Può il Venezuela costituire un’emergenza nazionale per gli USA?

Barack Obama e Hugo Chávezdi Alessandra Riccio – nostramerica

In un articolo su Le Monde Diplomatique di marzo, Ignacio Ramonet, giornalista di tutto rispetto, ma colpevole di essersi lasciato irretire dalle sirene di Fidel Castro e di Hugo Chávez, ci racconta i particolari dell’ultimo piano per cacciare il Presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, dal suo scranno guadagnato attraverso elezioni vinte di misura nel delicato e difficile periodo appena successivo alla morte di Hugo Chávez.

Ramonet ci racconta del Tucano, l’aereo artigliato in dotazione delle Forze Aeree venezuelane, che avrebbe dovuto bombardare il Palazzo di Miraflores, il Ministero della Difesa e gli studi di TeleSUR, il 12 febbraio scorso. Un anno fa, fra febbraio e maggio, un altro tentativo, denominato Golpe azul, ha messo a ferro e a fuoco il paese con lo scopo dichiarato e frustrato di cacciare Maduro all’interno del progetto chiamato “La Salida”, l’uscita (si intende del Presidente eletto dal suo seggio). Un video del generale Oswaldo Hernández Sánchez, soprannominato L’Orso, in carcere per sedizione e la pubblicazione del manifesto delle intenzioni dei pushisti avrebbe dovuto accompagnare il volo del Tucano in questa “Operazione Gerico”. Sono accusati di essere i registi di questo progetto, il sindaco di Caracas, Antonio Ledezma, già in carcere, e il deputato dell’opposizione Julio Borges con la consulenza di funzionari dell’ambasciata statunitense in Venezuela. Tutto questo è stato spiegato nei dettagli dallo stesso Maduro e dal ministro Diosdato Cabello ma, scrive Ramonet, “i mezzi di comunicazione internazionale hanno dato poco credito a questo annuncio di tentativo di colpo di Stato. Questa ‘incredulità’ fa parte – da quindici anni – della strategia dei grandi mezzi di comunicazione dominanti in guerra contro la rivoluzione bolivariana, per screditarne le autorità.

Indifferente a questo atteggiamento ostile, il presidente Maduro ha continuato a spiegare, con perseveranza pedagogica e con ogni genere di prova, come, dalla morte di Hugo Chávez (esattamente due anni fa) e dall’elezione (il 14 aprile 2014), è in atto un ‘golpe lento’, per cacciarlo”.

A riprova della validità dell’amaro commento di Ramonet rispetto alla posizione dei grandi mezzi di comunicazione internazionale, sul quotidiano di Madrid – in particolare sull’edizione per le Americhe – l’8 marzo scorso, il Premio Nobel per la Letteratura, il peruviano Mario Vargas Llosa, si scatena in un editoriale contro i governi dell’America Latina che puzzano di sinistra. Dopo aver affermato che “A Nicolás Maduro non trema la mano quando deve far scorrere il sangue dei suoi compatrioti”, il prestigioso scrittore annota: “Benché molte cose siano cambiate in meglio in America Latina negli ultimi decenni – ci sono meno dittature che nel passato, una politica economica più libera e moderna, una riduzione notevole dell’estrema povertà e una crescita notevole della classe media -, il suo sottosviluppo culturale e civile è ancora molto profondo e si rende evidente nel caso del Venezuela: piuttosto che essere accusati di essere reazionari e ‘fascisti’, i governanti latinoamericani che sono arrivati al potere grazie alla democrazia, sono disposti ad incrociare le braccia e a guardare dall’altra parte mentre una banda di demagoghi consigliati da Cuba nell’arte della repressione, spingono il Venezuela verso il totalitarismo. Non si rendono conto che il loro tradimento agli ideali democratici apre le porte a un domani dove anche i loro paesi saranno vittime di questo processo di distruzione delle istituzioni e delle leggi che sta portando il Venezuela all’orlo del precipizio, cioè a diventare un’altra Cuba e a sopportare, come l’isola del Caribe, una lunga notte di più di mezzo secolo di ignominia”.

Gli fa eco, qualche giorno dopo, sullo stesso quotidiano campione della crociata contro i presidenti disobbedienti al consenso di Washington, il cubano Antonio José Ponte che accusa l’imperialismo cubano di tutti i mali del subcontinente e approfitta per imputare a Raúl Castro l’intenzione perfida di “rallentare” i negoziati per porre fine all’embargo per la trita ragione che sarebbe un alibi perfetto dei fratelli Castro per mantenere il paese sprofondato nella miseria e per esercitare il loro “imperialismo”.

Ma nella stessa giornata, 10 marzo, il Presidente Barak Obama, lancia l’allarme al paese “per un’emergenza nazionale rispetto alla minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti prodotta dalla situazione in Venezuela”. Il governo venezuelano viene accusato di violare i diritti umani nel reprimere i movimenti di piazza dallo scorso anno ad oggi, quando un giovane minorenne è stato ucciso da un poliziotto, già condannato per questo. Obama sembra non prestare troppa attenzione a quanto sta accadendo nelle strade del suo paese, dove nelle ultime settimane non pochi cittadini di colore sono stati brutalmente uccisi da poliziotti armati.

Il Granma, il quotidiano del partito Comunista cubano che non gode di alcun prestigio fra i grandi media, pone sommessamente questa domanda: “In che modo il Venezuela minaccia gli Stati Uniti? A migliaia di chilometri di distanza, senza armi strategiche e senza impiegare risorse né funzionari per cospirare contro l’ordine costituzionale statunitense, la dichiarazione sembra poco credibile e mette a nudo gli scopi di chi l’ha emessa. Inoltre, una simile dichiarazione in un anno in cui si devono tenere le elezioni legislative in Venezuela, conferma ancora una volta il carattere di ingerenza della politica estera statunitense”.

Mere Mere con Pan Caliente: palabras de Chávez

Roma, 09.03.2015. Prensa Embavene

– Esta tarde la capital italiana fue deleitada por el canto y las notas musicales de Leonel Ruiz y su “Mere Mere con Pan Caliente”, quienes encantaron al público romano con un concierto en el Teatro Ambra alla Garbatella.

El evento estuvo organizado por la Embajada de la República Bolivariana de Venezuela en colaboración con el Ministerio del Poder Popular para la Cultura.
En Italia, como parte de los actos conmemorativos del segundo aniversario de la siembra de nuestro Comandante Eterno, Hugo Chávez, la agrupación venezolana ofreció un concierto donde las palabras de Chávez, de sus famosos discursos, de sus sueños y de sus reflexiones fueron transformadas en música con un disco que por un lado dibuja su retrato y, por el otro, representa y demuestra el talento musical venezolano más contemporáneo: en efecto, se trata de una fusión rica de muchos ritmos y géneros, tanto venezolanos como latinoamericanos.

El representante del gobierno venezolano Julián Isaías Rodríguez resaltó: ” Me siento como uno de los más sorprendidos aquí, con este espectáculo. No me imaginaba que podría hacerse un discurso político tan profundo, tan combativo con música”.

“Para mi el más grande poeta latinoamericano es Pablo Neruda y, a éste propósito, quiero señalarles que me he convencido con estos músicos que Neruda tenia razón: la única manera de darle forma a un poema es que el poema tenga el sentido que el poeta quiera darle”, refirió Rodríguez al felicitar a Leonel Ruiz y a la agrupación “Mere Mere con Pan Caliente”.

“Indios, negros, joropo, tambores en una sinfonía de voces y cantos, una profunda sinfonía de Chávez. Chávez está con nosotros y estuvo aquí está noche”.

El grupo está realizando una gira por Europa para presentar su nueva producción discográfica titulada “Palabra de Chávez, Un Subversivo Amoroso”: la gira inició en Turquía el 5 de marzo y llegó a Roma para luego continuar su recorrido con presentaciones en París (el 14 de marzo) y Marsella (el 16 de marzo).

Esta tournée internacional ha sido llevada a cabo gracias a la colaboración conjunta de la Misión Diplomática en Roma, del Ministerio del Poder Popular para la Cultura, del Instituto de Artes Escénicas y Musicales, del Centro de Representación Artística (ARA) y del Centro Nacional del Disco (Cendis).

Napoli, vento nuovo nel PSUV, e il futuro della Rivoluzione in Venezuela

10915149_442454332586704_7404829336038766215_ndi Geraldina Colotti per Caracas ChiAma

In questo nuovo editoriale per Caracas ChiAma (che arriva eccezionalmente il martedì) Geraldina Colotti disegna una mappa immaginaria, che va da un sacchetto di farina in vendita a Napoli alle manifestazioni delle donne in Venezuela

Iniziamo raccontando due episodi, accaduti in Italia, che rispecchiano la realtà del Venezuela: la realtà del sabotaggio, dei complotti e di quella che il governo chiama, a ragion veduta, la “guerra economica”, scatenata contro il socialismo dall’impresa privata e dal grande capitale internazionale. A Napoli, in qualche negozio capita di poter comprare la “Harina Pan”. Si tratta di un tipo di farina di mais precotto ove Pan sta per “Producto Alimenticion Nacional”, prodotto alimentare nazionale. Un alimento che piace molto ai Venezuelani e che viene prodotto dalla grande impresa privata Polar. La Harina Pan non basta mai a coprire la richiesta e, nei discorsi dell’opposizione, diventa il simbolo della presunta penuria di alimenti. Ora, il dato singolare è che la farina risulta essere stata importata in Italia dalla… Colombia. E come mai, se non ce n’è abbastanza per il consumo del paese, se – come hanno strillato i vertici di Polar – produrla costa troppo, ce n’è così tanta da “esportarla” in Colombia e da lì in Europa? E tornano in mente quelle immagini scattate negli empori di Cucuta, in Colombia, ben forniti di ogni merce che scarseggia invece in Venezuela. Cucuta è una città di frontiera, ed è una delle mete principali del contrabbando di alimenti: si fa incetta di beni di consumo venduti a prezzo calmierato in Venezuela e li si rivende oltreconfine. Un business più lucroso del narcotraffico.  Per la cronaca, come ha scritto la rivista Forbes che classifica i super milionari, tra questi risultano ben tre grandi imprenditori venezuelani: ma non erano stati debilitati dal socialismo? E invece risulta che hanno accresciuto i propri profitti, pur avendo dovuto sottostare alle leggi che garantiscono la tutela del lavoro e quindi rinunciare a qualche boccone della torta. I super ricchi appartengono al gruppo Cisneros – attivo nel campo della comunicazione, delle tecnologie, oltreché in quello dei beni e dei servizi -; al gruppo finanziario internazionale Banesco; e appunto alla Polar, principale produttore di bibite e alimenti, diretto da Lorenzo Mendoza.

Per ridurre il fenomeno dell’accaparramento truffaldino e la compulsione all’acquisto dettata dalla propaganda mediatica, il governo Maduro ha cominciato a installare in tutti i supermercati circa 20.000 scanner per il controllo delle impronte, ed evitare così che le persone tornino più volte a comprare. Intanto, quando i militanti segnalano episodi di sabotaggio, il governo occupa i grandi supermercati insieme alla popolazione e cerca di raddrizzare le storture. Una fatica di sisifo. Il progetto dichiarato dell’opposizione è quello di minare la fiducia della popolazione nel progetto bolivariano, mostrandosi più adatti a governare. Dove non riesce con i colpi bassi, cerca di arrivare con il sabotaggio economico e la guerra psicologica.

Intanto, si attende che il Cne fissi la data delle elezioni: secondo Unasur potrebbero tenersi a settembre. Finora, però, l’unica cosa certa è la data delle primarie (3 maggio l’opposizione, 28 giugno il chavismo). Importanti novità caratterizzano il percorso di approfondimento che sta portando avanti il Psuv, che dovrà presentare il 50% di donne e far spazio ai giovani con identico spirito innovativo. Una spinta al futuro evidenziata dalla grande vitalità dell’8 marzo, che ha mostrato il cammino percorso dalla libertà delle donne e il loro potere di rappresentanza. Per giustificare che le sue primarie non si svolgeranno su tutto il territorio nazionale, e avallare gli inciuci interni, la coalizione opposta – la Mud – ha detto che risultano troppo costose (1,7 milioni di dollari) e che non se lo può permettere. Nonostante i fiumi di denaro che arrivano dagli Usa? Nonostante la ricchezza che possiedono i sempiterni candidati? E vale ricordare i documenti del sito Wikileaks sulle relazioni speciali della Cia intrattenute con Leopoldo Lopez, attualmente in carcere e sotto processo. E così, i militanti di base gridano alla truffa. E il Psuv rincara: “Stanno facendo il giro degli imprenditori per vendere a caro prezzo le poltrone”.

Che il piano per sovvertire l’ordine costituito sia da tempo in gestazione, è deducibile anche da un altro episodio, capitato a chi scrive qualche mese prima che scoppiassero le guarimbas. Camminando per le strade della capitale succede di parlare con la proprietaria di un negozio, che dice di avere amici in Venezuela: amici benestanti, precisa, dai quali gradirebbe farsi ospitare come ha già fatto in precedenza. “Però mi hanno detto di aspettare, che tra qualche mese si libereranno di Maburro”. Il nome del presidente Maduro viene storpiato così perché burro significa asino, ma la commerciante non lo sa e crede sia il suo nome vero.

Niente di nuovo, si dirà, la borghesia difende sempre i propri privilegi con ogni mezzo. Lo si è visto nel Cile di Allende e poi nel Nicaragua minato dai Contras. Lo si è visto nei golpe “istituzionali” compiuti contro l’allora presidente dell’Honduras Manuel Zelaya e contro Fernando Lugo in Paraguay. Lo si è visto contro Chávez e ora contro Maduro. Com’è accaduto durante gli attacchi a Cuba, colpisce la sproporzione di mezzi impiegati contro un piccolo (ma petrolifero) paese. Colpisce la sfacciataggine con cui un Vargas Llosa mente sapendo di mentire, a dispetto di fatti e di evidenze. La borghesia si toglie i guanti bianchi e si schiera. Contro il “cattivo” esempio che viene dal socialismo bolivariano. Contro la Grande Paura.

Al campo che la contrasta, il compito di non farsi rubare il futuro.

A. Chávez: «Se sarà necessario prendere le armi lo faremo»

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Dalla tribuna antimperialista che si è tenuta nel municipio Pedraza de Barinas, nell’ambito delle attività sviluppate per commemorare i due anni dalla ‘siembra’ di Hugo Chávez, il leader della Rivoluzione nella regione Los Llanos, Adán Chávez, ha affermato che «nessun impero ci può intimidire con le sue minacce. Se ci toccherà prendere le armi per difendere la Rivoluzione, lo faremo».

In riferimento alle ultime dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha definito il Venezuela una minaccia per la sicurezza del suo paese.

“Noi non siamo soli – ha affermato il dirigente nazionale – nel nostro continente e oltre, possiamo contare sull’appoggio di molti paesi fratelli. Lo hanno dimostrato in diversi momenti della nostra storia rivoluzionaria e questa non sarà l’eccezione”.

Ha inoltre sottolineato che l’avanguardia rivoluzionaria, sarà in prima linea per difendere l’indipendenza e la sovranità del Venezuela.

Il governo bolivariano insieme al popolo venezuelano, ha poi aggiunto l’esponente del Psuv, vuole portare avanti il processo socialista in pace, «ma siamo pronti a difendere l’eredità del Gigante Chávez, la nostra eredità, su qualunque terreno sarà necessario». 

Chávez ha chiamato tutti i chavisti a scendere in piazza per difendere il territorio venezuelano: «Vorrebbero mostrare all’opinione pubblica mondiale che siamo un paese di terroristi. Sì, siamo una minaccia per loro, ma esclusivamente perché vogliamo continuare, in pace, a difendere quello che ci appartiene. Perché siamo un popolo libero, sovrano, cosciente e indipendente. Loro invece sono una reale minaccia per il mondo intero perché sono abituati a bombardare paesi, uccidere anziani, bambini e intere popolazioni».

Il dirigente bolivariano ha concluso con un’importante indicazione: se maggiore sarà l’unità, la coscienza e l’organizzazione rivoluzionaria, per l’impero sarà molto complicato concretizzare le sue pretese d’invasione e dominazione.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Fabrizio Verde]

Maduro: «Non consegneremo mai la patria all’imperialismo»

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Il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, ha lanciato l’allarme circa le manipolazioni eversive di settori della destra e ribadito che nonostante le trame e i tradimenti golpisti non consegnerà la patria all’imperialismo e difenderà la sovranità e l’indipendenza del suo paese

“Qualsiasi cosa accada, qualunque cosa facciano, noi continueremo a lottare, non consegneremo mai questo paese all’imperialismo, la nostra patria non sarà mai più sotto il giogo imperialista”, queste le parole pronunciate da Maduro nel municipio di Cristóbal Rojas, un comune situato nello stato di Miranda, nel centro-nord del territorio venezuelano.

Il presidente nel suo intervento ha fatto riferimento ai disagi cui è costretto il popolo a causa della collusione tra la borghesia venezuelana e le multinazionali straniere al fine di ripristinare, a suo giudizio, un sistema pro-imperialista nel paese sudamericano. Tuttavia, secondo il capo dello stato, Governo e popolo venezuelano supereranno con successo questo periodo.

“Così come storicamente abbiamo sconfitto le frodi elettorali e politiche, sconfiggeremo anche il sabotaggio economico e commerciale”, ha garantito Maduro.

A questo proposito, ha ricordato come il governo bolivariano abbia recentemente sbaragliato il tentativo di colpo di stato pianificato dalla destra nei suoi confronti, e per questo, ha invitato i venezuelani ad alzare il livello d’attenzione per comprendere in maniera chiara lo scenario.

“In primo luogo – ha evidenziato il presidente Maduro – voglio che tutto il Venezuela comprenda la situazione, comprenda quali sono i problemi, perché vi è molta manipolazione”.

Inoltre, ha ricordato come la “strategia” applicata in Venezuela, sia la stessa già utilizzata contro i governi di altri paesi. Facendo riferimento al governo dell’ex presidente cileno, Salvador Allende, rovesciato attraverso un colpo di stato organizzato dalla destra nazionale.

Maduro ha concluso affermando che oggi in Venezuela “ci troviamo di fronte ad un identico scenario”, ragion per cui, ha richiesto il sostegno di tutto il popolo per combattere le trame golpiste.

Il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, il 12 febbraio annunciò che il suo governo aveva sventato un tentativo di colpo di stato, orchestrato da Washington, fornendo le prove di un piano che prevedeva il suo assassinio e la realizzazione di azioni violente dirette contro strutture statali del paese bolivariano.

In seguito a questo tentativo golpista, Maduro ha annunciato di aver ordinato una serie di misure diplomatiche dirette contro gli Stati Uniti, al fine di evitare ulteriori attacchi imperialisti, diretti contro la pace e stabilità del paese sudamericano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Fabrizio Verde]

Studio USA: Oggi, Hezbollah è invincibile

da al manar

Un nuovo studio pubblicato Washington Institute osserva che «se gli avversari libanesi di Hezbollah fossero stati in grado di indebolirlo, lo avrebbe fatto molto tempo fa».

Lo studio rileva che nel maggio 2008, i politici del blocco 14 marzo, nel governo libanese, che era a quel tempo sostenuto dall’Occidente, hanno cercato di sfidare Hezbollah e hanno chiesto lo smantellamento della sua rete di comunicazione, ricorda il periodico Ar Rai al Yaum . Il partito ha respinto questa richiesta e combattimenti tra uomini armati fedeli al Governo da un lato, e i combattenti di Hezbollah da un altro,in diverse aree di Beirut e Monte Libano, si conclusero con la vittoria del gruppo sciita.

 Oggi la situazione è cambiata e il governo mantiene uno stretto rapporto con Hezbollah, alcuni dei suoi membri sono anche ministri. Inoltre, il Movimento Futuro ha tenuto un dialogo per raggiungere un minimo di elementi di sicurezza e di stabilità politica, secondo le parole del leader di quest’ultimo, Saad Hariri. Le due parti hanno tenuto sei sessioni interattive dal dicembre 2014 al fine di tenere lontana la minaccia del terrorismo.

Lo studio rileva che Hezbollah ha stabilito partnership con diversi partiti libanesi e gruppi sociali e la resistenza libanese ha riscontrato un ampio consenso. I partiti di opposizione hanno criticato Hezbollah per questo gioco, ma non possono combatterlo.

Per quanto riguarda Israele, qualsiasi tentativo di lanciare una guerra contro Hezbollah si tradurrebbe in un conflitto molto peggiore rispetto a quello combattuto nel 2006. Lo studio rileva che, oltre a rafforzare il suo arsenale militare, Hezbollah ha maturato esperienza di combattimento significativo nella guerra in Siria ed è stato in grado di migliorare le sue competenze a livello militare, logistico e di comunicazione, secondo il Christian Science Monitor. Anche Benny Gantz, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, sostiene che Hezbollah è più forte di qualunque esercito arabo.

 Lo studio rileva che il Libano mantiene la sua coesione interna, nonostante le differenze derivanti dalla guerra in Siria. Inoltre, aggiunge che l’esercito libanese, che ha il sostegno della maggioranza del popolo libanese, oggi lotta contro i gruppi estremisti, al confine con la Siria e riceve armi dagli USA. Allo stato attuale, sono le minacce ai confini settentrionali e orientali a interessare i libanesi. Per queste ragioni, il conflitto del popolo libanese non è interno, ma con i gruppi terroristici takfiri provenienti dall’estero.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Guerra alla Siria: oltre 200 miliardi di dollari in perdite economiche

da al manar

Secondo l’ultimo rapporto del centro di ricerca siriano, le perdite economiche e sociali che la Siria ha accumulato nel corso degli ultimi quattro anni è di oltre 202.600 milioni, quattro volte il PIL del 2010. con un incremento di 58,8 miliardi dollari in perdite alla fine del 2013.

Il rapporto, che è stato redatto con il supporto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite UNRWA ha sottolineato le conseguenze disastrose del conflitto sullo sviluppo. Pertanto, il tasso di disoccupazione alla fine dello scorso anno ha raggiunto il 57,7%, con quasi tre milioni di persone che hanno perso il lavoro durante la crisi, privando 12.220 mila persone della loro principale fonte di reddito. Con l’espansione dell’economia della violenza, molti giovani siriani sono stati coinvolti in reti e attività direttamente legate al conflitto armato ed altre attività illegali.

Il deterioramento delle condizioni economiche ha costretto quasi la metà della popolazione a lasciare le loro case, causando un peggioramento della “disuguaglianza, dell’ingiustizia e della povertà. Secondo il rapporto, nel 2014 «cinque persone su quattro vivono in povertà, e quasi due terzi della popolazione vive in condizioni di estrema povertà, vale a dire che non possono soddisfare le loro esigenze alimentari »di base.

In tali circostanze, ad una percentuale elevata di bambini si ritrova privata della scuola, quindi, c’è il rischio di un aumento dell’analfabetismo.

Sotto il titolo di “disastro silenzioso”, il rapporto mette in guardia sul fatto che «il 6% dei residenti è minacciato di morte, lesioni o menomazioni» e quindi vi è una «aspettativa di vita che passa dai 75,9 anni del 2010 ai 55,7 anni nel 2014».

Il rapporto si conclude con alcune cifre allarmanti, tra cui il Pil con una contrazione del 9,9%

Nel 2014, gli investimenti pubblici che continuano a scendere al 17%, con un leggero miglioramento degli investimenti privati. La copertura delle importazioni dalle esportazioni ha registrato un netto peggioramento dal 82,7% nel 2010 e 29,7% nel 2014, con un conseguente enorme deficit commerciale del 42,7%.

Infine, il deficit del bilancio generale rispetto al PIL è stato del 40,5% nel 2014. Questo deficit ha gettato un onere supplementare sul debito pubblico, che ha continuato a crescere a livelli record per raggiungere il 104% nel 2013 e 147% nel 2014.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Declaración del gobierno revolucionario de Cuba

El Gobierno Revolucionario de la República de Cuba ha conocido la arbitraria y agresiva Orden Ejecutiva emitida por el Presidente de los Estados Unidos contra el Gobierno de la República Bolivariana de Venezuela, que califica a este país como una amenaza a su seguridad nacional, en represalia por las medidas adoptadas  en defensa de su soberanía frente a los actos injerencistas de autoridades gubernamentales y del Congreso estadounidense.

¿Cómo amenaza Venezuela a Estados Unidos? A miles de kilómetros de distancia, sin armas estratégicas y sin emplear recursos ni funcionarios para conspirar contra el orden constitucional estadounidense, la declaración suena poco creíble y desnuda los fines de quienes la hacen.

Sin embargo, semejante pronunciamiento en un año en que se realizarán elecciones legislativas en Venezuela reafirma, una vez más, el carácter injerencista de la política exterior estadounidense.

La gravedad de esta acción ejecutiva ha puesto en alerta a los gobiernos de América Latina y el Caribe que en enero de 2014, en la Segunda Cumbre de la CELAC en La Habana, declararon a la región como Zona de Paz y repudiaron cualquier acto que atente contra ello, pues acumulan suficientes experiencias de intervencionismo imperial en su historia.

El Gobierno Revolucionario de la República de Cuba reitera nuevamente su incondicional apoyo y el de nuestro pueblo a la Revolución bolivariana, al gobierno legítimo del Presidente Nicolás Maduro Moros y al heroico pueblo hermano de Venezuela.

Nadie tiene derecho a intervenir en los asuntos internos de un Estado soberano ni a declararlo, sin fundamento alguno, como amenaza a su seguridad nacional.

Así como Cuba nunca estuvo sola, Venezuela tampoco lo estará.

La Habana, 9 de marzo de 2015

La CIA y la manipulación del clima

por Silvia Ribeiro*

En febrero de 2015, la Academia Nacional de Ciencias de Estados Unidos junto a otras instituciones publicaron dos informes sobre geoingeniería (propuestas tecnológicas para manipular el clima) que fueron financiados, entre otros, por la CIA estadounidense. Escribí sobre estos informes recientemente (La Jornada21/2/15). 

La CIA y otros sectores del aparato de inteligencia estadunidense han calificado el cambio climático y el control del clima como factores geopolíticos estratégicos y de seguridad nacional. En 2009, la CIA abrió incluso su propio Centro de Cambio Climático y Seguridad Nacional, pero el Congreso le ordenó cerrarlo en 2012. Esta es quizá una de las razones por las que decidió patrocinar este proyecto de la Academia de Ciencias desde 2013. Muchas de las tecnologías propuestas como geoingeniería tienen alto potencial de utilización hostil.

Al respecto, Alan Robock, climátologo de la Universidad de Rutgers, Estados Unidos, que investiga el tema de la geoingeniería, expresó preocupación sobre la participación de la CIA en estos informes. (The Guardian17/2/2015)

El 19 de enero de 2011, Robock recibió una llamada de los consultores de la CIA Roger Lueken y Michael Canes, que le preguntaron, entre otras cosas, si otros países estuvieran tratando de controlar nuestro clima, ¿sería posible detectarlo? Robock contestó que si se intentara hacer una nube volcánica artificial en la estratosfera –una de las propuestas sobre las que más se insiste– que fuera lo suficientemente grande, gruesa y duradera como para afectar el clima, seguramente se vería con instrumental desde tierra. Otros tipos de geoingeniería, como blanqueamiento de nubes o naves que arrojen partículas en la atmósfera se podrían detectar probablemente desde satélites y sistemas de radar existentes. Pero la pregunta que le quedó pendiente a Robock es si en realidad esas preguntas, más que por la seguridad nacional de Estados Unidos, estaban dirigidas a saber si otros países podrían advertir si la CIA manipulara el clima. 

La manipulación del clima como arma de guerra ha estado en la agenda de las fuerzas militares de Estados Unidos –y otras grandes potencias– por décadas. Por ejemplo, la Operación Popeye, usada durante la guerra de Vietnam y ahora desclasificada, hizo llover por mucho tiempo para inundar los caminos y arruinar los cultivos de arroz de los vietnamitas en resistencia. Desde esos años se conocen también varios proyectos del gobierno de Estados Unidos para controlar huracanes, que a diferencia de la Operación Popeye, no han sido referidos por ellos como uso bélico, pero igualmente tienen ese potencial. En 1996, la Fuerza Área de Estados Unidos publicó un informe más amplio sobre manipulación climática, titulado sugestivamente El tiempo atmosférico como multiplicador de la fuerza: poseyendo el clima en 2025.

Robock señala que en el último Examen cuadrienal de defensa, publicado por el Departamento de Defensa de Estados Unidos en 2014, se reafirma que el cambio climático es una amenaza importante para Estados Unidos y el resto del mundo. El documento afirma: “Las presiones causadas por el cambio climático influenciarán la competencia por recursos, al tiempo que colocan cargas adicionales sobre las economías, las sociedades y las instituciones de gobierno en el mundo. Estos efectos son multiplicadores de amenazas que agravan los factores de presión en otros países, como la pobreza, la degradación ambiental, la inestabilidad política y las tensiones sociales –condiciones que pueden llevar a actividades terroristas y otras formas de violencia”.

No es sorprendente, aunque sí muy amenazante, que un gobierno que se dedica a promover la guerra por todo el mundo, alimentado y alimentando al mayor complejo militar-industrial del globo, se proponga usar también el clima para sus fines.

Lo que quizá está un poco fuera del radar público es que a través de informescientíficos como estos están intentando vender al mundo que es necesaria la geoingeniería, aduciendo que es para enfrentar al cambio climático. Un cambio que por cierto, es en alto grado provocado por ellos mismos.

La propuesta de estos informes (más investigación y posible experimentación en geoingeniería) no sólo desvía recursos y atención de la necesidad urgente de frenar los gases de efecto invernadero y por tanto, salir del modelo dominante industrial de producción y consumo. Además intenta pasar de contrabando la legitimación de tecnologías muy peligrosas que si fueran presentadas como armas de guerra, serían rechazadas masivamente por la comunidad internacional. Justamente, luego de la guerra de Vietnam, se firmó un Convenio de Naciones Unidas, abreviado Convenio ENMOD, que prohíbe el uso del clima y el medio ambiente como armas de guerra.  

Sin embargo, presentadas como tecnologías para combatir al cambio climático, han conseguido que científicos y gobiernos las estén discutiendo, cuando deberían ser claramente descartadas y prohibida su experimentación.

¿O alguien puede creer que las mismas tecnologías de geoingeniería, que durante décadas han sido pensadas como armas, ahora serían usadas por países como Estados Unidos solamentepara combatir el cambio climático? Y eso además de que sea cual sea el fin que le atribuyan sus promotores, la geoingeniería tendría impactos devastadores sobre regiones enteras y el potencial de desequilibrar aún más el clima global.

*Investigadora del Grupo ETC

Preparando la agresión militar a Venezuela

por Atilio Borón

Barack Obama, una figura decorativa en la Casa Blanca que no pudo impedir que un energúmeno como Benjamin Netanyhau se dirigiera a ambas cámaras del Congreso para sabotear las conversaciones con Irán en relación al programa nuclear de este país, ha recibido una orden terminante del complejo “militar-industrial-financiero”: debe crear las condiciones que justifiquen una agresión militar a la República Bolivariana de Venezuela.

La orden presidencial emitida hace pocas horas y difundida por la oficina de prensa de la Casa Blanca establece que el país de Bolívar y Chávez “constituye una infrecuente y extraordinaria amenaza a la seguridad nacional y la política exterior de Estados Unidos”, razón por la cual “declaro la emergencia nacional para tratar con esa amenaza”.

Este tipo de declaraciones suelen preceder agresiones militares, sea por mano propia, como la cruenta invasión a Panamá para derrocar a Manuel Noriega, en 1989, o la emitida en relación al Sudeste Asiático y que culminó con la Guerra en Indochina, especialmente en Vietnam, a partir de 1964. Pero puede también ser el prólogo a operaciones militares de otro tipo, en donde Estados Unidos actúa de consumo con sus lacayos europeos, nucleados en la OTAN, y las teocracias petroleras de la región. Ejemplos: la Primera Guerra del Golfo, en 1991; o la Guerra de Irak, 2003-2011, con la entusiasta colaboración de la Gran Bretaña de Tony Blair y la España del impresentable José María Aznar; o el caso de Libia, en 2011, montado sobre la farsa escenificada en Benghazi donde supuestos “combatientes de la libertad” – que luego se probó eran mercenarios reclutados por Washington, Londres y París-  fueron contratados para derrocar a Gadaffi y transferir el control de las riquezas petroleras de ese país a sus amos.

Casos más recientes son los de Siria y, sobre todo Ucrania, donde el ansiado “cambio de régimen” (eufemismo para evitar hablar de “golpe de estado”) que Washington persigue sin pausa para rediseñar el mundo -y sobre todo América Latina y el Caribe- a su imagen y semejanza se logró gracias a la invalorable cooperación de la Unión Europea y la OTAN, y cuyo resultado ha sido el baño de sangre que continúa en Ucrania hasta el día de hoy. La señora Victoria Nuland, Secretaria de Estado Adjunta para Asuntos Euroasiáticos, fue enviada por el insólito Premio Nobel de la Paz de 2009 a la Plaza Maidan de Kiev para expresar su solidaridad con los manifestantes, incluidos las bandas de neonazis que luego tomarían el poder por asalto a sangre y fuego, y a los cuales la bondadosa funcionaria le entregaba panecillos y botellitas de agua para apagar su sed para demostrar, con ese gesto tan cariñoso, que Washington estaba, como siempre, del lado de la libertad, los derechos humanos y la democracia.

Cuando un “estado canalla” como Estados Unidos, que lo es por su sistemática violación de la legalidad internacional, profiere una amenaza como la que estamos comentando hay que tomarla muy en serio. Especialmente si se recuerda la vigencia de una vieja tradición política norteamericana consistente en realizar autoatentados que sirvan de pretexto para justificar su inmediata respuesta bélica. Lo hizo en 1898, cuando en la Bahía de La Habana hizo estallar el crucero estadounidense Maine, enviando a la tumba a las dos terceras partes de su tripulación y provocando la indignación de la opinión pública norteamericana que impulsó a Washington a declararle la guerra a España. Lo volvió a hacer en Pearl Harbor, en Diciembre de 1941, sacrificando en esa infame maniobra 2,403 marineros norteamericanos e hiriendo a otros 1,178. Reincidió cuando urdió el incidente del Golfo de Tonkin para “vender” su guerra en Indonesia: la supuesta agresión de Vietnam del Norte a dos cruceros norteamericanos –luego desenmascarada como una operación de la CIA- hizo que el presidente Lyndon B. Johnson declarara la emergencia nacional y poco después, la Guerra a Vietnam del Norte. Maurice Bishop, en la pequeña isla de Granada, fue considerado también él como una amenaza a la seguridad nacional norteamericana en 1983, y derrocado y liquidado por una invasión de Marines. ¿Y el sospechoso atentado del 11-S para lanzar la “guerra contra el terrorismo”? La historia podría extenderse indefinidamente.

Conclusión: nadie podría sorprenderse si en las próximas horas o días Obama autoriza una operación secreta de la CIA o de algunos de los servicios de inteligencia o las propias fuerzas armadas en contra de algún objetivo sensible de Estados Unidos en Venezuela. Por ejemplo, la embajada en Caracas. O alguna otra operación truculenta contra civiles inocentes y desconocidos en Venezuela tal como lo hicieran en el caso de los “atentados terroristas” que sacudieron a Italia –el asesinato de Aldo Moro en 1978 o la bomba detonada en la estación de trenes de Bologna en 1980- para crear el pánico y justificar la respuesta del imperio llamada a “restaurar” la vigencia de los derechos humanos, la democracia y las libertades públicas. Años más tarde se descubrió estos crímenes fueron cometidos por la CIA. Recordar que Washington prohijó el golpe de estado del 2002 en Venezuela, tal vez porque quería asegurarse el suministro de petróleo antes de atacar a Irak. Ahora está lanzando una guerra en dos frentes: Siria/Estado Islámico y Rusia, y también quiere tener una retaguardia energética segura. Grave, muy grave. Se impone la solidaridad activa e inmediata de los gobiernos sudamericanos, en forma individual y a través de la UNASUR y la CELAC, y de las organizaciones populares y las fuerzas políticas de Nuestra América para denunciar y detener esta maniobra.

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