Gli USA e il Venezuela: decadi di sconfitte e di destabilizzazione

obamadi James Petras

03.04.2o15

Introduzione: La politica degli USA verso il Venezuela è un microcosmo della sua più ampia strategia verso il Latino-America. L’intento è di invertire la politica estera indipendente della regione e di restaurare il dominio degli USA; mettere in discussione la diversificazione del commercio e dei partners d’investimento e rifocalizzare le relazioni economiche con gli USA; di riportare i patti regionali di integrazione regionale all’interno degli schemi d’integrazione economica centrati sugli USA; e di privatizzare le imprese parzialmente o interamente nazionalizzate.
Il ricorso ai colpi di stato militari in Venezuela è una strategia volta a imporre regimi clientari. Si tratta di una replica della strategia degli Stati Uniti durante il periodo 1964-1983. In questi due decenni, gli strateghi USA hanno collaborato con successo con le élites economiche e militari, per rovesciare i governi nazionalisti e socialisti, privatizzare le imprese pubbliche e invertire le politiche sociali, del lavoro e del welfare. I regimi clientelari hanno attuato politiche neo-liberali e sostenuto un’”integrazione” centrata intorno agli USA. L’intera gamma di istituzioni rappresentative, i partiti politici, i sindacati e le organizzazioni della società civile sono stati banditi e sostituiti da ONG finanziate dall’impero, partiti e sindacati controllati dallo Stato. Con questa prospettiva in mente, gli Stati Uniti hanno sono ritornati alla strategia del “cambio di regime” in Venezuela, come primo passo per una trasformazione su scala continentale, volta a riaffermare il loro dominio politico, economico e sociale.

Il ricorso di Washington alla violenza politica, fatta di guerra mediatica, sabotaggio economico e colpi di stato militari, in Venezuela, è un tentativo di scoprire l’efficacia di queste tattiche in condizioni favorevoli, tra cui una recessione economica sempre più grave, un’inflazione a due cifre, il calo del tenore di vita e un indebolimento del consenso politico, come una prova generale per gli altri paesi della regione.

Il precedente ricorso di Washington a una strategia di “cambio di regime” in Venezuela, Bolivia, Argentina e Ecuador non è riuscito, perché le circostanze oggettive erano sfavorevoli. Tra il 2003-2012 i regimi nazionali-populisti o di centro-sinistra hanno visto aumentare il consenso politico, le loro economie erano in crescita, i redditi e i consumi sono andati migliorando e perché i regimi e i clienti pro-USA in precedenza erano crollati sotto il peso di una crisi sistemica. Inoltre, le conseguenze negative dei colpi di stato militari erano freschi nella mente delle persone. Oggi, gli strateghi di Washington ritengono che il Venezuela è il bersaglio più facile e più importante, a causa delle sue vulnerabilità strutturali e perché Caracas è la chiave di volta per l’integrazione latino-americana e il welfare populista.

Secondo la teoria del domino di Washington, Cuba sarà più suscettibile alla pressione se è tagliata fuori dagli accordi petrolio-prestazioni mediche con il Venezuela. L’Ecuador e la Bolivia saranno più vulnerabili. L’integrazione regionale sarà diluita o sostituita da accordi commerciali diretti dagli Stati Uniti. La deriva verso la destra dell’Argentina sarà favorita. La presenza militare degli Stati Uniti sarà allargata al di là della Colombia, del Perù, del Paraguay e dell’America centrale. L’ideologia anti-imperialista radicale sarà sostituita da una forma modificata di “pan-americanismo”, un eufemismo per la supremazia imperiale.

La guerra concentrata e prolungata degli Stati Uniti contro il Venezuela e il ricorso a tattiche e gruppi estremisti possono essere spiegate solo da ciò che gli strateghi statunitensi percepiscono come gli interessi in giro su ampia scala (a livello continentale) e a lungo termine.
Si procederà discutendo e analizzando la guerra quindicennale degli USA (2000-2015) contro il Venezuela, che sta ora raggiungendo l’apice. Ci dedicheremo poi a esaminare il passato e i punti di forza e di debolezza dell’attuale governo democratico e anti-imperialista del Venezuela.

Guerra politica prolungata: le molteplici forme di attacco all’interno di congiunture politiche in trasformazione

La guerra degli Stati Uniti contro il Venezuela è iniziata subito dopo l’elezione del presidente Chávez nel 1999. La sua convocazione di un’assemblea costituzionale e di un referendum e il successivo inserimento di una forte componente di partecipazione popolare e di clausole nazionaliste “ha provocato un forte allarme” a Washington. La presenza di un grosso contingente di ex guerriglieri marxisti e della sinistra nella campagna elettorale e nel regime di Chávez, fu il segnale per Washington, per sviluppare una strategia di raggruppamento dei clienti d’affari e politici tradizionali per fare pressione e limitare i cambiamenti.

Dopo il 9/11/01, Washington ha lanciato la sua offensiva militare globale, proiettando il potere tramite la cosiddetta “guerra al terrore”. Lo sforzo di Washington per riaffermare il dominio nelle Americhe ha incluso richieste al Venezuela affinché rientrasse nei ranghi e appoggiasse l’offensiva militare globale di Washington. Il presidente Chávez ha rifiutato e ha stabilito un esempio di politica indipendente per i movimenti nazionalisti e populisti e per gli emergenti regimi di centro-sinistra in America Latina. Il presidente Chávez ha detto al presidente Bush che “non si combatte il terrore con il terrore”.

In risposta, dal novembre 2001 gli strateghi di Washington si sono spostati da una politica di pressione per contenere il cambiamento a una strategia di guerra a tutto campo di guerra, per rovesciare il regime di Chávez con un colpo di stato economico-militare (aprile 2002).

Il colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti è stato sconfitto in meno di 72 ore. Chávez è stato restaurato al potere da un’alleanza di forze militari lealiste, supportate da una spontanea marcia di un milione di persone. Washington ha perso importanti punti di riferimento tra le élites militari ed economiche, personaggi che sono fuggiti in esilio o sono stati imprigionati.

Dal Dicembre 2002 al Febbraio 2003, la Casa Bianca ha sostenuto un lockout operativo nella strategica industria del petrolio, con la complicità di corrotti funzionari sindacali in combutta con Washington e l’AFL-CIO. Dopo tre mesi, il lockout fu sconfitto attraverso una coalizione di sindacalisti lealisti, organizzazioni di massa e paesi produttori di petrolio d’oltremare. Gli USA hanno perso posizioni chiave nell’industria petrolifera, in quanto 15,000 dirigenti, managers e operai sono stati licenziati e rimpiazzati da nazionalisti leali. L’industria del petrolio è stata rinazionalizzata – i suoi proventi messi al servizio del welfare pubblico.

Avendo perso posizioni chiave nella insurrezione violenta, Washington ha promosso una strategia di politiche elettorali – organizzando un referendum nel 2004, che è stato vinto da Chávez e un boicottaggio delle elezioni parlamentari del 2005, che è fallito e ha portato a una strabordante maggioranza per le forze chaviste.

Avendo fallito nell’assicurare il cambio di regime attraverso la belligeranza interna violenta ed elettorale, Washington, che aveva sofferto una seria perdita di posizioni interne, è tornata a manovrare da fuori, organizzando squadre della morte paramilitari e incoraggiando l’esercito colombiano a ingaggiare conflitti di frontiera in combutta con il regime di estrema destra di Alvaro Uribe. Le incursioni militari della Colombia hanno portato il Venezuela a rompere le relazioni economiche, con un costo per gli influenti esportatori e produttori dell’agro-business colombiano perdite superiori agli 8$ miliardi di dollari, fino a che Uribe si è tirato indietro e ha firmato un accordo di non-aggressione con Chávez, mettendo in crisi la strategia degli USA di “proxy war”.

Washington ha rivisto la sua tattica, ritornando alle tattiche elettorali e di terrorismo da strada. Tra il 2008 e il 2011/12, Washington ha indirizzato milioni di dollari a finanziare i politici di partiti elettorali, ONGs, organi di mass media (giornali, televisione e radio) e attivisti sabotatori dell’energia pubblica, dell’elettricità e delle stazioni energetiche.

L’offensiva politica “interna” degli USA ha avuto un successo limitato – una coalizione di gruppi politici di destra belligeranti ha eletto una minoranza di funzionari, così riguadagnando una presenza istituzionale. Un referendum apertamente socialista sostenuto da Chávez è stato sconfitto (per meno dell’1%). Le ONGs hanno guadagnato influenza nelle università e in alcuni quartieri popolari, sfruttando la corruzione e l’inettitudine di funzionari locali eletti in liste chaviste.

Ma la strategia USA ha fallito nel rovesciare o indebolire il regime guidato da Chávez, per diverse ragioni. L’economia del Venezuela stava cavalcando un prolungato boom di crescita. I prezzi del petrolio stavano aleggiando ben sopra $100 al barile, finanziando la sanità, l’educazione, l’alloggio, e i programmi sussidiati di combustibile e cibo, minando alla base la cosiddetta agitazione “grass-roots” delle ONGs finanziate dagli USA.

I sussidi governativi alle importazione e una regolamentazione lassista delle riserve di dollari hanno assicurato il consenso anche tra i capitalisti e allentato il loro sostegno alle opposizioni violente. Settori della classe media hanno votato per Chávez come un pass-partout per la società dei consumi.

In secondo luogo, il carisma del Presidente Chávez, la promozione e il sostegno dei gruppi popolari di zona hanno contrastato i pessimi effetti dei corrotti e inetti funzionari locali “chavisti”, che altrimenti avrebbero favorito l’opposizione sostenuta dagli USA.

In terzo lugo, l’intervento degli USA in Venezuela non ha alienato loro solo il centro-sinistra, ma l’intero spettro politico in Latino-America, isolando Washington. Questo è stato specialmente evidente in occasione dell’universale condanna del colpo militare sostenuto dagli USA in Honduras nel 2009.

In quarto luogo, gli USA non riescono a contrastare le vendita del petrolio venezuelano a prezzi popolari ai governi del Caraibi e del Centro America. Il Petrocaribe ha rafforzato il Venezuela e indebolito il dominio degli USA nel “cortile di casa” storico di Washington.

L’intera strategia elettorale degli USA è dipesa dal fomentare una crisi economica – e, a causa dei prezzi del petrolio favorevoli sul mercato mondiale, è fallita. Come risultato, Washington si è basata su strategie non-economiche, per distruggere i legami socio-economici tra i consumatori di massa e il governo di Chávez.

Washington ha incoraggiato il sabotaggio degli impianti energetici ed elettrici. Ha incoraggiato l’accaparramento e la speculazione sui prezzi da parte dei capitalisti commerciali (proprietari di supermercati). Ha incoraggiato i contrabbandieri ad acquistare migliaia di tonnellate di merci da consumo sussidiate e a venderle al di là del confine in Colombia.

In altre parole, gli USA hanno combinato la loro strategia elettorale con violenti sabotaggi e con il boicottaggio economico illegale. Questa strategia si è intensificata con l’avvento della crisi economica seguente al crollo finanziario del 2009, al calo dei prezzi delle merci e alla morte del Presidente Hugo Chávez.

Gli USA attraverso i loro megafoni mass-mediatici sono intervenuti a difendere i protagonisti e i praticanti azioni illegali violente – qualificando i sabotatori arrestati, gli assassini, i provocatori di strada, gli assaltatori delle istituzioni pubbliche come “prigionieri politici”. Washington e i suoi media hanno qualificato il governo di “autoritario”, per intendere proteggere la costituzione. Ha accusato l’indipendente potere giudiziario di prevenuto. La polizia e l’esercito sono stati definiti “repressivi”, per il fatto di arrestare attentatori piromani di scuole, mezzi di trasporto e ospedali.

Nessun crimine violento o condotta criminale da parte degli oppositori politici è andato esente dagli scrofolosi sermoni di Washington circa la difesa dei “diritti umani”.

La crisi e il crollo dei prezzi del petrolio hanno grandemente aumentato le opportunità per gli USA e i loro collaboratori di campagna venezuelani per indebolire il governo. La dipendenza del Venezuela dal Presidente Chávez, in quanto singolare figura di cambiamento, ha sofferto un serio colpo con la sua his morte. La guida personalistica ha indebolito l’organizzazione organica delle masse.

Gli USA hanno rilanciato l’offensiva multilaterale per minare alla base e rovesciare il recentemente eletto governo di Nicolas Maduro. Washington, dapprima, ha promosso la ‘via elettorale’ come strategia per un cambio di regime, finanziando il leader dell’opposizione Henrique Capriles.

In seguito alla sconfitta elettorale di Capriles, Washington ha fatto ricorso a un’intensa campagna di propaganda post-elettorale per de-legittimare il risultato delle elezioni. Essa ha promosso la violenza in strada e il sabotaggio della rete elettrica. Per più di un anno, il regime di Obama ha rifiutato di riconoscere il risultato elettorale, accettato e riconosciuto in tutta l’America Latina e nel mondo. Nelle successive elezioni parlamentari, governamentali e municipali, i candidati sostenuti dagli USA hanno sofferto sconfitte clamorose. Lo Partito Socialista Unito del Venezuela del president Nicolas Maduro ha vinto tre quarti dei governatorati e mantenuto una solida maggioranza di tre-quarti al Congresso.

A partire dal 2013, gli USA hanno intensificato la loro offensiva “extra-parlamentare” – il massiccio accaparramento di beni di consumo da distributori all’ingrosso e supermercati al dettaglio ha portato a crisi di reperibilità, lunghe file, lunghe attese e scaffali vuoti.

L’accaparramento, la speculazione sul mercato nero della valuta, il contrabbando all’ingrosso di carichi di beni di consumo lungo il confine con la Colombia (facilitato da funzionari dell’opposizione governanti in stati di confine e dai corrotti comandanti della Guardia Nazionale) hanno esacerbato la penuria.

Gli strateghi USA hanno cercato di marcare un solco politico che si incuneasse tra la classe media più incline al consumismo, quella popolare e il governo di Maduro. Nel corso del tempo, essi sono riusciti a fomentare lo scontento tra la classe medio-bassa e a dirigerlo contro il governo e non contro l’élite del grande business e i politici dell’opposizione, le ONGs e i partiti finanziati dagli USA.

Nel febbraio 2014, incoraggiati dal crescente scontento, gli USA si sono mossi rapidamente verso un confronto decisivo… Washington ha sostenuto l’opposizione extra-parlamentare più violenta. Guidata da Leopoldo López, essa ha chiamato apertamente al colpo di stato e ha programmato un assalto a livello nazionale su edifici pubblici, autorità e attivisti pro-democrazia. Come conseguenza, 43 persone sono state uccise e 870 ferite – per lo più sostenitori del governo ed ufficiali militari e di polizia – e centinaia di milioni di dollari di danni sono stati provocati a scuole, ospedali e supermercati di stato.

Dopo due mesi, la sollevazione è stata finalmente stroncata e le barricade da strada sono state smantellate— mentre persino la gente di destra dedita agli affari ha subito perdite, mentre le loro entrate diminuivano e non c’era speranza di vittoria.

Washington ha proclamato i leaders terroristi imprigionati “prigionieri politici”– una linea ripetuta a pappagallo da tutti i mass media e dal finto Human Rights Watch. Il regime di Obama ha cercato di far rilasciare i suoi teppisti armati, per preparare il prossimo giro di scontri violenti.

Washington ha accelerato il ritmo della pianificazione, organizzando e provando il prossimo colpo di stato per tutto il 2014. Avvantaggiandosi del controllo debole o non-esistente da parte del governo Maduro di leggi vietanti il ‘finanziamento straniero di organizzazioni, gli USA via NED e i suoi “gruppi d’avanguardia” hanno pompato decine di milioni nelle ONGs, nei partiti politici, sui leaders e su ufficiali militari attivi e in pensione, disponibili e capaci di perseguire un “cambio di regime” attraverso un colpo di stato.

Esattamente un anno dopo la violenta insurrezione del 2014, il 14 Febbraio 2015, gli USA hanno appoggiato un colpo civile-militare. Il colpo è stato bloccato dall’intelligence militare e dalle denunce fatte da semplici soldati lealisti.

Due tentativi di presa del potere in un anno sono una chiara indicazione che Washington sta accelerando le sue mosse per stabilire un regime clientelare.

Ciò che rende queste politiche particolarmente pericolose, non è semplicemente la loro vicinanza, ma il contesto nel quale esse hanno luogo e le reclute che Washington sta arruolando.

A differenza del colpo di stato del 2002, che è avvenuto all’epoca di un’economia crescente, il più recente ha luogo nel contesto di indicatori economici in calo. Prima, le masse turned out per dare consenso alla nuova costituzione, all’inflazione in diminuzione, l’introduzione della nuova legislazione sociale e di un reddito in ascesa. Il colpo di stato più recente ha luogo con redditi in calo, una svalutazione che riduce il potere d’acquisto, alzando l’inflazione (62%) e facendo piombare i prezzi del petrolio.

In più, gli USA hanno ancora una volta fatto proseliti nell’esercito com’è stato nel colpo di stato del 2002 ma non nel 2014. Tre generali, tre colonnelli, 9 luogotenenti e un capitano hanno firmato per il colpo e si può ipotizzare che essi fossero in contatto con altri. Le lealtà che si sfaldano nell’esercito non sono semplicemente un prodotto della corruzione USA. È anche un riflesso del declino socio-economico di settori della classe media, alla quale appartengono per legami familiari e identificazione sociale gli ufficiali di livello medio.

In seguito al precedente colpo (del 2002), l’allora Presidente Chávez aveva chiamato alla formazione delle milizie popolari, la Riserva Nazionale e una forza di difesa rurale per ‘complementare’ le forze armate. Circa 300,000 volontari della milizia erano stati registrati. Ma come molte idee radicali, poco ne è risultato.

Mentre gli USA si muovono per attivare l’‘opzione militare’, il Venezuela deve considerare di attivare e collegare queste milizie alle organizzazioni di massa delle comunità popolari, ai sindacati e ai movimenti contadini.

Gli USA hanno sviluppato un concetto strategico di prendere il potere attraverso i proxies (alleati locali, nota del trad.). Una guerra di attriti, costruita sullo sfruttamento delle conseguenze sociali della caduta delle entrate del petrolio, scarsità di beni basilari e le crescenti incrinature nell’esercito e nelle istituzioni di stato.

Nel 2015, Washington ha abbracciato la strategia del 2002, combinando forme multiple di attacco, incluse la destabilizzazione economica, le politiche elettorali, il sabotaggio e la penetrazione militare. Sono tutte dirette verso una coalizione militare – civile per afferrare il potere.

 

Fronteggiare l’offensiva USA: le forze e le debolezze del governo Maduro

La forza basica del governo chavista del Presidente Maduro è l’eredità di circa 15 anni di legislazione progressista, inclusi i redditi in ascesa, la democrazia basata sulle communità grass-roots, l’affermazione dell’indipendenza e dignità razziale, di classe e nazionale. Nonostante le difficoltà reali degli ultimi 3 anni, il quaranta per cento dell’elettorato, per lo più poveri urbani e rurali, rimane un solido nucelo di consenso al processo democratico, il Presidente e i suoi sforzi per invertire il declino e far ritornare il paese alla prosperità.

Fino ad adesso, il governo Maduro ha respinto con successo e sconfitto l’offensiva dei proxies USA. Il Presidente Maduro ha vinto elettoralmente, e più recentemente ha sbaragliato i golpisti, adottando misure di sicurezza più strette e un’intelligence tecnologicamente più efficiente. Misura egualmente importante, ha chiesto agli USA di ridurre gli operativi della sua ambasciata da 100 a 17, in modo simmetrico allo staff del Venezuela a Washington. Gran parte del personale dell’ambasciata è stato impegnato in incontri con organizzatori venezuelani di attività violente e di sforzi per corrompere gli ufficiali militari.

Eppure, queste misure di sicurezza e miglioramenti amministrativi, così importanti e necessarie come sono, riflettono soluzioni di breve portata. Le questioni più profonde e più fondamentali riguardano la debolezza strutturale dell’economia e dello stato venezuelano.

In primo luogo e in maniera determinante, il Venezuela non può continuare a basarsi su un’”economia di rendita”, fondata sul petrolio, specialmente se dipendente dal mercato USA.

Il ‘socialismo di consumo’ del Venezuela dipende totalmente dalle entrate del petrolio e dagli alti prezzi del petrolio per finanziare l’importazione di materiale alimentare e altri beni essenziali.

Una strategia di ‘ difesa nazionale’ contro l’offensiva imperiale richiede un livello molto più alto di ‘auto-sufficienza’, un più elevato grado di produzione e di controllo decentralizzato.

In secondo luogo, al lato dell’intervento destabilizzatore degli USA, la più grande minaccia per il governo democratico sono i funzionari governativi esecutivi, dirigenziali ed eletti, che hanno distolto miliardi in fondi di investimento, hanno fallito nel portare avanti programmi in maniera efficace e che in gran parte improvvisano secondo considerazioni del momento. È essenziale che Maduro avanzi le priorità strategiche per assicurare gli interessi basilari del popolo.

I governi Chávez e Maduro hanno fornito line guida generali che sono state assunte come un piano strategico. Eppure, né risorse finanziarie, né personale statale sono stati destinati sistematicamente a implementarli. Invece, il governo ha risposto o meglio ancora ha reagito difensivamente alle minacce immediate dell’opposizione, in particolare alla scarsità provocata intenzionalmente e alle cadute delle entrate del petrolio. Hanno invece scelto la facile soluzione di assicurarsi prestiti dalla Cina impegnando le future esportazioni di esportazioni di petrolio. Anche anche fatto prestiti commerciali – ai tassi più alti del mondo (18%)!

Il boom post-consumismo richiede una decisiva rottura con l’economia del petrolio . . . continuare un costoso finanziamento del debito allontana il giorno della resa dei conti, che si sta avvicinando velocemente.

I colpi militari e la guerriglia politica degli USA sono con noi e non scompariranno, anche se Washington perde delle battaglie. L’imprigionamento di cospiratori individuali non è abbastanza. Essi sono intercambiabili …Washington può comprarne altri.

Il governo Maduro fronteggia un’emergenza nazionale, che richiede una mobilitazione a scala di un’intera società, per avviare un’economia di guerra, capace di produrre e distribuire specifici beni di classe per andare incontro ai bisogni popolari.

Il colpo di stato del 12 febbraio 2015, soprannominato il Piano Gerico, è stato finanziato dalle ONGs USA, dal National Endowment for Democracy e dai loro soci, l’International Republican Institute e dal National Democratic Institute and Freedom House. Gli organizzatori erano guidati dall’ex- Deputata venezuelana Corina Machado, (di casa alla Casa Bianca), destinata a guidare la dittatura prevista per il dopo golpe.

Se vuole sopravvivere, il governo Maduro deve reprimere e perseguire tutte le ‘ONGs’ auto-referenziali, che sono destinatarie di finanziamenti d’oltremare e che servono da canali per colpi sostenuti dagli USA e per attività destabilizzanti.

Non c’è dubbio che il regime di Obama cercherà di proteggere il suo finanziamento di proxies e che alzerà la voce, parlando di ‘crescente autoritarismo’. Ciò è prevedibile. Eppure, il dovere del governo venezuelano è di proteggere l’ordine costituzionale e difendere la sicurezza dei suoi cittadini. Esso deve agire in maniera incisiva per perseguire non solo i destinatari dei fondi USA, ma l’intera rete politica degli USA, organizzazioni e collaboratori, come terroristi.

Venezuela può fare riferimento a una pagina del codice penale degli USA, che commina cinque anni di prigione ai “connazionali”, che ricevono fondi dall’estero e non si registrano come agenti stranieri. Ancora più nel dettaglio, il regime di Obama ha perseguito gruppi organizzati sospettati di cospirare per commettere azioni violente condannandoli all’ergastolo. Ha giustificato assassini extra-giudiziari (attraverso i droni) di “sospetti terroristi”.

Il Presidente Maduro non ha bisogno di arrivare agli estremi del regime di Obama. Eppure, dovrebbe riconoscere che la politica della “denuncia, dell’arresto e del rilascio” è totalmente fuori linea rispetto alle norme internazionali riguardanti la lotta contro il terrorismo in Venezuela.

Ciò che gli USA hanno in mente non è semplicemente un ‘colpo di palazzo’, nel quale i funzionari democratici siano scalzati e rimpiazzati con clienti USA. Washington vuole andare molto al di là di un cambio di personale, al di là di un regime amichevole, capace di fornire incondizionale sostegno all’agenda di politica estera USA…

Un regime di colpo di stato e di post-colpo è solo il primo passo verso una sistematica e totale inversione delle trasformazioni socio-economiche e politiche degli ultimi 16 anni!

Primo punto all’ordine del giorno sarà l’annientamento delle organizzazioni di massa delle comunità popolari, che si opporranno al colpo. Ciò verrà accompagnato da un’epurazione di massa di tutte le istituzioni rappresentative, le forze armate costituzionali, i funzionari di polizia e i patrioti con cariche nell’industria del petrolio e altre imprese pubbliche.

Tutti i maggiori programmi pubblici di welfare nell’educazione, nella sanità, nell’alloggio e nella distribuzione di cibo al dettaglio a prezzi contenuti, saranno smantellato o soffriranno notevoli tagli nel budget.

L’industria del petrolio e dozzine di altre imprese e banche statali saranno privatizzate e de-nazionalizzate. Le MNC USA saranno le principali beneficiarie. La riforma agraria sarà reinvertita: I beneficiari saranno sradicati e la terra restituita agli oligarchi terra-tenenti.

Dal momento che tanti operai e poveri rurali venezuelani saranno negativamente colpiti e dato lo spirito combattivo che permea la cultura popolare, l’implementazione dell’agenda neo-liberista sostenuta dagli USA richiederà una repressione prolungata, su ampia scala. Ciò significa decine di migliaia di assassinii, arresti e imprigionamenti.

I dirigenti USA del colpo e i loro proxies venezuelani scateneranno tutta la loro ostilità repressa nella purga di sangue, a loro modo di vedere, necessaria a punire, nella famigerata frase di Henry Kissinger, “un popolo irresponsabile”, che ha osato affermare la sua dignità e indipendenza.
Il sostegno degli Stati Uniti alla violenza nel periodo precedente il colpo di stato del febbraio 2015 sarà superato dal periodo che precederà l’inevitabile successivo colpo di stato.
Le contemporanee guerre imperiali in Iraq, Afghanistan, Siria e Libia e i passati colpi di stato militari sostenuti dagli USA con la sanguinosa installazione di regimi neo-liberali in Brasile, Cile, Argentina, Bolivia e Uruguay pochi decenni fa, dimostrano che Washington non si pone limiti su quante decine di migliaia di vite vengano distrutte, quanti milioni siano sradicati, se è ‘necessario’, per assicurare il dominio imperiale.

Non c’è dubbio che l’economia venezuelana poggia su fondamenta instabili e che i funzionari devono ancora elaborare e attuare una strategia coerente per uscire dalla crisi. Ma è di importanza decisiva ricordare che, anche in questi tempi di intensificazione della guerra imperiale, le libertà fondamentali e la giustizia sociale informano il quadro del governo e della rappresentanza popolare. Adesso è il tempo, e il tempo stringe, perché il governo Maduro mobiliti tutte le organizzazioni di massa, le milizie popolari e i funzionari militari leali, per infliggere una sconfitta politica decisiva ai proxies USA e per poi procedere in avanti a socializzare l’economia. Deve cogliere l’opportunità di trasformare le offensive orchestrate dagli USA in una sconfitta storica. Esso deve convertire la spinta per ripristinare il privilegio neo-liberista nel cimitero del capitalismo di rendita.

 

Epilogo

A differenza degli scontri politici del passato tra i regimi imperiali USA e e i governi di sinistra latino-americani, nel caso del Venezuela gli Stati Uniti hanno subito numerose sconfitte importanti, per quanto riguarda la politica interna ed estera, nel corso degli ultimi 15 anni.
 

Conflitti USA-Venezuela: politiche interne e i loro risultati

Nel 2001, gli Stati Uniti hanno preteso dal Venezuela di sostenere la loro “guerra al terrorismo, la loro ricerca globale per il dominio tramite la guerra. Il presidente Chávez ha rifiutato di sostenerli, sostenendo con successo che “non si può combattere il terrore con il terrore”, e guadagnando consenso in tutto il mondo.

Il 12 Aprile 2002, gli Stati Uniti hanno organizzato e sostenuto un colpo di stato militare-economico, che è stato sconfitto da una sollevazione di massa sostenuta dalle forze armate costituzionaliste. Gli Stati Uniti hanno perso posizioni chiave nel settore militare, nella burocrazia sindacale e aziendale.
Tra il dicembre 2002 e il febbraio 2003, gli Stati Uniti hanno appoggiato un lock-out diretto dalla CEO e progettato per bloccare l’industria petrolifera e rovesciare il governo di Chávez, blocco che è stato sconfitto, dal momento che i lavoratori e gli ingegneri hanno preso il controllo e i partners petroliferi d’oltremare hanno fornito il petrolio. Gli Stati Uniti hanno perso posizioni nel settore petrolifero.
Nel 2004, un referendum per cacciare Chávez, finanziato dagli Stati Uniti e organizzato dalle ONGs finanziate dalla NED, è stato sconfitto. Le attività elettorali USA sono state umiliate.

Nel 2006, un boicottaggio delle elezioni parlamentari sostenuto dagli USA è stato sconfitto. L’elettorato si è mobilitato in forze. Le posizioni parlamentari degli USA hanno perso la loro base di potere istituzionale e ogni tipo d’influenza.

Nel 2006, Chávez è rieletto per la seconda volta. Il candidato appoggiato dagli Stati Uniti viene sconfitto.
Nel 2007, una coalizione sostenuta dagli USA realizzano una vittoria con il margine di 1%, sconfiggendo gli emendamenti costituzionali per socializzare l’economia.
Nel 2009, il Presidente Chávez vince il referendum sulle modifiche costituzionali, tra cui l’abolizione dei limiti di termine.

Nel 2012, Chávez vince la rielezione per la quarta volta, sconfiggendo un candidato dell’opposizione finanziato dagli Stati Uniti.

Nel 2013, il candidato selezionato da Chávez Maduro vince la Presidenza, sconfiggendo il candidato investito da Obama.

Partiti chavisti vincono importanti maggioranze al Congresso clamorosi in tutte le elezioni tra il 1999 e il 2010.

Ripetute sconfitte elettorali hanno convinto gli strateghi politici di Washington a fare affidamento su percorsi violenti e incostituzionali al potere.

Le riforme sociali anti-capitaliste all’interno e l’ideologia sono state uno dei due principali fattori motivanti la guerra politica prolungata di Washington contro il Venezuela. Altrettanto importante è stata la politica estera di Chávez e di Maduro, che includeva il ruolo da leader del Venezuela nel contrastare le organizzazioni per l’integrazione regionale incentrate sugli USA, come l’ALCA, le organizzazioni politiche regionali come l’OAS e le sue missioni militari.
Il Venezuela ha promosso organizzazioni di integrazione incentrate sul Latino-america, che escludevano gli Stati Uniti. Tra queste:

Il PETROCARIBE, un’organizzazione commerciale e per gli investimenti sponsorizzata dal Venezuela, che ha beneficiato i paesi dei Caraibi e del Centro- America;

L’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane) è un’organizzazione politica regionale, che ha spiazzato l’OAS dominata dagli USA e ha incluso 33 Stati Latino-americani e caraibici;
Il Venezuela è poi entrato nel MERCOSUR, un’organizzazione di “libero commercio”, che comprendeva il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay e il Paraguay.

Il ruolo guida del Venezuela nel promuovere cinque organizzazioni che promuovono l’integrazione latinoamericana e caraibica – esclusi gli Stati Uniti e il Canada – è stato visto come una minaccia mortale per il dominio politico da parte di Washington della politica e dei mercati latino-americani.
L’ampiezza di visuale del Venezuela, i suoi legami politici ed economici a lungo termine con Cuba hanno minato il blocco economico degli Stati Uniti e rafforzato le relazioni di Cuba, con il supporto del resto dell’America Latina.

Il Venezuela si è opposto al colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti contro il presidente riformista Bertram Aristide di Haiti.

La sua opposizione alle invasioni statunitensi di Afghanistan, Iraq, Siria e (in seguito) della Libia e il suoi crescenti legami di investimento e commerciali con l’Iran in opposizione alle sanzioni statunitensi, ha collocato i piani USA per un impero globale in rotta di collisione con l’abbraccio del Venezuela verso una lotta globale contro la politica imperialista.

Il fallimento degli Stati Uniti nell’assicurare l’approvazione di un Trattato Latino-americano per il Libero Commercio incentrato sugli Stati Uniti e l’incapacità di garantire consenso operativo dell’ America Latina per le sue guerre in Medio Oriente e per le sanzioni all’Iran, è stato in gran parte il risultato di una politica estera venezuelana.

Non sarebbe esagerato dire che i successi di politica estera del Venezuela nel contrastare la politica imperialista degli USA, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione latinoamericana, sono la ragione principale per cui Washington ha persistito, nel lungo periodo, nello sforzo su larga scala per rovesciare il governo venezuelano.

L’escalation degli Stati Uniti nei suoi interventi militari globali sotto Obama e la sua crescente belligeranza verso la moltiplicazione delle organizzazioni latinoamericane regionali indipendenti, coincide con l’intensificazione della campagna di destabilizzazione violenta in Venezuela.
Di fronte alla crescita del commercio e degli investimenti legami dell’America Latina con la Cina – con 250 miliardi dollari in cantiere nel corso dei prossimi dieci anni – inaugurata dal Venezuela, Washington teme la perdita del mercato latino-americano di consumo di 600 milioni.
L’attuale offensiva politica degli Stati Uniti contro il Venezuela è una reazione ad oltre 15 anni di sconfitte politiche, tra cui colpi di stato falliti, clamorose sconfitte elettorali, perdita di posizioni in termini di strategia politica e, soprattutto, battute d’arresto decisive nei loro tentativi di imporre gli schemi di integrazione incentrati su stessi.

Più che mai, gli strateghi imperiali USA oggi stanno procedendo a tutto campo per sovvertire il governo anti-imperialista del Venezuela, perché sentono che, con il calo dei proventi del petrolio e dei guadagni derivanti dalle esportazioni, con l’inflazione a due cifre e le carenze dei consumatori, essi possono dividere e sovvertire settori delle forze armate, mobilitare folle di strada violente attraverso i loro combattenti di strada mercenari, assicurarsi l’appoggio di funzionari dell’opposizione eletti e conquistare il potere. La posta in gioco nel conflitto Stati Uniti -Venezuela è il futuro dell’ indipendenza latino-americana e l’impero degli Stati Uniti.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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