Obama e la lotta del Venezuela per la liberazione nazionale

Madurobamadi James Petras
 
15mar2015.- Introduzione: Perché Obama ha dichiarato un’‘emergenza nazionale’, dichiarando che il Venezuela rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale degli USA e alla loro politica estera, assumendo prerogative esecutive e decretando sanzioni contro funzionari venezuelani incaricati della sicurezza nazionale, proprio in questo momento?

Il sostegno del Venezuela all’integrazione del Latino-America è la grande paura di Obama

Per rispondere a questa domanda, è fondamentale iniziare ad affrontare le accuse pretestuose e infondate di Obama riguardo una venezuelana ‘minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera’.

In primo luogo, la Casa Bianca non presenta alcuna prova… perché non c’è nulla da presentare! Non ci sono missili venezuelani, aerei da combattimento, navi da guerra, Forze Speciali, agenti segreti o basi militari in posizione d’attacco alle strutture domestiche degli USA o delle loro basi all’estero.

Al contrario, gli Stati Uniti hanno navi da guerra nei Caraibi, sette basi militari appena oltre il confine in Colombia presidiate da oltre duemila unità delle Forze Speciali statunitensi, e basi dell’Air Force in America Centrale. Washington ha finanziato operazioni politiche e militari dei loro proxies, che intervengono in Venezuela con l’intenzione di rovesciare il governo legalmente costituito ed eletto.

Le affermazioni di Obama assomigliano allo stratagemma che i governanti totalitari e imperialisti usano spesso: accusare le loro vittime imminenti dei crimini che si apprestano a perpetrare contro di loro. Nessun paese o leader, amico o nemico, ha sostenuto le accuse di Obama contro il Venezuela.

L’accusa di Obama che il Venezuela rappresenti una ‘minaccia‘ per la politica estera degli USA richiede un chiarimento: in primo luogo, quali elementi della politica estera americana sono minacciati? Il Venezuela ha proposto con successo e ha sostenuto diverse organizzazioni di integrazione regionale, che vengono volontariamente supportate dai suoi partners latino-americani e caraibici. Queste organizzazioni regionali, in gran parte, rimpiazzano strutture dominate dagli Stati Uniti, che hanno servito gli interessi imperiali di Washington. In altre parole, il Venezuela sostiene organizzazioni diplomatiche ed economiche alternative, i cui membri credono servano meglio ai propri interessi economici e politici, rispetto a quelle promosse dal regime Obama.

Petrocaribe, associazione di paesi del Centro America e dei Caraibi supportati dal Venezuela, risponde alle esigenze di sviluppo dei propri membri meglio delle organizzazioni dominate dagli USA, come l’Organizzazione degli Stati Americani o la cosiddetta ‘Iniziativa dei Caraibi’. Lo stesso vale per il sostegno del Venezuela alla CELAC (Comunità di Stati Latino-americani e dei Caraibi) e a UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane). Si tratta di organizzazioni latinoamericane che escludono la presenza dominante di Stati Uniti e Canada e sono destinate a promuovere una maggiore autonomia regionale.

L’accusa di Obama che il Venezuela rappresenti una minaccia per la politica estera americana è dunque un’accusa diretta a tutti i governi che hanno liberamente scelto di abbandonare le organizzazioni centrate sugli USA e che rifiutano l’egemonia statunitense.

In altre parole, ciò che suscita l’ira di Obama e motiva le sue minacce aggressive verso il Venezuela è la leadership politica di Caracas nel mettere in discussione la politica estera imperialista.

Il Venezuela non ha basi militari nel resto dell’America Latina né ha invaso, occupato o sponsorizzato colpi di stato militari in altri paesi dell’America Latina – come hanno fatto Obama e i suoi predecessori.

Il Venezuela ha condannato l’invasione americana di Haiti, i colpi di stato militari appoggiati dagli USA in Honduras (2009), Venezuela (2002, 2014, 2015), Bolivia (2008) ed Ecuador (2010).

Chiaramente, il decreto “emergenziale” e le sanzioni di Obama contro il Venezuela sono diretti a mantenere incontrastata la supremazia imperiale in America Latina e a denigrare la politica estera indipendente e democratica del Venezuela.

Per capire bene la politica di Obama verso il Venezuela, dobbiamo analizzare perché ha scelto la via delle minacce palesi, bellicose e unilaterali in questo momento.

La minaccia di guerra di Obama è la conseguenza dal fallimento politico

Le principali ragioni per cui Obama è direttamente intervenuto nella politica venezuelana è che le sue altre opzioni strategiche, volte a spodestare il governo Maduro, sono fallite.

Nel 2013, Obama ha contato sul finanziamento statunitense di un candidato presidenziale dell’opposizione, Henrique Capriles, per buttare giù il governo chavista in carica.

Il presidente Maduro ha sconfitto la scelta di Obama e ha fatto deragliare la “via elettorale” di Washington per un cambiamento di regime.

Successivamente, Obama ha cercato di boicottare e screditare il processo di voto venezuelano tramite una campagna diffamatoria internazionale. Il boicottaggio della Casa Bianca è durato sei mesi e non ha ricevuto alcun sostegno in America Latina, o dall’Unione Europea, dal momento che decine di osservatori elettorali internazionali, che vanno da ex presidente James Carter ai rappresentanti dell’Organizzazione degli Stati Americani, hanno certificato il ​​risultato.

Nel 2014, il regime di Obama ha sostenuto violenti scontri su larga scala, che hanno lasciato un bilancio di 43 persone morte e decine di feriti, (la maggior parte delle vittime erano civili pro-governativi e forze dell’ordine) e milioni di dollari di danni a beni pubblici e privati, tra cui centrali elettriche e cliniche.

Decine di vandali e terroristi di destra sono stati arrestati, tra cui il terrorista formato a Harvard Leopoldo Lopez. Tuttavia, il governo Maduro ha rilasciato la maggior parte dei sabotatori in un gesto di riconciliazione.

Obama, da parte sua, ha intensificato la campagna terrorista di violenza interna. Ha riciclato i suoi scagnozzi e, nel febbraio 2015, ha sostenuto un nuovo colpo di stato. Parecchi funzionari dell’Ambasciata degli Stati Uniti (gli Stati Uniti avevano almeno 100 persone di stanza nella loro ambasciata), si sono rivelati essere agenti dei servizi segreti con copertura diplomatica, per infiltrarsi e reclutare una decina di funzionari militari venezuelani con i quali tracciare il rovesciamento del governo eletto e assassinare il presidente Maduro, bombardando il palazzo presidenziale.

Il Presidente Maduro e il suo team di sicurezza nazionale hanno scoperto il colpo di stato e hanno arrestato sia i capi militari che politici, tra cui il sindaco di Caracas.

Obama, ora furioso per aver perso importanti posizioni e alleati interni, ha fatto ricorso alla sua ultima risorsa: la minaccia di un intervento militare diretto degli Stati Uniti.

Gli scopi multipli della ‘emergenza nazionale’ di Obama

La dichiarazione di Obama di emergenza di sicurezza nazionale ha obiettivi psicologici, politici e militari. La sua postura bellicosa è stata progettata per rafforzare lo spirito dei suoi scagnozzi imprigionati e demoralizzati e far loro sapere che hanno ancora il sostegno degli Stati Uniti. A tal fine, Obama ha chiesto che il Presidente Maduro liberasse i leaders terroristi. Le sanzioni di Washington sono state dirette principalmente contro i funzionari della sicurezza venezuelani che sostenevano la Costituzione e hanno arrestati i sicari prezzolati di Obama. I terroristi nelle loro celle si possono consolare con il pensiero che, mentre passano ‘momenti difficili’ per essere le truppe d’assalto e i burattini degli USA, ai loro persecutori verrà negato il visto dal Presidente Obama e non potranno più visitare Disneyland o fare lo shopping a Miami… Tali sono le conseguenze delle attuali ‘sanzioni’ USA agli occhi di un’America Latina molto critica.

Il secondo obiettivo della minaccia di Obama è quello di testare la risposta dei governi venezuelani e latino-americani. Il Pentagono e la CIA cercano di misurare come l’esercito venezuelano, l’ intelligence e i leaders civili affronteranno questa nuova sfida, al fine di individuare gli anelli deboli della catena di comando, cioè quei funzionari che correranno ai ripari, si ritrarranno o cercheranno di conciliare, cedendo alle richieste di Obama.

Bisogna ricordare che durante il colpo di stato dell’aprile 2002, molti sedicenti “rivoluzionari chavisti” sono andati a nascondersi, qualcuno penetrando nelle ambasciate. Inoltre, diversi funzionari militari hanno disertato e una dozzina di uomini politici hanno mostrato compiacenza verso i golpisti, fino a quando la marea si è invertita e oltre un milione di Venezuelani ordinari, tra cui gli abitanti delle baraccopoli, hanno marciato per circondare il Palazzo Presidenziale e, con l’appoggio di paracadutisti lealisti, hanno spodestato i golpisti (promotori del colpo di stato) e liberato il loro Presidente Chávez. Solo allora, i chavisti del bel tempo sono usciti da sotto il letto, per celebrare la reintegrazione di Hugo Chávez e il ritorno della democrazia.

In altre parole, l’atteggiamento bellicoso di Obama è parte di una ‘guerra di nervi’, per testare la resistenza, la determinazione e la lealtà dei funzionari del governo, quando le loro posizioni sono minacciate, i loro conti bancari negli Stati Uniti sono congelati, i visti rifiutati e l’accesso a ‘Disney Land’ negato.

Obama sta dando al governo venezuelano un preavviso: un avvertimento questa volta, la prossima volta un’invasione.

La retorica apertamente teppista della Casa Bianca è destinato anche a testare il grado di opposizione in America Latina – e il tipo di supporto che Washington può aspettarsi in America Latina e altrove.

E Cuba ha risposto, con forza, con il supporto incondizionato al Venezuela. L’Ecuador, la Bolivia, il Nicaragua e l’Argentina hanno ripudiato le minacce imperiali di Obama. L’Unione Europea non ha adottato le sanzioni degli Stati Uniti, anche se il Parlamento Europeo ha fatto eco alla richiesta di Obama di liberare i terroristi incarcerati. Inizialmente, il Brasile, l’Uruguay, il Cile e il Messico non hanno sostenuto né gli Stati Uniti né il governo venezuelano. Il Vice Presidente uruguayano Raul Sendic è stato l’unico funzionario in America Latina a negare l’intervento degli Stati Uniti. Tuttavia, il 16 marzo, in una riunione di emergenza dell’UNASUR a Quito, Ecuador, i ministri degli Esteri di Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Uruguay e Venezuela hanno denunciato all’unanimità le sanzioni e l’intervento militare degli USA.

Il Presidente Maduro rimane fermo: non devono passare

Cosa sommamente importante, il Presidente Maduro ha mantenuto la fermezza. Ha dichiarato un’emergenza nazionale e ha chiesto poteri speciali. Ha indetto 2 settimane di esercitazioni militari a livello nazionale, coinvolgendo 100.000 soldati a partire dal 14 marzo. Ha messo in chiaro al Pentagono e alla Casa Bianca che un’invasione americana avrebbe incontrato resistenza. Che affrontare milioni di combattenti per la libertà del Venezuela non sarebbe stata una ‘passeggiata facile’ – che ci sarebbero vittime USA, sacchi per i cadaveri e nuove vedove e orfani statunitensi a piangere i piani imperiali di Obama.

Conclusione

Obama non sta né preparando un’invasione immediata né rinunciando al ‘cambio di regime’, dal momento che i suoi agenti hanno fallito il colpo di stato per due anni consecutivi. La sua postura militarista è volta a polarizzare l’America Latina: a dividere e indebolire le organizzazioni regionali; a separare i cosiddetti “moderati” del Mercosur (Brasile/Uruguay/Paraguay) dal Venezuela e dall’Argentina. Nonostante i suoi insuccessi finora, Obama farà pressione per attivare l’opposizione alle politiche di sicurezza venezuelane con i regimi neo-liberali cileno, peruviano, messicano e colombiano.

In altre parole – l’invasione militare di Obama seguirà lo scenario ripetutamente studiato ‘dell’intervento umanitario’, orchestrato in Jugoslavia, Libia e Siria – con conseguenze così disastrose sulle popolazioni di quei paesi. Obama, in questo momento, manca del supporto politico internazionale da parte dell’Europa e dell’America Latina, che fornirebbe la foglia di fico di una coalizione multilaterale, ha perso, inoltre, i suoi principali agenti interni. Non può rischiare una sanguinosa invasione unilaterale degli Stati Uniti e una guerra prolungata nel futuro immediato.

Tuttavia, si sta inesorabilmente muovendo in quella direzione. Obama ha preteso le prerogative esecutive per attaccare il Venezuela. Ha allertato e mobilitato le forze di combattimento americane nella regione. Capisce che le sue attuali squadre di agenti in Venezuela hanno dimostrato di non essere in grado di vincere le elezioni o di prendere il potere senza un maggiore sostegno militare degli Stati Uniti. Obama è ora impegnato in una guerra di nervi psicologica e insieme fisica: abbattere l’economia venezuelana, intimidire i tiepidi, esaurire e indebolire i militanti attraverso continue minacce e sanzioni ampliatesi nel tempo.

Il governo venezuelano di Nicolás Maduro ha accettato la sfida, il quale sta mobilitando la popolazione e le forze armate: il suo regime democraticamente eletto non si arrenderà. La resistenza nazionale lotterà nel suo paese per il suo futuro. Combatterà una potenza imperiale che la invade. Essa rappresenta milioni di persone, e avrebbero un ‘mondo da perdere’, se gli “squallidi” (la quinta colonna interna) dovessero mai prendere il potere: se non la loro vita, i loro mezzi di sostentamento, la loro dignità e la loro eredità in quanto popolo libero e indipendente.

Epilogo

Il Presidente Maduro ha cercato e si è assicurato il sostegno militare russo e la sua solidarietà in forma di armi, di consulenti e di un accordo a impegnarsi in manovre militari congiunte, per affrontare le sfide della guerra di logoramento di Obama… Il Presidente Putin ha inviato pubblicamente una lettera di sostegno al governo venezuelano, in risposta alle minacce di Obama.

Obama è impegnato in una strategia economica e militare duplice, che convergerà in un’invasione militare statunitense.

Le palesi minacce militari emanate nei primi mesi del marzo 2015 sono volte a costringere il governo Maduro a distogliere risorse finanziarie su larga scala dalla soluzione della crisi economica verso la costruzione di una difesa militare di emergenza. Attraverso un’escalation di minacce militari ed economiche, la Casa Bianca spera di ridurre i sussidi governativi per l’importazione di prodotti alimentari di base e di altri beni essenziali, nel bel mezzo della campagna interna di accaparramento e di scarsità artificiale messe in piedi dai sabotatori economici. Obama conta sui suoi proxies venezuelani e sui mass media locali e internazionali, per dare la colpa al governo del deterioramento economico e per mobilitare grandi proteste da parte dei consumatori arrabbiati. Gli strateghi della Casa Bianca sperano che folle oceaniche serviranno da copertura per i terroristi e i cecchini che sono impegnati in atti di violenza contro le autorità pubbliche, provocando la polizia e le forze armate a rispondere in un re-play del ‘colpo di stato’ a Kiev. A quel punto, Washington cercherà di garantirsi una qualche forma di sostegno dall’Europa o dall’America Latina (tramite l’OAS) per intervenire con le sue truppe, in quella che il Dipartimento di Stato qualificherà come “mediazione di pace in una crisi umanitaria”.

Il successo dell’invio dei marines USA in Venezuela per una missione di pace dipenderà da quanto efficaci saranno stati gli agenti delle Forze Speciali e del Pentagono presso l’ambasciata degli Stati Uniti, nell’assicurare collaboratori affidabili tra i militari venezuelani e le forze politiche pronte a tradire il loro paese. Una volta che i collaboratori abbiano preso un pezzo di territorio, Obama può montare la farsa che i marines degli Stati Uniti sono lì su invito… delle forze democratiche

In condizioni di esplicita minaccia militare, Maduro deve cambiare “le regole del gioco“. In condizioni di emergenza, l’accaparramento non è più solo un comportamento disdicevole: diventa un crimine capitale. I politici che si incontrano e si consultano con i rappresentanti del paese invasore dovrebbero perdere la loro immunità ed essere sommariamente incarcerati. Soprattutto, il governo deve assumere il controllo totale sulla distribuzione dei beni di prima necessità; stabilire il razionamento per garantirne l’accesso popolare; gestire le scarse risorse finanziarie, in modo da limitare o imporre una moratoria sui pagamenti del debito; diminuire o vendere quote di attività negli Stati Uniti (CITCO) per evitare la confisca o la loro messa in illiquidità (“congelamento”) da parte di qualche nuovo decreto di Obama. Sul fronte esterno, il Venezuela deve approfondire i legami militari ed economici con i suoi vicini e con le nazioni indipendenti, per resistere all’esercito statunitense e all’offensiva economica. Se Obama intensifica le misure militari contro il Venezuela, le elezioni parlamentari previste per settembre dovrebbero essere temporaneamente sospese, fino a quando la normalità non sia ristabilita.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Siria, i terroristi si congratulano con Netanyahu

da hispan.tv

I leader dei vari gruppi terroristici che operano contro il governo siriano hanno inviato messaggi di congratulazioni al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, per la recente vittoria del suo partito (Likud) alle elezioni parlamentari, esortando il regime di Tel Aviv a continuare il loro sostegno.

I messaggi sono stati consegnati da un membro del parlamento israeliano che media tra il regime israeliano e i gruppi terroristi in Siria.

Il partito Likud ha vinto le elezioni di misura, guadagnando 30 seggi nel parlamento di 120, rispetto ai 24 dell’Unione sionista.

«Abbiamo ricevuto con grande speranza e gioia la notizia della sua vittoria», si legge in una delle lettere inviate da uno dei gruppi.

In un altro messaggio, un capobanda terrorista, congratulandosi con la vittoria della destra Likud, ha chiesto a Netanyahu di continuare a sostenere i terroristi in Siria che combattono contro il governo del presidente Bashar al-Assad.

Si ribadisce anche che le bande terroriste «vogliono costruire migliori relazioni a tutti i livelli, con Tel Aviv».

Il mediatore Mendi Safadi ha, inoltre, dichiarato alla televisione del regime israeliano, di aver ricevuto due note ufficiali e diverse chiamate, anche dai leader del cosiddetto esercito siriano libero (FSA), considerato dai paesi occidentali “ribelli moderati”.

Al fine di indebolire la resistenza nella regione e dividere i paesi che la sostengono, il regime di Tel Aviv, dall’inizio della crisi siriana, ha fornito tutti i tipi di sostegno ai gruppi terroristici, in particolare, al Fronte Al- Nusra, ramo di Al-Qaeda, che opera contro Bashar al-Assad.

Il trasferimento dei terroristi  negli ospedali israeliani si è verificato mentre era in corso l’offensiva contro la Striscia di Gaza (tra luglio e agosto 2014).

Il regime israeliano ha fornito servizi di logistica ad Al-Nusra, in violazione della risoluzione n°2170 del Convenzione sulla separazione delle forze e le risoluzioni per la lotta contro il terrorismo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il 5 marzo, il canale di notizie iraniano, Press TV, ha messo in onda i video che supportano la cooperazione tra i soldati del regime israeliano e i membri di Al-Nusra.

Nel febbraio 2014, Netanyahu, ha visitato un ospedale militare sulle alture del Golan dove i terroristi sono ricoverati i terroristi feriti nei combattimenti con l’esercito siriano.

Netanyahu ha anche rivelato che dall’inizio della crisi in Siria, l’esercito israeliano ha trasportato numerosi terroristi feriti nel Golan occupato.

Nel marzo del 2014, giornale locale Yediot Aharonot ha riferito che il regime israeliano, finora, ha speso circa 10 milioni di dollari in servizi medici per i membri dei gruppi armati in Siria.

Inoltre, Kamal al-Labwani, leader dell’opposizione armata siriana, aveva ringraziato il regime israeliano per il sostegno offerto ai terroristi che combattono il governo di Damasco, sottolineando che non dimenticherà mai quello che lui ha definito il “sostegno umanitario” del regime di Tel Aviv ai suoi membri feriti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni] 

(FOTO) Gaza, palestinesi solidali con il Venezuela

da telesur.net

Con una manifestazione, a Gaza, nella Piazza dei Martiri, i palestinesi hanno espresso il loro rifiuto alle azioni unilaterali degli Stati Uniti contro la sovranità della nazione sudamericana. Un gruppo di palestinesi, a Gaza, questa mattina, ha tenuto una manifestazione in solidarietà con il Venezuela, per il nuovo assalto degli Stati Uniti che considerano la nazione sudamericana come una minaccia per il loro paese. L’iniziativa è stata organizzata dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e si è svolta nella piazza dei Martiri di Gaza.

Sventolando le bandiere del Venezuela e mostrando striscioni con le scritte: “Stati Uniti fuori dal Venezuela” e “Venezuela, la Palestina è con te”, gli abitanti di Gaza hanno voluto ribadire la loro solidarietà con il governo e il popolo del Venezuela di fronte a  questa nuova aggressione del governo degli Stati Uniti.

I partecipanti alla manifestazione hanno anche esposto poster del leader rivoluzionario Hugo Chávez e del presidente Nicolás Maduro come simbolo di sostegno per la Rivoluzione Bolivariana.

Ieri, un gruppo di persone appartenenti ai movimenti sociali e alle associazioni di difesa dei diritti umani, in Palestina, hanno organizzato un sit-in davanti all’ambasciata del Venezuela per esprimere sostegno al governo venezuelano contro le continue minacce da parte degli Stati Uniti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]
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Venezuela: la paura dell’esempio

da Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”

Questo appello è rivolto a tutte le persone:

– che hanno a cuore la libertà e la giustizia sociale, un binomio inseparabile e un termometro di civiltà.

– che riconoscono il diritto inalienabile di un popolo a scegliere, in modo trasparente e consapevole, il cammino per realizzarle.

  • che considerano insopportabile l’imposizione di guerra, esclusione e fame decisa da una porzione di privilegiati nei confronti della stragrande maggioranza degli esseri umani.

Con questo appello vogliamo:

– esprimere piena solidarietà al popolo venezuelano, che ha scelto la strada del socialismo, riconfermata dalle urne per oltre 15 anni attraverso elezioni legittime e trasparenti.

  • Rifiutare con forza le sanzioni emesse dagli Stati uniti così come ogni altro tipo di ingerenza esterna nelle decisioni sovrane del paese
  • Respingere la campagna di denigrazione che mira a dipingere un governo eletto dal popolo come “una dittatura” incurante dei diritti umani, e a presentare i tentativi violenti di rovesciarlo come “dimostrazioni pacifiche” contro un sistema totalitario.
  • Denunciare il poderoso sabotaggio delle grandi imprese private all’economia del paese
  • Suggerire alcune riflessioni in forma di semplici domande:Si dice che in Venezuela c’è fame e penuria. Come si spiega allora che, sia la Fao che l’Oms, già nel 2012 hanno considerato il paese uno dei 4 dell’America latina in cui l’indice degli affamati è inferiore al 5%?Si è detto che la causa delle devastazioni, degli incendi e delle manifestazioni scoppiate nel febbraio del 2014 fosse la carenza di prodotti basici. Perché allora non si sono verificati saccheggi di negozi e supermercati, frequenti quando c’è fame e penuria, ma azioni politiche organizzate e concepite per essere amplificate dai media?

    L’Oms e altri organismi internazionali hanno riconosciuto che i progressi compiuti dal Venezuela nel campo della salute sono tra i più avanzati della regione. Perché l’opposizione dice che le violenze sono scoppiate per la “mancanza di medicine”?

    Perché il centro delle proteste contro la “penuria” è stata la Plaza Altamira, un quartiere di classe media e agiata dove vive una maggioranza di abitanti di pelle bianca e non – come sarebbe stato logico – i quartieri poveri e di popolazione meticcia, visto che il Venezuela è il paese con maggior percentuale di afrodiscendenti del Sudamerica eccettuato il Brasile?

    L’Unesco ha riconosciuto che il Venezuela è il quinto paese col maggior numero di matricole universitarie al mondo, che durante il socialismo ha registrato una crescita di oltre 800%. In oltre 15 anni non si ha memoria di una sola lotta del movimento studentesco per ottenere il diritto allo studio e alla gratuità dell’insegnamento universitario. Perché si sono visti studenti in abiti griffati marciare contro “le torture” e per “il cibo”?

    E si potrebbe continuare, citando l’informazione manipolata che è giunta a spacciare per immagini delle proteste in Venezuela fotografie di torture e repressione provenienti invece dal Cile, dall’Europa o da altre parti del mondo.

    E si potrebbe continuare dando voce ai famigliari delle vittime delle “guarimbas” (tecniche di violenza di strada messe in atto dall’estrema destra durante le proteste), ai quali il Parlamento europeo non ha voluto concedere udienza.

    E si potrebbe continuare…

    Questo appello è rivolto a tutte le persone

  • che hanno a cuore libertà e giustizia
  • che riconoscono e difendono il diritto degli oppressi al proprio riscatto
  • e che non hanno paura di farsene contagiare.

    Vi chiediamo di firmarlo.Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”

    caracaschiama@autistici.org

     

    Verso il Secondo Incontro Italiano di Solidarietà con la

    Rivoluzione Bolivariana! 

    Napoli – 10-11-12 Aprile 2015

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