Il sindaco Luigi de Magistris: «L’Alba raggiunge Napoli»

ddd84dbc-b907-4445-9644-011902efba23di Geraldina Colotti – il manifesto

15apr2015.- «Dove devo fir­mare?». All’ex Opg occu­pato, il sin­daco di Napoli, Luigi de Magi­stris, si china sulla peti­zione che chiede a Obama di annul­lare il decreto di san­zioni con­tro il Vene­zuela. Il pre­si­dente vene­zue­lano, Nico­las Maduro, ha por­tato al VII ver­tice delle Ame­ri­che 14 milioni di firme, ma la rac­colta con­ti­nua in tutto il mondo fino alla fine di aprile. Poco distante, uno stri­scione raf­fi­gura Vit­to­rio Arri­goni, il coo­pe­rante ucciso in Pale­stina. Dopo l’ex Asilo Filan­gieri e la Mensa occu­pata, l’ex Opg ha ospi­tato la tre giorni di dibat­tito della rete di soli­da­rietà Cara­cas chiAma. Al tavolo, i ragazzi del movi­mento si alter­nano alle rap­pre­sen­tanze diplo­ma­ti­che vene­zue­lane e ai depu­tati, molto lon­tani dal pro­to­collo: «Cha­vez e Boli­var veni­vano chia­mati pazzi, come tutti quelli che vogliono cam­biare il mondo, per que­sto siamo qui», dicono. Seguiamo il sin­daco men­tre visita la mostra «Cuba, que linda es Cuba», di Daniele D’Ari e Luca Sola.

Per­ché, sin­daco, viene in un cen­tro sociale occu­pato e firma a favore del Vene­zuela socia­li­sta?
Con­si­dero molto posi­tivo che ci siano idee poli­ti­che, ener­gie e crea­ti­vità pro­dotte in modo auto­nomo dalle isti­tu­zioni. Stiamo lavo­rando per dare sicu­rezza a que­sta espe­rienza di occu­pa­zione e con­so­li­darne l’autonomia. Ho voluto por­tare il mio saluto ai ragazzi, vedere la mostra e testi­mo­niare la vici­nanza con le espe­rienze di que­sta nuova Ame­rica latina – dove sono stato molte volte – e che sta facendo un per­corso impor­tante, con cui abbiamo molte con­so­nanze ter­ri­to­riali: prin­ci­pal­mente sul piano della demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva, dello svi­luppo di un’economia dal basso, sociale, del recu­pero dei ter­ri­tori, del potere dif­fuso e non ver­ti­ci­stico che implica un cam­bio di rotta anche cul­tu­rale, molto forte. Dal Vene­zuela, e prima ancora da Cuba, arriva la pro­po­sta di un modello eco­no­mico poli­tico sociale alter­na­tivo alla logica del pro­fitto, basato sullo svi­luppo dell’essere umano e non su quello del mer­cato. Dal Vene­zuela e dai paesi dell’Alba, emerge il forte pro­ta­go­ni­smo dei movi­menti popo­lari che hanno lot­tato con­tro la pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi e dei beni comuni e hanno eletto governi in grado di rap­pre­sen­tarli. Un esem­pio per le nostre bat­ta­glie a difesa dei ser­vizi pub­blici e del bene comune. La mag­gio­ranza dei sin­daci ha pri­va­tiz­zato tutto, noi abbiamo fatto l’operazione inversa, nono­stante la crisi e pur in pre­senza di grandi dif­fi­coltà per quel che riguarda l’acqua, i rifiuti, il recu­pero del patri­mo­nio immo­bi­liare. Anche noi, come in Vene­zuela, abbiamo recu­pe­rato beni abban­do­nati da con­se­gnare ai cit­ta­dini e alle espe­rienze di ter­ri­to­rio. Anche noi rap­pre­sen­tiamo un labo­ra­to­rio. Ini­zia­tive come que­ste non sono spo­ra­di­che, ben­ché non ven­gano rac­con­tate dai media tra­di­zio­nali. Anche come espe­rienza poli­tica siamo com­ple­ta­mente fuori dal sistema tra­di­zio­nale dei par­titi, quindi siamo abba­stanza avver­sati. Io, però, sono sod­di­sfatto quando vedo cre­scere que­sta voglia di riap­pro­priarsi dei beni della città in una logica di libe­ra­zione: molti di que­sti luo­ghi occu­pati erano all’abbandono per igna­via, iner­zia, inca­pa­cità delle isti­tu­zioni o man­canza di risorse. Invece, pun­tando più sul capi­tale umano che su quello eco­no­mico cer­chiamo di appro­priarci un po’ alla volta degli spazi della nostra città.

Il modello dell’Alba può essere una sug­ge­stione anche per l’Europa? Tsi­pras in Gre­cia e Pode­mos in Spa­gna ne hanno rac­colto lo sti­molo. I 5Stelle hanno orga­niz­zato un con­ve­gno per soste­nere l’uscita dall’euro, ma con un impianto post-ideologico.
Io ho un dia­logo abba­stanza fitto da anni con molti amici dei 5S, ci sono punti di siner­gie, di con­tatto, c’è la pos­si­bi­lità di incon­trarsi su alcune bat­ta­glie con­di­vi­si­bili a difesa del ter­ri­to­rio, ma non vedo una visione poli­tica e una stra­te­gia com­ples­siva. La stessa uscita dall’euro — che è un tema inte­res­sante, per carità, non sono un fana­tico dell’euro — però non mi sem­bra il tema prio­ri­ta­rio. Non è par­tendo dalla moneta che puoi risol­vere tutti i pro­blemi. Vedo più inte­res­sante la costru­zione di pro­cessi dal basso, la costru­zione di comu­nità. L’esempio che arriva dall’America latina è con­tra­stato da chi detiene il potere eco­no­mico e finan­zia­rio, dal Fondo Mone­ta­rio inter­na­zio­nale, dai grandi poteri euro­pei delle ban­che e dalle strut­ture dell’Unione euro­pea e da quelli mon­diali con sede negli Usa. E’ una goc­cia all’interno della glo­ba­liz­za­zione capi­ta­li­sta, ma impor­tante per­ché usa un lin­guag­gio che non è mino­ranza nel mondo: quello della glo­ba­liz­za­zione delle per­sone, dei diritti dell’umanità, dell’accoglienza, della fra­tel­lanza. Napoli in que­sto è abba­stanza stra­te­gica per­ché, dal punto di vista geo­po­li­tico è la capi­tale del Medi­ter­ra­neo, e in quanto città euro­pea, ma pro­iet­tata verso il sud-est Europa, il Medio­riente, il Nor­da­frica, può avere una dimen­sione inter­na­zio­nale che i napo­le­tani devono abi­tuarsi a sco­prire. Noi siamo stati per 700 anni capi­tale, ce l’abbiamo den­tro la con­ta­mi­na­zione poli­tica, cul­tu­rale, anche reli­giosa e dob­biamo poter espri­mere un punto di rife­ri­mento altro rispetto a un’Europa che – almeno a me – non piace ancora per­ché non pro­duce soli­da­rietà, unione, come dovrebbe essere, ma si pro­ietta verso l’est Europa in una logica da Guerra fredda.

Que­sta nuova Ame­rica latina sug­ge­ri­sce un indi­rizzo comune nella lotta con­tro quei poteri forti che usano anche l’arma della legge e dei tri­bu­nali per imporsi: dall’Argentina, all’Ecuador, al Vene­zuela. Anche sul tema della cri­mi­na­lità, si tende a risol­vere le cause che la pro­du­cono piut­to­sto che affi­darsi alla «forca». Qual è l’analisi di un ex magi­strato?
Sono temi inte­res­santi e bat­ta­glie che ci riguar­dano, nei prin­cipi, nell’esempio e nel con­creto. Sono un ex magi­strato, e non per caso: anche per­ché già quando lo ero par­lavo più di giu­sti­zia che di lega­lità. La lega­lità è anche intrisa di pro­fonda ille­ga­lità, ingiu­sti­zia, vio­la­zioni della costi­tu­zione e dei diritti. Molte leggi, molti prov­ve­di­menti ammi­ni­stra­tivi, per­sino sen­tenze di adesso sono legali, ma pro­fon­da­mente intrise di ingiu­sti­zia. Biso­gna invece ripren­dere il con­cetto di giu­sti­zia sociale e poi farlo fun­zio­nare con la lega­lità. Ho sem­pre pen­sato che la Costi­tu­zione fosse da attuare e non da bran­dire, prin­ci­pal­mente sui temi dell’uguaglianza con­tem­plati nell’articolo 3. Si parla molto di indi­pen­denza della magi­stra­tura dai poteri alti, ma per quello c’è una garan­zia costi­tu­zio­nale. Si parla poco, invece, dell’indipendenza della magi­stra­tura al suo interno: per­ché quando magi­strati non indi­pen­denti rispon­dono ai poteri alti e ti accol­tel­lano, sei senza pro­te­zione. Ne ho fatto espe­rienza diretta quando, appena entrato in magi­stra­tura, ho comin­ciato a dire que­ste cose, e da allora una fetta con­si­de­re­vole del potere interno all’ordine giu­di­zia­rio ha comin­ciato a met­tere insieme una serie di azioni appa­ren­te­mente legali ma pro­fon­da­mente ingiu­ste. Que­sto edi­fi­cio è stato un mani­co­mio cri­mi­nale e prima un car­cere. Si può par­tire da qui o dal 41 bis, la cifra di uno stato demo­cra­tico si misura a par­tire dai diritti che dà a chi ha mag­giore sof­fe­renza, ma anche a chi ha sba­gliato. Basta vedere le nostre car­ceri per ren­dersi conto che non siamo un paese pro­fon­da­mente e natu­ral­mente demo­cra­tico: per­ché è facile rico­no­scere diritti a chi in qual­che modo li ha già, men­tre biso­gna rico­no­scerli a chi è in situa­zione di infe­rio­rità e sof­fe­renza. Ogni paese ha una sto­ria diversa ma, nel mio pic­colo, ho cer­cato di decli­nare que­sto tema diver­sa­mente fin dalla cam­pa­gna elet­to­rale del 2011: cer­cando un rap­porto pro­fi­cuo nel con­flitto tra cit­ta­dini e isti­tu­zione. Penso alle parole di Paso­lini: auto­no­mia e indi­pen­denza sono un ele­mento di forza per­ché non devi pren­dere ordini, ma anche di debo­lezza se non le tra­sformi in forza col­let­tiva affin­ché il sistema non le schiacci. Que­sta è la città di Pino Daniele che can­tava «Ie so’ pazzo». Siamo nell’ex Opg occu­pato. Con que­sto spi­rito occorre appro­fit­tare degli spazi e delle bat­ta­glie con­tro il sistema che, pur essendo molto forte dal punto di vista poli­tico media­tico eco­no­mico finan­zia­rio, pos­siamo battere.

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