Yemen: ennesima guerra degli USA

Angel Guerra Cabreradi Angel Guerra Cabrera – cubadebate.cu

Nel discorso inaugurale del suo secondo mandato, il presidente Barack Obama sostenne: “Un decennio di guerra sta terminando proprio ora”.

Indubbiamente, il Nobel per la Pace ha realizzato operazioni militari contro la Libia, nuovamente in Iraq (dove presumibilmente la guerra era terminata) ed in Siria, oltre ad allargare l’invasione in Afghanistan.

Pakistan, Somalia e Yemen sono stati lo scenario di continui attacchi di droni ordinati personalmente dall’inquilino della Casa Bianca, che hanno provocato migliaia di morti e feriti, in maggioranza civili, comprendendo molti bambini, secondo l’Ufficio di giornalismo investigativo con sede a Londra.

Qualche giorno fa, senza richiedere il permesso al Congresso né informare minimamente l’opinione pubblica, Obama ha deciso di appoggiare “logisticamente e tecnologicamente” l’aggressione all’impoverito Yemen da parte di dieci paesi arabo-musulmani capeggiati dal ricco vicino saudita. Tra loro, Egitto e Pakistan, che possono contare su potenti forze armate.

La coalizione opera sotto la bandiera della Lega Araba che, al contrario, si è disinteressata della liberazione della Palestina.

I droni statunitensi sono provvisti di video per permettere ai sauditi di scegliere gli obiettivi della loro aviazione. Apparentemente, è proprio lasciandosi guidare da questi video che si son prodotti massacri di civili da quando la coalizione ha cominciato gli attacchi aerei. Il capo delle operazioni saudita ha affermato che un’invasione terrestre seguirà i bombardamenti.

Si è voluto presentare l’aggressione allo Yemen come un’azione per proteggere il popolo yemenita da un presunto intervento iraniano, un pretesto simile a quelle delle armi di distruzione massiva in Iraq. È illegale attaccare qualsiasi paese salvo se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, in maniera tale che non sia valida questa motivazione sul piano giuridico.

Il fatto che gli yemeniti zaidi appartengano ad un ramo sciita dell’Islam, sicuramente eterodosso ed il più vicino all’unnismo non significa, neppure più di tanto, che siano marionette di Teheran, sebbene questa condanni l’aggressione del suo nemico saudita e mantenga buone relazioni con loro. Gli zaidi, ora chiamati anchi houthi, devono il loro nome al cognome di Husayn Badr Addin Al-Houthi, capo religioso morto in combattimento durante la rivolta armata del suo popolo contro il governo di Sa’ana nel 2004. Lo devono anche al fatto che i tre fratelli del primo sono parte integrante della leadership attuale della ribellione. Gli zaidi, che costituiscono la terza parte della popolazione yemenita, chiedevano autonomia politica per il governatorato di Sa’dah, dove risiedono in maggioranza, così come rispetto per i loro credi religiosi e cultura ancestrali. Questo popolo governò lo Yemen del Nord per quasi mille anni sino al 1962.

Nel febbraio del 2010, durante la cosiddetta “primavera araba”, il Governo ed i ribelli houthi stipularono un cessate il fuoco.

Nel 2011, gli houthi si unirono alle proteste contro il futuro presidente deposto Saleh ed estesero il loro controllo territoriale nella provincia di Sa’dah e nella vicina ‘Amran. Successivamente, parteciparono alla Conferenza per il Dialogo nazionale, svoltasi tra marzo 2013 e gennaio 2014.Il presidente Hadi, successore di Saleh, annunciò un piano per febbraio 2014, che consisteva nel trasformare lo Yemen in una federazione di sei regioni, proposta rigettata categoricamente dagli houthi, per cui ripresero la lotta armata contro il governo appoggiata dall’Arabia saudita.

Ferventi guerriglieri, i montanari houthi condussero a termine una campagna-lampo sostenuti da unità delle forze armate leali all’ex presidente Saleh che li portò ad assumere il controllo di Sa’ana, la capitale; Taiz, terza città del paese e poi la seconda e strategica città di Aden che domina il golfo omonimo, da dove misero in fuga Hadi, il quale stava tentando di fortificarsi proprio lì.

Piuttosto che una disputa religiosa della versione fanatica dell’Islam dominante a Riyad contro gli zaidi, l’enorme coalizione creata dall’ultrareazionario regno saudita contro la ribellione houthi esprime il suo incredibile timore per un movimento popolare armato, capace di imporsi militarmente in un esteso territorio che la dinastia Saud ha sempre tentato di sottomettere.

Inoltre, il regno saudita teme la presenza nel sud dello Yemen sia di Al-Qa’ida che dello Stato islamico, ora avversario, della cui creazione sono massimi responsabili Washington e Riyad.

Chi controlla lo Yemen, controlla anche lo stretto di Bab al-Mandib che comunica con il canale di Suez ed il Mar Rosso con il golfo di Aden, da dove passano oltre tre milioni di barili di greggio ogni giorno.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

Decreto degli Stati Uniti contro il Venezuela: 5 punti per capire

VENEZUELA--Maduro-llam--a-un---8220-tuitazo-mundial--8221--contra-Obama----8220-A-Venezuela-no-la-toca-nadie--8221-di Jesùs Silva/Aporrea.org

Condivido con voi un’intervista recentemente concessa a Venevisión su una questione delicata che irresponsabilmente è stata oggetto di scherno da parte della MUD.

Link al video: http://t.co/Gjg29zYQlp

5 punti per comprendere il decreto di Obama:

  • Secondo la nostra ottica del Diritto Costituzionale, il decreto del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama dove si definisce il Venezuela una minaccia per la sicurezza del paese, crea la pericolosa possibilità che qualsiasi cittadino venezuelano sia catturato e arrestato, se ritenuto dagli Stati Uniti irrispettoso dei diritti umani. Questo perché il decreto si basa sul cosiddetto “International Emergency Economic Powers Act“, applicabile nel territorio statunitense così come sul suolo di tutti i paesi alleati agli Stati Uniti che obbediscono alla legge del cosiddetto “Impero”.

 

  • Paesi come l’ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Panama, tra gli altri, furono dapprima sanzionati con lo stesso decreto e poi attaccati militarmente dagli Stati Uniti. Sia ben chiaro, non stiamo dicendo che l’Impero invaderà domani il Venezuela, ma con molta responsabilità stiamo evidenziando che gli Stati Uniti stanno compiendo tutti i passaggi giuridici che storicamente hanno preceduto le invasioni militari; per questo è importante comprendere la gravità del decreto di Obama.

 

  • La qualifica di violatore dei diritti umani si espande quotidianamente in base al capriccio di Washington, in modo tale che un funzionario pubblico così come qualunque venezuelano può essere incluso nella lista nera del regime imperialista. Può essere arrestato il sospetto comunista, socialista o chavista che “viola i diritti umani” e dopo la cattura rendere pubblica la sua inclusione nella lista. Il decreto di Obama ha carattere extraterritoriale per i suoi alleati, questo apre le porte all’arbitraria cattura per gli avversari politici degli Stati Uniti o per chi semplicemente è portatore di un’ideologia proibita per la borghesia statunitense e i suoi scagnozzi venezuelani.

 

  • Mai prima d’ora la possibilità di un embargo commerciale o blocco economico generale contro il Venezuela è sembrato così vicino, soprattutto quando l’infausto e nefasto decreto coincide con una sentenza dell’ICSID (Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti) che condanna il nostro paese a pagare milioni di dollari alla società Owens Illinois per un presunto esproprio illecito che avrebbe danneggiato questa multinazionale. Ciò si prospetta come l’inizio di un’ondata di attacchi economici contro il Venezuela mediante condanne e sequestri in ambito internazionale.

 

  • In questo contestola legge antimperialista proposta dal Presidente Nicolás Maduro è assolutamente corretta e necessaria in base al Principio di Reciprocità che nella cultura yankee è conosciuto come “Tit for Tat”, vale a dire, se mi attacchi io ti attacco. Per la lobby pro-yankee dell’opposizione venezuelana, questo decreto è motivo di gioia e festa perché risultato del lavoro che a Washington hanno svolto gli oppositori radicali contro la Rivoluzione Bolivariana.

 

Ribadiamo che “ingerenza” significa intervenire negli affari interni di un paese con la forza, non c’è dubbio che con la complicità dell’opposizione venezuelana, gli Stati Uniti intendono imporre un cambio di governo in Venezuela. Cinesi, russi o cubani non hanno mai attaccato la nostra patria. La borghesia yankee, invece, lo ha fatto. Non siamo anti-statunitensi, ma antimperialisti e vicini al popolo degli Stati Uniti, ma ripudiamo gli infami abusi del suo governo espansionista.

Contro la minaccia imperialista, unità rivoluzionaria e alleanza antimperialista. Serriamo le fila contro l’aggressione.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Pedro Páez Pérez: «Vogliono chiudere la porta alla speranza»

di Geraldina Colotti – il manifesto 

3apr2015.- Ecuador. Intervista all’economista Pedro Paez, ideatore di una nuova architettura finanziaria

“Le forze che si ali­men­tano del mer­cato della guerra e del debito– cape­stro per i popoli, vogliono chiu­dere la porta al cam­bia­mento in Ame­rica latina”. Così dice al mani­fe­sto l’economista ecua­do­riano Pedro Páez Pérez. Un’analisi di peso, la sua, non solo per il ruolo cen­trale che ha rico­perto durante i governi di Rafael Cor­rea, ma anche per essere stato, in pre­ce­denza, a lungo con­su­lente della Banca mon­diale. Di impo­sta­zione mar­xi­sta, Paez è uno dei prin­ci­pali arte­fici della nuova archi­tet­tura finan­zia­ria che ha pro­dotto le linee eco­no­mi­che del Banco del Sur e dell’Alba, l’alleanza boli­va­riana per i popoli delle Ame­ri­che, fon­data da Cuba e Vene­zuela. Vice­mi­ni­stro e poi mini­stro dell’Economia a par­tire dal 2005, ha dato impulso alla riforma della Legge sugli idro­car­buri, che ha con­sen­tito allo stato di aumen­tare la pro­pria par­te­ci­pa­zione alla ren­dita petro­li­fera otte­nuta dalle grandi mul­ti­na­zio­nali. Ora dirige la Supe­rin­ten­den­cia di Con­trol de Poder de Mercado.

Qual è il suo nuovo com­pito?
Come parte del pro­cesso costi­tuente che con­ti­nua nel nostro paese con la revo­lu­cion ciu­da­dana, stiamo cer­cando di creare una cul­tura della respon­sa­bi­lità nei cit­ta­dini per aumen­tare il loro potere di con­trollo sui mec­ca­ni­smi del mer­cato e sulla con­cen­tra­zione mono­po­li­stica. Uscendo da una logica sta­ta­li­sta o pater­na­li­sta, vogliamo evi­tare che il con­su­ma­tore premi le imprese che si sono arric­chite vio­lando i diritti del lavoro o quelli della natura. La nostra è una pic­cola eco­no­mia, ma in base allo stu­dio su 400 set­tori che con­cor­rono al Pro­dotto interno lordo, risul­tano peri­co­losi livelli di con­cen­tra­zione mono­po­li­stica in tutti i campi.

E non è respon­sa­bi­lità dello stato, che si richiama al socia­li­smo, con­te­nere la natura vorace del capi­ta­li­smo?
Sì, in parte è così, abbiamo delle nor­ma­tive interne, ma il potere dei mono­poli è sem­pre stato tale da disat­ti­varle. Una legge simile a quella che abbiamo ora era stata votata da un pre­ce­dente par­la­mento in un governo di destra, ma il pre­si­dente ha dovuto abo­lirla per­ché quella eco­no­mia sarebbe sal­tata. Oggi più che mai occorre costruire un con­trap­peso, libe­rarsi dall’alienazione, spie­gare che i mer­cati sono costru­zioni sto­ri­che degli uomini, non entità natu­rali o sovran­na­tu­rali. Ma, al di là delle grandi que­stioni di pro­spet­tiva, occorre ripri­sti­nare regole del gioco minime anche nel mer­cato. A volte, invece, ten­diamo a pen­sare che tutto possa risol­versi sul ter­reno stret­ta­mento poli­tico, dei par­titi, delle ele­zioni. Al con­tra­rio, occorre sti­mo­lare la par­te­ci­pa­zione della società civile: intesa non alla maniera delle Ong e della Banca mon­diale, ma nel senso di un forte con­trap­peso poli­tico. Tutti abbiamo inte­resse a capire come evol­vono gli inte­ressi delle mul­ti­na­zio­nali in que­sta crisi strut­tu­rale del capi­ta­li­smo in cui assi­stiamo non solo alla trans­na­zio­na­liz­za­zione della finanza, ma anche alla finan­zia­riz­za­zione delle mul­ti­na­zio­nali. Dove vanno i soldi che la Banca cen­trale euro­pea sta dando alle ban­che e che non ci sono mai per i pro­getti sociali? Come si è visto a par­tire dalla crisi finan­zia­ria del 2008, le ban­che euro­pee si sono ser­vite del denaro per spe­cu­lare sugli ali­menti o per bru­ciarli come agro­com­bu­sti­bili. Il capi­tale finan­zia­rio sta distrug­gendo le basi stesse della pro­prietà pri­vata, non quelle del socia­li­smo. La que­stione è evi­dente osser­vando i nuovi tipi di debito che sono i deri­vati finan­ziari, com­ple­ta­mente svin­co­lati dalla dina­mica e dalla pro­ie­zione dell’economia reale. Il capi­tale finan­zia­rio mono­po­li­stico per­se­gue una spe­cu­la­zione inso­ste­ni­bile e la schia­vitù eterna di intere popo­la­zioni. Pur­troppo, però, è da trent’anni che la sini­stra ha abban­do­nato que­sti temi di stu­dio. Invece non sono argo­menti da lasciare ai tec­no­crati come me.

Secondo alcuni ana­li­sti, l’America latina pro­gres­si­sta non ha più il vento in poppa.
Nel con­te­sto di crisi mon­diale, l’America latina è un grosso sasso nella scarpa per le élite che hanno basato la loro forza nel mer­cato della guerra e nella schia­vitù del debito per i popoli e che sono inte­res­sate a chiu­dere la porta alla spe­ranza aperta nel con­ti­nente, a ripor­tare indie­tro l’orologio della sto­ria. Biso­gna pren­dere atto che è in mar­cia un pro­cesso di desta­bi­liz­za­zione, varia­mente modu­lato a seconda dei vari paesi, ma con moda­lità simili: dal Vene­zuela al Bra­sile, dall’Argentina all’Ecuador. Le forze della rea­zione appro­fit­tano di tutte le oppor­tu­nità, coniu­gando vec­chie tat­ti­che come quelle usate ai tempi di Allende, con i nuovi moduli delle rivo­lu­zioni colo­rate e del manuale di Gene Sharp. Nascon­dono i pro­dotti, pilo­tano aggres­sioni finan­zia­rie ed eco­no­mi­che, pro­vo­cano care­stie arti­fi­ciali e ter­re­moti nel mer­cato, ma si ser­vono anche delle reti sociali e di nobili ban­diere uti­liz­zando i gio­vani. Poi entra in campo la comu­nità inter­na­zio­nale, le san­zioni, le accuse di cor­ru­zione o per nar­co­traf­fico: come se il 97% dell’oppio mon­diale non fosse pro­dotto nell’Afghanistan occu­pato da Usa e Gran Bre­ta­gna. Come se la Nato non avesse pro­dotto quei mostri che ora dice di voler com­bat­tere. In molti casi, ven­gono usate riven­di­ca­zioni legit­time e pro­blemi reali. Sap­piamo bene che non pos­siamo risol­vere stor­ture sto­ri­che e com­plesse dall’oggi al domani. Non abbiamo nean­che avuto una bor­ghe­sia nazio­nale capace di per­se­guire lo svi­luppo di un mer­cato interno secondo i suoi cri­teri. Dipen­diamo dalle espor­ta­zioni e dal dol­laro. Siamo stati in balìa di una bor­ghe­sia com­pra­dora e paras­si­ta­ria. Abbiamo dovuto far fronte al disa­stro di 40 anni di neo­li­be­ri­smo, alla ban­ca­rotta mate­riale e morale delle isti­tu­zioni, all’impoverimento spi­ri­tuale dei sog­getti sto­rici por­ta­tori di cam­bia­mento. Quella della desta­bi­liz­za­zione è una gigan­te­sca fonte di gua­da­gno sulla base dei deri­vati finan­ziari, nel segno del colos­sale e cre­scente pro­cesso di mono­po­liz­za­zione. Il nuovo capi­tale finan­zia­rio non ha alcun inte­resse a favo­rire la cre­scita e a inve­stire nella pro­du­zione ma a per­pe­trare e gon­fiare la sua ren­dita vir­tuale e il ricatto sui nostri governi. Per que­sto, chie­diamo a tutti i sin­ceri demo­cra­tici che guar­dano al nostro con­ti­nente di non negare la realtà: un ritorno indie­tro signi­fi­che­rebbe l’azzeramento di tutte le con­qui­ste sociali, che non si pos­sono otte­nere senza un governo delle risorse e senza tenere il timone poli­tico orien­tato in dire­zione della giu­sti­zia sociale e della sovra­nità nazionale.

Il modello dell’Alba suscita inte­resse anche in Europa. A che punto è il pro­getto di una nuova archi­tet­tura finan­zia­ria e di una moneta alter­na­tiva al dol­laro?
Potremmo andare più in fretta se non fos­simo obbli­gati a parare i colpi di cui par­lavo prima. Con l’Alba, il Banco del Sur e il Sistema uni­ta­rio di com­pen­sa­zione regio­nale, il Sucre, che è una moneta vir­tuale alter­na­tiva al dol­laro, abbiamo messo in campo tran­sa­zioni dirette e dimo­strato che è pos­si­bile evi­tare il mono­po­lio del dol­laro e le rela­tive com­mis­sioni. Abbiamo un sistema comune per quel che riguarda i ser­vizi, la difesa, la ricerca di sovra­nità ali­men­tare. Abbiamo comin­ciato a costruire una nuova cor­re­la­zione di forze che ha fatto scuola nei Brics. Dopo la crisi in Ucraina, anche loro hanno preso esem­pio dal Banco del Sur per costruire un sistema di pre­stiti alter­na­tivo alla logica ricat­ta­to­ria del Fondo mone­ta­rio internazionale

Venezuela: 10 milioni di firme per il Vertice di Panama

di Geraldina Colotti – il manifesto

3apr2015.- America latina. Allarme per l’incremento delle basi Usa

Dieci milioni di firme da con­se­gnare alpre­si­dente Usa Barack Obama in occa­sione del ver­tice delle Ame­ri­che, che si terrà a Panama il 10 e l’11 aprile. Que­sto l’obiettivo fis­sato da Nico­las Maduro, pre­si­dente del Vene­zuela. Dieci milioni di firme da rag­giun­gere in un mese. Il 9 marzo, Obama ha dichia­rato il Vene­zuela una «minac­cia straor­di­na­ria» per la sicu­rezza del suo paese, e ha impo­sto san­zioni a sette fun­zio­nari di Maduro, accu­sati di «aver vio­lato i diritti umani dell’opposizione». La deci­sione ha pro­vo­cato una levata di scudi tra le forze pro­gres­si­ste di tutti i con­ti­nenti. In poche ore, i twitt per chie­dere l’abolizione imme­diata del dispo­si­tivo, sono schiz­zati ai primi posti nelle ten­denze virali. Tutti gli orga­ni­smi con­ti­nen­tali, di grande o pic­cola scala, hanno fatto qua­drato intorno a Maduro, evo­cando lo spet­tro di un’invasione mili­tare. Maduro ha decre­tato il 9 marzo, a un mese dal decreto, «gior­nata antimperialista».

Intanto, tutte le destre lati­noa­me­ri­cane ed euro­pee — quelle spa­gnole in pri­mis, fian­cheg­giate da ex pre­si­denti con­ser­va­tori come il mes­si­cano Vicente Fox — inten­si­fi­cano l’assedio agli orga­ni­smi inter­na­zio­nali, sospinti dalla fre­ne­tica atti­vità dell’opposizione vene­zue­lana. Il loro obiet­tivo è quello di denun­ciare Maduro alla Corte Penale inter­na­zio­nale. Il grosso delle Ong forag­giate da Washing­ton — che anche quest’anno ha aumen­tato il finan­zia­mento alle «asso­cia­zioni che pro­muo­vono i diritti umani» in quella parte dell’America latina che non china la testa -, sarà pre­sente a Panama e pro­mette fuo­chi d’artificio.

Erne­sto Sam­per, il segre­ta­rio della Una­sur, chie­derà a Obama un cam­bio di indi­rizzo nelle rela­zioni con l’America latina. La pro­po­sta forte è quella di chie­dere il ritiro delle basi mili­tari dal con­ti­nente, con­si­de­rate «un resi­duo della Guerra fredda». Dif­fi­cile pen­sare che la Colom­bia, il paese a cui appar­tiene Sam­per, voglia dero­gare al con­sueto ruolo di gen­darme gio­cato per conto di Washing­ton in Ame­rica latina. Tut­ta­via, il pre­si­dente Manuel San­tos è for­te­mente tirato per la giacca dai movi­menti sociali e dalla sini­stra, che pre­mono per por­tare a con­se­guenza l’impegno di pace assunto nei con­fronti delle guer­ri­glie ai tavoli dell’Avana.

Intanto, però, suscita allarme e dibat­tito la deci­sione Usa di incre­men­tare gli effet­tivi mili­tari in Perù e soprat­tutto in Hon­du­ras, dove la situa­zione dei diritti umani è sem­pre più dram­ma­tica dopo la recente san­gui­nosa repres­sione delle pro­te­ste e l’uccisione di stu­denti e gior­na­li­sti. In Hon­du­ras — un paese tanto ricco di risorse quanto preda di una povertà cre­scente — gli Usa hanno isti­gato, nel 2009, il colpo di stato con­tro il pre­si­dente Manuel Zelaya, che avrebbe voluto ade­rire all’Alba. Dall’importante base mili­tare Usa di Pal­me­rola è par­tito il golpe, e lì ver­ranno inviati altri 250 mari­nes, eli­cot­teri e un cata­ma­rano di alta velo­cità, e nuove unità spe­ciali anti­som­mossa. Di recente, il capo del Comando Sud degli Stati uniti, John Nelly, si è recato in Hon­du­ras per la Con­fe­renza cen­troa­me­ri­cana di sicu­rezza trans­na­zio­nale. Vi hanno par­te­ci­pato rap­pre­sen­tanti e capi delle Forze armate di 14 paesi, tra i quali il Canada, il Mes­sico, la Colom­bia, la Repub­blica domi­ni­cana, Haiti e Costa Rica, con l’obiettivo di met­tere in campo «uno scudo con­ti­nen­tale con­tro il cri­mine organizzato».

Come hanno rive­lato i docu­menti di Wiki­leaks, il Cen­troa­me­rica resta al cen­tro degli inte­ressi Usa, che se ne ser­vono come base di spio­nag­gio. In Ame­rica latina, Mes­sico, Colom­bia, Perù e Cile sono gli assi por­tanti dell’Alleanza del Paci­fico, messo in capo da Washing­ton dopo l’Accordo di libero com­mer­cio per le Ame­ri­che (Alca), fatto fal­lire dall’Alba e dalle nuove aggre­ga­zioni regio­nali soli­dali, dieci anni fa. Un recente docu­mento segreto che Wiki­leaks ha pas­sato al quo­ti­diano mes­si­cano la Jor­nada con­ferma gli oscuri inte­ressi che sot­ten­dono i nuovi accordi messi in campo dagli Usa e le con­se­guenze che avranno per la sovra­nità degli stati. Anche per que­sto, a Panama, dove per la prima volta sarà nuo­va­mente pre­sente Cuba, l’America latina socia­li­sta vuole por­tare gli Usa a discu­tere di diritti umani cal­pe­stati in nome del profitto.

19 apr2015: Appello delle donne venezuelane alle donne del mondo

venezuelada donneinrosso.wordpress.com

Di fronte all’attacco dell’imperialismo statunitense chiediamo alla FDIM e alle organizzazioni  affiliate e  amiche di stare al nostro fianco con  il loro sostegno e la solidarietà, per la piena emancipazione delle donne e degli uomini in un mondo più giusto.

Caracas, marzo 2015

Noi del Movimento di donne “Clara Zetkin” del Venezuela, organizzazione affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM); ai  cui principi di uguaglianza, giustizia sociale ed economica, solidarietà e pace siamo fedeli,  rivolgiamo un appello di fronte all’attacco dell’imperialismo statunitense, contenuto nel  cosiddetto Executive Order firmato dal presidente Barack Obama e sollecitato dai gruppi di potere economico di Stati Uniti e Venezuela, in cui si dichiara che il Venezuela è una  “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza e politica estera degli Stati Uniti”,cosa che costituisce un atto di provocazione e interferenza che viola la sovranità e la pace della Repubblica Bolivariana del Venezuela e di tutta l’America Latina e dei Caraibi.

Denunciamo che azioni come questa sono volte, in generale, a destabilizzare il progresso dei popoli in America Latina e nei Caraibi, e in particolare il processo di cambiamento in Venezuela, per ristabilire l’egemonia degli Stati Uniti e il suo controllo geostrategico nell’area.

I nostri popoli aspirano a costruire un  percorso di sviluppo sovrano e indipendente, invece l’imperialismo è promotore e autore di colpi di stato, occupazioni militari sanguinose ed è il maggior violatore di diritti umani.

Il Venezuela, insieme con i popoli della regione, si è fatto promotore della pace  in tutta l’America Latina e nei Caraibi, respingendo l’uso di armi nucleari e chiedendo il ritiro delle basi militari. Invece gli Stati Uniti hanno circondato i popoli dell’America Latina e dei Caraibi di armi di distruzione di massa : 74 basi militari statunitensi, 25 delle quali intorno al Brasile e 13 al Venezuela. Miliardi di dollari del narcotraffico e delle finanze  statunitensi sono dirottati verso organizzazioni quali USAID e NED per favorire gruppi neofascisti organizzati per destabilizzare governi democratici e popolari come quello del Venezuela.

Mentre i governi degli Stati Uniti e dei suoi alleati della NATO favoriscono nei loro paesi la deregolamentazione dell’occupazione, i licenziamenti e la precarizzazione dei diritti fondamentali, spingendo i loro cittadini sull’orlo della miseria e della morte, in risposta alla crisi del sistema capitalista; in Venezuela si promuove la rivendicazione di diritti politici, sociali ed economici delle maggioranze storicamente escluse.

Vale la pena ricordare ciò che disse una donna coraggiosa fondatrice della  FDIM, Dolores Ibarruri, la Pasionaria di Spagna: “… non dimentichiamo questo recente passato di distruzione e l’orrore del sangue che ci porta a riunirci qui,  per trovare strumenti comuni di partecipazione efficace alla lotta sacrosanta  delle nazioni democratiche, per eliminare ogni traccia di fascismo e consolidare la democrazia e la pace. Il fascismo è stato sconfitto moralmente, militarmente e politicamente in Europa e in Asia. Ma non è stato estirpato…”.

Quanto valore abbiano oggi le sue parole, è il motivo per cui non abbiamo dubbi sul fatto che le donne di pace di questa epoca abbiano coinvolto centinaia di migliaia di donne nella  ricerca di migliori condizioni di vita per migliaia di loro sorelle colpite. E  la FDIM, che le ha sostenute nel corso della sua lunga storia di lotte ed ha espresso la sua costante solidarietà con i vari popoli e nazioni nei momenti più difficili, persegue con determinazione e impegno i suoi principi umanitari.

Consapevoli della nostra responsabilità storica verso la causa della liberazione, l’autodeterminazione e la sovranità dei popoli; il progresso sociale, l’unità e la giustizia sociale; chiediamo alla FDIM e alle organizzazioni  affiliate e  amiche di stare al nostro fianco con tutto  il loro sostegno e solidarietà rispondendo all’appello rivolto da una serie di organizzazioni, tra cui il Consiglio Mondiale della Pace (WPC); il Movimento Continentale Bolivariano (MCB), la Federazione Sindacale Mondiale (FSM) e la Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (WFDY) per una “Giornata Globale di Azione in solidarietà con il Venezuela”, il prossimo 19 aprile, nelle capitali dei vari paesi, nel segno dei 205 anni da che fu compiuto il primo passo importante per l’indipendenza del Venezuela e con l’obiettivo di inviare un forte segnale all’imperialismo e ribadire ancora una volta che il Venezuela non è solo.

Amiche, compagne, connazionali e sorelle facciamo appello alla solidarietà internazionale e l’amicizia tra i popoli, al fine di evitare guerre e provocazioni e interferenze che minano la sovranità e la pace dei nostri popoli, attuate dall’imperialismo attraverso i suoi settori più reazionari delle classi dominanti.

Per l’unità delle forze progressiste per ottenere migliori condizioni di vita, le donne che hanno fatto la storia ieri e noi che la facciamo oggi, sotto le bandiere dei tempi nuovi agiamo con modalità politiche differenti, ma con un obiettivo comune: la lotta contro l’imperialismo e la piena emancipazione delle donne e degli uomini in un mondo più giusto.

[Trad. a cura di Ada Donno]

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Planetasperger

sindrome de asperger u otros WordPress.com weblog

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: