Una proposta democratica e antifascista per l’Ucraina

Conferenza internazionale, il 12 Marzo, a Napoli

di Gianmarco Pisa

La recente, e tuttora in corso, crisi ucraina può costituire un “caso di studio” singolare, sul modo come, nell’epoca della comunicazione in 140 caratteri e del dominio informatico dei media, odierna intersezione di guerra di “quarta” e “quinta” generazione, vengono letti le guerre e i conflitti e ricostruiti i fatti e le tendenze.

La guerra ucraina, molto più di altre vicende recenti e con qualche analogia, per alcuni aspetti, solo con la guerra del Kosovo del 1998-1999, rappresenta un formidabile esempio, da questa parte di quella che fu la “cortina di ferro”, di narrazione ideologica, in cui i fatti vengono accuratamente selezionati, le motivazioni proditoriamente nascoste, persino lo scenario dei fatti e dei protagonisti ampiamente mistificato. Torneremo dopo sulle analogie con l’aggressione imperialistica alla Serbia e la guerra del Kosovo. Conviene, sin dall’inizio, focalizzare gli elementi-chiave della tragedia ucraina, in modo da consentire un ordine alla lettura degli eventi, una precisazione dello scenario ed anche una qualche accuratezza nella ricostruzione dei fatti.

L’Ucraina non è nuova a sollevazioni di piazza come quelle che l’hanno accompagnata nel corso dell’inverno 2013-2014 e che sono poi culminate nel febbraio 2014: la più recente, tra quelle la cui eco perdura nella attualità, ha finito persino per assurgere a “paradigma” dell’insurrezione per la “libertà” e la “democrazia”, quando la cosiddetta “rivoluzione arancione” (2004) di Jushenko e Tymoshenko portò alla ribalta un nuovo potere (neo-liberale e filo-atlantico) e si concluse con una disfatta, dal momento che la sostituzione delle oligarchie al potere del Paese non soddisfece le aspirazioni che pure aveva suscitato e non concorse ad alcun miglioramento del regime di democrazia e di libertà di cui pure si erano riempiti gli slogan e le bandiere.

Il successivo ritorno al potere (2010) della frazione antagonista della borghesia dominante e delle oligarchie locali, insieme con i propri interessi materiali e le proprie ricadute territoriali, avrebbe dovuto di per sé mettere, una volta per tutte, in chiaro la fragilità e la delicatezza degli equilibri di potere in Ucraina: che è, al tempo stesso, uno “stato-limes”, a crocevia tra Oriente ed Occidente; uno “stato diviso”, tra una parte occidentale – a maggioranza ucrainofona e storicamente vicina all’Europa Centrale – ed una parte orientale russofona, storicamente legata alla Russia e ai suoi interessi; e uno “stato cuscinetto”, neutrale, non aderente alla NATO e “di fatto” non allineato, non avendo completato il proprio percorso di adesione all’Unione Euro-asiatica che invece vede già ad uno stadio avanzato altri Paesi ex sovietici, come la Russia, la Bielorussia e il Kazakistan, pur ospitando l’Ucraina, nella penisola di Crimea, una significativa presenza militare russa (Sebastopoli in Crimea, dove, dopo il golpe di Euro-Majdan, la maggioranza della popolazione ha votato largamente, in un referendum popolare tenuto il 16 marzo del 2014, per la confederazione alla Russia).

La stessa ricostruzione della insurrezione di “Euro-Majdan” svela la “falsa coscienza” dei circuiti occidentali legati all’Unione Europea e alla Alleanza Atlantica: è difficile leggere questa insurrezione, se non in alcune sue parti iniziali, come una sollevazione per la “libertà” e la “democrazia” nel Paese, essendo stata scatenata dalla mancata conclusione di un accordo negoziale che avrebbe dovuto portare l’Ucraina ad aderire non ad un semplice “Accordo di Associazione” con l’Unione Europea, bensì ad un “Accordo Globale Strutturato di Libero Scambio”, per la stipula del quale le cancellerie europee avevano tuttavia imposto alle autorità ucraine la liberazione immediata di Yulija Tymoshenko, colei che era stata una delle protagoniste della sollevazione arancione, poi salita al potere ed incriminata per corruzione, malversazione e abuso d’ufficio.

Si intravedono dunque, sin dall’inizio, tutti gli elementi che avrebbero determinato la precipitazione della crisi ucraina: le tensioni legate al suo avvicinamento verso l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica, lo scontro di potere interno con la questione etno-linguistica sullo sfondo e pronta ad esplodere (anche perché “economicamente strutturata”, dal momento che circa il 20% della produzione industriale del Paese è basata nell’Est russofono), le intromissioni interessate e le ingerenze esterne che avrebbero non solo configurato una grave violazione della sovranità ucraina ma anche un potente detonatore all’esplosione della crisi successiva.

In questa cornice, la “sollevazione di Majdan” diventa ben presto il “golpe di Euro-Majdan”: continui finanziamenti europei ed occidentali per sostenere la lunga durata della sollevazione; continui interventi in piazza di autorità e funzionari europei e nord-americani per sobillare la sollevazione e, finanche, incalzare la caduta del governo legittimo, e, infine, la vera e propria organizzazione militare della protesta con battaglioni dell’ultra-destra nazionalista e “banderista” (con aperte simpatie naziste, a partire da “Svoboda”, la cui denominazione originaria era quella di “Partito Nazionalsocialista di Ucraina”) a organizzare l’assalto ai palazzi del potere. Il resto è cronaca recente: il parlamento sotto schiaffo della sollevazione, la messa in stato di accusa ed il rovesciamento del governo legittimo allora in carica, l’avvento al potere di una nuova oligarchia, inquietante, un misto di neoliberismo e neofascismo in veste ucraina, nel cuore dell’Europa.

L’assalto, il 2 Maggio, alla Casa del Sindacato ad Odessa, ad opera di “Settore Destro”, altro gruppo neo-nazista nell’Ucraina attuale, è la pagina più tragica di questo scenario. Non solo per il suo portato simbolico, nel pieno della crisi ucraina e dello svolgimento militare che ha interessato le regioni centro-orientali del Paese, a cavallo tra due “luoghi” particolarmente simbolici della storia di questo Paese e di tutte le realtà democratiche, quali il Primo Maggio della Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici e il 9 Maggio della Festa della Vittoria, nella quale tutte le popolazioni ex-sovietiche celebrano la vittoria contro la barbarie nazista. Ma anche per il suo portato materiale, quello di una vera caccia all’uomo, culminata in una aggressione spietata che ha messo a ferro e fuoco l’intero Palazzo dei Sindacati e colpiti a decine i democratici e gli antifascisti che vi si erano rifugiati, dando corso ad una vera mattanza, segno plastico della barbarie che ha profondamente allignato fin dentro le stanze del potere a Kiev, sin dalla destituzione di Janukovich e subito prima delle presidenziali del 25 maggio che avrebbero sancito la presa del potere di Poroshenko e Jatseniuk.

Non che la violenza, nell’Ucraina del dopo-Majdan, si esprima solo in termini politici e militari, piuttosto essa si sviluppa in maniera altrettanto catastrofica sul terreno strutturale e culturale, come dimostrano l’apertura del nuovo governo, alle prese con il precipizio economico, l’inflazione galoppante e il crollo della valuta locale, ai piani di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di ripetere, in terra ucraina, gli esperimenti già compiuti in altri Paesi, portati al collasso materiale ed al depauperamento sociale; e come attestano le prime “iniziative” promosse dal governo golpista, dalla messa al bando del Partito Comunista di Ucraina, per ora sospesa in attesa di pronunciamento da parte delle autorità giudiziarie locali, peraltro, a loro volta, costantemente in tensione e sotto minaccia, fino alla proposta di mettere al bando, con una più recente proposta di legge “liberticida” e “maccartista”, la stessa “ideologia” comunista, nella propaganda e nei simboli, nella stampa e nelle effigi, nella sua divulgazione e diffusione.

Si tratta di colpi destinati ad incidere profondamente nel tessuto sociale e culturale di un Paese complesso, che, come si è detto, si regge su equilibri che sarebbe sbagliato ritenere “assicurati” una volta per tutte e su un retaggio della storia lungo e incisivo, portato dalla sua collocazione geografica e strategica, che porta tutte le popolazioni russofone a guardare, oggi molto più di ieri, all’indomani delle ingerenze euro-atlantiche e della aggressione militare sulle province orientali, molto più a Mosca che a Kiev. Quando, tra le iniziative liberticide ed ultra-nazionaliste, promosse dal governo golpista, vi è stata quella di minacciare direttamente ogni istanza di autonomia proveniente dalle regioni orientali e, perfino, di mettere al bando l’insegnamento e l’uso della lingua russa come lingua co-ufficiale sull’intero territorio nazionale, la reazione non poteva che essere decisa e la risposta non poteva mancare di manifestarsi prontamente, come poi è accaduto appieno.

Prima ancora delle ragioni geo-politiche, che determinano gli interessi russi e sono alla base dell’orientamento ufficiale russo nella vicenda ucraina, sono state infatti queste minacce alle libertà e ai diritti, in particolare nei confronti delle popolazioni del Donbass, ad avere fatto, letteralmente, precipitare la situazione. La guerra, lunga e sanguinosa, che ha opposto per quasi un anno l’esercito lealista, espressione del governo golpista con le sue milizie ultra-nazionaliste, tra i cui i famigerati battaglioni Azov e altri gruppi paramilitari di feroce ispirazione neo-nazista e “banderista”, contro le milizie autonomiste, variamente denominate “separatiste” (nei media occidentali) o “terroriste” (nella propaganda di regime), è stata una guerra perdurante e complessa proprio per questo sovrapporsi ed affastellarsi, sovente magmatico e complesso, di ragioni e di interessi.

Una guerra singolare, “vecchia” e “nuova” nello stesso tempo: non un classico esempio di guerra “per procura”, essendo profondamente locali le ragioni della contrapposizione (al netto dell’intervento statunitense e russo, in termini di equipaggiamenti e forniture alle contrapposte fazioni, e, nel caso occidentale, anche di consiglieri e di istruttori militari direttamente impegnati sul campo); ma anche, allo stesso tempo, una guerra, come non si vedeva da tempo, pienamente dispiegata su un nitido “campo di battaglia” e terminata con una netta vittoria sul campo, la campagna di Debaltsevo e la rovinosa sconfitta delle forse lealiste e golpiste.

Solo per alcuni aspetti, si diceva all’inizio, la campagna del Donbass mostra analogie con la guerra del Kosovo: da una parte, un’istanza di auto-determinazione che, a differenza del caso kosovaro, non si è concretizzata sulle armi dell’imperialismo (nessuna KFOR-NATO da queste parti) e che pure, di conseguenza, sembra possibile comporre sul terreno negoziale, alla luce degli Accordi di Misk-2; dall’altra, un nuovo tentativo per la NATO, dopo gli eventi balcanici, di ridefinire la sua capacità di proiezione e condizionamento e di aggiornare la nota teoria del “containment” e del “roll-back”, in chiave anti-russa, di antica memoria.

Oggi, a un anno di distanza dagli eventi di Majdan e alla vigilia degli svolgimenti attesi degli Accordi di Minsk-2, una prestigiosa conferenza internazionale, ospitata a Napoli, offre l’occasione per una riflessione puntuale ed un approfondimento di merito. Il convegno, dal titolo «Ucraina: ieri, oggi e …domani? Per una proposta democratica e antifascista», promosso dalla Associazione “Russkoe Pole” con il supporto del CSV Napoli e del Comune di Napoli, è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 16.00, presso la Sala “Giorgio Nugnes” nel Palazzo di Via Verdi del Comune di Napoli, alla presenza di Irina Marchenko, Ekaterina Kornilkova, Svetlana Mazur, Gianmarco Pisa (IPRI-Rete CCP), Francesco Santoianni (Rete Nowar Napoli), Carmine Zaccaria (WARP) ed Arnaldo Maurino, presidente della Commissione Educazione del Comune.

Forbes: tre super milionari sono imprenditori e banchieri venezuelani

di Geraldina Colotti

6mar2015.- Dieci giorni di eventi per ricordare i due anni dalla morte di Hugo Chávez

Dure­ranno dieci giorni, in Vene­zuela, le atti­vità per ricor­dare i due anni dalla morte di Hugo Chávez (5 marzo 2013). L’emozione è intatta, così come intatta è l’esacerbazione dei sen­ti­menti nei suoi con­fronti, che divide il campo del socia­li­smo boli­va­riano da quello di oppo­si­zione. La novità è che anche da destra si ricorre al nemico di ieri per scre­di­tare quello di oggi, il pre­si­dente Nico­las Maduro: «Maduro non è Chávez», è stata la prima arma reto­rica usata dall’opposizione, il cui can­di­dato, Hen­ri­que Capri­les, si è eser­ci­tato per­ciò a chia­mare «Nico­lás» il capo di stato. La seconda è stata quella di disco­no­scere le isti­tu­zioni dello stato come il Con­si­glio nazio­nale elet­to­rale (Cne), salvo farne ricorso per garan­tire lo svol­gi­mento delle pro­prie pri­ma­rie interne: ben con­sa­pe­voli che quel sistema di con­trollo elet­to­rale, a prova di frodi, è stato appro­vato con un mar­gine di con­trollo ele­va­tis­simo, voluto pro­prio dal loro campo.

E nel paese che si avvia a un’importante sca­denza elet­to­rale — le par­la­men­tari — le destre in dop­pio­petto pen­sano già al refe­ren­dum revo­ca­to­rio con­tro Maduro, pos­si­bile a metà man­dato (nel 2016). Quelle oltran­zi­ste, con­ti­nuano a orga­niz­zare gua­rim­bas, vio­lente tec­ni­che di guer­ri­glia da strada che l’anno scorso hanno pro­vo­cato 43 morti e oltre 800 feriti. Si eser­ci­tano a bru­ciare scuo­la­bus e ad attac­care muni­cipi, e usano a pro­prio van­tag­gio la grande vetrina media­tica offerta a livello inter­na­zio­nale. Sui grandi media spa­gnoli, capo­vol­gono il senso della parola demo­cra­zia e attac­cano chiun­que sia in odore di alter­na­tiva. In que­sti giorni, hanno pro­messo di sbar­care a Madrid per inol­trare una denun­cia penale con­tro i diri­genti del par­tito Pode­mos ai quali, quo­ti­dia­na­mente, viene chie­sto di dis­so­ciarsi dal «peri­colo del cha­vi­smo». E a nulla serve che il Comi­tato delle vit­time delle gua­rim­bas pre­senti il fasci­colo delle vio­lenze con tanto di nomi e dati, a essere dif­fusi sono sem­pre quelli che pre­sen­tano il governo boli­va­riano come la quin­tes­senza dell’inefficienza e dell’autoritarismo.

In Vene­zuela — si dice — le imprese fal­li­scono e c’è penu­ria ali­men­tare. Pec­cato che la rivi­sta For­bes anno­veri quest’anno fra i più ric­chi anche tre grandi impren­di­tori vene­zue­lani appar­te­nenti al gruppo Cisne­ros, Bane­sco e Empre­sas Polar. Gustavo Cisne­ros, fon­da­tore del gruppo di imprese oggi diretto da sua figlia Adriana, ha aumen­tato la sua for­tuna fino ad arri­vare ai 3,6 miliardi di dol­lari (tut­ta­via nella lista glo­bale dei super milio­nari è pas­sato dal 375 al 478 posto). I Cisne­ros agi­scono in quat­tro aree prin­ci­pali, com­preso il campo della comu­ni­ca­zione, della tec­no­lo­gia, oltre­ché dei beni e ser­vizi. Al secondo posto, com­pare il ban­chiere Juan Car­los Esco­tet, pre­si­dente di Bane­sco e fon­da­tore dell’omonimo gruppo finan­zia­rio inter­na­zio­nale (3,3 miliardi di dol­lari e il 534 posto). In terza posi­zione, c’è il pre­si­dente dell’Impresa Polar, Lorenzo Men­doza, il prin­ci­pale pro­dut­tore di ali­menti e bibite del paese (2,7 miliardi di dol­lari e 690 posto). Men­doza è uno degli impren­di­tori che ha accet­tato di par­te­ci­pare al dia­logo tra governo e oppo­si­zione, ora di nuovo in campo con la media­zione della Unasur.

Ieri i mini­stri degli esteri di Colom­bia, Ecua­dor e Bra­sile, insieme al segre­ta­rio gene­rale dell’organismo regio­nale, Erne­sto Sam­per, hanno tenuto a Cara­cas una riu­nione straor­di­na­ria. Come da sta­tuto, Una­sur deve esa­mi­nare la situa­zione del paese di fronte agli attac­chi degli Stati uniti, denun­ciati da Maduro. Washing­ton ha pro­messo di «tor­cere il brac­cio» al governo vene­zue­lano per far­gli «cor­reg­gere il cam­mino» e di ina­sprire le san­zioni già appro­vate. Maduro ha rispo­sto isti­tuendo visti d’entrata per quelle cari­che poli­ti­che Usa che «hanno cal­pe­stato i diritti umani aggre­dendo o inva­dendo i popoli del sud del mondo». E ha adot­tato il prin­ci­pio di reci­pro­cità anche nel numero di fun­zio­nari Usa pre­senti sul suolo vene­zue­lano. Intanto, è stato dif­fuso un video che for­ni­sce i det­ta­gli dello sven­tato golpe. Il comu­ni­cato di riven­di­ca­zione del piano, sarebbe stato regi­strato e fil­mato negli Usa.

I movimenti contro il latifondo mediatico

di Geraldina Colotti – il manifesto

6mar2015.- Venezuela. Intervista all’analista belga Thierry Deronne, direttore della Scuola di cinema popolare

“Un gior­na­li­sta di sini­stra, in occi­dente, quando descrive le cose buone della rivo­lu­zione boli­va­riana si sente sem­pre in dovere di pre­met­tere che lui però non è dog­ma­tico, che fa anche delle cri­ti­che, e magari con­fonde la libertà di impresa con la libertà di stampa”. Così dice al mani­fe­stoThierry Deronne. Atti­vi­sta liber­ta­rio e ana­li­sta dei media di ori­gine belga, Deronne ha una lunga espe­rienza nel set­tore dell’audiovisivo. Dopo una per­ma­nenza in Nica­ra­gua, tra il 1986 e l’88, si è tra­sfe­rito in Vene­zuela, dove ha rea­liz­zato diversi docu­men­tari e, nel ’95, ha fon­dato la Scuola di cinema popo­lare. Durante il governo Cha­vez ha ideato varie tele­vi­sioni comu­ni­ta­rie ed è stato vice­di­ret­tore della tele­vi­sione pub­blica Vive Tv. Attual­mente, è diret­tore del Cen­tro de For­ma­cion en Tele­vi­sion Comu­nal alla Fun­da­cion Escuela Popu­lar de Cine, Tele­vi­sion y Tea­tro (Eplacite).

Qual è lo spi­rito e il pro­getto del Cen­tro che dirige?
Il nostro lavoro è quello di for­mare col­let­tivi, movi­menti sociali e abi­tanti delle comuni alla scrit­tura e alla nar­ra­zione deco­lo­niz­zata dalla tv com­mer­ciale per farne dei mol­ti­pli­ca­tori, nel paese e in tutto il con­ti­nente. L’obiettivo è anche quello di con­tri­buire al dibat­tito pub­blico sulla demo­cra­tiz­za­zione nel con­trollo delle fre­quenze radio­te­le­vi­sive e allo svi­luppo di nuovi para­digmi della comu­ni­ca­zione che raf­for­zino il potere popo­lare. Stiamo ripen­sando la tele­vi­sione comu­ni­ta­ria per come l’avevamo intesa nel 2000: nella pro­spet­tiva di una nuova tappa dello svi­luppo economico-produttivo in Vene­zuela, quello dello stato comu­nale, del mutua­li­smo e delle comuni auto­ge­stite. La ricerca di nuovi modi di pro­durre infor­ma­zione accom­pa­gna la ten­sione verso un nuovo modo di pro­durre e il sor­gere di nuove rela­zioni sociali.

Qual è la situa­zione dei media, com’è rego­lata l’informazione?
Dalla fine degli anni ’90, con l’arrivo di Hugo Cha­vez al potere, vi sono stati alcuni impor­tanti cam­bia­menti. Tra il 2000 e il 2010 sono state appro­vate la Ley orga­nica de Tele­co­mu­ni­ca­cio­nes (2000), la Ley de Respon­sa­bi­li­dad Social de Radio y Tele­vi­sion (2004) e la Ley de Respon­sa­bi­li­dad Social de Radio, Tele­vi­sion y Medios Elec­tro­ni­cos, che amplia la legge del 2004, appro­vata nel 2010. La costi­tu­zione boli­via­riana del 1999 ha aperto il cam­mino al plu­ra­li­smo dell’informazione garan­tito dallo stato. Un per­corso che, sul piano legi­sla­tivo, si è messo in mar­cia anche in altri paesi dell’America latina, in maniera diret­ta­mente pro­por­zio­nale alla demo­cra­tiz­za­zione del rap­porto tra stato e società. Penso all’Argentina, all’Ecuador, anche all’Uruguay e ora alle pos­si­bi­lità aperte con il secondo man­dato Rous­seff in Bra­sile, dove la situa­zione è ancora simile a quella del Vene­zuela pre-Chavez. Da noi, in que­sti anni, tutti i mezzi di infor­ma­zione sono aumen­tati, sia quelli pri­vati che pub­blici, che comu­ni­tari. Sia per quan­tità che per audience, i media con­ti­nuano a essere in mag­gio­ranza sotto il con­trollo del set­tore pri­vato, ma almeno il tele­spet­ta­tore ha un’offerta diver­si­fi­cata che non trova nei canali com­mer­ciali. Inol­tre, gra­zie al Fondo di respon­sa­bi­lità sociale, creato per finan­ziare i pro­getti degli arti­sti, que­sti non sono obbli­gati a ven­dere i loro talenti all’industria delle tele­no­ve­las come avviene in Brasile.

Negli anni in cui lei è stato vice­di­ret­tore, la Tv di stato fun­zio­nava in base all’orizzontalità, alla par­te­ci­pa­zione diretta e alla parità di sti­pen­dio per tec­nici e gior­na­li­sti. Com’è la situa­zione ora?
Dal mio punto di vista, si è perso molto di quel pro­getto ori­gi­nale, prin­ci­pal­mente a causa della guerra media­tica che ci impone una for­ma­zione acca­de­mica tra­di­zio­nale che adesso impera anche nei media comu­ni­tari. La spinta per ren­dere più plu­rale l’informazione è meno forte. Per esem­pio, non si parla più di sud­di­vi­dere in tre terzi il con­trollo dell’etere – pub­blico, pri­vato e comu­ni­ta­rio – come hanno fatto in Argen­tina e in Ecua­dor. Que­sto man­tiene in con­di­zione di infe­rio­rità i due ultimi set­tori, che invece sono quelli fon­da­men­tali alla garan­zia di un vero tes­suto demo­cra­tico e al suo equi­li­brio. Un’altra carenza è la man­cata appli­ca­zione delle leggi. E così, i media pri­vati hanno orga­niz­zato una gigan­te­sca cam­pa­gna di falsi allarmi che, all’inizio di gen­naio, ha indotto i cit­ta­dini a com­prare l’equivalente di tre mesi di con­sumo. Un con­te­sto di desta­bi­liz­za­zione che in parte ricorda il clima che, nel 1973, ha por­tato al colpo di stato con­tro Allende in Cile. Inol­tre, Cona­tel, l’autorità pre­po­sta al con­trollo delle fre­quenze, non fa rispet­tare abba­stanza la regola che impone ai media alter­na­tivi di tra­smet­tere il 70% di pro­du­zione comu­ni­ta­ria di con­te­nuti e di orga­niz­zare corsi di for­ma­zione per gli abi­tanti del ter­ri­to­rio. Molti spazi hanno perso il loro poten­ziale alter­na­tivo e rischiano di tra­sfor­marsi nella copia in sedi­ce­simo dei media com­mer­ciali. Come ha detto Igna­cio Ramo­net, l’egemonia dell’informazione com­mer­ciale con­ti­nua a inqui­nare l’ecologia della comu­ni­ca­zione e a con­di­zio­nare l’elettorato. Così vi sono stati passi indie­tro nei con­te­nuti di genere e le fem­mi­ni­ste si sono fatte sen­tire. Non può esserci vera demo­cra­zia senza demo­cra­zia dei media. Nel socia­li­smo boli­va­riano, si dovrebbe arri­vare al 60% di fre­quenze attri­buite ai media comu­ni­tari, un 29% a quelli pub­blici e l’1% a quelli commerciali.

Secondo l’opposizione c’è invece una deriva auto­ri­ta­ria in cui lo stato com­pra i media pri­vati per con­trol­larli e silen­ziare il dis­senso. La ten­denza sarebbe in corso anche in altri paesi come l’Ecuador, che si richia­mano al Socia­li­smo del XXI secolo. E’ così?
In Vene­zuela, sui gior­nali, in tv o per strada si sen­tono costan­te­mente le cri­ti­che più accese al governo, e nes­suno va in galera o perde il posto di lavoro. Anzi, come ha detto il cinea­sta Oli­ver Stone, in Vene­zuela i media pri­vati si pos­sono per­met­tere cose che mai potreb­bero fare negli Stati uniti, com­presi gli appelli alla vio­lenza e gli attac­chi per­so­nali. Detto que­sto, la Ley resorte che regola la comu­ni­ca­zione fun­ziona come in gran parte degli altri paesi del mondo, negli Stati uniti e in Europa: nes­suno può isti­gare all’omicidio del pre­si­dente, isti­gare alla vio­lenza, deni­grare le donne, inci­tare all’odio raz­ziale. Il rischio è piut­to­sto quello che per con­tra­stare la guerra media­tica – arti­co­lata in modo mas­sic­cio a livello locale e inter­na­zio­nale — si chiuda la strada allo svi­luppo del poten­ziale alter­na­tivo; che lo stato si lasci coop­tare o ricat­tare dal set­tore pri­vato o si lasci influen­zare nelle sue deci­sioni dalla sfera media­tica. In Vene­zuela non c’è uno stato omo­ge­neo, le forme del vec­chio stato “bor­ghese”, per dirla con le parole del pre­si­dente Maduro e dei mili­tanti di base, con­ti­nuano a esi­stere. Per for­ma­zione, abi­tu­dine o estra­zione sociale molti fun­zio­nari non cre­dono o non faci­li­tano la par­te­ci­pa­zione popo­lare. Per que­sto, mi viene da ridere quando i grandi media par­lano di «tota­li­ta­ri­smo boli­va­riano in mar­cia». Biso­gna invece raf­for­zare la lotta con­tro il lati­fondo media­tico, che accom­pa­gna quella dei movi­menti sociali come i Senza terra in Bra­sile, in tutta l’America latina. Abbiamo con­tro un potere media­tico tal­mente con­cen­trato che cerca di con­trol­lare idee e desi­deri della popo­la­zione sia negli spazi nazio­nali che a livello glo­bale, e che eser­cita una pres­sione ideo­lo­gica su qua­lun­que lotta sociale. Lo dico con rispetto, ma si è mai chie­sta per­ché un gior­na­li­sta di sini­stra dalle vostre parti se deve par­lar bene della rivo­lu­zione boli­va­riana si sente in dovere di pre­met­tere che lui non è dog­ma­tico e che è anche capace di cri­tica? La libertà di stampa, in Europa, coin­cide con la libertà d’impresa e con una falsa con­ce­zione del plu­ra­li­smo, tipica del gior­na­li­smo asser­vito al potere.

Il Venezuela è una speranza di vita per le donne e i bambini arabi

da rt

Il Venezuela è una luce di speranza di vita per le donne e bambini arabi grazie al Comandante Hugo  e l presidente Nicolas Maduro, ha dichiarato una donna libanese durante il Congresso venezuelano delle donne a Caracas.

Secondo l’agenzia AVN, il membro del Movimento di Solidarietà con la Palestina e portavoce delle donne arabe, Wafica Mehdi Ibrahimi, ha anche affermato che «le madri palestinesi, libanesi e siriane sono in trincea e combattono il terrore devastante dell’imperialismo statunitense che continua, con la sua voracità, a tentare di rovesciare la Rivoluzione Bolivariana».

 Ibrahimi ha fatto appello a tutte le donne venezuelane a “mantenersi intatte e fedeli” al presidente Nicolas Maduro, perché, secondo lei, questo è il modo migliore per esprimere e «mantenere vivo l’amore per il comandante ed eterno leader della Rivoluzione Bolivariana».

Proprio ieri, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, il Presidente Maduro ha annunciato, tramite il suo account Twitter, la creazione dell’Unione nazionale delle donne, «una forza femminista venezuelana per rafforzare il socialismo bolivariano».

In precedenza, Maduro aveva ribadito, in una delle sue dichiarazioni, che la Repubblica venezuelana rimane ferma sulla via dell’indipendenza, della libertà e della sovranità, nonostante l’assalto politico dell’Occidente contro il popolo venezuelano orchestrato dall’estrema destra.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) Entrevista a Don Andrea Gallo: un cura rojo italiano

Riproduciamo qui una bella intervista in castigliano del gennaio 2010, tratta dal sito rebelion.org, a Don Gallo che in questa giornata di due anni fa, nel marzo del 2013, celebrava messa a Genova, rendendo omaggio al Comandante Eterno Hugo Chávez (*).  Poco più di due mesi dopo anche lui ci lascerà.
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“Tu vino, que buen vino,
tu cigarrillo y tu copita de grapa.
Tú, rebelde con causa.
Tú, sólo tú, eres cura y revolucionario todos los días de la semana,
ándale!” Estrofa de Manu Chao y Tonino Carotone
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Nació en Génova un 18 de julio de hace ochenta años, y en Italia ha sido el protagonista único de muchas batallas. De profesión sacerdote, conocido entre todos como el Cura Rojo, o el Padre de la acera. Desde hace más de tres decenios tiene en pie la comunidad de San Benedecto en el Puerto, que desarrolla proyectos para emarginados, específicamente iniciativas destinadas a áquellos que sufren adicción a los estupefacientes, o de trata y prostitución. Promotor de proyetos de turismo ecológico sostenible en Las Galeras, una localidad de República Dominicana. Se llama Andrea, Don Andrea Gallo, lo encuentro en una friísima noche invernal sentado en su oficina, al lado de un ventilador de aire caliente. Es un activista social, a pesar de su edad, Don Gallo se mantiene en la cresta de la onda, no hay una semana que no salga a la calle a lanzar un mensaje de protesta, para defender a los más vulnerables, como la identidad trasgender, los drogadictos o los sudamericanos de Génova. Amigo de teólogos de la liberación, de revolucionarios, de cantantes e intelectuales entre los cuales puedo citar: Fabrizio De Andrè, Vasco Rossi, Fernanda Pivano, Manu Chao y Tonino Carotone (que le han dedicado una canción usando el ritmo de Tú sólo tú, la famosa ranchera del compositor mejicano Felipe Valdez Leal). De Aleida Guevara (la hija del Ché). De directores de cine como Ettore Scola o Mario Monicelli, etc. Garante del Genoa Social Forum, un anti neo liberalista, un pacifista.

Don Gallo, hacia ¿dónde está andando Italia?

Tenía dieciséis años cuando empiezo a tomar conciencia de la historia de mi país ─ así Don Gallo inicia su amarcord (neologismo italiano que significa “yo recuerdo”), para contarme muy brevemente recuerdos de su juventud─. Una Italia que a mediados del Novecientos llegaba al Fascismo a través de los poderes económicos, los masones, los terratenientes, los industriales y la jerarquía de la Iglesia Católica; en aquella época la situación de los italianos era de estrema pobreza, la mayoría eran campesinos y en este contexto se dan las condiciones para la llegada del Fascismo. El Fascismo que se convierte sucesivamente en dictadura, gracias a la monarquía italiana, a los poderes económicos y a la jerarquía de la iglesia, establece su régimen dictatorial y desaparece la semi democracia que reinaba desde el 1861, con la unidad de Italia y la toma de Roma. En aquel momento existían muchas luchas obreras y de campesinos que siguieron un hilo conductor de color rojo, por eso en aquel tiempo ya se encontraban en el exilio muchos italianos que cultivan la lucha contra el Fascismo, como el Secretario y jefe del Partido Popular italiano, un católico comprometido, Don Luigi Sturzo que se encontraba en exilio en Londres. Entonces en el 1940 se dá el verdadero resurgimiento italiano, que sigue durante la Segunda Guerra Mundial, llega al 1943 con la firma de un armisticio y en el mes de septiembre del 1944 Italia vive su gran resurgimiento: La liberación italiana que ocurre en planos diferentes, porque al sur, en Sicilia, lo ocuparon los estadounidenses, mientras en el resto del país, en Toscana, en Emilia Romaña, en el noreste y el noroeste del país ocurre una verdadera resistencia anti fascista: en las montañas, en la llanura padana, en las calles, en las fábricas. Los partisanos llegamos al 25 de abril de 1945 con setenta y cinco mil muertos, producto de la represalia nazi-fascista, de contiendas y matanzas entre civiles.

En primera persona fuí protagonista de este gran resurgimiento, yo participé en una brigada partisana donde el comandante, un ex- teniente del ejército italiano, era mi hermano mayor, se llamaba Dino Gallo, él había escogido el camino de la resistencia; la brigada se llamaba Paolo Cozzo, yo era el partisano “Nin”, actuabamos en los alrededores de Génova, y así, como un partisano veo la llegada de la democracia y la liberación. En el 1946 fueron las primeras elecciones para la Asamblea Constituyente, las mujeres votaban por primera vez, nunca antes habían votado antes del referéndum y la asamblea constituyente, no obstante Italia fuera una repubblica que declaró la unificación en 1861, que tenía un parlamento, la mujer era considerada inferior y no participaba politicamente, entonces el 1946 fue una liberación total, la emancipación femenina, el empoderamiento de las mujeres, aquel día hubo largas colas en los colegios electorales, todas las mujeres fueron a votar.

Así inicia la democracia en Italia. El verdadero momento donde nace la democracia, la Asamblea Constituyente, la nueva Constitución entra en vigor el 1 de enero de 1948, sus doce primeros artículos son considerados por todos los juristas del mundo como una Carta Magna,la Carta de los derechos del hombre nace a finales de 1948, mientras la Constitución Italiana mucho antes.La síntesis de esta Constitución, que prevé la «actualización, no es un tabú actualizarla, ella misma establece su cambio. Para nosotros los primeros doce artículos son puntos fundamentales, porque en estos doce primeros artículos están las bases del país. La Constitución dice que Italia es una república de todos los ciudadanos, democrática, laica, la religión católica no es la religión oficial, se le reconoce porque es la tradición, y es una república anti fascista, y aquí anti fascista debe aparecer subrayado, porque esta palabra no es un accesorio de nuestra Constitución. Pero, mira ahora lo que está sucediendo en Italia ─y Don Gallo agarra entre sus manos el segundo cotidiano más importante del país, “República”, para leerme un reportaje que dice que es un boom la venta de souvenirs y emblemas del Fascismo─.

En Italia este mal regresa en el año Dos mil. Con el avio del nuevo milenio entra de nuevo el virus del Fascismo al país. Fascismo significa no tener piedad. Significa maldad, violencia, superioridad. Pertenecemos a la llamada civilización cristiana occidental, pero desde el 2000 ha llegado el Fascismo; este virus está de vuelta, como el cólera, la fiebre amarilla o el paludismo. Han desaparecido los anticuerpos para combatirlo, y esto ha sido responsabilidad de todas las partes políticas, tanto del centro izquierda como del centro derecha, porque en estos últimos quinces años (siete años ha gobernado el Centro izquierda y siete años el Centro derecha); ahora estamos sufriendo un mal que América Latina ha conocido por siglos: el Populismo. El Populismo no es igual al Fascismo, pero tienen un punto común, porque monopolizan los medios de comunicación, así ha regresado el Fascismo, con acuerdos entre poderes fuertes, y ha empezado un proceso lento y constante de desmantelamiento de las bases de la democracia italiana, que la gente a causa de la crisis a las que debe sobrevivir no se dá cuenta, mas ahora estamos asistiendo a una verdadera eutanasia de la democracia con todas sus consecuencias.

Democracia significa consagración de los derechos de todos los ciudadanos, ─ y aquí Don Gallo golpea la mesa para continuar ─; estamos viviendo un proceso lento, donde la gente debido a las dificultades, no se da cuenta, pero la agonía de la Democracia es palpable a través de los medios de comunicación y de la política italiana que ha aceptado seguir una cierta línea, una conducta de servilismo a los Estados Unidos en las guerras en Irak, Líbano, Oriente Medio, etc. Y el pilar fundamental donde radica la paz, es erradicar la indiferencia y tener acceso a una verdadera información que no cuente mentiras, vea mi caso, me tienen prohibido hablar en la RAI, no obstante Fabio Fazio sea mi ahijado nunca me ha invitado a su programa de televisión (**). Sí, es cierto, el miedo es un sentimiento que no puede desaparecer, pero en mi país han creado una amenaza ficticia, que está representada únicamente por el peligro originado por los extranjeros y el fenómeno de la imigración. Decía Roosevelt en uno de sus discursos más loables, que el único miedo al que le debemos tener miedo es al miedo mismo. El ciudadano italiano de hoy debe tomar conciencia de su realidad y defender la democracia y los principios vasilares de la identidad nacional, debe hacer crecer una civitas democrática. Mas el asunto verdaderamente grave es que en Italia estamos asistiendo e la eutanasia lenta de la democracia. Italia con su historia: la casa real, la Primera Guerra Mundial, las guerras del Resurgimiento, ha olvidado su memoria más importante, que es la historia que protagonizó durante la Segunda Guerra Mundial con la lucha partisana, en el 1945, en el 1946, con su Constitución, porque todos han olvidado que es un país que ha nacido de la Resistencia, olvidar la resistencia antifascista es el hecho más lamentable que le ha sucedido al país.

Don Gallo, cómo eliminar esta adicción a la indiferencia que es tangible en la sociedad civil italiana de hoy?,¿cómo defender la memoria de la resistencia?, este período histórico importante que usted ha llamado el verdadero Resurgimiento italiano.

Un pueblo que ha perdido la memoria de una República basada en el principio de la resistencia antifascista ¿qué futuro puede tener?; el año pasado murió mi hermano Dino, un verdadero partisano. Pero mi hermano murió en el desencanto, decepcionado, no sólo, murió con una profunda pena moral, porque en su corazón aún tenía presentes las muertes de la resistencia, las muertes en los campos de concentración. Hoy tenemos un gobierno que llegó al poder con una ley electoral que la misma Lega Nord, su partido propulsor, calificó de gran porquería. Es una ley que está basada en el sistema proporcional, los partidos presentan sus propios candidatos y el elector no elige al candidato sino que escoge en una lista; el votante elige el primero de la lista del partido, los elegidos no son los que la gente quiere sino los que ha decidido el partido, el candidato está consciente de esto, por eso el actual gobierno tiene dos cámaras: la Cámara de Diputados y la Cámara del Senado, 100 parlamentarios mantienen distante la Oposición del gobierno. Es un gobierno blindado, en dos años de gobierno ha pedido el voto de confianza más de 30 veces, por ejemplo, la ley vigente sobre drogas, en Italia pasó sin un debate en el Parlamento. Recuerdo que en el 2006 se examinaba el proyecto de ley para los Juegos Olímpicos Invernales, un gran pastel, y esta ley de los Juegos Olímpicos Invernales que hablaba de dopaje, tema que nada tiene que ver con los problemas de la adicción a las drogas, de las situaciones que generan en los jóvenes, se enfiló entre esta ley así no más, pasó y fue aprobada sin una discusión, sin un debate.

¿Qué hacer?─se pregunta Don Gallo─, yo estoy muy vinculado con las luchas de América Latina, por lo tanto, la única respuesta que puedo dar es que tenemos que hacer como están haciendo allí; empezar desde abajo, creando una red de ciudadanos que tengan conocimiento, que crean en la formación, que vayan a los barrios y reanuden los contactos, que tomen nota de las necesidades de los ciudadanos, que éstos a su vez tomen conciencia, que los sindicatos tomen conciencia. Que se dé un nuevo modelo de agregación y una nueva participación democrática. Que poco a poco crezcan estas redes de participación y solidaridad para empezar a hacer presión en los llamados consejos municipales, en los consejos provinciales, en el parlamentino regional, para llegar hasta el Parlamento nacional. Este proceso se inicia sólo desde abajo, en Italia, estos fuegos de lucha ya están encendidos, hay muchos, el problema es que no tienen una coordinación nacional. Nuestros políticos hoy sólo piensan en el poder, por eso en Italia están naciendo muchas listas cívicas, nuevas normas, han nacido los grillitos de Beppe Grillo. Beppe es un gran amigo mío, ayer ha estado aquí, ha venido a pasar un día con nosotros, pero no para hacerse propaganda, sólo para ver a un amigo y encontrar la comunidad.

Don Gallo, usted el 31 de diciembre pasado hizo un llamamiento a los genoveses, les pidió: “vengan a Piazza De Ferrari y empiecen el 2010 cantando ‘Bella Ciao’”.

Sí, para mí fue una gran emoción, a las doce y un minuto, con mi pañelo rojo anudado al cuello, un sacerdote católico en la plaza histórica por excelencia de Génova, la histórica plaza donde celebramos la liberación. Una coincidencia, ha sido Cisco, ex cantante del Modena City Ramblers quien me ha invitado para que cantaramos “Bella Ciao”. La plaza estaba repleta de gente, así escribieron en los periódicos, y fue muy emocionante, el mejor momento de la noche; esta es la demostración de que en Italia el fuego del antisfascimo y la lucha están encendidos. Grité a los jóvenes a que alcen sus cabezas, a que luchen por su dignidad, su derecho al trabajo. Los jóvenes tienen derecho a divertirse, les dije “hagan el amor y no la guerra”, no obstante sea un slogan gastado y viejo está vigente, y antes de abandonar el escenario concluí diciendo: “Viva la libertad”, porque es un mensaje que puede llegar a todos los pueblos de la tierra: “la libertad”, la tan querida “libertad”, como canta el poeta.

Usted se define angélicamente anarquista.

Hace 20 años me encontraba en una transmisión televisiva del Maurizio Costanzo Show, era uno de los huéspedes y entre éstos se encontraba un gran director de cine argentino, de quien ya no recuerdo el nombre, un hombre de lucha y libertad en América Latina, Costanzo le pregunta a él: “maestro, usted ¿cómo ama definirse?”, y él respondió: “angelicamente anarquista”. De aquel episodio tomé la definición, también yo soy angelicalmente anarquista, y lo digo como un sacerdote católico que acepto jerarquías y órdenes. Angelicamente no porque esté ausente de pecado sino porque mi elección nace de una opción hacia la no violencia. Esta es la época del pacifismo, de la elección de la lucha pacífica, y esto ha podido ser posible gracias al mensaje que salió de la Selva Lacandona entre el 1994 y el 1995. En México, los indígenas con el subcomandante Marcos entraron a Ciudad de México, juntos, más de un millón de personas, todos desarmados, todos juntos. Otro mensaje fuerte de pacifismo nos llegó de los “sin tierra” que marcharon hasta Brasilia, y yo que he sido hijo de la lucha armada, que me inculcaron la idea de la legítima defensa, que he sido un paladín en el uso de las armas, lo admito, todas las revoluciones, las rebeliones contra el tirano son un derecho y un deber, pero el futuro de la humanidad sólo está en la elección del principio de la no violencia.

El ¿por qué de mi actitud anarquica? Porque es un comportamiento que responde a una necesidad intima que nace de mi profunda preocupación porque todos los días mueren de hambre millares de mis semejantes, y en esta profunda injusticia, yo estoy de la parte de los oprimidos.

Por eso la pedagogía de nuestra comunidad nace del sudamericano nuevo, la Comunidad de San Benedicto en el Puerto sigue la Pedagogía de Paulo Freire, otro hombre importante de América del Sur, el maestro excelso. Freire dice: Nadie se puede liberar sólo, no hay libertad de grupos que se liberen sólos, la liberación nace de liberárnos todos juntos”. Mi faro aún sigue en Medellín donde en el 1968 todos los obispos del Consejo Vaticano II (bajo la guía del Papa Juan XXIII, que luego pasó a Pablo VI) llevaron a cabo la Conferencia Panamericana. Todos los obispos de America Latina, desde Tierra del Fuego hasta el Caribe, se reunieron y allí, aquella vez, nació la Teología de la liberación, donde se decretó que la iglesia no es para los pobres, sino que la Iglesia está con los pobres.

Háblenos de sus amigos maestros teólogos de la liberación.

Tengo grandes maestros, uno de éstos, el más grande, a quien la jerarquía de la iglesia italiana ha aplastado y suspendido a divinis lamentablemente ha tenido un accidente cerebrovascular, se llama Giulio Girardi, es un gran teólogo de la liberación. Giulio Girardi es un estudioso de la Iglesia y del Marxismo, sus textos son innumerables, vale la pena recordar ─y Don Gallo toma entres sus manos Resistenza e alternativa al neoliberalismo e ai terrorismi de Edizioni Punto Rosso, 2002 lo hojea lentamente para mostrarme uno por uno los contenidos de cada capítulo del libro. También toma otros textos del mismo autor con títulos como: Cuba dopo il crollo del comunismo, La conquista dell’America. Dalla parte dei vinti, Le rose non sono borghesi. Popolo e cultura del nuovo Nicaragua, Che Guevara visto da un cristiano, etc─. Girardi ─continua Don Gallo─ ha sido el único italiano invitado por Fidel Castro, después de la visita de Papa Juan Pablo II a Cuba, donde se encontraban Frei Betto, Boff y otros dos. Fidel, que dicen que no escucha, oyó los analisis de éstos cinco teólogos, quería de ellos un análisis de la visita de Juan Pablo II a Cuba.

Mi país ha tenido excelentes estudiosos de la teología de la liberación, otro de estos grandes ha sido Ernesto Balducci, sacerdote perteneciente a la orden de los padres Escolapios. Ernesto subía y bajaba por la Península predicando un verdadero pacifismo, había creado la Universidad de la Paz, una excelente iniciativa, proféticamente anunció los tres contradicciones de este tercer milenio:La primera de ellas, la amenaza ecológica, ya podemos ver el “flop” de la Conferencia de Copenhague de estos días. La segunda, Europa y el llamado Occidente cristiano que abandonan los principios de la democracia y crean una fortaleza para repeler el fenómeno de la migración, recibirán sólo los extranjeros que mandan adelante la economía, y la tercera contradicción: Crear el enemigo, basta citar el último mensaje de Obama que dice de atacar el Yemén.

Amante de América Latina, vivió en Brasil por dos años consecutivos, ¿cómo nacen sus nexos afectivos con América Latina?

En el 1968 estaba predicando y en mi homilia estaba hablando de las bombas al Napalm lanzadas contra el pueblo vietnamita, pero fuí interrumpido bruscamente por un feligrés que me gritó: “comunista”, “eres un comunista”. En aquel discurso también iba a hablar sobre los tanques rusos en la plaza de Praga, pero no me dejó terminar; de Génova en aquel tiempo zalpó una nave con gente del puerto que fue recibida por las autoridades vietnamitas, esta era la herencia antifascista italiana, pero esta tradición se fue debilitando, la Democracia en Italia no fue cuidadosa, no previno la mundialización, por eso empecé a mirar hacia el fuego encendido de America Latina,─y con su dedo me señala un ángulo de su oficina para indicarme una talla de madera que reproduce una india taína, un regalo de los dominicanos que conserva con particular afecto, le recuerdo que taína fue la primera mujer indígena americana ajusticiada por los españoles y que fue en República Dominicana donde se dió la primera Revolución de América, la Revolución del Baharuco─.

¿Cómo se llamaba la princesa taína?─me pregunta Don Gallo.

Anacaona ─le respondo─, y aprovecho para preguntarle, ¿cuál es su palabra preferida?

Aunque el Italiano sea un idioma carente de grandes vocablos, mi palabra preferida es Amor, porque amor es condivisión, es entrega, el amor lo es todo, yo creo en la hermandad entre los hombres.

Usted que mantuvo una amistad entrañable con Fabrizio De Andrè, ¿qué nos puede decir acerca de él?

Fabrizio fue un hombre verdadero, era de origen burgués, pero supo encontrar la via acercándose a la vida de los más pobres y ellos fueron su fuente de inspiración para construir su poesía y su música: una llave, un mensaje de esperanza único.

La última pregunta que le hago a Don Gallo es, de todas las canciones de De Andrè, ¿cuál es su favorita?

El pescador─responde.

Esta canción que Don Gallo dice sea su preferida cuenta del encuentro entre un viejo pescador y un asesino, en las palabras poéticas de De Andrè la misericordia del viejo pescador se hace defensa, porque entiende que los ojos del asesino no sólo sufrían de hambre. El texto del pescador dice:

“All’ombra dell’ultimo sole s’era assopito un pescatore e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso. Venne alla spiaggia un assassino due occhi grandi da bambino due occhi enormi di paura Eran gli specchi di un’avventura. E chiese al vecchio dammi il pane ho poco tempo e troppa fame e chiese al vecchio dammi il vino Ho sete e sono un assassino. Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno non si guardò neppure intorno ma versò il vino spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame. E fu il calore di un momento poi via di nuovo verso il vento davanti agli occhi ancora il sole dietro alle spalle un pescatore … ”

Rebelión ha publicado este artículo a petición expresa de la autora, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.

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Aqui el video de la misa:

 

** después de esta entrevista, don Gallo partecipa en la RAI al programa de Fabio Fazio, en un par de veces, aqui el video:

 

La liberazione di Tikrit è una “vittoria strategica dell’Iran”

da hispantv

Secondo il quotidiano britannico The Guardian, la liberazione della città irachena di Tikrit, capoluogo della provincia centrale di Salah al-Din, è una “vittoria strategica” per la Repubblica islamica dell’Iran.

«Gli Stati Uniti e il Regno Unito, mancano di una politica coerente e globale verso l’ Iran e l’ Iraq, ed ora sono ridotti a semplici spettatori, incrociamo le dita e speriamo per il meglio», riporta The Guardian.

Il quotidiano britannico, in un’analisi sul ruolo dell’Iran nelle operazioni per liberare Tikrit con l’espulsione del gruppo terroristico Isis (Daesh, in arabo), afferma che nella situazione attuale in Iraq, gli Stati Uniti e il Regno Unito sono diventati semplici “spettatori”.

Inoltre, cita il rapporto del capo di Stato Maggiore USA, il generale Martin Dempsey, che martedì scorso ha descritto come “positivo” il coinvolgimento dell’Iran nelle operazioni anti-Daesh. Le operazioni che, di fatto, aprono la strada per diventare, secondo Dempsey, una “vittoria strategica dell’Iran” in Iraq

Le osservazioni di The Guardian confermano le principali autorità politiche e religiose irachene sul ruolo cruciale della Repubblica islamica dell’Iran nella lotta anti-Daesh, al punto che «il sostegno dell’Iran ha impedito la caduta della capitale irachena, Baghdad».

Inoltre, Torhan Mazhar al-Mufti, consigliere del presidente iracheno Fuad Masum, ha sottolineato, oggi, che i successi e le vittorie ottenute finora dalle forze irachene nella lotta anti-Daesh sono il prodotto di un forte sostegno della Repubblica islamica dell’ Iran.

«Se vogliamo parlare onestamente del sostegno della Repubblica islamica dell’Iran all’ Iraq, soprattutto dopo gli attentati dell’Isis, dobbiamo ammettere che senza il suo aiuto l’ attuale situazione irachena sarebbe più grave», ha precisato Al-Mufti, in un’intervista al agenzia di stampa iraniana Irna.

Le operazioni per la liberazione di Tikrit e la pulizia totale di Salah al-Din dai terroristi sono state avviate la scorsa settimana per ordine del primo ministro iracheno, Haidar al-Abadi.

Nell’ambito di queste operazioni, le forze irachene, insieme con le forze di difesa popolare, sono riuscite a liberare molte città vicine  all’ area strategica di Tikrit e ora sono alle porte di questa città, considerata un ponte per la liberazione di Mosul, capoluogo della provincia nord-occidentale di Ninive che, per ora, è la roccaforte dei terroristi dell’Isis in Iraq.

Tuttavia, questi progressi non sono limitati aall’ offensiva in Salah al-Din, nelle ultime settimane sia l’esercito iracheno che le forze di difesa popolare hanno costretto Daesh a ritirarsi da varie parti dell’Iraq.

L’Isis aveva preso il controllo di vaste aree dell’Iraq, il 10 giugno scorso, portando l’attacco dalla Siria.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Una nuova ALBA per spezzare le euro-catene del debito e dell’austerità

da lantidiplomatico.it

Per spezzare le catene dell’euro, debito e austerità, l’Europa del sud è di fronte ad un bivio storico.

 
Nel racconto distorto dei media mainstream, la “crisi” in Europa è ormai finita, i paesi hanno iniziato la “ripresa” e le “riforme”, anche in Grecia, hanno funzionato. Per Renzi e tutti i media a lui asserviti, l’economia italiana ha cambiato marcia: uno 0,1% di crescita trimestrale in un contesto di caduta del Pil dello 0,4% su base annua e crollo del 10% dal 2010 ne sarebbero la dimostrazione.

La partecipazione alla zona euro ha prodotto per i paesi dell’Europa meridionale – ma questo difficilmente lo leggete sui giornali – una stagnazione-recessione permanente e una trappola debito-deflazione peggiore di quella registrata negli anni ’30. Con un giovane su due che non lavora e con la necessità di reprimere i salari all’infinito per compensare i gap di competitività all’interno della trappola euro, l’Europa del sud è di fronte ad un bivio storico. 

 
Il primo round perso con la Troika da parte di Alexis Tsipras e l’accordo ponte firmato con la pistola puntata ad una tempia dalla Bce e un mitra di Washington sull’altra, dimostra in modo inequivocabile come per Berlino, Bruxelles e Francoforte non esista alcuna alternativa all’Europa dell’austerità, all’Europa del taglio permanente del Welfare State e all’Europa che tiene conto dei soli interessi delle multinazionali e delle oligarchie finanziarie, mai quelli democratici dei popoli. Il Jobs Act del bravo scolaretto Renzi ne è solo l’ultima conferma. 
 
Uscire da questa trappola da soli è difficile, lo dimostra il caso di Syriza. Solo un’alleanza fra i Paesi mediterranei può oggi rompere le logiche del mercantilismo ordo-liberista tedesco, che sta spezzando via, in un colpo solo, Costituzioni, dignità e diritti di interi popoli. Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Francia sarebbero insieme la terza economia del mondo e non avrebbero molto di cui temere a livello di ritorsioni da Berlino, Bruxelles e Francoforte. 
 
E’ giunto il momento che, insieme, si inizi a pensare ad un modello alternativo di emancipazione. Tenendo bene a mente le dovute differenze con la realtà prettamente legata ai territori dell’America Latina di quest’esperienza e, chiaramente, i diversi livelli di sviluppo delle economie, un modello da cui attingere è certamente l’esperienza di ALBA – Alianza bolivariana para la Nuestra América. Un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica promossa dal Venezuela e da Cuba il 14 dicembre 2004 a cui aderiscono oggi anche Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda, Dominica – in alternativa al modello dominante delle aree di libero scambio figlie del processo di globalizzazione e dei principi neo-liberisti, alla base della crisi senza fine dell’occidente. “In risposta alla brutale dissoluzione sofferta in più di un decennio di egemonia neoliberale – si legge nello Statuto – si impone il rafforzamento dello Stato sulla base della partecipazione del cittadino negli affari pubblici. Ci si deve interrogare sull’apologia del libero commercio e del libero mercato, come se solo questi bastassero per garantire automaticamente migliori livelli di crescita e di benessere collettivo. Senza un chiaro intervento dello Stato diretto a ridurre le disuguaglianze tra i paesi, il libero commercio tra paesi diseguali non può condurre che al rafforzamento dei più forti a discapito dei più deboli. Rafforzare l’integrazione latinoamericana richiede un’agenda economica definita per gli Stati sovrani, al di fuori dell’influenza nefasta degli organismi internazionali”.
 
Un’alleanza fra Stati sovrani che, attraverso meccanismi di condivisione, compensazione e solidarietà, sappia spezzare le catene del debito, dell’euro e dell’austerità, nell’Europa del Sud ancora non esiste.

La storia del debito dell’Ecuador è, tuttavia, emblematico per comprenderne l’urgenza. Divenuto presidente nel 2006 dopo che l’anno prima il paese aveva pagato, per interessi sul debito, il 50% del budget dello stato – oltre 3 mila miliardi di dollari a fronte di 400 milioni per la sanità e 800 milioni per l’istruzione – Rafael Correa decise di non continuare ad uccidere la sua popolazione e considerò persone non grate i rappresentanti della Banca Mondiale e del FMI. Funzionari del FMI come Bob Traa, che più tardi, ricorsi della storia, sarà inviato in Grecia. Il neo presidente dell’Ecuador fece poi un audit sul debito che ne certificò l’immoralità e le irregolarità manifeste da parte degli istituti finanziari americani ed europei. Per questo, Correa decise di non ripagarne che il 30% con l’approvazione del 90% dei creditori. “Abbiamo degli obblighi nazionali urgenti. E noi poniamo gli obblighi nazionali prima degli obblighi internazionali. Al momento giusto se potremo li rispetteremo, ma la nostra priorità è molto chiara: prima la vita e dopo il debito. La burocrazia internazionale corrotta e incompetente dovrà rispettare il nostro paese”, affermava. Con Correa, l’Ecuador poté tornare ad essere uno stato sovrano, non più dipendente dal Washington Consensus. Potè farlo anche e soprattutto per l’appoggio, la solidarietà e la condivisione degli obiettivi da parte del Venezuela, Bolivia, Cuba e Nicaragua, i paesi dell’Alba, che avevano deciso di dire no allo sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali americane e alle “rigorose condizionalità” del Fondo Monetario Internazionale. 

 
Quella solidarietà e condivisione di intenti che, purtroppo, nell’Europa del sud ancora non c’è. Ma esistono movimenti e partiti non delegittimati da anni di potere e di compromessi con le lobby corporativo-finanziarie che possono, anzi devono, iniziare a pensare ad una nuova Comunità solidale in grado di spezzare le catene dei Diktat della Troika. Solo allora potrà sorgere l’Alba di una nuova Europa in grado di ridare libertà, civiltà, sovranità e democrazia alle singole popolazioni.

Di tutto questo si discuterà venerdì alle ore 10.30 alla Camera dei deputati. Per partecipare compila questo format

Emilio Lambiase: “Estudiar es el mayor acto de rebeldía”

Imagen: La Jiribilla

por Fernando Luis Rojas • La Habana, Cuba*

Emilio es un activista italiano de la solidaridad con Cuba y dirigente del capítulo italiano de la Asociación Nacional de Redes y Organizaciones Sociales (ANROS). Cuenta con varios records mundiales de resistencia en pista homologados por la Unión Ciclística Internacional (UCI). Al mismo tiempo se vale de su bicicleta como arma para la denuncia de las injusticias y la defensa de los pueblos oprimidos, muchas veces privados de su voz.

Hace unos años, durante un acto de reconocimiento que se realizara en la ciudad de Santiago de Cuba, usted definía como una “aspiración inmediata” hacerse ciudadano cubano. ¿Qué ha pasado con esto?

He obtenido el reconocimiento con el carnet de identidad cubano. Es un primer paso, pero mi sueño es la ciudadanía cubana. Cuba es el único país en el que vale aún la pena luchar y morir.

¿Por qué esa relación y ese amor por Cuba? ¿Cree que incidió la “casualidad” de nacer un primero de enero?

Diría sobre todo porque provengo de una familia pobre y numerosa. De hecho soy el hijo número 22, el único que pudo estudiar, y tuve una gran herencia de mis padres que fue la pobreza, una condición que te saca los sentimientos desde las entrañas. Cuando se nace pobre, estudiar es el mayor acto de rebeldía contra el sistema. El saber rompe las cadenas de la esclavitud.

¡En la bandera de la libertad nació el amor más grande de mi vida! De casualidad, en mi primer viaje a Cuba, estando en la Sierra Maestra me asomé al interior de un bohío, y de un golpe me vi inmerso en mi infancia. La ubicación de las pocas cosas que habían, eran iguales a las de mi casa, aquella casa en la que había crecido en los pobres campos de la Campania [1] meridional italiana. Tampoco mi casa tenía cerraduras y atrás de la puerta había unos clavos que servían para colgar la ropa.

Voy a mencionarle los nombres de una ciudad y una persona con los que tiene usted lazos singulares: Santiago de Cuba y Armando Hart. ¿Cómo resumiría esa relación?

¡El amor por Santiago es filial! Fue concebido el 26 de julio del 2000 en la plaza del Cuartel Moncada a las cinco de la madrugada, cuando fue pronunciado mi nombre como el “último”, en el elenco de los guerrilleros muertos durante el ataque de 1953. Al final del llamado, mientras respondía “Presente” a la multitud de personas que asistían al acto oficial, inicié mis primeras pedaladas en bicicleta, para hacer toda la trayectoria de la Revolución Cubana, del Moncada al Cuartel de La Cabaña en 36 horas sin parar. Fue ese acto el que me unió simbólicamente a los barbudos, reviviendo todo el sufrimiento que una guerra de guerrillas somete a sus combatientes. Nada que ver, justamente, con lo que vivieron ellos, pero en mis duros momentos de sufrimiento sobre la bicicleta, recordaba el enorme sacrificio realizado por los compatriotas, y esta fue la medicina para poder culminar mi compromiso, asumido con el pueblo de Cuba, luego de la carta que le enviara a Fidel.

De Armando Hart, nunca sobran las palabras. En el acercamiento a la Revolución Cubana, Hart es una etapa obligatoria. Una vez más jugó un rol importante “la pobreza”, entendiéndolo como una riqueza incalculable. Incluso sin recursos económicos pude invitarlo a Italia en el 2008, para divulgar la figura de José Martí, conocida principalmente por las personas vinculadas a la historia del continente y no por el gran público occidental. Digo el rol que ha tenido la pobreza, porque si hubiese tenido los recursos, hubiera alojado a Armando en los mejores hoteles, como a sus acompañantes, un lugar seguramente alejado y muy formal. Teniendo que ahorrar, me lo llevé para mi casa. Esta es la “magia” de ser pobre. Me ha permitido el contacto estrecho con una de las figuras más altas de la Revolución cubana. Y no es todo. Para cubrir los gastos del boleto aéreo, nos inventamos un proyecto. Les pedimos a cuatro artistas interpretar “La Rosa Blanca” a través de sus pinturas, y entregamos estas obras a amigos y seguidores del movimiento de solidaridad, a cambio de un donativo voluntario. Esto nos permitió realizar, en el Instituto de Estudios Filosóficos de Nápoles, el Primer Simposio “José Martí, Antonio Gramsci y la cultura universal”. Hoy puedo decir que fui ampliamente recompensado por el esfuerzo realizado. Armando me premió con el Diploma Honrar Honra, y esto me vinculó para siempre a la Sociedad Cultural, eligiéndome en el Consejo Mundial del Proyecto José Martí de la Solidaridad Internacional. La mayoría de mi tiempo  lo dedico a la solidaridad y parte de lo que gano con mi trabajo, lo gasto en lo que creo, todo voluntario.

Al que se acerca a la Asociación Nacional de Redes y Organizaciones Sociales (ANROS), organización cuyo capítulo italiano preside desde 2013; le impactan las imágenes de su identidad: Marx, Engels, Lenin, Ernesto Guevara, Fidel Castro y Hugo Chávez. Háblenos un poco de ANROS y de por qué son esos sus referentes.

Para mi son los apóstoles de un mundo más justo. Para analizar el grado de civilización y de justicia de un pueblo, basta observar las condiciones de la clase más débil: los niños, los ancianos y ver cómo son tratados. En Cuba, solo por citar un ejemplo, nunca he visto un niño abandonado. ANROS retoma estos valores. Significa Asociación Nacional de Redes y Organizaciones Sociales y es una Red Internacional, que tiene su sede en la República Bolivariana de Venezuela, nación hermana de Cuba y que hoy lleva adelante junto a  los países latinoamericanos un importante proyecto de integración y de construcción del Socialismo del siglo XXI. El coordinador de ANROS es el Diputado Germán Ferrer, excombatiente guerrillero. Es una red que se dedica a sostener la revolución y a la preparación cultural, social y política del pueblo y a la coordinación a nivel nacional e internacional de los movimientos de solidaridad. En Italia hemos creado el capítulo ANROS, y llevamos adelante un importante trabajo.

Entonces, el apoyo que ha mantenido a Cuba rebasa lo que podría considerarse “humanitario” y tiene un trasfondo ideológico

Sin duda mi apoyo  a la Revolución cubana es de carácter ideológico. Para movilizar el Partido Comunista en Italia, he solicitado que se haga la propuesta  a la UNESCO, de proponer el “Sistema cubano” como Patrimonio de la Humanidad, porque es único.

¿Cómo se articula su lucha por un mundo más justo con otras acciones que ha realizado en Iraq, Palestina? ¿Puede comentarnos un poco sobre ellas?

La cuestión es muy simple: quien alimenta el fuego de la guerra es el mundo occidental, que se reproduce sobre las grandes ganancias que la inestabilidad produce. No nos olvidemos que quienes deciden la suerte de los EE.UU., son los grandes capitales empeñados en la producción de armamentos y en la gestión de los recursos energéticos.

Partamos del hecho de que en Palestina no llegará nunca la paz (las mesas de trabajo convocadas para la paz son solo palabras), porque el suelo y el territorio del futuro Estado de Palestina, fue literalmente robado por el Estado de Israel. De hecho aún hoy, mientras hablamos, se lleva a cabo una guerra de terrenos en el West Bank palestino por los colonizadores israelitas. Esta táctica ha llevado a la ocupación y a la continua expropiación del terreno y de los recursos vitales (me refiero al agua), que una vez eran de los palestinos. Faltando entonces el territorio, ¿cómo es posible construir el futuro estado? Recuerdo que con mi bicicleta recorrí la ideal frontera del futuro Estado de Palestina, según lo dictado por la resolución de la ONU en 1967, y les digo, cada 20 kilómetros choqué con un puesto de mando de bloqueo israelí, con los soldados colonos israelíes, en pleno territorio palestino. ¿Y por qué los EE.UU. han callado todo esto? Mi propuesta para la creación del Estado de Palestina es muy simple: expropiar y adquirir para el patrimonio de los palestinos todas las injerencias abusivas de los colonos, como compensación por los daños provocados por la guerra a partir de 1948.

En Iraq realicé un recorrido en bicicleta para responder al llamado del arzobispo Delly, que gritó al mundo que el embargo anglo-estadounidense provocaba la muerte de más de 4500  niños al mes, por la falta de medicamentos. Respondí a este llamado y en una entrevista del canal nacional italiano ilustré el recorrido  a hacer en bici y el traslado simbólico de medicinas a donar al hospital pediátrico de Bagdad. Extraño fue que  inmediatamente después de la emisión televisiva me llegó una llamada de la Farnesina (Ministerio de Relaciones Exteriores Italiano), que me desaprobaba tal proyecto porque ellos apoyaban el embargo. Solo gracias a la amistad personal con la Embajadora de Siria, Nabila Al-Schalan, pude sobrepasar el impedimento. Nabila me propuso realizar un recorrido con mi bicicleta en el Valle del Golan hasta llegar a Quneitra —ciudad siria destruida por los israelitas durante la retirada y nunca más reconstruida, quedando como un símbolo de las atrocidades—, para poder obtener el visado de ingreso a Iraq desde Siria.

 Así pude recorrer los más de mil kilómetros que separan Damasco de Bagdad a través del desierto, de este recorrido quedó el documental “Una bici contra el odio: de Damasco a Bagdad”.

Imagen: La Jiribilla

Parece evidente que el deporte es un arma de lucha para usted, ¿por qué?

¡Es más simple manipular una bicicleta que una ametralladora! Es solo en apariencia, porque a veces se hacen más daños a un adversario con una bicicleta o con una pluma, como es el caso de los poetas, que con un golpe disparan. Cada uno tiene que valerse del instrumento que considera más oportuno y adaptado a sí mismo, basta que concentre cada esfuerzo en la dirección de la denuncia, en contraposición a la injusticia que sufren los pueblos, muchas veces privados de su voz.

Quisiera volver a los terrenos de la ideología, la política y la historia. Ha organizado y participado en varios eventos que abordan el aporte de figuras como Antonio Gramsci y José Martí. ¿Cómo se articulan, se “conectan”, estas dos figuras distanciadas espacial y temporalmente?

Para consagrar nuestro camino futuro no podemos prescindir de los apóstoles de la libertad que muchas veces han sacrificado sus vidas. Así como José Martí reivindica cada pueblo de la influencia imperialista, de igual modo lo hace Gramsci en el llamado hemisferio occidental. Es más, voto por eliminar la barrera occidental, y digo que estos personajes son los padres de cada Patria que tenga que liberarse del dominio del capital y del imperialismo. Al capitalismo no hay que reformarlo, hay que derrocarlo. 

Finalmente, en la identidad de ANROS puede leerse: “El socialismo acarreará un florecimiento de la moralidad, de la civilización y de la ciencia, superior a cuanto se ha presenciado en la historia del mundo”. ¿Sigue confiando Emilio Lambiase en un futuro socialista?

El mundo vive una crisis profunda y el espacio dejado por la política, ha sido ocupado por las finanzas criminales. Es inaceptable que una decena de familias dicte el futuro del planeta. Hay algo que no funciona. Después del 11 de septiembre, EE.UU. se tomó la libertad de intervenir, incluso en modo “preventivo”, en cualquier realidad que considere adversaria, solo por no estar de acuerdo con sus proyectos. Dejaron que se derribaran las torres gemelas porque, haciendo los cálculos, han obtenido una gran ventaja sobre todo el planeta, una larga guerra ya ganada. Por eso soy de la opinión que el gobierno de los EE.UU. es responsable del derrumbamiento de las torres. El objetivo es el de conformar un único gobierno mundial para dominar los recursos energéticos que nos quedan. No es posible que mientras los palestinos disponen de un vaso de agua al día, un ciudadano USA consuma 450 litros.

Obama, premiado con el Nobel de la Paz, durante su mandato ha desatado seis guerras no declaradas a pueblos soberanos. Ahora que está llegando al final de su segundo mandato  tiende a “limpiar” su imagen con propuestas que nunca, realmente nunca hubiese hecho al inicio. Ha propuesto el restablecimiento de relaciones con Cuba. Sobre este punto soy firme: para mí es solo un cambio de estrategia para meter las manos en Cuba, hacer una nueva guerra con la “cara enmascarada” de la paz. Esperemos que dicte condiciones sobre cuestiones supuestas de “libertad” y “derechos humanos”, que por principios no podemos aceptar de parte de un gobierno que exporta democracia a golpe de cañón, uranio empobrecido, o bombas. Estaríamos de nuevo frente a un acto de injerencia insoportable ante un pueblo soberano.

Solo para comenzar, tendría que eliminarse la cárcel de Guantánamo y sobre todo devolver la soberanía a las autoridades cubanas, de un territorio ocupado ilegalmente por los EE.UU. Recordemos que el contrato de “aquiler unilateral” se venció en el año 2002. Veremos cómo se desarrolla la situación, pero seguramente sucederán cosas que la afectarán. Una última consideración: Obama ha admitido que el bloqueo no ha obtenido los resultados pronosticados, han demorado más de 50 años para comprenderlo. Me preocupa la poca inteligencia de ese gobierno, en aprender que Cuba será siempre la cuna de la Revolución, nunca interrumpida y así continuará.

[Traducción: Indira Pineda Daudinot]


[1] Región del sur de Italia.

Leggendo Hugo Chávez nel secondo anniversario della sua scomparsa

di David Becerra – lamarea.com
o5 marzo 2o15

Oggi 5 marzo si compiono due anni dalla semina di Hugo Chávez. Dico semina e non morte, perché Chávez non è morto, o almeno non del tutto. Perché non muore chi ha seminato un lascito che dovrà fiorire durante questa primavera consacrata chiamata Rivoluzione.

I mezzi di comunicazione spesso dimenticano che la libertà d’informazione non costituisce un privilegio dei giornalisti e dei loro padroni, ma è anche un diritto che appartiene a tutta la società: i cittadini hanno diritto a essere informati e non intossicati con false informazioni, mezze verità che in realtà si trasformano in intere bugie, tergiversazioni o manipolazione dei fatti. Quando si riferiscono a Hugo Chávez e in genere a tutto il Venezuela, gli interessi del grande capitale – che finanziano e sostengono quei mezzi d’informazione – si collocano al di sopra della verità.


Esiste una sola forma per affrontare le bugie dei grandi mezzi: la lettura e lo studio. Ricorrendo ai libri che affrontano i loro temi con rigore. Per questa ragione, in un giorno come questo, forse non esiste modo migliore di capire il Venezuela, di comprendere chi è stato Hugo Chávez, se non mediante la lettura di due libri che si avvicinano con esaustività e volontà scientifica, davvero informativa, verso Chávez e su ciò che si è convenuto denominare “chavismo”.


L’autore del primo di questi libri è Alfredo Serrano e s’intitola El pensamento
económico de Hugo Chávez (Ed. El Viejo Topo, 2014). Nei confronti di chi pretende di racchiudere il pensiero di Chávez in categorie stagne e classiche etichette, Alfredo Serrano si sofferma nel suo sincretismo e il modo in cui si va configurando nelle sue diverse fasi: «Chávez sviluppa una propria matrice di pensiero economico, difficile di incasellare in paradigmi predefiniti. Ciò ci costringe a studiarlo come creatore di un pensiero economico proprio, con un sincretismo così ampio, diverso e complesso che costituisce un paradigma particolare (…) Il pensiero economico di Chávez è dialettica allo stato puro, intelligenza circostanziale, dove si confrontano il piano empirico e teorico, politico, sociale, storico e culturale. I tentativi di classificare Chávez in un catalogo predeterminato sono infruttuosi». Lo stesso Hugo Chávez lo riconobbe in una occasione: «credo che sono la somma di molte cose che ho raccolto strada facendo».


Ma cosa ha raccolto Hugo Chávez durante il suo percorso per costruire il suo pensiero? Il saggio di Alfredo Serrano Mancilla si sofferma in modo rigoroso. In una prima fase, sostiene l’autore, Chávez ha un approccio “cepalino” dell’economia politica, in altre parole, assimila i postulati della CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi), molto in auge nel subcontinente durante gli anni sessanta e settanta del secolo scorso.

L’approccio “cepalino” si fondava su tre pilastri: il nazionalismo, la sovranità e l’antimperialismo. Senza mettere in discussione il modello capitalista, lo Stato assumeva il ruolo di motore di un processo d’industrializzazione e sviluppo con il fine di diminuire il rapporto di dipendenza nei confronti delle potenze del Nord. I riferimenti politici – e, per esteso, economici – di Hugo Chávez in questo primo periodo erano tre: Velasco Alvarado, presidente del Perù sin dal trionfo della Rivoluzione delle Forze armate nel 1968. È considerato il primo generale progressista e nazionalista portò a termine una politica umanista, mettendo in moto una riforma agraria e nazionalizzando la banca, l’industria peschiera e i settori strategici; Juan José Torres, presidente della Bolivia, meticcio e di famiglia povera, il quale portò anche a termine una politica economica fondata nella sovranità e nel recupero delle ricchezze nazionali; e Omar Torrijos, presidente del Panama, figlio di maestri rurali e di famiglia umile, il quale lottò contro quello che aveva denominato “colonialismo dissimulato”, mediante una politica di sviluppo nazionalista che impugnava le imposizioni provenienti dal Nord. In nessun caso si mise in questione, mediante queste politiche, il capitalismo, e forse proprio per questo il loro successo è stato relativo, se non addirittura volte al fallimento. Bisognava, quindi, riformulare questa tesi.

Di conseguenza Chávez incorpora nel suo pensiero quello che è stato denominato «l’albero delle tre radici»: Simón Bolívar, Simón Rodríguez ed Ezequiel Zamora. «Questo triangolo di riferimenti stava dando un contenuto nazionale, di patria e sovranità, a un progetto politico ed economico che iniziava a tracciarsi», afferma Alfredo Serrano Mancilla; e, come ricorda più avanti, Chávez sintetizzava queste tre radici nella seguente forma: «l’idea geopolitica di Bolívar, l’idea filosofica di Simón Rodríguez e l’idea sociale di Ezequiel Zamora». Chávez scopre così l’America, le radici rivoluzionarie dell’America latina, prima di Marx.


Man mano che la storia avanza nel 1989 irrompe il «Caracazo» e fallisce il golpe di Chávez nel 1992 contro le politiche neoliberali che stavano portando il paese verso la rovina. Chávez consoliderà il suo pensiero politico ed economico, collocandosi sempre di più verso posizioni anti neoliberali, anche se non ancora anticapitaliste. Nel carcere di Yare, privo di libertà dal 1992 al 1994, Chávez non spreca il tempo e si nutre di letture che diverranno fondamentali per la costruzione del suo paradigma economico. Legge il marxista e gramsciano Jorge Giordani, l’ex ministro dell’Economia del governo di Allende, Carlos Matus, e il socialista argentino Óscar Varsavsky. Da queste letture estrae l’idea della pianificazione economica per portare a termine un valido piano economico, in contrapposizione con le teorie egemoniche dello sviluppo. Altrettanto proficue diverranno le letture del marxista ungherese Istvan Meszáros, dal quale adotta la nozione di «transizione verso il socialismo» e quella del leader africano Julius K. Nyerere, prendendo in prestito il termine «Sud» che, oltre ad essere un punto cardinale, si può interpretare anche in chiave geopolitica.


Questo era Hugo Chávez prima di diventare l’Hugo Chávez che avrebbe assunto la Presidenza del Governo del Venezuela nel 1999, iniziando un processo costituente per restituire al paese le redini del proprio destino, fino a ora sequestrato dalle politiche di aggiustamento neoliberale che impoveriscono il popolo e svendono la patria alle grandi corporazioni multinazionali. Chávez inizia la prima tappa del suo governo con un pensiero economico che si potrebbe classificare socialista. In quel momento Chávez avvia l’Agenda Alternativa Bolivariana il cui approccio era di carattere più umanistico che anticapitalista, anche se già presentava un taglio anti neoliberale: non mette in discussione il capitalismo, bensì la sua gestione neoliberale. I primi passi verso il socialismo del XXI secolo si sarebbero visti il 30 gennaio 2005, quando Chávez proclama nel Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre (Brasile), che l’unica alternativa al neoliberismo non può che essere il socialismo del XXI secolo, il quale come segnala Serrano Mansilla, «non [consiste] in un socialismo del passato, ma un socialismo che bisognava inventare, costruire». Affinché Chávez raggiungesse questa posizione, il Venezuela ha dovuto attraversare due golpe: un golpe di Stato nell’aprile 2002 e un golpe economico nel 2003. La frusta della controrivoluzione è stata la causa scatenante della Rivoluzione socialista e bolivariana come quella che, ancora oggi, continua a vivere in Venezuela.


Ma cos’è questa Rivoluzione Bolivariana? In un altro libro, così interessante e necessario come quello scritto da Alfredo Serrano Mancilla, si descrivono in forma dettagliata i risultati e, nello stesso tempo, le sfide della Rivoluzione.

S’intitola I sette peccati di Hugo Chávez (Ed. Yulca, 2014) ed è stato scritto dal famoso giornalista belga Michel Collon. Nel libro l’autore, dalla sua posizione di testimone che ha osservato da vicino il processo, passa in rassegna le più interessanti conquiste della Rivoluzione Bolivariana. La prima di queste, e forse la più rilevante, è stata quella di rompere il circolo vizioso della povertà al quale era condannata una parte della popolazione venezuelana. La prima battaglia, per rompere il circolo, è stata quella contro l’analfabetismo: «L’analfabetismo opera un terribile circolo vizioso: povero, pertanto ignorante, senza lavoro, pertanto povero». Come poterne uscire? E aggiunge Collon: «la fame rafforza il circolo vizioso della povertà. I bambini mal alimentati accedono al mondo della scuola più tardi, presentano una memoria e un’attenzione più debole e, di conseguenza, imparano di meno. E abbandonano la scuola non appena possono, specialmente se devono andare a lavorare per sfamare la famiglia». Ci sono delle politiche che diventano prioritarie e Chávez attiva immediatamente le cosiddette «Misiones» per combattere l’analfabetismo, la povertà e l’esclusione sociale. Con la «Misión Robinson» e il programma cubano «Yo sí puedo», nel 2005 il Venezuela si proclama paese libero dall’analfabetismo. Altre «Misiones» consentono la democratizzazione all’accesso universitario («Misión Sucre»), il diritto all’assistenza medica («Misión Barrio Adentro») o la possibilità di accedere all’acquisto di cibi a prezzi giusti («Misión Mercal»).

Quando Chávez giunge al governo – ma non al potere che è nelle mani della borghesia nazionale e internazionale – si vede obbligato, dalla realtà, ad avviare politiche urgenti che tirino fuori dalla povertà e dall’esclusione migliaia di compatrioti in breve tempo. Ma allo stesso tempo si lavora con una prospettiva più lontana, dando avvio a una politica a lungo termine capace di trasformare, in forma radicale, il funzionamento del sistema e delle sue istituzioni. Approfondisce la democrazia mediante l’aumento della partecipazione dei cittadini, il che consente di prendere le decisioni sul destino nazionale in modo sovrano e non obbedendo ai mandati degli organismi multilaterali stranieri; crea la figura del referendum revocatorio per sottomettere al mandatario a nuove elezioni, anche quando non abbia compiuto il suo periodo di legislatura; rende partecipi i cittadini mediante i Circoli Bolivariani e i Consigli Municipali che integrano sia i sostenitori chavistas che i loro oppositori, e che hanno la funzione di «soprintendere l’applicazione delle decisioni delle autorità locali e di controllare l’uso dei budget»; promuove la partecipazione dei lavoratori nella presa delle decisioni nelle aziende, dove si sviluppano le attività lavorative e si sostiene la fondazione di cooperative e ditte miste che lavorano per lo sviluppo endogeno di ogni territorio o regione.


Con quanto si è detto, com’è possibile che si consideri a Chávez un dittatore e, da parte di alcuni settori, non si vuole riconoscere che il Venezuela è un’autentica democrazia? Perché Chávez non si è sottomesso al potere dei mass media né ha chinato la testa nei confronti degli Stati Uniti. Chávez ha messo in discussione il potere egemonico globale e i potenti non glielo perdonano. Per questa ragione non smettono di colpire il Venezuela: colpi di Stato, colpi di mercato, colpi mediatici.


Non perdonano che Chávez abbia restituito la speranza di una vita degna e migliore in America latina, un continente assuefatto alla povertà, che aveva naturalizzato la diseguaglianza, come se si trattasse di un male endemico.

Chávez disse al Continente – e al mondo intero – che la povertà non cadeva dal cielo, ma che era il risultato di politiche economiche concrete che mettevano gli interessi dei mercati al di sopra di quello delle persone. Nonostante le storie che costruiscono i mezzi, Chávez ha materializzato un sogno da molti condiviso: che un altro mondo è possibile, che possiamo vivere fuori dal neoliberismo.

Il fatto è che quando i poveri governano, i ricchi manifestano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Roma 9mar2015: “Mere Mere con Pan Caliente”

La Embajada de la República Bolivariana de Venezuela en la República Italiana tiene el placer de invitarle al concierto del grupo venezolano “Mere Mere con Pan Caliente”, que se realizará el próximo 9 de marzo a las 19:00 en el Teatro Ambra alla Garbatella.
Entrada libre – R.S.V.P. eventi.embaveit@gmail.com

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