In ricordo di Rachel Corrie, irragionevole ed umana

rachel corrieda lantidiplomatico.it

A 12 anni dalla sua morte, l’esempio della giovane attivista americana uccisa a Rafah da un bulldozer dell’esercito israeliano

di @veg_sxe

“Illegale, irresponsabile e pericoloso”. Queste le parole che l’esercito israeliano usò nell’aprile 2003 per descrivere l’atteggiamento di Rachel Corrie. La corte civile israeliana, nel 2012, le confermò quelle parole dicendo che l’attivista “poteva salvarsi portandosi fuori dalla zona di pericolo come qualsiasi altra persona ragionevole avrebbe fatto”.Il 18 gennaio del 2003, Rachel, di appena 23 anni, membra dell’ISM (Movimento di Solidarietà Internazionale), decide di partire dalla sua ridente e sicura cittadina USA per raggiungere Rafah, la città più a sud della Striscia di Gaza, spinta dal sogno di aiutare i bambini palestinesi, nel mezzo di un conflitto decennale dall’altra parte del mondo. Evidentemente Rachel Corrie non era una persona ragionevole. Rachel, in quei pochi giorni, vede di tutto. Può capire la sua disperazione, il suo senso d’impotenza, solo chi ha toccato con mano cosa significasse allora, e cosa significhi ancora, essere palestinese a Gaza o nella West Bank. Quella sensazione di trovarsi costantemente al centro di un mirino, di non avere alcun diritto, di sentire l’insostenibile fetido odore d’ingiustizia in ogni momento della propria quotidianità, di vivere nella propria terra occupata da un esercito nemico. Sentire che la propria resistenza è fiaccata costantemente da arresti, violenze, soprusi, umiliazioni.
L’umiliazione. Questa deve aver sentito Rachel in quei giorni. Sentire l’umiliazione di non poter far abbastanza per quei volti, per quei nomi, per quella gente. Sentire l’umiliazione di essere una privilegiata solo per il proprio passaporto, perché, si sa, una cosa è colpire un palestinese qualsiasi (uomo, donna, anziano o bambino) ben altro sarebbe centrare un occidentale, uno di quei pacifisti internazionali che poi finiscono sui giornali, che hanno le loro ambasciate, che non vengono immediatamente sepolti da una nuova vittima o, peggio, dal silenzio dell’indifferenza. Sarebbe potuta restarsene a casa.Evidentemente Rachel Corrie non era una persona ragionevole. Il 16 marzo 2003, Rachel indossa un giaccone arancione fluorescente ad alta visibilità. Assieme a 6 attivisti dell’ISM si reca a Rafah dove l’esercito israeliano si prepara a distruggere la casa di un farmacista locale.
E’ una pratica comune. Con ruspe condotte dai militari, abbattono abitazioni palestinesi, ufficialmente perché presumono possano essere rifugio di presunti terroristi. Non importa se non sia realmente dimostrata la presenza di soggetti pericolosi per Israele o se questo possa comportare conseguenze per altri. Le ruspe possono passare sopra a tutto.
 
Rachel sale sulla montagnola di terra tra la ruspa e la casa del farmacista. Urla e si sbraccia. Vuole che la ruspa si fermi, interrompa quella manovra. Il suo corpo messo in gioco in difesa dell’esistenza di un farmacista praticamente sconosciuto e della sua famiglia. La ruspa avanza. Rachel urla più forte per farsi sentire. “Non può non avermi visto, ora si ferma” avrà pensato l’americana.Evidentemente Rachel Corrie non era una persona ragionevole.
L’esercito d’Israele non si ferma davanti a niente e a nessuno. L’autista certamente vede ma non si ferma. La ruspa continua ad avanzare. Smuove la base della montagnola facendo cadere Rachel, poi le rovescia addosso la terra. La seppellisce. Poi le passa sopra coi suoi cingoli una prima volta. Di nuovo la schiaccia in retromarcia. Finisce la vita di Rachel, 23 anni, americana.Finisce in Palestina, sotto le ruspe di un esercito occupante. I suoi amici dell’ISM cercano invano di tenerla in vita. Le stringono la testa cercando di non farle uscire il sangue. Provano a rianimarla. L’abbracciano. In quel momento devono essergli tornate alla mente le immagini di quell’altro 23enne che a Genova, meno di 2 anni prima, era stato ucciso e lasciato lì, per terra.

Abbandonato e ignorato. Corpi coperti di sangue, teneramente coccolati solo dall’amore dei loro simili che ancora sentono umanità. L’esercito israeliano si allontana. Non presta soccorso, non presta interesse. Bisogna attendere l’arrivo dei medici e delle ambulanze palestinesi.

La notizia della morte di Rachel rimbalza da Rafah a Gaza, da Gaza a Ramallah, da Ramallah agli USA, fino a raggiungere ogni angolo di mondo. Non è ancora l’epoca di Twitter o dei social network, in Italia arriverà, in un primo momento, solo grazie ad Indymedia, già sommersa da post riguardanti un altro ragazzo morto a Milano quello stesso giorno: Davide Cesare, detto Dax, assassinato dai fascisti a coltellate per strada. I destini di questi due giovani saranno legati da quel 16 marzo e dal riduttivo interesse dei media mainstream che liquideranno entrambe le morti come incidentali. Il giorno seguente, il 17 marzo 2003, le strade di Rafah e di tutta la Palestina vengono invase da palestinesi, uomini, donne e bambini, che vogliono salutare la loro sorella Rachel. Sorpresa. Le bandiere a stelle e strisce sventolano per quelle vie polverose. Il simbolo che il nemico, l’oppressore, pensa sia solo suo assume per quel giorno un altro significato. “Cosa ha fatto questa folle pacifista?” si saranno chiesti i vertici israeliani e l’amministrazione Bush “Questi antiamericani e antisemiti, con le nostre bandiere!”. L’ultimo regalo di una persona non ragionevole: mostrare al mondo come non esista odio verso un  intero popolo o una religione, ma solo verso un’occupazione ingiusta.

Il suo corpo senza vita abbracciato dalla gente che lei aveva voluto provare a difendere, senza picchetti d’onore, senza cerimonie di cardinali, senza bandiere sulla bara, senza inni né trombe, ma più semplicemente ed umanamente avvolto da quelle stesse mani che aveva stretto nel suo troppo breve soggiorno in Palestina, quel corpo ancora intriso della voglia di giustizia che l’aveva portata fin lì, guardato con disprezzo dagli occupanti e con profondo amore dagli occupati. Se ne è andata così Rachel, coperta da quella stessa terra tanto bramata dai palestinesi che lei amava. Quella terra per la quale da quasi 100 anni, dalla “Dichiarazione di Balfour” del 1917, si affrontano due popoli. Quella terra sulla quale essere equidistanti significa sostenere uno Stato che, contravvenendo ad ogni direttiva internazionale, occupa un’altra nazione attraverso l’edificazione di centinaia d’insediamenti e la costruzione di un muro di segregazione etnica.

Sono passati esattamente 12 anni dall’assassinio di Rachel Corrie. Evidentemente Rachel Corrie non era una persona ragionevole. Se lo fosse stata oggi avrebbe 33 anni e vivrebbe sicura nella sua casa statunitense. Ma il mondo ha bisogno proprio di questa audacia, di questa forza, di questa voglia d’amore e di pace che la corte civile israeliana, e non solo, chiamano irragionevolezza. Nel 2011, 8 anni dopo Rachel, Gaza ha visto andarsene un altro dei figli migliori di questo pianeta. Si chiamava Vittorio Arrigoni, anche lui in quella terra disgraziata per sostenere la giusta causa palestinese.

Vittorio scriveva sempre di restare umani, di non cedere a quelli che ci vorrebbero disumanizzare. Restare umani significa seguire l’esempio di donne e uomini come Rachel, Vittorio o Tom Hurndal, che hanno scelto di mettere da parte parte della propria ragionevolezza per non sacrificare la propria umanità.

(FOTOS+VIDEO) Venezuela somos todos

Un gran concierto desde la Escalinata de la Universidad de La Habana reunió a miles de cubanos para mostrar nuestro apoyo incondicional al pueblo y Gobierno de la República Bolivariana de Venezuela

por Yurisander Guevara*

El pueblo, unido, jamás será vencido. Así lo demostraron los cubanos que en la noche de este domingo se reunieron en la histórica Escalinata de la Universidad de La Habana para brindar su apoyo incondicional a Venezuela ante las agresiones de Estados Unidos.

Los himnos nacionales cubano y venezolano —este último interpretado por el Comandante Hugo Chávez, ese canto histórico durante el cierre de la campaña presidencial de 2012—, dieron inicio a una noche de reafirmación revolucionaria doblemente histórica, pues se volvió a romper el corojo bajo los mangos de Baraguá.

Ante los miles de jóvenes presentes en el convite, Yosvany Montano, presidente de la FEU, afirmó que con el abrazo del Alma Mater cantamos a la paz y a la libre determinación de los pueblos de Nuestra América. Cuando se atenta contra la Revolución Bolivariana, agregó, llegamos para reafirmar el apoyo incondicional al pueblo y Gobierno venezolanos.

Recordó que hace 137 años Antonio Maceo hizo un juramento ante la Patria que alimentó el futuro con la Protesta de Baraguá. Por eso, hoy Cuba se levanta con Venezuela y lo hace para todos los tiempos. Levantemos entonces, destacó, un eco multitudinario que refrende a nuestra esta Patria Grande.

En nombre de los Cinco Héroes, presentes en el acto, René González Sehwerert recordó desde la tribuna que el pasado 17 de diciembre el mundo entero amaneció siendo más justo, pues el Imperio había reconocido que no podía doblegar a un pueblo como el nuestro.

A pesar de las celebraciones, dijo, siempre tuvimos presente lo que nos enseñó el Che. En el Imperialismo no podemos confiar ni un tantico así.

El pasado 9 de marzo ese Imperio decidió que Venezuela era una amenaza para EE.UU. ¿A qué sector tiene que complacer el presidente Obama? ¿Por qué esa decisión repentina?, inquirió.

Venezuela es hoy para América Latina lo que fue Cuba hace 56 años para millones de oprimidos, una luz. Por eso Hugo Chávez no va a morir nunca y siempre va a guiar nuestros pasos, subrayó René.

La agresión de Estados Unidos contra Venezuela ya ha concitado el repudio del continente, acotó. Habría que preguntarse si la Cumbre de las Américas en Panamá (el próximo abril), será una caricatura política.

El Héroe de la República de Cuba, parafraseando al Apóstol, afirmó luego: denos Venezuela en que servirla y aquí tendrá millones de hijos. Jamás podrán enterrar una cuña entre Cuba y Venezuela.

Alí Rodríguez Araque, embajador de la República Bolivariana de Venezuela, afirmó que en gran parte del mundo se han realizado distintas manifestaciones de solidaridad y rechazo a las groseras amenazas del más grande imperio conocido, con el mayor poder bélico de la historia, que puede desaparecer la vida sobre la tierra.

¿Qué amenaza puede representar un país como Venezuela para una potencia como esa, donde se han invertido miles de millones de dólares en materia bélica?, cuestionó el diplomático.

Venezuela es un país pacífico, prosiguió, con vocación de paz, que necesita de la paz para aprovechar los gigantes recursos que yacen en sus suelos, y el gigantesco recurso que representa el talento, la capacidad creadora y el trabajo de su pueblo. No representamos absolutamente ninguna amenaza para nadie. Y no representamos absolutamente ningún peligro, como ha querido señalar el presidente Barack Obama.

El peligro que puede representar Venezuela está en el ejemplo de la defensa de su soberanía y de sus recursos naturales. Desde que el inolvidable Hugo Chávez llegó a la presidencia se desató una feroz campaña mundial y a lo interno de nuestro país para destruir su imagen. Se desarrollaron conspiraciones, se promovieron Golpes de Estado, no solamente para hacer fracasar el proyecto bolivariano sino a través de la violencia impedir el «mal ejemplo» que representamos.

Alguna vez, recordó, Condolezza Rice (ex Secretaria de Estado de EE.UU.) dijo que Venezuela era una influencia negativa para América Latina. Si alguna influencia hemos tenido, es la de la dignidad y el amor intransigente por nuestra patria y soberanía, y por haber desarrollado una política del aprovechamiento de nuestros recursos naturales para mejorar la calidad de vida de la población.

La pobreza, afirmó Rodríguez Araque, se ha reducido drásticamente gracias al ingreso petrolero. Hoy somos el país con el menor porcentaje de pobreza, pero en la llamada IV República ese porcentaje se incrementaba anualmente mientras los gobiernos corruptos y las grandes compañías se enriquecían.

La defensa y autodeterminación de Venezuela es algo que siempre ha molestado a los que se consideran los dueños del mundo. Hemos derrotado una y otra vez las intenciones de derrocar a nuestra revolución.

Recordó el embajador todos los obstáculos que ha tenido que enfrentar el proceso bolivariano desde hace 16 años, con guerras económicas y un golpe de Estado para derrocar a Chávez en 2002.

Las oleadas de cambio que trajeron al Comandante Hugo Chávez a la máxima dirección del país, fortaleció la integración de nuestro continente y con otras naciones. Venezuela ha recuperado además, dijo el embajador venezolano, su dignidad de Patria, el pensamiento de Bolívar.

Lo que ocurra de aquí en adelante depende la solidaridad y el apoyo de los pueblos de América y del mundo, consideró. En ese sentido, agradeció la extraordinaria solidaridad del pueblo y Gobierno cubanos. Es sencillamente notable, conmovedor, el rol que ha cumplido el personal médico cubano, que ha llevado vida hasta el último rincón de Venezuela, destacó.

Amor con amor se paga. Nada ni nadie pueden detener a un pueblo cuando se decide avanzar por el camino de la Revolución, sentenció.

Tras las palabras de apertura llegó la música de la mano de artistas como Adrián Berazaín, Patricio Amaro, Raúl Torres, Pepe Ordaz, Tanmy López, la agrupación de El niño y la verdad, la orquesta Jazz Band, de la Escuela Nacional de Arte, y Marta Campos.

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*Juventud Rebelde

Fotos: Roberto Ruiz

(VIDEO) Flash mob bolivariano a Roma!

Roma 15mar2015

In occasione della giornata di mobilitazione internazionale in solidarietà con il Venezuela, a Roma, in piazza di Spagna, si è riunito un gruppo di esponenti dei movimenti di solidarietà con la Repubblica Bolivariana.

I manifestanti hanno dato vita alla versione italiana del Flash Mob virale (#ObamaYankeeGoHome) in segno di protesta contro le recenti dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, secondo cui “il Venezuela rappresenta una minaccia straordinaria ed insolita per la sicurezza nazionale” ed in base alla quale è stato decretato lo “Stato di Emergenza Nazionale” degli U.S.A., che concede poteri straordinari all’amministrazione yankee anche in “tempo di pace”.

Non è certo una novità il tentativo di ingerenza nella politica di paesi “non allineati” alla politica di Washington (e ricchi di risorse naturali), ma il livello di pressione subita dal popolo di Bolivar e di Chavez ha raggiunto livelli inaccettabili per tutti coloro che credono nella pace, nella giustizia, nella sovranità dei popoli e nel rispetto tra le nazioni.

Per questo oltre alle formali prese di posizione di molti governi contro l’iniziativa del governo U.S.A., si sono aggiunte le ingenti manifestazioni di protesta dei popoli e delle organizzazioni di solidarietà internazionale in tutto il mondo… persino in Italia!
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Il prossimo appuntamento sarà a Napoli 

FLASH MOB! America Latina: Musica per la Pace!

SABATO 28 MARZO / ORE 11,30
PIAZZA DEL GESÙ NUOVO, NAPOLI

Samba, Joropo, Jazz, Rock:
un incontro multiculturale tra stili, generi, strumenti e tradizioni musicali diversi per esprimere attraverso la musica il valore universale della PACE.

Il Venezuela e l’America Latina tutta promuovono i princìpi della solidarietà, dell’interculturalità, dell’inclusione sociale, del rispetto e della pace tra i popoli.

Condividiamo questi valori suonando e ascoltando insieme musica dal mondo!

NON MANCATE!


 

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