Zyuganov sull’Ucraina: «Pesanti conseguenze per l’Europa»

zyuganov-gennady-824.ndi Ghennady Zyuganov | da kprf.ru

Ghennady Zyuganov, leader del Partito Comunista della Federazione Russa, commenta l’ondata di omicidi politici che sta travolgendo l’Ucraina

Non passa giorno che nella rassegna delle notizie non ci sia segnalazione di atrocità commesse contro oppositori politici da parte dell’autoproclamato potere di Kiev. Ieri all’ingresso di casa sua è stato ucciso l’organizzatore dell’Antimajdan Oleg Kalashnikov. Oggi è stato assassinato a colpi di arma da fuoco anche l’attivista Oles Busina, noto per il suo atteggiamento critico nei confronti della leadership ucraina. In ragione del deterioramento della situazione socio-economica le autorità marrone-arancio continuano a ripulire il campo politico da coloro che possano offrire un’alternativa  al disastroso corso della giunta filo-americana.

Nello stesso tempo, con questo regime Poroshenko continua a distruggere ciò che rimane dei diritti e delle libertà democratici in Ucraina. Oggi a Odessa è stata brutalmente sciolta una manifestazione pacifica per la fine dell’operazione punitiva nel Donbass e per l’attribuzione dell’autonomia economica alla regione (status di “porto franco”). Sono state arrestate 53 persone solo perché hanno osato innalzare nella manifestazione le bandiere rosse nell’Ucraina degli eredi di Bandera.

Ancora peggio si presenta la situazione della libertà di parola. Per la prima volta nella sua storia, l’Ucraina è diventata il paese più pericoloso al mondo per i rappresentanti dei media: l’anno scorso il numero di giornalisti uccisi è aumentato di quattro volte. Spesso i collaboratori dei mezzi di  informazione di massa sono vittime non accidentali della guerra civile che continua nel Donbass, e un bersaglio per coloro che mentre dichiarano continuamente il loro attaccamento ai valori europei, continuano a trasformare il paese in una nuova Somalia.

In realtà, il passaggio definitivo dell’Ucraina dal campo del diritti alla “legge della giungla” non solo è sostenuto dalla stragrande maggioranza dei politicanti ucraini e dalla comunità degli esperti in ambito giornalistico, ma anche dai funzionari dell’Unione Europea, che continuano a elogiare i progressi del paese sulla strada della democrazia. Si constata con preoccupazione che gli europei non hanno imparato nulla dalla nostra storia comune. Dovremmo invece sapere tutti bene in che modo sono finiti gli esperimenti con la feccia nazista: nella fossa, che così diligentemente agli ordini dei loro protettori di oltreoceano stanno scavando per la Russia, inevitabilmente cadrà tutta l’Europa, mentre gli USA, standosene ai margini, si fregheranno nuovamente le mani, facendo i calcoli sui profitti ricavati dalla nuova carneficina nel Vecchio Continente.

[Trad. dal russo di Mauro Gemma per Marx21]

Osorio: «L’unità dell’America Latina ha sconfitto il modello unipolare»

resizeda lantidiplomatico.it

di Alessandro Bianchi e Marinella Correggia

Ana Elisa Osorio. Deputata per il Parlatino (Parlamento latinoamericano) ed ex ministro dell’ambiente in Venezuela

– Dopo diverse settimane di lotte e milioni di firme raccolte in tutto il mondo, alla fine Obama si è dovuto arrendere e ha dichiarato come il Venezuela non rappresenti più una “minaccia”. Quanto dovremmo aspettare prima che arrivi anche la deroga del decreto presidenziale?

E’ stata chiaramente una buona notizia l’ammissione di Obama che il Venezuela non rappresenti una minaccia per la loro sicurezza. Ora il presidente americano deve derogare questo decreto che ha portato alla mobilitazione di massa nel mondo con oltre undici milioni di firme raccolte. Lo deve fare non solo per il Venezuela, ma per il processo anti-imperialista in corso nel sud America. La minaccia sta altrove, sta in chi vuole imporre un impero.

 

– Da questo punto di vista, è stata molto significativa la VII Cumbre de las Américas a Panamá che ha ribadito il sostegno del continente al Venezuela. Cosa rappresenta oggi l’America Latina rispetto al modello unipolare neo-liberista che gli Stati Uniti vogliono ad esempio imporre in Europa attraverso il TTIP?

L’incontro di Panama è stato molto importante. Si è avuta la dimostrazione di come l’America Latina sia oggi unita nella diversità, con paesi molto diversi tra loro – alcuni si definiscono socialisti, altri progressisti, altri di destra – ma uniti in un blocco, il Celac, che riproduce in parte il progetto originario di Simón Bolívar, che sognava una grande nazione di Repubblica unita.

A Panama è stato accolto questo messaggio. Un’esigenza nata con Chávez, con Lula, con Fidel, con Kirchner e che si sta materializzando attraverso uno spazio di unità, di integrazione dove la solidarietà e la condivisione vengono prima dei bisogni economici. Il mondo unipolare voluto dagli Stati Uniti, e dall’Europa, su tutto il pianeta, per questo, non esiste già più.


Nel suo progetto politico, Chávez voleva un sistema multipolare per la pace, non solo per la “Nuestra América” ma per tutto il mondo, per il rispetto dei diritti umani, per la lotta alla povertà. Oggi tutto questo non è un’esigenza solo dell’America latina unita, ma anche di Russia e Cina, ad esempio. Si va verso quella multipolarità importante per mantenere l’equilibrio del pianeta e che di fatto segna la sconfitta dell’idea unipolare dell’impero.
– 
– Recentemente alla Camera dei deputati, il Movimento Cinque Stelle ha organizzato un convegno sull’organizzazione solidale e compensativa ALBA-TCP dove ha partecipato anche il Segretario Generale Bernardo Álvarez. E’ giunto il momento di pensare per l’Europa del sud un modello di integrazione similare per non divenire il cortile di casa della Troika?
L’idea di un’Alba mediterranea è meravigliosa. I modelli non sono esportabili di per sé, perché l’ALBA-TCP ha delle caratteristiche tipiche dell’America latina, è stata la nostra seconda indipendenza, che ha raccolto poi un’esigenza comune di Venezuela, Ecuador, Bolivia e altri paesi. Si tratta di un’integrazione solidale in cui il petrolio viene scambiato per cibo, il petrolio viene scambiato per servizi medici ed educazione, etc… E’ una relazione in cui guadagnano tutti i paesi e che va contro le logiche del profitto del capitalismo dove uno domina sull’altro. Noi abbiamo dimostrato che è possibile. Ed è straordinario che di tutto questo si discuta anche in Europa del sud: è un salto qualitativo per l’Europa quello che sta accadendo in Grecia, in Spagna e anche in Italia. E può essere un esempio in un continente dove il modello di integrazione è quello della logica economica tedesca della disuguaglianza e di un paese che domina sugli altri. Simón Bolívar diceva che l’unità è la forza. Anche nell’Europa del sud si deve comprendere come il potere risiede nei popoli, i popoli devono prendere coscienza di questo e assumersi le responsabilità storiche.
– Lei è stata ministro dell’ambiente nel governo Chávez. Ci può spiegare come si combina la cosiddetta visione di “Ecosocialismo” in un paese estrattivo come il Venezuela?
 
Il Venezuela è stato il primo paese di tutta l’America Latina ad istituire negli anni ’70 un ministero dell’ambiente, il terzo paese al mondo a farlo. Con l’annuncio del “Piano della Nazione” da parte di Chávez, il ministero ha fatto un salto qualitativo enorme con l’obiettivo di attuare l’”ecosocialismo”. Partendo dal presupposto che il modello di sviluppo capitalista è predatorio, si scaglia sui più poveri e sta determinando disastri all’ambiente come il cambiamento climatico e il fracking, l’ecosocialismo si compone di diversi aspetti tutti volti al rispetto della Madre terra, come enunciato nelle costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador, e al rispetto della donna. Noi in Venezuela abbiamo vigente un diritto che garantisce alla donna di vivere una vita libera da violenze. Questo non avviene in Spagna o in Italia.
Per costruire la via verso il socialismo, tuttavia, dobbiamo superare la nostra dipendenza dal petrolio e costruire un’economia che sappia diversificare la ricchezza con un’idea di economia che sappia valorizzare le piccole imprese, le imprese sociali, le cooperative contro l’appropriazione del grande capitale, dei monopoli finanziari, proteggendo l’ambiente, le famiglie, la nostra libertà e i nostri diritti.

[Intervista rilasciata a Napoli sabato 11 aprile in occasione del Secondo Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana]

Pc siriano unito: «La Siria è pronta ad una nuova Liberazione»

da an-nour.com

Comunicato del Partito Comunista siriano unito in occasione del 69esimo anniversario dell’Indipendenza della Siria dall’occupazione francese.

Popolo siriano,

Oggi, 17 aprile la Siria celebra la sua liberazione dall’occupazione dell’esercito francese che aveva colonizzato la nostra terra, dopo anni di oppressione.

I siriani hanno pagato un prezzo pesante in passato per ottenere la libertà e l’ indipendenza del loro paese, e ora stanno pagando per tutelare questa indipendenza a fronte della più feroce offensiva terrorista che abbia mai conosciuto l’umanità.
Il nostro popolo ha dovuto affrontare in passato l’occupazione francese, ma la resistenza popolare ha combattuto in ogni città e villaggio mentre gli occupanti per ritorsione alle perdite subite si vendicavano sulla popolazione, sui civili inermi e sulle nostre strutture.

Oggi, i nuovi oppressori sono rappresentati dal terrorismo sostenuto dagli USA e dai suoi alleati, le monarchie Golfo e i turchi criminali che usano gli stessi mezzi brutali di un tempo contro i civili, distruggendo le nostre case, le nostre fabbriche, cercando di demolire i pilastri dello Stato siriano.

Oggi, di fronte alle “rivoluzioni” guidate dall’estero, ci troviamo ad affrontare una nuova guerra di liberazione, ma la Siria non si arrenderà e non declinerà mai al suo ruolo anti colonialista, democratico e progressista nel mondo arabo. La Siria è proiettata verso un futuro attraverso un accordo tra le forze sociali, politiche e religiose.

Siriani,

Il nostro Partito  è orgoglioso del contributo dei comunisti siriani in tutte le battaglie nazionali contro gli occupanti francesi, e nelle battaglie per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali negli anni successivi all’Indipendenza.

Invitiamo tutte le persone e le forze politiche nazionali, a continuare a stare uniti per realizzare una seconda Liberazione e ripulire il nostro paese dal terrorismo e dalla reazione.

Viva la giornata dell’Indipendenza!

La Siria sarà sempre ferma di fronte al terrorismo!

Il nostro popolo lotterà sempre per la sua Indipendenza e Sovranità!

[Trad. dall’arabo per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

La sconfitta dei mercenari a Cuba: Playa Girón

Fidel Castro alla guida delle operazioni militari

Fidel Castro alla guida delle operazioni militari

da mesaredonda.cubadebate.cu

Il piano d’invasione armata fu approvato dal presidente statunitense Dwight D. Eisenhower, che il 17 marzo 1960 dispose il reclutamento di mercenari d’origine cubana, incaricati dello sbarco presso la provincia occidentale di Matanzas.

Secondo i documenti storici, ad ogni mercenario furono offerti 225 dollari al mese, più 50 per il primo figlio e 25 per i restanti. In totale, vennero inizialmente stanziati 4,4 milioni dollari, una cifra che venne poi incrementata.

La CIA istituì 13 campi di addestramento disseminati in Guatemala, Nicaragua, Stati Uniti e presso le basi militari statunitensi in Puerto Rico e nella zona del Canale di Panama.

Dopo le elezioni negli Stati Uniti, il 18 Novembre 1960, la CIA illustrò i dettagli del piano al Presidente eletto John F. Kennedy, che diede la sua approvazione.

Il 15 aprile 1961, mentre il raggruppamento navale mercenario navigava verso Cuba scortato da navi della Marina Militare statunitense, otto bombardieri B-26 recanti le insegne della forza aerea cubana bombardarono due basi dell’aviazione e un aeroporto civile.

In seguito ai funerali delle vittime dell’attacco, fu proclamato il carattere socialista della Rivoluzione e decretato lo stato di allerta da combattimento per il paese.

In questa data, ogni anno, viene celebrato il ‘Día del Miliciano’.

Venne intensificato il sostegno ai gruppi mercenari presenti in Florida, incaricati delle azioni terroristiche contro Cuba e scatenata una forte campagna mediatica il cui obiettivo era quello di giustificare la futura aggressione diretta.

Furono demonizzate quelle misure rivoluzionarie adottate per recare beneficio al popolo, come la riforma agraria che consegnò la terra ai contadini, o la riforma urbana, che liquidava gli sfruttatori del bisogno popolare di alloggi.

Gli Stati Uniti utilizzarono tutto il proprio poderoso apparato propagandistico per convincere il mondo, attraverso notizie false, dell’esistenza di una ribellione interna del popolo cubano e dell’appoggio ad un fantomatico ‘governo in esilio’ composto da politici tradizionali e corrotti.

Lo sbarco a Cuba della Brigata 2506 ebbe inizio il 17 di aprile. Era composta da 500 mila uomini armati, carri armati e artiglieria. Con caratteristiche simili alle unità anfibie d’assalto degli Stati Uniti d’America.

Le Forze cubane erano formate da combattenti dell’Esercito Ribelle e della Polizia Nazionale Rivoluzionaria, ma per la maggior parte si trattava di militanti volontari dotati di poca o addirittura nessuna esperienza di combattimento.

Guidate personalmente dal leader della Rivoluzione, Fidel Castro, le truppe cubane non diedero tregua al nemico e alle 17.30 ora locale del 19 di aprile, l’invasione fu soffocata.

Guarda la fotogallery

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

 

Napoli: Cuba all’Ex Opg “Je so’ Pazzo”

di Geraldina Colotti – il manifesto 

All’ex Opg occu­pato (Napoli, quar­tiere Mater­dei) è visi­bile la mostra «Cuba, que linda es Cuba», di Daniele D’Ari e Luca Sola.

Un’esposizione foto­gra­fica ideata e alle­stita da Gal­le­RiArt, il col­let­tivo che ha accom­pa­gnato la tre giorni di dibat­tito della rete Cara­cas chiAma e curato le mostre sul Vene­zuela della dise­gna­trice Etten Car­vallo (che ha ideato il logo della rete) all’ex Asilo Filan­gieri e alla Mensa occupata.

Alcuni scatti ricor­dano l’invasione della Playa Giron, il 17 aprile del 1961.



Maduro al paese: «Ora approfondiamo la rivoluzione»

Aprile, in Vene­zuela, è il più cru­dele dei mesi, si potrebbe dire para­fra­sando il titolo di un cele­bre noir di Derek Ray­mond. Aprile, però, è anche mese di rimonta e riscossa. E così, i cha­vi­sti, hanno coniato lo slo­gan: «ogni 11 porta il suo 13». Il rife­ri­mento è al colpo di stato inten­tato con­tro l’allora pre­si­dente Hugo Cha­vez, l’11 aprile del 2002. Un golpe a guida Cia che portò al potere il capo della locale Con­fin­du­stria, Pedro Car­mona Estanga: detto «Car­mona il Breve» per­ché la popo­la­zione infu­riata lo lasciò gover­nare solo due giorni, prima di ripor­tare al suo posto il pre­si­dente che aveva eletto. Il 14 aprile di 2 anni fa, dopo la morte di Cha­vez (il 5 marzo), fu lau­reato dalle urne l’attuale capo di stato Nico­las Maduro: con un mar­gine certo, ma scarso sul rap­pre­sen­tante della destra, Hen­ri­que Capri­les. Il giorno dopo, quest’ultimo — reduce da due scon­fitte subite in cin­que mesi, prima con­tro Cha­vez poi con­tro Maduro — chiamò le piazze «a sfo­gare l’incazzatura». Vio­lenze e deva­sta­zioni pro­vo­ca­rono la morte di 9 chavisti.

Per ricor­dare l’aprile della riscossa, le orga­niz­za­zioni popo­lari hanno costruito la ban­diera più lunga della sto­ria del Vene­zuela, 1.200 metri. Dal 10 all’11, si è svolto il VII ver­tice delle Ame­ri­che, che ha visto il Vene­zuela in primo piano. Maduro ha con­se­gnato a Obama 14 milioni di firme, e ha pro­cla­mato il 9 marzo «giorno dell’antimperialismo boli­va­riano». In quella data, il pre­si­dente Usa ha emesso un decreto di san­zioni con­tro Cara­cas, defi­nendo il Vene­zuela «una minac­cia inu­suale e straor­di­na­ria per la sicu­rezza nazio­nale degli Stati uniti». La rac­colta di firme, pro­lun­gata fino alla fine di aprile, ha costi­tuito un forte coa­gulo nella società vene­zue­lana e ha visto anche il con­senso di una parte dell’opposizione. Il 19 sarà la «gior­nata mon­diale della soli­da­rietà con la rivo­lu­zione boli­va­riana». Entrambi gli schie­ra­menti poli­tici — Psuv e suoi alleati, e Mud — si pre­pa­rano alle reci­pro­che pri­ma­rie, in vista delle cru­ciali ele­zioni che si ter­ranno a dicem­bre. La Mesa de la uni­dad demo­cra­tica è attra­ver­sata da forti con­flitti interni e da accuse di bro­gli e ver­ti­ci­smo pro­ve­nienti dalle pro­prie fila, poi­ché ha deciso di blin­dare alcuni col­legi e di non sot­to­porli a votazione.

Maduro, che a Panama ha inta­scato il con­senso di tutti e 33 paesi pre­senti tranne Usa e Canada è tor­nato in patria deciso ad «appro­fon­dire la rivo­lu­zione»: per disin­ne­scare le cri­ti­che delle sue ali più radi­cali che, come Marea socia­li­sta, stanno rac­co­gliendo lo scon­tento da sini­stra. «Il con­flitto in Vene­zuela è un con­flitto per l’egemonia tra la fazione neoliberista-proimperialista (Lopez, Capri­les) e quella social­de­mo­cra­tica (Maduro, Cabello) della classe poli­tica nazio­nale per il con­trollo dei ricavi delle ren­dita petro­li­fera», scrive il poli­to­logo Heinz Die­trich — un tempo vicino a Cha­vez, ora con­si­de­rato un guastatore.

Intanto, con­ti­nua la bat­ta­glia con­tro «la guerra eco­no­mica» e la fuga di capi­tali all’estero e il mer­cato nero del dol­laro. Nono­stante le dif­fi­coltà insorte dopo il crollo dei prezzi del petro­lio, il bilan­cio desti­nato ai pro­getti sociali non è stato toc­cato. I salari e le pen­sioni sono stati aumen­tati, i prezzi riman­gono cal­mie­rati. La Fao ha rico­no­sciuto un’altra volta i risul­tati rag­giunti dal cha­vi­smo nella lotta con­tro la fame, che situano il paese nella fascia più bassa delle sta­ti­sti­che in Ame­rica latina. E ha con­fe­rito a Maduro un nuovo rico­no­sci­mento. Il Vene­zuela — dove il 94% delle per­sone man­gia almeno 3 volte al giorno — è anche il paese con meno disu­gua­glianze sociali del continente.

Ma intanto con­ti­nua l’attacco media­tico e poli­tico delle destre, dall’Europa all’America latina. Una ven­tina di ex pre­si­denti ha fir­mato un docu­mento con­tro Maduro, pre­sen­tato al ver­tice di Panama. Ieri è scop­piata una crisi diplo­ma­tica tra Cara­cas e Madrid. Il governo spa­gnolo ha pre­sen­tato una nota di pro­te­sta for­male con­tro quello vene­zue­lano per le «offese» rivolte da Maduro al pre­mier Mariano Rajoy, defi­nito «raz­zi­sta» e accu­sato di «essere die­tro tutte le mano­vre con­tro il Vene­zuela». Maduro ha rea­gito così dopo che il par­la­mento di Madrid ha appro­vato una mozione per la libe­ra­zione dei gol­pi­sti, arre­stati dopo le vio­lenze dell’opposizione oltran­zi­sta, scop­piate l’anno scorso.

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