Putin: «Vogliamo vivere con dignità come l’America Latina»

resizeda lantidiplomatico.it

Il presidente risponde alle domande dei cittadini russi

«Non siamo stati noi che abbiamo rovinato il rapporto. Ogni volta noi sosteniamo la cooperazione con tutti, sia l’Occidente e l’Oriente», ha dichiarato il presidente russo durante il giro di domande nell’ambito del programma ‘Linea Diretta’, in cui il leader del Cremlino ha risposto alle domande dei cittadini. Secondo gli organizzatori ne sono arrivate tre milioni da tutte le regioni del paese.

«Gli Stati Uniti non cercano alleati, ma vassalli», ha proseguito Putin.
Sulla possibilità di tensioni tra Mosca e paesi occidentali, Putin ha sottolineato che la condizione obbligatoria deve essere il rispetto per la Russia e i suoi interessi. Allo stesso tempo, il presidente russo ha sottolineato che Mosca non considera «nessuno dei partecipanti sullo scacchiere internazionale» un nemico. «I nemici della Russia sono i terroristi internazionali e la criminalità organizzata», ha sottolineato.

«Noi non consideriamo nessuno il nostro nemico e noi non consigliamo a nessuno di considerarci il loro nemico. (…) Siamo un paese con un enorme potenziale di sviluppo, con vaste risorse naturali e, senza dubbio siamo una grande potenza nucleare», ha dichiarato.


«La Russia non ha ambizioni imperiali, vuole solo vivere dignitosamente come l’America Latina»
, ha detto il presidente russo.
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«Non stiamo cercando di far rivivere l’impero, non abbiamo questi obiettivi che costantemente cercando di attribuirci (…), non abbiamo ambizioni imperiali, inoltre in tutto il mondo si stanno producendo processi di integrazione naturali», ha detto il presidente, che ha anche sottolineato le relazioni positive tra la Russia e i paesi dell’Unione economica eurasiatica.

In riferimento alla decisione di Mosca di dare seguito alla vendita all’Iran di cinque batterie dei sistemi anti-missile S-300, congelata nel 2010, in osservanza delle sanzioni Onu per il controverso programma nucleare di Teheran, Putin ha dichiarato che «Non c’è ragione per mantenere l’embargo. Oggi i partner iraniani mostrano un sacco di flessibilità e il desiderio di raggiungere un accordo. Tutti i partecipanti al processo negoziale hanno annunciato che un accordo è stato raggiunto e che solo i dettagli tecnici saranno decisi a giugno», ha detto il presidente russo.

«I sistemi S-300 sono apparecchi costosi. Il costo è di circa 900 milioni di dollari.  Perché dovremmo perdere questi soldi?», ha ribattuto Putin.

Il presidente russo ha spiegato che la fornitura di sistemi di difesa aerea S-300 a Teheran non si traduce in una sospensione unilaterale delle sanzioni anti-iraniane da parte della Russia. «Questo tipo di arma non è inserita nella lista delle sanzioni ONU. Abbiamo sospeso unilateralmente il contratto, quindi possiamo riattivarlo unilateralmente. Per quanto riguarda la lista delle Nazioni Unite, la Russia le rispetterà alla lettera», ha insistito Putin.

Sulle lamentele presentate dal primo ministro incaricato israeliano Netanyahu, Putin ha sottolineato che «Mosca agisce con molta cautela per quanto riguarda le forniture di armi a paesi del Medio Oriente, considerando la situazione nella regione. E i sistemi S-300 sono armi difensive che non minacciano in alcun modo Israele».

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Obama: «Via Cuba dalla lista nera»

di Geraldina Colotti – il manifesto

Aprile, in Vene­zuela, è il più cru­dele dei mesi, si potrebbe dire para­fra­sando il titolo di un cele­bre noir di Derek Ray­mond. Aprile, però, è anche mese di rimonta e riscossa. E così, i cha­vi­sti, hanno coniato lo slo­gan: «ogni 11 porta il suo 13». Il rife­ri­mento è al colpo di stato inten­tato con­tro l’allora pre­si­dente Hugo Cha­vez, l’11 aprile del 2002. Un golpe a guida Cia che portò al potere il capo della locale Con­fin­du­stria, Pedro Car­mona Estanga: detto «Car­mona il Breve» per­ché la popo­la­zione infu­riata lo lasciò gover­nare solo due giorni, prima di ripor­tare al suo posto il pre­si­dente che aveva eletto. Il 14 aprile di 2 anni fa, dopo la morte di Cha­vez (il 5 marzo), fu lau­reato dalle urne l’attuale capo di stato Nico­las Maduro: con un mar­gine certo, ma scarso sul rap­pre­sen­tante della destra, Hen­ri­que Capri­les. Il giorno dopo, quest’ultimo — reduce da due scon­fitte subite in cin­que mesi, prima con­tro Cha­vez poi con­tro Maduro — chiamò le piazze «a sfo­gare l’incazzatura». Vio­lenze e deva­sta­zioni pro­vo­ca­rono la morte di 9 chavisti.

Per ricor­dare l’aprile della riscossa, le orga­niz­za­zioni popo­lari hanno costruito la ban­diera più lunga della sto­ria del Vene­zuela, 1.200 metri. Dal 10 all’11, si è svolto il VII ver­tice delle Ame­ri­che, che ha visto il Vene­zuela in primo piano. Maduro ha con­se­gnato a Obama 14 milioni di firme, e ha pro­cla­mato il 9 marzo «giorno dell’antimperialismo boli­va­riano». In quella data, il pre­si­dente Usa ha emesso un decreto di san­zioni con­tro Cara­cas, defi­nendo il Vene­zuela «una minac­cia inu­suale e straor­di­na­ria per la sicu­rezza nazio­nale degli Stati uniti». La rac­colta di firme, pro­lun­gata fino alla fine di aprile, ha costi­tuito un forte coa­gulo nella società vene­zue­lana e ha visto anche il con­senso di una parte dell’opposizione. Il 19 sarà la «gior­nata mon­diale della soli­da­rietà con la rivo­lu­zione boli­va­riana». Entrambi gli schie­ra­menti poli­tici — Psuv e suoi alleati, e Mud — si pre­pa­rano alle reci­pro­che pri­ma­rie, in vista delle cru­ciali ele­zioni che si ter­ranno a dicem­bre. La Mesa de la uni­dad demo­cra­tica è attra­ver­sata da forti con­flitti interni e da accuse di bro­gli e ver­ti­ci­smo pro­ve­nienti dalle pro­prie fila, poi­ché ha deciso di blin­dare alcuni col­legi e di non sot­to­porli a votazione.

Maduro, che a Panama ha inta­scato il con­senso di tutti e 33 paesi pre­senti tranne Usa e Canada è tor­nato in patria deciso ad «appro­fon­dire la rivo­lu­zione»: per disin­ne­scare le cri­ti­che delle sue ali più radi­cali che, come Marea socia­li­sta, stanno rac­co­gliendo lo scon­tento da sini­stra. «Il con­flitto in Vene­zuela è un con­flitto per l’egemonia tra la fazione neoliberista-proimperialista (Lopez, Capri­les) e quella social­de­mo­cra­tica (Maduro, Cabello) della classe poli­tica nazio­nale per il con­trollo dei ricavi delle ren­dita petro­li­fera», scrive il poli­to­logo Heinz Die­trich — un tempo vicino a Cha­vez, ora con­si­de­rato un guastatore.

Intanto, con­ti­nua la bat­ta­glia con­tro «la guerra eco­no­mica» e la fuga di capi­tali all’estero e il mer­cato nero del dol­laro. Nono­stante le dif­fi­coltà insorte dopo il crollo dei prezzi del petro­lio, il bilan­cio desti­nato ai pro­getti sociali non è stato toc­cato. I salari e le pen­sioni sono stati aumen­tati, i prezzi riman­gono cal­mie­rati. La Fao ha rico­no­sciuto un’altra volta i risul­tati rag­giunti dal cha­vi­smo nella lotta con­tro la fame, che situano il paese nella fascia più bassa delle sta­ti­sti­che in Ame­rica latina. E ha con­fe­rito a Maduro un nuovo rico­no­sci­mento. Il Vene­zuela — dove il 94% delle per­sone man­gia almeno 3 volte al giorno — è anche il paese con meno disu­gua­glianze sociali del continente.

Ma intanto con­ti­nua l’attacco media­tico e poli­tico delle destre, dall’Europa all’America latina. Una ven­tina di ex pre­si­denti ha fir­mato un docu­mento con­tro Maduro, pre­sen­tato al ver­tice di Panama. Ieri è scop­piata una crisi diplo­ma­tica tra Cara­cas e Madrid. Il governo spa­gnolo ha pre­sen­tato una nota di pro­te­sta for­male con­tro quello vene­zue­lano per le «offese» rivolte da Maduro al pre­mier Mariano Rajoy, defi­nito «raz­zi­sta» e accu­sato di «essere die­tro tutte le mano­vre con­tro il Vene­zuela». Maduro ha rea­gito così dopo che il par­la­mento di Madrid ha appro­vato una mozione per la libe­ra­zione dei gol­pi­sti, arre­stati dopo le vio­lenze dell’opposizione oltran­zi­sta, scop­piate l’anno scorso.

Il sindaco Luigi de Magistris: «L’Alba raggiunge Napoli»

ddd84dbc-b907-4445-9644-011902efba23di Geraldina Colotti – il manifesto

15apr2015.- «Dove devo fir­mare?». All’ex Opg occu­pato, il sin­daco di Napoli, Luigi de Magi­stris, si china sulla peti­zione che chiede a Obama di annul­lare il decreto di san­zioni con­tro il Vene­zuela. Il pre­si­dente vene­zue­lano, Nico­las Maduro, ha por­tato al VII ver­tice delle Ame­ri­che 14 milioni di firme, ma la rac­colta con­ti­nua in tutto il mondo fino alla fine di aprile. Poco distante, uno stri­scione raf­fi­gura Vit­to­rio Arri­goni, il coo­pe­rante ucciso in Pale­stina. Dopo l’ex Asilo Filan­gieri e la Mensa occu­pata, l’ex Opg ha ospi­tato la tre giorni di dibat­tito della rete di soli­da­rietà Cara­cas chiAma. Al tavolo, i ragazzi del movi­mento si alter­nano alle rap­pre­sen­tanze diplo­ma­ti­che vene­zue­lane e ai depu­tati, molto lon­tani dal pro­to­collo: «Cha­vez e Boli­var veni­vano chia­mati pazzi, come tutti quelli che vogliono cam­biare il mondo, per que­sto siamo qui», dicono. Seguiamo il sin­daco men­tre visita la mostra «Cuba, que linda es Cuba», di Daniele D’Ari e Luca Sola.

Per­ché, sin­daco, viene in un cen­tro sociale occu­pato e firma a favore del Vene­zuela socia­li­sta?
Con­si­dero molto posi­tivo che ci siano idee poli­ti­che, ener­gie e crea­ti­vità pro­dotte in modo auto­nomo dalle isti­tu­zioni. Stiamo lavo­rando per dare sicu­rezza a que­sta espe­rienza di occu­pa­zione e con­so­li­darne l’autonomia. Ho voluto por­tare il mio saluto ai ragazzi, vedere la mostra e testi­mo­niare la vici­nanza con le espe­rienze di que­sta nuova Ame­rica latina – dove sono stato molte volte – e che sta facendo un per­corso impor­tante, con cui abbiamo molte con­so­nanze ter­ri­to­riali: prin­ci­pal­mente sul piano della demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva, dello svi­luppo di un’economia dal basso, sociale, del recu­pero dei ter­ri­tori, del potere dif­fuso e non ver­ti­ci­stico che implica un cam­bio di rotta anche cul­tu­rale, molto forte. Dal Vene­zuela, e prima ancora da Cuba, arriva la pro­po­sta di un modello eco­no­mico poli­tico sociale alter­na­tivo alla logica del pro­fitto, basato sullo svi­luppo dell’essere umano e non su quello del mer­cato. Dal Vene­zuela e dai paesi dell’Alba, emerge il forte pro­ta­go­ni­smo dei movi­menti popo­lari che hanno lot­tato con­tro la pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi e dei beni comuni e hanno eletto governi in grado di rap­pre­sen­tarli. Un esem­pio per le nostre bat­ta­glie a difesa dei ser­vizi pub­blici e del bene comune. La mag­gio­ranza dei sin­daci ha pri­va­tiz­zato tutto, noi abbiamo fatto l’operazione inversa, nono­stante la crisi e pur in pre­senza di grandi dif­fi­coltà per quel che riguarda l’acqua, i rifiuti, il recu­pero del patri­mo­nio immo­bi­liare. Anche noi, come in Vene­zuela, abbiamo recu­pe­rato beni abban­do­nati da con­se­gnare ai cit­ta­dini e alle espe­rienze di ter­ri­to­rio. Anche noi rap­pre­sen­tiamo un labo­ra­to­rio. Ini­zia­tive come que­ste non sono spo­ra­di­che, ben­ché non ven­gano rac­con­tate dai media tra­di­zio­nali. Anche come espe­rienza poli­tica siamo com­ple­ta­mente fuori dal sistema tra­di­zio­nale dei par­titi, quindi siamo abba­stanza avver­sati. Io, però, sono sod­di­sfatto quando vedo cre­scere que­sta voglia di riap­pro­priarsi dei beni della città in una logica di libe­ra­zione: molti di que­sti luo­ghi occu­pati erano all’abbandono per igna­via, iner­zia, inca­pa­cità delle isti­tu­zioni o man­canza di risorse. Invece, pun­tando più sul capi­tale umano che su quello eco­no­mico cer­chiamo di appro­priarci un po’ alla volta degli spazi della nostra città.

Il modello dell’Alba può essere una sug­ge­stione anche per l’Europa? Tsi­pras in Gre­cia e Pode­mos in Spa­gna ne hanno rac­colto lo sti­molo. I 5Stelle hanno orga­niz­zato un con­ve­gno per soste­nere l’uscita dall’euro, ma con un impianto post-ideologico.
Io ho un dia­logo abba­stanza fitto da anni con molti amici dei 5S, ci sono punti di siner­gie, di con­tatto, c’è la pos­si­bi­lità di incon­trarsi su alcune bat­ta­glie con­di­vi­si­bili a difesa del ter­ri­to­rio, ma non vedo una visione poli­tica e una stra­te­gia com­ples­siva. La stessa uscita dall’euro — che è un tema inte­res­sante, per carità, non sono un fana­tico dell’euro — però non mi sem­bra il tema prio­ri­ta­rio. Non è par­tendo dalla moneta che puoi risol­vere tutti i pro­blemi. Vedo più inte­res­sante la costru­zione di pro­cessi dal basso, la costru­zione di comu­nità. L’esempio che arriva dall’America latina è con­tra­stato da chi detiene il potere eco­no­mico e finan­zia­rio, dal Fondo Mone­ta­rio inter­na­zio­nale, dai grandi poteri euro­pei delle ban­che e dalle strut­ture dell’Unione euro­pea e da quelli mon­diali con sede negli Usa. E’ una goc­cia all’interno della glo­ba­liz­za­zione capi­ta­li­sta, ma impor­tante per­ché usa un lin­guag­gio che non è mino­ranza nel mondo: quello della glo­ba­liz­za­zione delle per­sone, dei diritti dell’umanità, dell’accoglienza, della fra­tel­lanza. Napoli in que­sto è abba­stanza stra­te­gica per­ché, dal punto di vista geo­po­li­tico è la capi­tale del Medi­ter­ra­neo, e in quanto città euro­pea, ma pro­iet­tata verso il sud-est Europa, il Medio­riente, il Nor­da­frica, può avere una dimen­sione inter­na­zio­nale che i napo­le­tani devono abi­tuarsi a sco­prire. Noi siamo stati per 700 anni capi­tale, ce l’abbiamo den­tro la con­ta­mi­na­zione poli­tica, cul­tu­rale, anche reli­giosa e dob­biamo poter espri­mere un punto di rife­ri­mento altro rispetto a un’Europa che – almeno a me – non piace ancora per­ché non pro­duce soli­da­rietà, unione, come dovrebbe essere, ma si pro­ietta verso l’est Europa in una logica da Guerra fredda.

Que­sta nuova Ame­rica latina sug­ge­ri­sce un indi­rizzo comune nella lotta con­tro quei poteri forti che usano anche l’arma della legge e dei tri­bu­nali per imporsi: dall’Argentina, all’Ecuador, al Vene­zuela. Anche sul tema della cri­mi­na­lità, si tende a risol­vere le cause che la pro­du­cono piut­to­sto che affi­darsi alla «forca». Qual è l’analisi di un ex magi­strato?
Sono temi inte­res­santi e bat­ta­glie che ci riguar­dano, nei prin­cipi, nell’esempio e nel con­creto. Sono un ex magi­strato, e non per caso: anche per­ché già quando lo ero par­lavo più di giu­sti­zia che di lega­lità. La lega­lità è anche intrisa di pro­fonda ille­ga­lità, ingiu­sti­zia, vio­la­zioni della costi­tu­zione e dei diritti. Molte leggi, molti prov­ve­di­menti ammi­ni­stra­tivi, per­sino sen­tenze di adesso sono legali, ma pro­fon­da­mente intrise di ingiu­sti­zia. Biso­gna invece ripren­dere il con­cetto di giu­sti­zia sociale e poi farlo fun­zio­nare con la lega­lità. Ho sem­pre pen­sato che la Costi­tu­zione fosse da attuare e non da bran­dire, prin­ci­pal­mente sui temi dell’uguaglianza con­tem­plati nell’articolo 3. Si parla molto di indi­pen­denza della magi­stra­tura dai poteri alti, ma per quello c’è una garan­zia costi­tu­zio­nale. Si parla poco, invece, dell’indipendenza della magi­stra­tura al suo interno: per­ché quando magi­strati non indi­pen­denti rispon­dono ai poteri alti e ti accol­tel­lano, sei senza pro­te­zione. Ne ho fatto espe­rienza diretta quando, appena entrato in magi­stra­tura, ho comin­ciato a dire que­ste cose, e da allora una fetta con­si­de­re­vole del potere interno all’ordine giu­di­zia­rio ha comin­ciato a met­tere insieme una serie di azioni appa­ren­te­mente legali ma pro­fon­da­mente ingiu­ste. Que­sto edi­fi­cio è stato un mani­co­mio cri­mi­nale e prima un car­cere. Si può par­tire da qui o dal 41 bis, la cifra di uno stato demo­cra­tico si misura a par­tire dai diritti che dà a chi ha mag­giore sof­fe­renza, ma anche a chi ha sba­gliato. Basta vedere le nostre car­ceri per ren­dersi conto che non siamo un paese pro­fon­da­mente e natu­ral­mente demo­cra­tico: per­ché è facile rico­no­scere diritti a chi in qual­che modo li ha già, men­tre biso­gna rico­no­scerli a chi è in situa­zione di infe­rio­rità e sof­fe­renza. Ogni paese ha una sto­ria diversa ma, nel mio pic­colo, ho cer­cato di decli­nare que­sto tema diver­sa­mente fin dalla cam­pa­gna elet­to­rale del 2011: cer­cando un rap­porto pro­fi­cuo nel con­flitto tra cit­ta­dini e isti­tu­zione. Penso alle parole di Paso­lini: auto­no­mia e indi­pen­denza sono un ele­mento di forza per­ché non devi pren­dere ordini, ma anche di debo­lezza se non le tra­sformi in forza col­let­tiva affin­ché il sistema non le schiacci. Que­sta è la città di Pino Daniele che can­tava «Ie so’ pazzo». Siamo nell’ex Opg occu­pato. Con que­sto spi­rito occorre appro­fit­tare degli spazi e delle bat­ta­glie con­tro il sistema che, pur essendo molto forte dal punto di vista poli­tico media­tico eco­no­mico finan­zia­rio, pos­siamo battere.

Gramsci e il genocidio degli armeni

di Francesco Guadagni

Il 24 aprile prossimo ricorreranno i 100 anni dal genocidio armeno ad opera del governo ottomano guidato dai Giovani Turchi. Durante la Prima guerra mondiale (1914-1918), nel 1915, 1.500.000 Armeni furono massacrati. Il primo sterminio di massa del XX secolo, un genocidio che ha sempre conosciuto un colpevole oblio, salvo rare eccezioni, di storici e giornalisti. Una di queste, è rappresentata da Antonio Gramsci, tra i fondatori del Partito comunista d’Italia, esponente fra i più originali del pensiero marxista, nonché il pensatore italiano più tradotto e studiato all’estero.

Gramsci l’11 marzo del 1916, su  “Il Grido del popolo” dedicò un articolo al genocidio degli Armeni dove sottolineava come un massacro commuova quando avviene vicino alla nostra realtà e ci è indifferente quando avviene in un posto lontano “dal cerchio della nostra umanità”. Proprio per questo Gramsci sottolinea, quindi, l’importanza del giornalismo nel diffondere ogni avvenimento, in qualsiasi parte del mondo, per evitare che si cada nell’oblio, che trionfi l’ingiustizia per le vittime ed evitare, soprattutto, che si ripetano i massacri.

Ecco il testo*

Avviene sempre così. Perché un fatto ci interessi, ci commuova, diventi una parte della nostra vita interiore, è necessario che esso avvenga vicino a noi, presso genti di cui abbiamo sentito parlare e che sono perciò entro il cerchio della nostra umanità. Nel Père Goriot, Balzac fa domandare a Rastignac: «Se tu sapessi che ogni volta che mangi un arancio, deve morire un cinese, smetteresti di mangiare aranci?», e Rastignac risponde press’a poco: «Gli aranci e io siamo vicini e li conosco, e i cinesi son così lontani e non sono neppure certo che esistano».

La risposta cinica di Rastignac noi non la daremmo mai, è vero; ma tuttavia, quando abbiamo sentito che i turchi avevano massacrato centinaia di migliaia di armeni, abbiamo sentito quello strappo lancinante delle carni che proviamo ogni volta che i nostri occhi cadono su della povera carne martoriata e che abbiamo sentito spasimando subito dopo che i tedeschi avevano invaso il Belgio?

É un gran torto non essere conosciuti. Vuol dire rimanere isolati, chiusi nel proprio dolore, senza possibilità di aiuti, di conforto. Per un popolo, per una razza, significa il lento dissolvimento, l’annientarsi progressivo di ogni vincolo internazionale, l’abbandono a se stessi, inermi e miseri di fronte a chi non ha altra ragione che la spada e la coscienza di obbedire a un obbligo religioso distruggendo gli infedeli.

Così l’Armenia non ebbe mai, nei suoi peggiori momenti, che qualche affermazione platonica di pietà per sé o di sdegno per i suoi carnefici; “le stragi armene” divennero proverbiali, ma erano parole che suonavano solo, che non riuscivano a creare dei fantasmi, delle immagini vive di uomini di carne ed ossa. Sarebbe stato possibile costringere la Turchia, legata da tanti interessi a tutte le nazioni europee, a non straziare in tal modo chi non domandava altro, in fondo, che di essere lasciato in pace. Niente mai fu fatto, o almeno niente che desse risultati concreti. Dell’Armenia parlava qualche volta Vico Mantegazza nelle sue prolisse divagazioni di politica orientale.

La guerra europea ha messo di nuovo sul tappeto la quistione armena. Ma senza molta convinzione.

Alla caduta di Erzerum in mano dei russi, alla probabile ritirata dei turchi in tutto il paese armeno non è stato dato nei giornali neppure lo stesso spazio che all’atterramento di un “Zeppelin” in Francia. Gli armeni che sono disseminati in Europa dovrebbero far conoscere la loro patria, la loro storia, la loro letteratura. É avvenuto in piccolo per l’Armenia ciò che in grande per la Persia. Chi sa che i più grandi arabi (Averroè, Avicenna etc.) sono invece… persiani? Chi sa che quella che si è soliti chiamare civiltà araba è invece in gran parte persiana? E così quanti sanno che gli ultimi tentativi di rinnovare la Turchia furono dovuti agli armeni e agli ebrei? Gli armeni dovrebbero far conoscere l’Armenia, renderla viva nella coscienza di chi ignora, non sa, non sente.

A Torino qualcosa si è fatto. Esce da qualche mese una rassegna intitolata appunto “Armenia” che con serietà di intenti, con varietà di collaborazione dice cosa sia, cosa voglia, cosa dovrebbe diventare il popolo armeno. Dalla rivista dovrebbe partire l’iniziativa di una collana di libri che con più efficace persuasione e dimostrazione desse all’Italia un quadro di ciò che è la lingua, la storia, la cultura, la poesia del popolo armeno.

*Articolo Firmato A. G., “Il Grido del Popolo”, 11 marzo 1916, anno XXII, n.607, inserito nelle Opere di Antonio Gramsci. Scritti giovanili (1914-1918).

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