Maduro: «Nel XXI secolo gridiamo Indipendenza per sempre!»

Nicolás-Maduro1da psuv.org.ve

A 205 anni della dichiarazione d’indipendenza, il popolo è saldamente deciso a essere libero per sempre, orgoglioso della patria e di essere latinoamericano, ha sottolineato il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, nel corso di una cerimonia di consegna di alloggi, in quel di Catia, Caracas.

«Il 19 aprile è una data che dice molto, 205 anni fa i padri fondatori della nostra grande patria mossero il primo passo, con lo stesso grido di battaglia: indipendenza o niente, e oggi nel XXI secolo: indipendenza per sempre. Indipendenti, degni, sovrani, orgogliosi della nostra cultura, della nostra nazionalità, della nostra identità, dell’amore che proviamo per quello che siamo, americani del sud», ha sottolineato il presidente, in una trasmissione dell’emittente Venezolana de Televisión.

Il Capo dello Stato ha poi ricordato di aver giurato come Presidente della Repubblica esattamente due anni fa, quando si è solennemente impegnato a difendere l’indipendenza, la Costituzione e il popolo.

«Posso dire oggi, due anni dopo: ho compiuto il mio giuramento, ma tuttavia c’è ancora molto da fare. Nessuno ci ha fermato e posso anche dire che abbiamo raccolto l’eredità del Comandante Chávez, che a sua volta aveva raccolto quella del Libertador Simón Bolívar».

Il Presidente ha infine sottolineato il coraggio e la forza del popolo venezuelano, uscito vittorioso dallo scontro con settori della destra nazionale, il cui obiettivo era quello di far deragliare la Rivoluzione Bolivariana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Israele, Arabia Saudita, USA, Iran e la nuova congiuntura politica

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di Achille Lollo, da Roma, per il Correio da Cidadania, 10 Aprile 2015  

Nel giorno in cui, a Losanna, il Segretario di Stato degli U.S.A. John Kerry si incontrava con il Ministro degli Affari Esteri iraniano, Mohammed Javad Zari, per definire i punti dell’accordo sulle limitazioni delle attività dei centri di ricerca nucleare iraniana e, quindi, per impostare i termini per il riesame graduale delle sanzioni economiche, l’Arabia Saudita, con il sostegno politico dell’Egitto, del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti, della Giordania e del Sudan, e il supporto logistico della Gran Bretagna, della Francia e della Turchia, ha trasferito 12.000 soldati lungo il confine con lo Yemen, mentre i suoi cacciabombardieri hanno attaccato ripetutamente la capitale Sana’a e altre città controllata dai ribelli Houthi.

Dopo una settimana, il 1 aprile, il presidente yemenita Abd Rabbo Mansur fuggiva in Arabia Saudita, mentre le milizie Houthi finivano di conquistare la città portuale strategica di Aden, nel sud. Eppure, l’aviazione dell’Arabia Saudita ha intensificato “il bombardamento a tappeto” usando piloti egiziani, pakistani e giordani, che si sono alternati con i sauditi nella guida dei sofisticati F-15 e F-16 della Forza Aerea Saudita, monitorati da ufficiali della US Air Force (statunitense), di stanza nelle basi aeree di Woomern, Dhahra, Taif e Ryiad. Da parte loro, i piani di volo sono stati preparati nella base segreta che la CIA ha creato in Arabia Saudita nel 2011, per guidare le missioni degli aerei telecomandati detti “droni”, contro i campi di AlQaeda della penisola arabica (AQAP).

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), i bombardamenti della prima settimana hanno provocato la morte di 361 persone e il ferimento grave di altre 1.345. Tuttavia, il 7 aprile, i morti già erano più di 600, mentre 2.200 persone sono state ricoverate in ospedali con gravi ferite. A causa dei continui attacchi aerei, il personale dell’OCHA stimava il numero di rifugiati in una decina di migliaia di persone.

Immediatamente, il New York Times, la CNN, Al-Jazeera TV e il quotidiano Al Sharq al Awsat, (pubblicato a Londra), interagendo con le “eccellenze dell’intelligenza” della Casa Bianca e della Casa Reale saudita, sono riusciti a guidare il 90% della stampa mondiale, creando la favola dell’”intervento armato dell’Arabia Saudita, per tenere fuori l’Iran dallo strategico Yemen e quindi difendere la libertà di movimento nel Mar Rosso, in particolare del petrolio destinato ai paesi dell’Unione Europea.

Una favola, che è, in realtà, il coronamento di una serie di azioni politiche e militari che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, e soprattutto Israele hanno praticato negli ultimi trenta anni, per realizzare i loro progetti strategici e tenere sotto diretto controllo la situazione politica del Medio Oriente. Tuttavia, questa situazione, nel corso degli ultimi quattro anni, ha subito numerosi cambiamenti – alcuni traumatici da un punto di vista umanitario e anche istituzionale – tanto che oggi nel Medio Oriente abbiamo:

1) una guerra confessionale, promossa dall’ISIS (Stato islamico) in Iraq e in Siria;

2) una guerra tribale in Libia, dove l’Arabia Saudita finanzia l’Egitto per difendere il governo di Tobruk, mentre la Turchia e il Qatar finanziano il governo islamico di Tripoli e le milizie jihadiste;

3) una guerra fondamentalista in Mali e in Nigeria;

4) una guerra di aggressione in Siria promossa e alimentata dalla Turchia, dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dalla NATO;

5) una “guerra di liberazione” in Afghanistan, promossa dai talebani contro la presenza delle truppe americane e della NATO;

6) una guerra a bassa intensità nel Bahrain, con un perenne stato di assedio non dichiarato, in cui l’opposizione sciita chiede riforme istituzionali ed economiche, nei confronti di un governo monarchico che sopravvive grazie alla “copertura” dell’intelligentia saudita;

7) una guerra di liberazione nella regione curda della Turchia, organizzata dal PKK, che propone anche la formazione di una confederazione di Stati curdi, formata con pezzi di territorio della Turchia, della Siria, dell’Iraq e dell’Iran;

8) una guerra di liberazione in Palestina e a Gaza, fortemente repressa da Israele con l’appoggio degli Stati Uniti e della NATO, in modo da evitare la creazione dello Stato palestinese;

9) una ribellione diffusa in Yemen, dove il movimento ribelle degli Houthi (che rappresenta il 40% della popolazione di religione sciita) ha rovesciato il corrotto presidente Abd Rabbo Mansur Had, sostenuto dall’Arabia Saudita e, per motivi religiosi, riconosciuto dalla maggioranza sunnita;

10) una guerra di polizia in Egitto (finanziata dall’Arabia Saudita), dove l’esercito, dopo il colpo di stato contro il presidente Morsi, perseguita spietatamente i membri della Fratellanza Musulmana e delle sette salafite.

È basandosi su questo scenario che il presidente degli U.S.A. Barack Obama ha autorizzato l’apertura di negoziati con l’Iran, a Losanna in Svizzera, per definire la trasformazione dei centri di ricerca nucleare militare iraniana in centrali nucleari ad uso civile, ma sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Accordo che i tecnici degli U.S.A. e dell’Iran, sotto la supervisione di membri della Russia, della Cina e della Gran Bretagna, della Francia e della Germania rappresentanti l’Unione Europea, dovranno portare a termine nel mese di giugno. Dopo, l’accordo sarà ratificato a Washington e a Teheran, per diventare operativo nel 2016. Quando anche le sanzioni economiche cominceranno a essere abolite.

Dopo 12 anni di inutili tentativi, l’accordo finalmente firmato a Losanna, ha fatto esplodere le contraddizioni, politiche e geo-strategiche, che la diplomazia e l’opportunismo politico degli Stati Uniti, di Israele, dell’Arabia Saudita e della Turchia erano riusciti a tenere nascoste e rimosse con il beneplacito dei “media mainstream“.

L’azione pragmatica degli U.S.A.

Prima di entrare nei dettagli dell’accordo e delle questioni congiunturali del Medio Oriente, è necessario prendere in considerazione un nuovo elemento: lo sfruttamento massiccio dei depositi di scisto bituminoso negli Stati Uniti, con la tecnica del fracking, che pur distruggendo l’ambiente di intere regioni, garantirà agli U.S.A. l’auto-sufficienza energetica, permettendo loro in tal modo di liberarsi dalla dipendenza dalle forniture di petrolio e di gas dell’Arabia Saudita e di altri produttori del Medio Oriente.

Tuttavia, il lavoro di ricerca e l’estrazione di shale gas e shale-oil sono economicamente vantaggiosi solo quando i prezzi dell’Arabian-light, dell’Iran-light e del Brent Oil fluttuano sui mercati tra i 90 e i 120 dollari al barile.

Pertanto, è necessario ricordare che la prospettiva dell’autosufficenza energetica degli U.S.A. è svanita con la caduta del prezzo del barile di petrolio, che è sceso fino ai 50 dollari. Un avvenimento che, secondo Thomas Friedman, l’editorialista Premio Pulitzer del New York Times, “ha molto a che vedere con l’Arabia Saudita, le cui banche sarebbero dietro le operazioni di ribasso del prezzo del barile e del gas nel mercato, con lo scopo di provocare una crisi finanziaria in Russia, responsabile per l’irriducibile resistenza del presidente Bašhār al-Assad in Siria, dopo quattro anni di sanguinosa guerra civile e della crescita dell’influenza politica dell’Iran in Medio Oriente”.

Il celebre editorialista del NYT non ha precisato che l’eminenza bianca di questo gioco al ribasso, che ha quasi distrutto l’economia del Venezuela, è il potente ministro degli Interni dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Nayef, nominato lo scorso mese di febbraio vice-principe ereditario, cioè secondo nella linea di successione al trono del re Salman. Anche i “media mainstream” non dicono che i prezzi del barile sono scesi subito dopo che Barack Obama ha rifiutato l’appello del potente principe Mohammed bin Nayef a invadere la Siria e, così, ad abbattere definitivamente il regime del presidente Bašhār.

Questo fatto ha stimolato le eccellenze della Casa Bianca e lo stesso Barack Obama ad avanzare nella complessa congiuntura del Medio Oriente, utilizzando sempre più le arme del pragmatismo geo-politico, al posto dei rigidi concetti delle alleanze strategiche con Israele e con l’Arabia Saudita. Un pragmatismo necessario, anche, a cancellare l’illogica e a volte inconcepibile capricciosità di Hillary Clinton, come anche l’intervenzionismo di George W. Bush.

È stato in questo contesto che il Secretario di Stato degli U.S.A., John Kerry, ha appoggiato la rivendicazione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen (originariamente Mahmud Abbas), provocando una dura reazione in Israele. In secondo luogo, la Casa Bianca ha autorizzato i generali del Pentagono a predisporre il rafforzamento dei Pasdaran (guerriglieri) del Curdistan, la rapida riorganizzazione dell’esercito iracheno e la formazione di un corpo di intervento aero-tattico per iniziare a bombardare le posizioni dell’ISIS in Iraq e in Siria.

Al di là di questo, è stato dato un beneplacito ufficioso a che il generale iraniano Qassim Suleimani si piazzasse nella regione di Tirkut, con un importante distaccamento di truppe speciali della Guardia Rivoluzionaria, per spezzare la resistenza degli uomini dell’ISIS. Anche questo fatto ha provocato dure reazioni a Ryad, soprattutto da parte del principe Mohammed bin Nayef, ministro degli Interni, secondo il quale, “in questo modo, l’Iran aumenterà la sua sfera di influenza in Medio Oriente”.

In seguito, gli U.S.A. si sono allontanati definitivamente dal caos della Libia, vietando qualsiasi intervento da parte dei paesi della NATO. Un atteggiamento che ha fatto infuriare il ministro degli Interni dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Nayef, visto che il re Salman aveva, finalmente, ufficializzato l’aiuto finanziario per la sopravvivenza del governo di Abdullah al-Thani, rifugiato a Tobruk, insieme con l’intervento dell’esercito egiziano e il sostegno delle operazioni delle milizie dell’ex-generale Khalifa Haftar nella regione di Benghazi.

In seguito e senza chiedere l’opinione dei governanti dell’Arabia Saudita, di Israele e della Turchia, la Casa Bianca ha riconosciuto che per sconfiggere definitivamente l’ISIS bisognava estendere il raggio d’azione dei caccia-bombardieri F-15 e F-16 al centro e al nord della Siria. Questo fatto ha riabilitato la collaborazione tattica con l’esercito di Bashar al-Assad, nonostante la necessità di bombardare gli accampamenti della maggioranza delle bande dei ribelli siri, che avevano disertato dall’ELS (financiato dal 2012 dalla CIA) per aderire all’ISIS.

In questo contesto, anche i combattenti sciiti dell’Hezbollah libanese (Partito di Dio), impegnati a contenere l’avanzamento dell’ISIS in direzione del Libano, come anche il generale iraniano Qassim Suleimani, sono stati momentaneamente ritirati dalla lista dei gruppi terroristi ricercati dall’ONU. Per questo, il leader della destra sionista Benjamin Netanyahu ha criticato duramente il presidente Barack Obama che, in risposta, il giorno 17 marzo, si è rifiutato di incontrarlo a Washington.

L’esplosione di rabbia del sionista Benjamin Netanyahu e del saudita Mohammed bin Nayef, di fronte ai microfoni dei giornalisti in seguito alla firma dell’accordo di Losanna, ha stimulato ancora di più lo spettacolo mediatico, dal quale Barack Obama è uscito vincente, recitando il ruolo del buon pacifista, mentre Netanyahu, il suo ministro della Difesa, Moshe Yaa/lon, e l’ex-direttore dell’IDI (Israeli Defense Intelligence), il Maggior-Generale Amos Yadin, sono rimasti discreditati per avere minacciato di bombardare i centri di ricerca nucleare iraniani. Non soddisfatto, Yadin ha rivelato che Israele aveva pianificato l’attacco all’Iran nel 2005 e, adesso, lo stesso (piano) si è guadagnato l’appoggio dell’Arabia Saudita, che ha autorizzato l’uso di uno speciale corridoio aereo per permettere agli aerei israeliani di sopravvolare il territorio saudita e attaccare l’Iran.

Ma la rabbia mediatica di Netanyahu è rientrata, quando il presidente Barack Obama ha dichiarato: “Gli Stati Uniti sempre difenderanno Israele e le sanzioni economiche contro l’Iran saranno ritirate solamente quando i responsabili dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica confermeranno che l’Iran ha implementato tutto il processo di desmilitarizzazione dei suoi centri di ricerca nucleare, secondo quanto stabilito a Losanna”. Dichiarazioni che hanno fatto rientrare il discontento del leader sionista Benjamin Netanyahu, ma hanno fatto infuriare ancora di più il potente principe Mohammed bin Nayef.

I prossimi tre mesi saranno determinanti per il destino politico del presidente Barack Obama e, soprattutto, per il futuro del Partito Democratico, che pretende di candidare Hillary Clinton alle elezioni presidenziali del 2016. Per questo, la firma dell’Accordo Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) con l’Unione Europea, la continuazione delle negoziazioni per la definizione dell’Accordo Transpacifico per il Commercio e gli Investimenti (TPIP) con i paesi asiatici (escludendo la Cina, il Vietnam, la Corea e e l’India), la chiusura dell’Accordo Generale sui Servizi Pubblici (TISA), la campagna per la sconfitta dell’ISIS in Iraq e in Siria, come anche la ratifica dell’ Accordo con l’Iran, saranno gli elementi politici fondamentali dell’attività politica di Barack Obama nel suo ultimo semestre alla Casa Bianca, quando, per legge, non potrà più presentare decreti o prendere iniziative senza l’approvazione del Congresso.

In relazione al Trattato con l’Iran, bisogna dire che le “eccellenze” della Casa Bianca, questa volta, hanno optato per affidarsi totalmente agli studi strategici forniti dagli analisti del Pentagono, senza, per questo, consultare i governi di Israele e dell’Arabia Saudita. In pratica, per i generali statunitensi, in questo momento, il nemico principale non è più l’Iran o la Siria, ma, sì, l’ISIS. È stato in quest’ ottica che il Pentagono ha anteposto tre condizioni per poter annientare i battaglioni di Al-Bagdabi:

1) nella retroguardia irachena e siriana, i movimenti e i partiti sciiti e curdi devono accettare il ruolo della Coalizione anti-ISIS guidata dagli U.S.A., come anche la funzione del sostegno aereo e organizzativo degli Stati Uniti all’esercito iracheno (sciita) e al curdo;

2) il governo dell’Iran parteciperà alla campagna contro l’ISIS, inviando “volontari” nella regione di Tirkut, al fianco delle unità dell’esercito regolare dell’Iraq;

3) i combattenti sciiti dell’Hezbollah libanese (alleati dell’Iran) dovranno difendere la frontiera sirio-libanese, insieme ai battaglioni del presidente siriano Bašhār al-Assad.

Oltre a ciò, gli analisti della CIA hanno presentato vari rapporti sull’opportunità di promuovere, già all’inizio del 2015, la negoziazione con l’Iran, per i seguenti motivi:

  1. a) se gli sforzi diplomatici degli U.S.A. e dell’Unione Europea non riescono a congelare i progetti nucleari iraniani, nei prossimi cinque anni l’Iran sarà in condizioni di costruire piccole bombe atomiche;
  2. b) se, durante il governo del moderato Hassan Rouhani – che è stato eletto il 4 giugno 2013 con appena il 52,7% -, le relazioni con gli U.S.A. e l’Occidente non si normalizzassero, nel 2018 i conservatori rieleggeranno alla presidenza Mahmud Ahmadinejad e, con lui, l’Iran potrà avere la bomba atomica, creando una situazione difficilissima per Israele, la Turchia e l’Arabia Saudita;
  3. c) la borghesia iraniana, che ha votato in massa per Rouhani, spera che l’accordo con l’Occidente sulla riconversione dei progetti nucleari possa finalmente liberare i fondi iraniani bloccati nelle banche europee e statunitensi, oltre a poter ritornare ad esercitare in Iran un importante ruolo politico e economico;
  4. d) il governo iraniano ha bisogno di un accordo con gli U.S.A. e l’Unione Europea per tornare a sfruttare tutte le sue riserve di gas e di petrolio, che attualmente hanno ridotto la sua produzione a quasi il 65%, a causa delle sanzioni economiche.

Il risultato delle negoziazioni di Losanna ha dato ragione a Obama, che ha conquistato la fiducia (e il voto) dell’influente elettorato degli Ebrei liberali statunitensi, riuscendo a dividere il fronte dei conservatori repubblicani, dal momento che il prossimo presidente degli U.S.A. dovrà sciogliere tra il mantenimento del trattato, o correre il rischio dell’esplosione di una guerra nucleare tra Israele e l’Iran, a partire dal 2018.

Il blábláblá elettorale, ahimè efficace, di “Bibi”

Il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, notoriamente soprannominato “Bibi”, dopo la quarta vittoria elettorale a capo del partito della destra sionista, il Likud, può essere considerato il principale rinnovatore delle campagne elettorali israeliane che, dal 1996, sono diventate più statunitensi nello stile coreografico, nella gestione finanziaria e, soprattutto, in termini di contenuti politici. In pratica, con “Bibi” il sionismo è diventato proiezione politica e istituzionale del popolo giudeo in Medio Oriente. Conseguentemente, la storica logica teocratica dei sionisti, “il popolo ebreo è un popolo eletto da Dio”, è stata trasformata in una specifica missione geo-politica, secondo la quale “lo Stato di Israele deve essere assolutamente forte, per imporre al mondo il fatto di essere il popolo eletto da Dio”.

Questo spiega, chiaramente, perché l’Esercito di Israele sa che può massacrare liberamente i Palestinesi a Gaza e segregarli in Cisgiordania, visto che al Ministero della Difesa, ma anche negli accoglienti condomini giudaici costruiti nelle terre espropriate illegalmente ai Palestinesi, tutti sanno che gli U.S.A. e i paesi dell’Unione Europea non permetteranno che “il popolo eletto di Israele” soffra le sanzioni o le indagini del Tribunale Penale Internazionale dell’Haja.

Per questo, dal 2002, il Mossad e l’IDI (Intelligence Militare) si riservano la possibilità di realizzare un bombardamento selettivo in Iran, per distruggere tutti i centri di ricerca del progetto nucleare (Natanz, Isfahan, Kom e Fordo) e le centrali di Bushehr e Arak. Del resto, qualcosa di simile già era successo con l’Iraq, quando governava Saddam Hussein.

“Bombardamenti selettivi preventivi” che sono tornati a essere attuali subito dopo i primi contatti del Segretario di Stato degli U.S.A., John Kerry, con il ministro degli Affari Esteri dell’Iran, Mohammed Javad Zari. Allo stesso tempo, il primo ministro sionista, Benjamin Netanyahu, autorizzava il Mossad a contattare il principe saudita Mohammed bin Nayef, per stipulare con l’Arabia un’alleanza segreta allo scopo di permettere all’aviazione sionista e ai missili Jerico I e Jerico II di sorvolare tranquillamente lo spazio aereo saudita, e così permettere agli F-15 e F-16 israeliani di realizzare le operazioni di bombardamento in Iran senza dover effettuare un prolungato rifornimento in aria.

In questo clima di allarmismo mediatico, l’Huffington Post ha riutilizzato lo scoop che il sito Ynet, del giornale israeliano Yedioth Ahronot, ha pubblicato nel 2012, rivelando i dettagli di un possibile attacco aereo all’Iran. Per questo, molti commentatori hanno parlato di “un concreto raffreddamento delle relazioni tra Israele e gli U.S.A. nel 2015”. Ed è stato in questo clima che i media mainstream hanno raccontato molte favole, arrivando persino a inventare una rottura tra Israele e gli U.S.A., a causa del Trattato con l’Iran.

Favole che sono state smentite, quando gli U.S.A. hanno garantito al governo israeliano l’ incolumità di sempre e il proseguimento dell’accordo per la fornitura annuale di 3,7 miliardi di dollari in attrezzature per l’esercito sionista. Un contesto che l’animale politico chiamato “Bibi” ha sfruttato saggiamente nella campagna elettorale, giocando la carta del preteso tradimento e abbandono da parte dell’Occidente, per poi giurare di fronte ai giornalisti che, una volta reeletto, “impedirà la farsa dell’ Iran”, oltre a promettere “la costruzione di sempre più pilastri giudaici nelle terre palestinesi”, sottolineando che “mai accetterà la proclamazione di uno Stato Palestinese”. Parole che hanno fato sbavare gli “eletti di Dio”, che sono tornati a sognare il Grande Israele, come ai tempi di Sharon e dei suoi carri armati a Beirut.

In realtà, l’obiettivo principale del blablablá arrabbiato di Benjamin Netanyahu non era Barack Obama o la Casa Bianca, ma gli elettori sionisti di Israele. Una massa amorfa che ha bisogno di rimanere molto impressionata, per motivare la sua opzione elettorale. Praticamente, è quello che “Bibi” ha fatto in queste ultime elezioni, dimostrando che gli U.S.A. e Israele sono come il gatto e la volpe nel romanzo di Pinocchio.

Il potente principe Mohammed bin Nayef

In Arabia Saudita, la politica internazionale, la lotta anti-terrorismo e le esportazioni di idrocarburi sono gli elementi chiave del lavoro del Ministro degli Interni, il potente principe Mohammed bin Nayef, da febbraio anche nominato vice-principe ereditario del re Salman. Pertanto, è lui che decide la direzione politica dell’Arabia Saudita, e non i 600 principi della corte.

Nonostante abbia ricevuto una formazione occidentale nell’università Lewis & Clark di Portland, nello stato dell’Oregon (U.S.A.), il principe Mohammed bin Nayef non si è azzardato a volere modernizzare il fondamentalismo del wahabismo, in funzione del quale la casa reale saudita pretende di continuare a essere la “guida spirituale” di tutti i sunniti del Medio Oriente.

Del resto, è sulla base di questa concezione politica e teocratica che il principe Mohammed bin Nayef sta tentando di imporre la supremazia geo-strategica dell’Arabia Saudita in Medio Oriente, intervenendo, direttamente o indirettamente, in sette paesi: 1) nella guerra civile della Siria; 2) promuovendo il colpo di Stato in Egitto; 3) esigendo la repressione della Fratellanza Mussulmana nei paesi del Magreb e della Penisola Araba; 4) intervenendo nella guerra tribale della Libia; 5) pianificando la destabilizzazione del Libano; 6) invadendo lo Yemen per impedire ai ribelli sciiti Houthi di consolidarsi al potere a Sana’a e ad Aden; 7) moltiplicando gli artifici diplomatici per minimizzare l’influenza politica dei governi sciiti dell’Iran nel Medio Oriente.

È necessario dire che la logica fondamentalista del wahabismo ha fatto sì che la monarchia saudita rifiutasse i programmi e le manifestazioni della gioventù a favore delle riforme politiche e socio-economiche nei paesi arabi e contro le quali il re Salman e, soprattutto, il principe Mohammed bin Nayef hanno deciso di ingaggiare una guerra infinita fino alle ultime conseguenze.

Il moderato Hassan Rouhani e la direzione della borghesia iraniana

Per gli omosessuali, l’Iran è uno Stato fascista e omofobico, siccome reprime gravemente la comunità gay, ma, per gli analisti politici liberali, la nazione persiana è uno Stato dove il fondamentalismo sciita si è modernizzato per convivere con una borghesia occidentalizzata, ma anche nazionalista. Questo connubio ha fatto sì che gli ayatollah continuassero a esercitare un ruolo di stretto controllo su questa borghesia, riconoscendogli, pertanto, un importante ruolo dirigente nello sviluppo economico della società iraniana.

In pratica, negli ultimi venti anni, l’equilibrio tra le aspirazioni della borghesia e il controllo politico degli ayatollah ha garantito un’effettiva stabilità politica, che ha permesso ai governanti iraniani di modellare un tipo di sviluppo nazionalista per la società iraniana. Così, essa è stata capace di resistere e adattarsi alle restrizioni economiche e finanziarie imposte dagli U.S.A. e dall’Unione Europea.

Per questo, l’accordo con gli U.S.A. presenta letture differenti:

1) la borghesia liberale crede che, dopo l’accordo, tornerà a gestire il flusso di investimenti delle transnazionali, parte interessatissima a riattivare l’import-export con l’Iran, che è una nazione con 80 milioni di consumatori;

2) la nuova borghesia, che si è formata e si è arricchita creando alternative alle sanzioni, è inquieta e ha paura di perdere le prerogative e i privilegi che i governi degli ayatollah gli hanno concesso;

3) i conservatori più intellettualizzati hanno il sospetto che l’apertura economica e il ritorno delle trasnazionali occidentali potrà indebolire i valori della Rivoluzione komeneista;

4) i settori popolari sperano che con questo accordo il governo possa finalmente riaprire le fabbriche, investire nelle riforme infra-strutturali e, conseguentemente, elevare il livello di vita dei contadini, del proletariato e di una massa enorme di lavoratori disoccupati.

Bisogna dire che quasi tutte le trasnazionali europee, soprattutto le tedesche e le francesi, anche con gli effetti delle sanzioni economiche, hanno mantenuto in Iran tutte le loro filiali. Da parte sua, le banche europee e statunitensi sperano la fine delle sanzioni per potere lucrare con la movimentazione dei 155 miliardi di dollari iraniani, attualmente congelati per effetto delle sanzioni. Al di là di ciò, il mercato crede che, con il ritorno dell’Iran alla produzione di 4 milioni di barili di petrolio al giorno, e di una quantità immensa di gas, i prezzi degli stessi raggiungeranno una stabilità definitiva, dal momento che il volume del potenziale produttivo dell’Iran sarà l’antidoto contro i capricci delle monarchie dell’Arabia Saudita, del Qatar e del Kuwait.

Il processo di riconversione dei centri di ricerca nucleari militarizzati è stato uno degli elementi centrali del programma elettorale di Hassan Rouhani, che ha vinto le elezioni per un millimetrico 2,70%. Tuttavia, è bene sottolineare, che questa proposta non è stata una strategia del marketing elettorale. Al contrario, con questo accordo, l’Iran potrà, finalmente, avere la sua industria nucleare civile, con la quale produrrà energia elettrica per muovere il suo parco industriale, alimenterà la domanda dei centri urbani, oltre a sviluppare l’elettrificazione rurale. D’altro canto, garantirà allo Stato iraniano un duplice risparmio, non dovendo più investire nel processo di arricchimento clandestino del plutonio e dell’uranio e, anche, risparmiare il petrolio e il gas che oggi sono destinati alle centrali termo-elettriche.

In questo contesto, la presenza del generale Qassim Suleimani e delle truppe speciali della Guardia Rivoluzionaria nella regione di Tirkut sono state una “giocata da maestro” del presidente Hassan Rouhani, perché sarà con questo tipo di soldati, professionalizzati e motivati dal punto di vista religioso, che la coalizione anti-ISIS guidata dall’Iraq e dagli U.S.A. potrà finirla una buona volta con gli battaglioni jihadiisti di Al-Bagdahad. Infatti, non è stato casuale che nelle ultime settimane, dopo l’arrivo dei “volontari” iraniani, i combattenti jihadisti dell’ISIS sono stati espulsi dalla città di Tirkut, dopo violenti combattimenti dove… non ci sono stati prigionieri!

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, editorialista del Correio da Cidadania e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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