non avrà un fine. Non c’è dialogo per il dialogo. L’obiettivo è quello di raggiungere risultati certi. Per me, il risultato sarebbe che il governo francese cessi il suo sostegno ai terroristi nel mio paese.

Domanda 32. Quindi non hai un messaggio per Hollande per un dialogo?

Al-Assad: Penso che il messaggio principale deve essere presentato al popolo francese. I sondaggi in Francia mostrano chiaramente che Hollande dovrebbe ascoltarli di più. Vale a dire, è il presidente più impopolare a partire dagli anni Cinquanta. Si dovrebbero prendere cura dei propri cittadini e non di proteggere i terroristi che vengono dalla Francia. Quanto a me, come presidente della Siria sento le sofferenze dei miei cittadini per questo terrorismo, penso che il messaggio più importante è che quello avete vissuto in Francia(Attentato Charlie Hebdo n.d.r) è solo la punta di un iceberg.

Quando si parla di terrorismo, bisogna essere consapevoli del fatto che c’è una montagna sotto il  mare. Quindi essere consapevoli che questo monte prenderà la vostra società.

Domanda 33 Il Segretario di Stato USA ha dichiarato che ci sarà un dialogo con il presidente Bashar Al Assad, prima di tornare sulle sue posizioni. Le ha detto che queste sono solo parole, mi piacerebbe iniziare il dialogo, se fosse così, sarebbe  pronto?

Al-Assad: Naturalmente siamo pronti. Ho detto che siamo disposti ad avviare un dialogo con tutti i paesi del mondo, anche con le grandi potenze … anche con la Francia. Ma ho spiegato che il dialogo dovrebbe essere basato su una politica specifica. A lancia ferri contro Siria sono stati: uno, la Francia. Due, il Regno Unito. Non sono stati gli Stati Uniti, questa volta a sostere i terroristi in Siria. Obama ha riconosciuto che l’opposizione moderata in Siria è un’illusione.

Domanda 34 : Ha detto che è un’illusione credere che siamo in grado di armare loro di vincere la guerra, ma non ha detto che non c’è opposizione moderata?

Al-Assad: Esattamente. Che cosa intende per “possiamo fornire loro le armi, e che vinceremo la guerra?” Che cosa vuol dire? Che cosa è questa fantasia? Hanno detto che stavano per armare l’opposizione moderata. Potete dirmi che cosa è che l’opposizione moderata? Dov’è? Noi, noi non la vediamo. Viviamo in Siria e voi, vivete in Francia. Io vivo qui e non vedo che l’opposizione moderata a combattere se dobbiamo combatterla. Non esiste.

Domanda 35. Si dice che c’è un gran numero di paesi stranieri coinvolti nel conflitto in Siria. Cosa avreste potuto fare nella lotta al terrorismo senza il sostegno di Iran e Hezbollah, Vale a dire, avete condannato paesi stranieri coinvolti nel conflitto in Siria, mentre c’è quello di Iran e di Hezbollah?

Al-Assad: C’è una grande differenza tra l’intervento e la richiesta di aiuto. Qualsiasi paese, un governo del mondo, ogni Stato ha il diritto di chiedere aiuto a qualsiasi paese o a qualsiasi partito o organizzazione per aiutarlo in qualsiasi zona. Ma nessun paese ha il diritto di intervenire senza che lo si chieda. Abbiamo invitato Hezbollah, ma non gli iraniani. Non ci sono truppe iraniane in Siria, e non hanno inviato alcuna forza.

Domanda 36. Nessun iraniano combatte al vostro fianco?

Al-Assad: No no. Essi non combattono. Abbiamo con l’Iran un contatto regolare, e da oltre trenta anni. Comandanti e ufficiali vanno e vengono tra i due paesi, secondo la cooperazione esistente tra noi  che corre da molto tempo . Questo è diverso dal partecipare ai combattimenti. Essi non combattono. Come governo, abbiamo il diritto a chiedere questo tipo di collaborazione. Tuttavia, la Francia e gli altri paesi non hanno il diritto di sostenere chiunque nel nostro paese. Si tratta di una violazione del diritto internazionale, della sovranità e di quei valori di cui si vantano, o alcuni dei quali affermano di essere orgogliosi da decenni, secoli, forse e; tra i quali quello della democrazia. È democrazia inviare armi ai terroristi e sostenerli? Ho il diritto di sostenere i terroristi che hanno attaccato Charlie Hebdo per esempio?

Domanda 37. Sa che il primo ministro francese ha affermato di recente che lei è “un macellaio”, cosa vorresti rispondere?

Al-Assad: Prima di tutto, sarò franco con lei. Nessuno prende più sul serio le dichiarazioni dei funzionari francesi. Per un semplice motivo: la Francia è diventata un satellite della politica degli Stati Uniti nella regione. Non è indipendente, e non ha peso. Ha perso ogni credibilità.

Inoltre, devo prima di tutto sempre prendere cura dell’ opinione del popolo e dei cittadini siriani. Non è la Francia o un altro paese a dire quello che sono. Io sono qui per volontà del popolo siriano, e questo è ciò che conta per me.

Domanda 38 Pensa che un giorno, vincerà questa guerra e che tutto tornerà come prima in Siria?

Al-Assad: No. Nulla sarà più come prima. Ritorno al punto di partenza, ciò significherebbe che non ci evolviamo, e che non abbiamo imparato la lezione dal conflitto. Diverse lezioni emergono da questo conflitto. Dobbiamo assimilare e migliorare le cose, non che tornino come prima. C’è una grande differenza.

Domanda 39. Con Bashar al-Assad a capo del paese?

Al-Assad: Non mi interessa. Quello che mi interessa è la volontà del popolo siriano. Se vogliono, Bashar al-Assad rimarrà. Se non lo vogliono, lascerà immediatamente. Voglio dire come sarà in grado di governare senza il sostegno del suo popolo? Quindi non lo farà.

Domanda 40. Come lo sa che gode del sostegno popolare?

Al-Assad:  In primo luogo, se non avessi l’appoggio, la gente non avrebbe sostenuto l’esercito e non avremmo potuto resistere per quattro anni. Come si può resistere senza il sostegno del popolo?

Domanda 41 Può essere che hanno paura.

Al-Assad: Ci sono 23 milioni di siriani. Come possono aver paura di una persona, o una sola agenzia di intelligence o di un governo? Questo non è realistico, questo è folle.

Domanda 42. Crede che la Siria è una democrazia? Crede davvero che le persone possono dire quello che vogliono?

Al-Assad: No. Eravamo sulla strada della democrazia. Si tratta di un processo lungo. Non c’è un punto si raggiunge e si dice “questa è la democrazia.” Se si desidera confrontare noi stessi ad ovest, Francia e altri paesi, vorrei dire “no”. Siete sicuramente più avanzata di noi a causa della vostra storia e molte circostanze e fattori. Ma se si vuole confrontare noi al tuo amico più vicino, l’Arabia Saudita, direi abbastanza sicuro che abbiamo la democrazia. Dipende che si confronta con me.

Domanda 43. Se lei fossi certo che la partenza significherebbe la pace in Siria, andrebbe via?

Al-Assad: Senza esitazione. Se questo è il problema, io lascio senza esitazioni. Lascio il potere. Se io sono la causa del conflitto nel mio paese, non sarei dove sono. Questo è evidente.

Domanda 44. Voglio mostrarle un’altra immagine. E ‘Gilles Jacquier. Un giornalista in nostro canale France 2. È stato ucciso in Siria 3 anni fa. Ha promesso di indagare per scoprire chi lo ha ucciso. Cosa puoi dirci su questa indagine?

Al-Assad: Indipendentemente dalle accuse rivolte a noi al momento dell’uccisione, lui era in una zona residenziale sotto il controllo del governo. È stato ucciso da un colpo di mortaio e non da una pallottola. È evidente che il governo non avrebbe bombardato un quartiere dove c’erano i suoi stessi sostenitori. È quindi molto chiaro, e tutti lo sanno, molti media francesi lo hanno riconosciuto: è stato ucciso da un colpo di mortaio sparato da quello che si chiama l’opposizione, mentre  in realtà sono terroristi . È stato certamente ucciso da loro. Ma la sua domanda riguardava le indagini?

Domanda 45. Sareste disposti a condividere i risultati delle vostre indagini con una Corte francese? Magari le prove?

Al-Assad. No. Non abbiamo nulla da dimostrare. Noi abbiamo le nostre azioni legali; e quando un reato è commesso in Siria, seguiamo queste procedure come qualsiasi altro paese. In Siria, abbiamo un sistema giudiziario e con le sue procedure consuete. Se volete saperne di più dopo questa intervista, possiamo fare riferimento alle autorità competenti.

Domanda 46.  Sarebbe disposto a condividere i risultati delle sue indagini con la giustizia francese?

​​Al-Assad. Sicuro, nessun problema.

Domanda 47. Sarebbe disposto a lasciar venire qui investigatori francesi, agenti di polizia o giudici per condurre le proprie indagini qui in Siria?

Al-Assad: Dipende se c’è o meno un accordo tra i due governi. Se esiste un accordo o un trattato sul sistema giuridico tra i due paesi e la cooperazione bilaterale in questo campo, non c’è nessun problema. Questa non è una decisione politica.

Grazie Signor Presidente

Al-Assad: Sono io che vi ringrazio.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) Venezuela, Iª Campagna per il ritorno in Palestina

da hispantv

Si è concluso in Venezuela il primo Congresso latino-americano per il ritorno dei palestinesi nella loro terra.

Per tre giorni, i rappresentanti dei movimenti sociali e politici delle Americhe hanno discusso azioni comuni di solidarietà con la Palestina sotto assedio da parte del regime israeliano, e il diritto al ritorno dei palestinesi nella loro terra.

Il momento culminante dell’incontro è stata una cerimonia interreligiosa, durante la quale è stato denunciato che il sionismo cerca di nascondere il genocidio palestinese dietro un presunto conflitto religioso.

All’incontro hanno partecipato anche i delegati degli Stati Uniti, che hanno assicurato che le azioni del regime di Tel Aviv non hanno nulla a che vedere con il vero ebraismo.

Negli accordi finali del meeting, si è decisa una maggiore azione di solidarietà con la Palestina sui mezzi di comunicazione per aggiungere maggiori sforzi alla campagna internazionale.

Questo tipo di incontri si svolgeranno in tutti i continenti per rendere più efficace la solidarietà urgente con la Palestina.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Paola Di Lullo]

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Roma: il G77+Cina rigetta le sanzioni Usa contro il Venezuela

pueblo_venzlada mre.gov.ve

I paesi membri del G77 e Cina accreditati presso la FAO e le altre organizzazioni delle Nazioni Unite con sede a Roma, riuniti in sessione pleanaria, lo scorso venerdì hanno approvato il comunicato emesso dal G77+Cina – capitolo New york, dove si rigetta la decisione del governo degli Stati Uniti d’America di estendere le sanzioni unilaterali contro il Venezuela.

Il comunicato invita il governo degli Stati Uniti ad abrogare le sanzioni imposte alla Repubblica Bolivariana del Venezuela, sottolineando che vanno contro la Carta delle Nazioni Unite e i principi che regolano il diritto internazionale.

Alla testa del gruppo di supporto al Venezuela il presidente del G77+Cina, l’ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran, Majid Dehghan Shoar, seguito dai presidenti dei gruppi regionali che compongono il G-77: Africa, Asia, America Latina e Caraibi, e il Medio Oriente.

L’ambasciatrice della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la FAO, Gladys Urbaneja Durán, ha ringraziato a nome del governo bolivariano e del popolo venezuelano, tutte le missioni diplomatiche indicando che questo appoggio totale ricevuto a Roma costituisce una dimostrazione di unità e coerenza del G77+Cina alle Nazioni Unite, e una prova della solidarietà che la comunità internazionale ha dato alla Rivoluzione Bolivariana.

Il G77+Cina è l’organizzazione intergovernativa dei paesi in via di sviluppo più grande in seno alle Nazioni Unite, sin dalla sua fondazione nel 1964 ha esortato ad adottare azioni efficaci e urgenti per eliminare l’uso di misure economiche coercitive unilaterali nei confronti di qualsiasi Stato, in particolare verso i paesi in via di sviluppo.

In questa sessione plenaria, è stato anche evidenziato il contributo della Repubblica Bolivariana del Venezuela a rafforzare la cooperazione Sud-Sud, la solidarietà e le relazioni di amicizia tra i popoli, in particolare attraverso l’attuazione dei programmi di cooperazione per l’eradicazione della fame.

A questo proposito, l’ambasciatrice Urbaneja, ha evidenziato che grazie a uno stanziamento iniziale di 12 milioni di dollari messi a disposizione dal governo venezuelano, si darà inizio al Programma di Cooperazione Triangolare di Sicurezza e Sovranità Alimentare e Nutrizionale per l’America Latina e i Caraibi (SANA), rivolto ai ventuno paesi aderenti l’accordo Petrocaribe e l’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America – ALBA.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Houthi: «Il popolo yemenita non si arrenderà»

da al manar

Per la seconda volta dall’inizio dell’aggressione degli USA e dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, avviata alla fine di marzo, il capo del movimento Ansarulá ha pronunciato un discorso televisivo in cui ha attaccato violentemente il regime saudita.
Sayyed Abdel Malek al-Huthi ha accusato Riad di “agire con ferocia verso gli yemeniti,” spiegando che «l’obiettivo dell’ Arabia Saudita è quello di invadere e occupare il paese e sottometterlo alla sua volontà»
«Riad non ha alcun diritto di interferire negli affari interni dello Yemen. Si tratta di una violazione della sovranità del nostro paese », ha ribadito Al Huthi.
Ha spiegato che «tutti i pretesti utilizzati da alcuni per legittimare l’aggressione contro Yemen sono infondati». Inoltre, si è chiesto: «Come questa aggressione può essere benefica per il popolo yemenita se si distruggono la sue ricchezze e le sue infrastrutture?»
Dopo aver salutato tutte le posizioni di solidarietà con il popolo yemenita, Huthi ha affermato che il «vero arabismo non può esistere sotto la tutela di Israele e il comando degli Stati Uniti» ed ha accusato Washington di essere responsabile per il sangue di vittime morte per le armi degli Stati Uniti.
«Gli statunitensi hanno riconosciuto che sono loro che forniscono gli obiettivi da colpire al regime saudita», ha aggiunto.
Per quanto riguarda l’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sullo Yemen, l’ha definita “ingiusta, ma non sorprendente.” A questo proposito, ha precisato che «solo il popolo yemenita può decidere il suo futuro».
Per quanto riguarda il dialogo tra le diverse parti del popoli yamenita, Ansarulá ha affermato che ci sono stati colloqui prima della aggressione , ma «sono gli agenti stranieri che hanno lavorato per sabotare qualsiasi accordo».

Allo stesso tempo, ha evidenziato che è per volere dell’Arabia che Al Qaeda controlla gran parte dello Yemen. «Al Qaeda ha un ruolo importante nel Sud, con l’appoggio dell’Arabia Saudita», ha spiegato.

In questo contesto, Huthi ha promesso che il popolo yemenita non si piegherà e «resisterà contro l’aggressione brutale. Coloro che credono che la loro aggressione feroce possa intimidire il popolo yemenita si sbaglia».
Infine, ha avvertito che «è diritto del popolo yemenita combattere contro questa aggressione con tutti i mezzi».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Gli Stati Uniti non cambiano

2567da itanica.org

«Chi provoca, nella nostra regione? Gli Stati Uniti. Chi danneggia questi vertici? Gli Stati Uniti. Perché non ci sarà un documento finale in questo Vertice?  A causa degli  Stati Uniti», ha detto il pomeriggio di questo sabato il Presidente della Repubblica, Daniel Ortega Saavedra, nel suo intervento dinanzi la seduta plenaria del Vertice delle Americhe, a Panama.

Il Comandante ha iniziato il suo discorso ricordando la risposta del Generale panamense Omar Torrijos  alla domanda di un giornalista che gli chiedeva come pensava di entrare nella storia, alla quale rispose  dicendo che quello che gli interessava era entrare nel Canale interoceanico insieme al suo popolo, il quale aveva sacrificato molte vite per ottenerlo. Poi, ha ricordato come alla fine si era imposto il dialogo e si era riusciti ad intavolare negoziazioni tra Torrijos e l’allora Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. 

Sottolineando l’importanza del dialogo, il presidente del Nicaragua ha segnalato che ai Vertici delle Americhe ci sono stati due grandi assenti: Cuba e Porto Rico e che però si è già  ottenuto che Cuba partecipi. Tuttavia, ha citato la canzone di Pablo Milanés: «Cuba e Porto Rico sono le due ali di un passero», dato che «Porto Rico è Latinoamericano e Caraibico».
 Ortega ha commentato il breve incontro che ha avuto luogo alla vigilia tra il leader indipendentista di Porto Rico Rubén Berrios, incluso nella delegazione nicaraguense al Vertice, con il Presidente Obama, e ha accolto favorevolmente le parole del Presidente statunitense circa la sua apertura al dialogo con Porto Rico, dato che si tratta di un popolo i cui diritti sono limitati.

Allo stesso tempo il rappresentante nicaraguense ha approfittato, visto che si era parlato molto di diritti umani nelle riunioni di vertice, per richiedere la liberazione di Oscar Lopez Rivera, che da 34 anni è detenuto negli Stati Uniti a causa della sua lotta per l’indipendenza di Porto Rico.

Il Comandante Daniel Ortega ha detto di come gli Stati Uniti si considerassero esempi di democrazia, di cui desideravano dare lezione imponendo loro dittature; e ha ricordato l’esempio di William Walker, l’intellettuale e giornalista che nel 1856 invase il Nicaragua e decretò la schiavitù. Ha altresì assicurato che l’antimperialismo in Nicaragua non è nato dal conflitto Est-Ovest.

Il comunicato degli Stati Uniti contro il Venezuela, ha detto, ci ricorda il ‘Comunicato Knox’, un ultimatum che gli Stati Uniti diedero al Presidente José Santos Zelaya  nel 1907 obbligandolo all’esilio a Parigi e che provocò una sanguinosa guerra civile. Cinque anni più tardi, «nel 1912 arrivarono le truppe yankee nel paese, e ancora non aveva trionfato la Rivoluzione di Ottobre» in Russia, ha ricordato. «Non è un problema ideologico», ha sottolineato.

Il problema, ha assicurato Ortega, è che «gli yankee non cambiano». Da una parte, ha detto, fanno un cenno a Cuba, dall’altro fanno un attacco al Venezuela.

Tuttavia, quello che i paesi latinoamericani hanno con il Venezuela, sono programmi sociali: magari gli Stati Uniti si mettessero a competere col Venezuela in questo ambito, ha aggiunto.
 
Il Comandante Daniel Ortega ha commentato le intenzioni di cambiamento espresse dal Presidente statunitense constatando che la politica degli Stati Uniti non è quella di un Presidente, bensì quella di un Impero. Ha sottolineato come la ragione per cui gli Stati Uniti si sono sviluppati maggiormente dei popoli al di sotto del Rio Bravo non dipende dal fatto che siano più intelligenti, bensì dal fatto che la potenza del nord deriva dal trasferimento dell’ avanzato Impero Britannico in America del Nord, cosa che ha dato agli Stati Uniti una natura imperialista. 

In questo senso i tempi non sembrano essere cambiati, ha aggiunto; e anche se Obama sembra essere una persona di buona volontà, l’Impero gli pone limiti di azione, e se la macchina degli interessi imperialisti capisce che esce dalla linea, «allora lo assassinano. In questo momento a Obama staranno piovendo addosso insulti negli Stati Uniti perché si riunisce con Cuba», ha commentato.

Il Comandante Ortega ha qualificato l’ordine esecutivo di Obama contro il Venezuela come «un attacco contro la Nostra America», e ha aggiunto che come Latinoamericani hanno il diritto di pensare che il modo di agire degli Stati Uniti, che da una parte intavolano un dialogo con Cuba e allo stesso tempo alzano il livello delle minacce contro il Venezuela, obbedisca ad un piano.

Si è riferito alle ultime spiegazioni fornite dal governo degli Stati Uniti, cioè che dovevano mettere nell’ordine esecutivo che il Venezuela rappresenta una minaccia per loro a puro titolo di  formalità, solo per impedire l’entrata nel loro territorio di alcuni funzionari. “Se si tratta di negare visti, perché c’è bisogno di un decreto?”, si è chiesto. «Se a noi negano visti tutti i giorni!», ha affermato, aggiungendo come sia inaccettabile che per negare visti debbano andar dicendo che gli altri paesi rappresentino una minaccia.
 
Il Presidente ha continuato la sua riflessione dicendo che, invece di partecipare al presente Vertice per parlare di temi quali equità, prosperità ed educazione, ha dovuto partecipare per parlare dell’inammissibile Decreto degli Stati Uniti contro il Venezuela.

Ha aggiunto che non dobbiamo farci illusioni sul fatto che gli Stati Uniti faranno marcia indietro sul Decreto contro il Venezuela in un futuro prossimo, se consideriamo che sono  voluti  loro 50 anni per iniziare a riconoscere il fallimento del blocco a Cuba – e a proposito di questo ultimo, ha pregato Dio affinché Obama ottenga l’approvazione del Congresso al suo annullamento prima della fine del suo mandato presidenziale.

Il Comandante ha poi continuato col tema dei progetti sul gas nella regione, tema che provoca grande preoccupazione al governo del Nicaragua perché tali progetti vanno a collidere con gli obiettivi ambientali, in quanto si tratta di risorse non-rinnovabili e inquinanti. 

Il Presidente ha ricordato che il suo paese è andato aumentando la produzione di energia elettrica a partire da risorse rinnovabili, arrivando a più del 60% di produzione di energia da fonti pulite. Il problema è che, con la caduta del prezzo del petrolio, questo tipo di progetti non sono più redditizi. “Come si può equilibrare questa situazione, se si costruiscono gasdotti che dal Nord America portano alla regione prodotti più convenienti?”. 

Il Comandante ha suggerito che sarebbe necessario sovvenzionare la produzione di energia da fonti rinnovabili affinché, almeno in Centroamerica, la introduzione del gas venga razionalizzata.

Chi provoca, nella nostra regione? Gli Stati Uniti. Chi danneggia questi vertici? Gli Stati Uniti. Perché non uscirà un documento finale da questo Vertice? A causa degli Stati Uniti, perché c’era consenso su quasi tutto,  fuorché sul tema del Decreto contro il Venezuela, ha detto il Presidente. 

Ortega ha terminato il suo intervento appoggiando il processo di pace in Colombia, il diritto dell’Argentina alle Isole Malvinas ed esprimendo il suo sostegno alla domanda di restituzione a Cuba della base militare di Guantanamo. 
 
Discorso del Presidente Comandante Daniel Ortega al VII Vertice delle Americhe, 11 Aprile 2015.
Grazie, stimata Vicepresidente di Panama, Isabel Saint Malo.

Ieri, quando conversavamo durante la riunione del SICA (Sistema di Integrazione Centro Americana, ndt ) con il Presidente Obama, dicevo prima al Presidente Juan Carlos Varela che ho ricordato una frase del Generale Omar Torrijos detta in una delle tante interviste che gli hanno fatto. 

Chiesero al Genarale Torrijos: “E lei come pensa di entrare nella storia?” Lui rispose: “Io quello che desidero è entrare nel Canale”. E lì è il Canale, nelle mani del Popolo  Panamense. Dopo che è stato versato molto sangue. Dopo che furono assassinati molti studenti, giovani panamensi che lottavano per quel Canale.

Alla fine si è imposto il dialogo. In questo dialogo, furono il Generale Torrijos e il Presidente Jimmy Carter coloro che alla fine trovarono il modo di far arrivare il Canale nelle mani del Popolo Panamense. Il dialogo!

Dicevo al Presidente Obama quanto ci faccia felice che oggi ci sia Cuba in questo Vertice delle Americhe. E gli ricordavo che durante il Vertice tenutosi a Trinidad e Tobago gli manifestai che in quella occasione c’erano due grandi assenti: Cuba e Porto Rico. 

Bene, già c’è Cuba. Manca Porto Rico. Porto Rico è latinoamericano, caraibico! “Sono le due ali di uno stesso passero” disse un poeta, o una poetessa portoricana, “Cuba e Porto Rico”. Due ali di uno stesso passero.

E Porto Rico, me lo ricorda qui il nostro fratello Ruben Berrios Martinez che ci accompagna, Presidente del Partito Indipendentista di Porto Rico; ci ricordava che a partire dall’anno 1898, Porto Rico ha uno status coloniale. E’ per questo che all’interno della CELAC (Comunità degli Stati Latino Americani e dei Caraibi, ndt) abbiamo raccolto questa rivendicazione. E’ per questo che anche alle Nazioni Unite  è stato sollevato il tema di Porto Rico nel Comitato di Decolonizzazione.

E io lo dicevo al Presidente Obama: “Presidente, se le Hawaii avessero mantenuto lo status di Porto Rico, lei non sarebbe il Presidente degli Stati Uniti….” E’ così semplice; perché il Popolo di Porto Rico non ha diritto! Benché dicano che è uno Stato libero e associato negli Stati Uniti, non hanno la libertà di aspirare a diventare presidente degli Stati Uniti, per esempio. Perché è uno Status Coloniale.

E per questo quando ci sono le votazioni… Perché mi diceva il Presidente Obama: “Però quando ci sono le votazioni..” Si, quando ci sono elezioni, è vero che c’è una parte della popolazione che vota favorevolmente a che Porto Rico diventi una volta per tutte  Stato degli Stati Uniti, e un’altra parte della popolazione che rivendica il diritto legittimo di Porto Rico ad essere indipendente, e a far parte di questa famiglia a cui realmente appartiene. 

La verità è che lui mi diceva di essere aperto al dialogo con Porto Rico, e che bello che il Presidente Obama sia aperto al dialogo con Porto Rico! E ieri sera lui era lì, si è incontrato alla cena con Ruben e si sono dati la mano. E Ruben gli ha illustrato  il tema  di Porto Rico, e il Presidente Obama gli ha detto che è disposto a parlare. Bene, è bene che parli con i lottatori per l’indipendenza di Porto Rico.

Perché le Autorità di Porto Rico sono subordinate agli Stati Uniti. Non rappresentano la volontà del Popolo di Porto Rico. Perché in fin dei conti, quello che è il tema dell’autodeterminazione, dell’indipendenza di Porto Rico, lo hanno lasciato in disparte, e si tratta di un Popolo con diritti limitati,  una nazione con diritto limitato.

E venendo a questo Vertice, ci troviamo con denunce, detenuti di qua, detenuti di là, e non ci possiamo dimenticare che c’è 
un prigioniero politico, un patriota portoricano… Oscar Lopez Rivera, che è in prigione da ormai 34 anni. Il suo delitto? Lottare per l’indipendenza di Porto Rico! 34 anni!

E noi vogliamo, da questa tribuna, appellarci una volta ancora agli Stati Uniti, affinché liberino Oscar Lopez Rivera!  Che non è altro che un dovere che hanno verso il Popolo di Porto Rico, che tengono sottomesso, soggiogato. Ed è una battaglia che si continua a portare avanti.

Ascoltavamo con attenzione ieri, durante il SICA, le parole del Presidente Obama, e io direi oggi che egli è stato molto più aperto rispetto a quelli che sono i temi che hanno provocato, e provocano ancora, conflitti nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Nostra America Latina e Caraibica.

Ha parlato della storia; egli stesso ci ha ricordato, e io ricordo le notizie di quei giorni in cui ha celebrato la lotta per i diritti civili guidata da Martin Luther King, e  si è recato nel posto in cui furono assassinati combattenti a favore dei diritti civili. 
Furono assassinati dal razzismo di una società che già allora si vantava di essere la portabandiera della “Democrazia” nel mondo, e nel pianeta; che voleva dare lezioni di democrazia ai popoli, imponendoci dittature e tiranni. 

Per cui, a causa della sua politica espansionista, al Nicaragua toccò un Presidente yankee, che la prima cosa che fece fu di instaurare la schiavitù. Il Nicaragua già indipendente dalla Spagna… anno 1821, indipendente dalla Spagna.

1854-56: le imprese navali nordamericane in lotta per il controllo di una via di transito dalla costa est alla costa ovest degli Sati Uniti attraverso il Nicaragua, portarono allora espansionisti nordamericani del sud degli Stati Uniti, che anteriormente avevano tentato di appropriarsi di Sonora per annettere anch’esso al sud degli Stati Uniti.

Arrivarono in Nicaragua e con la forza delle armi, bene, Presidente degli Stati Uniti: il Signor William Walker. Era un giornalista, un intellettuale, un fascista, un razzista; avvocato, giornalista, intellettuale, bene, primo decreto: la schiavitù in Nicaragua.

Alla fine fu abbattuto; bene, perché tutto il Centroamerica vide che l’espansionismo yankee interessava tutta la regione, e si fece la Unione dei Centroamericani che affrontò con le armi il filibustiere che incendio le città del Nicaragua. 

E come si può dimenticare la storia? Perché l’anti-espansionismo, l’anti-imperialismo in Nicaragua non nascono col conflitto Est-Ovest. Niente ha a che vedere col conflitto Est-Ovest! Se l’Unione Sovietica non esisteva ancora!  Non aveva ancora trionfato la Rivoluzione di Ottobre, e già gli yankees stavano intervenendo in Nicaragua.
 
E poi, come ci preoccupiamo quando arriva questo comunicato contro il Venezuela. A noi  ricorda immediatamente il Comunicato Knox… il Segretario di Stato degli Stati Uniti che in nome del Governo degli Stati Uniti diede un ultimatum al Presidente del Nicaragua  José Santos Zelaya nell’anno 1907. Un ultimatum, e il Presidente Zelaya dovette andarsene in Francia, fuggire, e iniziò da là una guerra di patrioti nicaraguensi contro l’intervento yankee. E arrivarono poi nel 1912 le truppe yankees nel nostro paese… 1912, non aveva ancora trionfato la Rivoluzione di Ottobre.
 
Non è un problema ideologico, compagn@. Almeno, quello del Nicaragua non è un problema ideologico.  Non ha niente a che vedere col pensiero di Marx, Engels, né di Lenin. Il Nicaragua non aggredì gli Stati Uniti, è l’espansionismo yankee quello che arrivò nelle nostre terre quando ancora questi non trionfavano. In seguito gli altri interventi, e Sandino in lotta.
E’ per questo che quando noi sentiamo di questo comunicato che dice che il Venezuela rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti… beh, dietro un comunicato come questo subito accorre la storia. Ritorna la storia. E che diciamo? Gli yankees non cambiano. Questo è ciò che diciamo. 
 
Gli yankees non cambiano! Da un lato, un gesto verso Cuba, dall’altro, un attacco al Venezuela. E’ un gesto verso Cuba, è un gesto verso l’America Latina, indubbiamente. E’ un gesto verso il   mondo che ha lottato affinché si rimuova l’embargo, il blocco. 
 
Il gesto verso il Venezuela è un attacco contro i nostri Popoli, contro l’Unità Latinoamericana e Caraibica. Quello che abbiamo dal Venezuela nella nostra regione, sono programmi di solidarietà. La complementarietà, il commercio giusto. Questo è quello che abbiamo nella regione col Venezuela. In Petrocaribe, nell’ALBA (Allenza Bolivariana per i Popoli di Nostra America, ndt) non c’è nessun progetto di tipo militare col Venezuela. Sono tutti programmi di ordine sociale. 
 
Beh, magari gli Stati Uniti si mettessero a competere col Venezuela in questo campo, così, alla stessa maniera. Sarebbe magnifico se gli Stati Uniti si mettessero a contribuire come lo fa il Popolo Bolivariano, senza condizioni. Grazie a questa iniziativa, al cuore immenso del Comandante Hugo Chavez, che con Fidel furono i creatori di questo progetto.  E ora Nicolas che gli sta dando continuità.
 
E non ripeterò quanto stavo loro dicendo nel pomeriggio, che la politica nordamericana non è la politica di un Presidente. E’ la politica di un Impero. Gli Stati Uniti sono un Impero… chiaro che sono un Impero!
 
E perché sono un Impero? Perché si sono sviluppati più di noi Latinoamericani? Non è per il loro ingegno, non per le loro grandi capacità, non perché siano più intelligenti dei Latinoamericani e dei Caraibici… no! Semplicemente perché si è trattato del trasferimento dell’Impero Britannico nelle terre nordamericane che appartenevano ai popoli originari, i quali furono sterminati.
 
E l’Impero Britannico  era il paese più sviluppato dell’epoca; logicamente, essendosi fatto il padrone di quelle terre e di quei territori, vi trasferì tutta la sua conoscenza, tutta la tecnologia, tutta la scienza; la Rivoluzione industriale, dove avvenne il gran salto se non in Inghilterra? Questo spiega perché gli Stati Uniti abbiano una natura imperialista! Si tratta dell’Impero Britannico trasferitosi nel territorio nordamericano; espandendosi e subito entrando in contraddizione. Logicamente entrarono in contraddizione già dal momento che si installarono.
 
Il braccio dell’Impero Britannico si installa negli Stati Uniti e da subito sorgono le contraddizioni; contraddizioni economiche, contraddizioni commerciali, per le imposte… E arrivano le guerre. Ossia, non è altro che il processo, il processo di sviluppo che stava raggiungendo l’Europa, che si trasferì negli Stati Uniti, in quella che noi oggi chiamiamo tecnologia di punta. Si trasferì là, negli Stati Uniti.
 
Qui, nelle nostre terre, vennero le nazioni che avevano la tecnologia, e che ancora continuano ad essere le nazioni con la tecnologia e con lo sviluppo economico più basso d’Europa, che sono la Spagna e il Portogallo. E venne anche l’Inghilterra, che si appropriò della metà del territorio del Nicaragua, e se la disputò con la Spagna.
 
E in seguito l’Inghilterra si appropriò anche delle Malvinas; e lì sta ancora, nelle Malvinas, l’Inghilterra, l’Impero Britannico! Lo stesso Impero il cui braccio fece un salto fino al territorio nordamericano, la cui scienza, la cui tecnologia, la cui cultura si spostarono nel territorio nordamericano, e che spiega quel fenomeno. 
 
Invece qui, in queste terre, nacque una nuova cultura.  Quella era la vecchia cultura europea trasferitasi al Nord della Nostra America. Qui era la cultura meno sviluppata d’Europa… Spagna, Portogallo, gli imperi meno sviluppati trasferiti nel nostro territorio;  e, sterminando in molti casi la nostra popolazione indigena, e in altri casi mescolandosi, alla fine hanno dato realmente luogo ad una nuova civilizzazione. Siamo una cultura molto giovane, e questo spiega come quelli là, con il loro grande sviluppo, pensarono immediatamente di diventare padroni di tutta la Nostra America.
 
E parrebbe che i tempi non sono cambiati, perché, che bravo il Presidente Obama! Dico io, è una persona di buona volontà; ascoltando il suo discorso, è una persona di buona volontà. Però, in che condizioni governa? Fino a che punto egli può prendere decisioni negli Stati Uniti? Dove stanno i limiti che gli impone il sistema?
 
Là c’è un sistema, c’è un meccanismo che mette i presidenti affinché servano a tale meccanismo economico, finanziario e militare. E se il meccanismo sente che il presidente devia, lo assassinano, lo ammazzano, come fecero con Kennedy. Non si è mai saputo che ha assassinato Kennedy.
 
Io sono sicuro che al Presidente Obama staranno piovendo addosso maledizioni ed insulti là negli Stati Uniti, per essersi riunito qui con Cuba. Gli staranno piovendo addosso maledizioni, e lo chiameranno “comunista”, perché questo gli hanno detto in altre occasioni. Gli grideranno “comunista!”. Gli diranno perfino che è islamista, e tireranno fuori tutto il razzismo che ancora possiedono, le forze più oscure negli Stati Uniti. Ma lui ha avuto il coraggio di fare questo passo con Cuba.
 
Dall’altro lato, però, l’attacco contro il Venezuela, che è un attacco contro la Nostra America, contro la CELAC, contro tutti noi, e abbiamo il diritto di pensare che si tratti di un piano… bene, cercheremo insieme a Cuba di trovare una via distensiva. L’America Latina, è chiaro che ha aperto relazioni con Cuba, nessuno pone blocchi a Cuba; il mondo chiede che cessi il blocco contro Cuba.
 
Cuba non si è arresa, ha resistito; però adesso si va contro il Venezuela! Perché il Venezuela non è un paese democratico; con 20 elezioni, non è un paese democratico! Perché adesso il Venezuela è il diavolo, è il male, perché sta portando un esempio di solidarietà ai popoli di Nostra America! E allora, un colpo di qua e una mano di là. Parrebbe una manovra, e abbiamo il diritto di pensarlo. 
 
Per cui, è importante, il Governo degli Stati Uniti, il quale ha dichiarato che tale Decreto non stigmatizza realmente, o non vuole dire, perché lo dice? Adesso dice che il Decreto non dice quello che il Decreto dice: che il Venezuela rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Questo dice il Decreto.
 
Però adesso abbiamo un’altra interpretazione: il Decreto non vuole dire ciò. Se si tratta semplicemente di negare visti e proibire conti negli Stati Uniti a qualsiasi cittadino di Nostra America e del Caribe, lo fanno già tutti i giorni senza necessità di un decreto. Saremmo pieni di decreti, allora, perché in tutti i nostri paesi negano visti. In tutti questi paesi negano visti.
Quando capita a noi di viaggiare negli Stati Uniti, dobbiamo affrontare procedure speciali per ottenere il visto, e ce lo danno pure limitato, il visto. Là abbiamo innumerevoli autorità, e in altri paesi latinoamericani che sono senza visto, non possono andare negli Stati Uniti.
 
Sta bene, è un loro diritto, così come noi abbiamo il diritto di dire che i senatori nordamericani, che i funzionari nordamericani non devono entrare nel nostro paese… è nostro diritto!
 
E’ un loro diritto, sta bene; noi non stiamo chiedendo loro di darci visti. Quello che è inaccettabile è che, per revocare visti, utilizzino il concetto che il paese ai cui cittadini stanno negando i visti sia una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.
Lì sta il pericolo! Lì sta la minaccia per la sicurezza del Venezuela e per la stabilità di tutta la regione. Perché noi siamo qui a lottare, notate bene, con questa agenda “Prosperità con Equità, Educazione”, e all’improvviso ci cade addosso questa bomba.
 
Se è vero che qui dovevamo venire a parlare di questo, di equità, prosperità, educazione e salute. Di questo dovevamo stare qui a parlare; ma la verità è che anche quando si è fatto uno sforzo per affrontare questi temi, l’interesse della comunità internazionale e dei nostri popoli non si è concentrato su questi temi, ma si è concentrato sul fatto che si è aperta una breccia con l’America Latina, dal momento che gli Stati Uniti lanciano un Decreto del genere contro il Venezuela.
 
Ci sono già state dichiarazioni da parte della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, di cui la posizione è chiara. Cioè, è un Decreto inammissibile, inammissibile! Gli Stati Uniti lo ritireranno? Molto difficile. Difficile, molto difficile che lo ritireranno. Ci sono voluti 50 anni affinché riconoscessero che si debbano avere relazioni normali con Cuba, e si debba riflettere sul fatto di togliere l’embargo. Che si dovrà vedere, si dovrà vedere se tolgono l’embargo.
 
Si dovrà vedere, perché? Perché non lo può decidere il Presidente Obama, già lo ha detto qui, lo abbiamo sentito… Non ci facciamo illusioni! Felici si per il passo che si è fatto, però c’è ancora tanto cammino davanti, e c’è tanta resistenza là negli Stati Uniti, lo sappiamo, contro le misure che persino localmente ha preso il Presidente Obama a favore dei poveri.
 
Gli hanno bloccato i programmi a favore della salute negli stessi Stati Uniti. Lo hanno bloccato sul tema dell’immigrazione, chi? Chi domina il Congresso. E allora, quanto tempo passerà perché si concretizzi la sospensione del blocco? Dio voglia che il Presidente Obama riesca a persuadere il Congresso, affinché il blocco si tolga prima che il Presidente Obama lasci la Presidenza degli Stati Uniti. Dio voglia!
 
E nell’immediato cosa speriamo? Speriamo che gli Stati Uniti siano realmente coerenti con quanto ha oggi manifestato il Presidente Obama, anche quando ha detto che il tema della sicurezza non esiste in relazione al Venezuela. Lo ha detto.
 
Adesso deve dimostrarlo con fatti, con gesti, con atti. Come dicono loro: abbiamo bisogno di gesti. Bene, anche noi abbiamo bisogno di gesti da parte loro. Perché solo loro hanno diritto ad esigere gesti da parte nostra? Noi siamo obbligati ad esigere gesti da parte loro; perché ci preoccupano a tutt@. Creano una situazione di insicurezza in tutta la regione, quando invece dovremmo star affrontando quei temi che menzionavo… i temi riguardanti la crescita dell’economia; il tema
del gas che ieri ha affrontato lo stesso Presidente Obama.
 
Perché si sta parlando del gas, ve lo voglio dire, fratell@ Latinoamerican@ e Caraibic@; si sta parlando allegramente del gas e in Nicaragua siamo preoccupati sul tema del gas. Perché? Perché il tema del gas, così come si sta prefigurando, viene a scontrarsi con quella che è stata la cultura a favore dell’ambiente che si è andata favorendo a livello globale: l’energia rinnovabile. Il gas non è rinnovabile.
 
Per quanto gas possa avere il Canada, per quanto gas possano avere gli Stati Uniti, o altre regioni del mondo, si tratta di risorse limitate, finite; non sono rinnovabili. E in più sono inquinanti… chiaro, non inquinano tanto quanto il carbone, però inquinano. E l’ideale, per poter avanzare in quelle che sono le scommesse dell’agenda ambientale e del riscaldamento globale, è includere le risorse rinnovabili nella  produzione di energia; quindi, come possiamo fare per gestire ciò?
 
In Nicaragua abbiamo aumentato il ricorso a risorse rinnovabili. Ricordo che il Presidente Chavez ci diceva: lavorate sulle risorse rinnovabili, su progetti rinnovabili. Ci consigliava. E noi siamo avanzati in questa direzione; più del 60% dell’energia in Nicaragua si genera da fonti rinnovabili.
 
E in questo momento c’è stata una valanga di investitori disposti a finanziare più progetti rinnovabili. Abbiamo dovuto trattenerli. Perché? Perché le tariffe non ripagano il costo della produzione di energia da fonti rinnovabili; in questo momento con la caduta del costo del petrolio si mettono a rischio i progetti basati sulle fonti rinnovabili. Con la caduta del prezzo del petrolio è più conveniente generare energia con petrolio bunker fuel, come lo chiamano; è molto più conveniente che farlo da fonti rinnovabili. E’ più costoso con queste.
 
E allora, si tratta di situazioni complesse perché tutti vogliamo energia a basso prezzo. Si, desideriamo energia economica. Bene, esiste la possibilità di sviluppare dotti e gasdotti dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Messico, verso il Centroamerica, magnifico! Però, come si può equilibrare ciò, e chi investe, o chi sovvenziona l’energia da fonti rinnovabili? Perché in queste condizioni bisognerebbe sovvenzionare l’energia da fonti rinnovabili.  
 
Proprio ora in Nicaragua stiamo sovvenzionando l’energia da fonti rinnovabili. Perché? Perché abbiamo un’offerta di energia da fonti non rinnovabili, e abbiamo un’offerta di energia da fonti rinnovabili che era più conveniente, e cosa reclamano gli impresari, cosa reclamano gli investitori? Vogliamo energia economica, dicono. Lo sapete voi stessi, la prima cosa che chiedono nei vostri paesi è energia a basso prezzo.
 
E che cosa ci dicono? L’energia più cara in Centroamerica è quella in Nicaragua. Però il fatto è che noi ci siamo impegnati con l’energia da fonti rinnovabili, e tale energia è cara. Chiaramente, coi prezzi che aveva il petrolio tempo fa, era più conveniente; però adesso l’energia da fonti rinnovabili è più cara.
 
Questo è un aspetto che noi vogliamo portare nei differenti Forum in cui si trattano questi temi, affinché si possa razionalizzare la introduzione del gas per lo meno in quella che è la regione del Centroamerica, dove siamo molto impegnati in questo senso; ci sono altri paesi come il Costa Rica che hanno energia da fonti rinnovabili quasi al 100%. E si pone pertanto questo dilemma. 
 
Sono temi che dovremmo stare qui ad affrontare, però non ci hanno lasciato più opzione. Perché? Perché in questi Vertici, per quanto riguarda i temi di ordine politico, già ci siamo felicitati con Cuba. Semplicemente, saremmo qui a salutare nuovamente la presenza di Cuba, la decisione degli Stati Uniti, e non ci saremmo infilati nel tema del Venezuela.
 
Chi provoca? Gli Stati Uniti. Chi danneggia questo Vertice? Gli Stati Uniti. Perché non c’è una Dichiarazione del Vertice? Gli Stati Uniti. Perché gli Stati Uniti, logicamente, non vanno a sostenere il 3%. Perché il presidente Varela ha dichiarato che il 97% del Documento ha il consenso in tutti gli aspetti economici e sociali che riguardano i temi che sono in agenda. 
 
Però c’è un 3% che non riscuote il consenso: il tema politico. E qual è il cuore del tema politico? Il Decreto. E quindi, con quel Decreto, non hanno fatto altro che eliminare la possibilità di una Risoluzione che avremmo firmato tutti noi contenti, e qui avremmo marciato tutti molto contenti e fiduciosi, logicamente, volendo avere fiducia nella volontà espressa dal Presidente Obama riguardo la politica nordamericana nei confronti dell’America Latina e del Caribe.
 
Ma, come ho detto all’inizio, il dialogo è la unica cosa che ci rimane in questo ambito. Noi sosteniamo lo sforzo che sta facendo il Presidente Santos là in Colombia a favore della pace. E sosteniamo anche l’Argentina in tutti i suoi sforzi affinché quei territori (le Isole Malvinas, ndt) ritornino ai suoi legittimi proprietari, e affinché il territorio di Guantanamo torna anch’esso al suo legittimo proprietario, che è Cuba.
 
Molte grazie, stimata Vicepresidente Isabel Saint Malo. E i nostri saluti vadano al Presidente e al Popolo di Panama.

(VIDEO) Díaz Canel: «Cuba non lascerà il Venezuela solo»

26678-fotografia-gda Telesur

I colloqui con gli Stati Uniti «hanno subito un rallentamento a causa della posizione assunta dal governo Obama nei confronti del Venezuela», ha dichiarato il portavoce cubano

Il primo vicepresidente di Cuba, Miguel Díaz Canel, ha assicurato che il suo paese «non lascerà il Venezuela solo» mentre compie passi avanti verso la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con il governo degli Stati Uniti (USA).

Dopo aver espresso il suo voto alle elezioni di medio termine svolte sull’isola, Díaz Canel ha spiegato che i colloqui in corso con gli Stati Uniti «hanno subito un rallentamento a causa della posizione assunta dal governo Obama nei confronti del Venezuela».

A questo proposito, il portavoce ha aggiunto «non lasceremo il Venezuela solo», per poi ribadire le parole pronunciate dal Presidente Raúl Castro: «la strada da percorrere è ancora molto lunga».

«Sosterremo la causa bolivariana – ha dichiarato il vicepresidente cubano – così come sosterremo qualsiasi altra causa latinoamericana nei negoziati, perché questa non è una mediazione e abbiamo messo in chiaro che vi sono dei principi che non possono essere inseriti in questo negoziato».

Díaz Canel ha precisato che la posizone dell’Isla è stata sempre quella di «mantenere il rispetto bilaterale» e che vi sono dei punti dove è necessario avanzare, evidenziando tematiche come «la rimozione del bloqueo, la restituzione del territorio occupato illegalmente a Guantánamo e l’istituzione di un meccanismo di compensazione per il popolo cubano per i danni causati dal bloqueo».

Inoltre, per quanto riguarda la cancellazione di Cuba dalla lista dei paesi che promuovono il terrorismo, il primo vicepresidente ha espresso tutta la sua soddisfazione, chiarendo però che l’Isla non andava inserita nella lista nera: «Un paese che invia in altre nazioni medici e non soldati, non può essere terrorista».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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