La triplice alleanza imperialista e il dibattito rivoluzionario

da caracaschiama.noblogs.org

Come ogni lunedí, arrivano le riflessioni di Geraldina Colotti per Caracas ChiAma. Oggi si parla dell’attacco mediatico lanciato da El País e del dibattito interno al fronte rivoluzionario.

Osservazioni, dati e statistiche servono perciò a poco. Si tratta di uno scontro di interessi e di concezioni. E così, qualunque cosa faccia, Nicolás Maduro si comporta da“tiranno” e il socialismo bolivariano è un modello da abbattere come la peggiore delle “dittature”. Basta capovolgere il senso di certe parole-feticcio, che appaiono svuotate di senso proprio in quei paesi in cui più circola la loro retorica. La “democrazia” sponsorizzata dai grandi media è quella modellata su Troika ed Fmi. La “libertà” che divulgano è quella del “libero mercato” e del grande capitale internazionale.

E’ partita la grancassa mediatica contro il socialismo venezuelano. Un’operazione che rafforza “l’asse Madrid-Bogotá-Miami”, denunciato dal presidente Nicolás Maduro in riferimento al tentato golpe di alcuni ufficiali ed ex ufficiali dell’aviazione, fomentati dalle destre oltranziste. A dare il là è, come sempre, un editoriale del quotidiano madrileño El Pais. Il tono e il merito si annunciano fin dalle prime righe: denunciano “la detenzione brutale” del sindaco della gran Caracas Antonio Ledezma, arrestato il 19 febbraio per presunta complicità con i golpisti. La detenzione di Ledezma – chiarisce El País – è “inaccettabile per il suo significato politico e non può essere giustificata in alcun modo”: neanche con le “teorie cospiratorie” riferite da Maduro. Come dire: per far cadere i governi non graditi, ogni maniera vale. Alla faccia della “democrazia rappresentativa” che perpetra il feticcio delle urne nonostante la diserzione di massa degli elettori. In barba alle elezioni vinte e stravinte in Venezuela dalla democrazia partecipativa (18 su 19 in 15 anni). In spregio alla tanto decantata libertà di stampa, che lancia accuse di brutalità e torture, ma tace sulla smentita fornita dal legale di Ledezma secondo i quali il sindaco “non ha subito maltrattamento alcuno né vessazioni”. Intanto, il sasso è lanciato, amplificato dai media che, Italia in primis, seguono la “linea” di El Pais: un’informazione di guerra (di classe e neocoloniale), le cui bordate-menzogna annunciano quelle dei cannoni.

Domenica, denunciando la “campagna di odio” portata avanti dai giornali dell’oligarchia colombiana, Maduro ha detto: “Se fossero vere le loro analisi, perché la rivoluzione bolivariana avrebbe vinto 18 su 19 elezioni in 15 anni? Perché, nonostante la guerra economica e il sabotaggio siamo riusciti ad abbassare la disoccupazione ai minimi storici e continuiamo a diminuire la povertà e la miseria anno per anno? Perché siamo riusciti ad aumentare il numero di matricole universitarie con oltre due milioni e 700.000 studenti attraverso un’educazione gratuita e di qualità come diritto sociale?”. E ha chiesto: “Perché migliaia di Colombiani vengono a vivere in Venezuela se le menzogne della campagna sporca fossero verità? Sapete in quanti sono emigrati? In Venezuela vivono oltre 5 milioni di Colombiani, e quasi 800.000 sono venuti da noi negli ultimi 9 anni. Perché lasciano il loro paradiso per trasferirsi nell’inferno che i media descrivono?”. Nel 2013 sono entrati in Venezuela 189.000 Colombiani, nel 2014, altri 144.000. Altri – 1 milione e 600.000, e 1 milione e 200.000 – hanno abbandonato le sponde neoliberiste del loro paese per emigrare rispettivamente in quelle degli Stati uniti e della Spagna.

L’analista politico Atilio Borón fa peraltro notare che in Spagna le manifestazioni di opposizione non sono certo trattate coi guanti bianchi, né trova spazio di espressione democratica il movimento basco. Negli Usa, poi, gli arresti di chi protesta per l’assenza di quei diritti elementari (pane, casa, salute, istruzione, lavoro), garantiti invece in Venezuela, raggiungono ogni volta cifre da record, ma nessuno propone sanzioni e ritorsioni. Per non parlare degli arresti preventivi dettati dalla “sicurezza” e dalle minacce di “terrorismo”.

Negli Usa – fa notare ancora Borón -, un personaggio come Ledezma starebbe scontando una condanna a vent’anni: ha apertamente appoggiato il golpe contro Chávez dell’aprile 2002, e poi la serrata petrolifera del 2002-2003. Nel 2014 è stato un protagonista e un promotore della campagna “la salida”, la cacciata violenta di Maduro dal governo che ha provocato 43 morti e 800 feriti. E negli ultimi giorni ha firmato la proposta del “cambio di regime” fuori dall’ambito istituzionale. Dati i suoi trascorsi e quelli dei suoi sodali Leopoldo López e Maria Corina Machado, sempre in prima fila nel promuovere azioni di forza, negli Usa Ledezma non avrebbe certo potuto proseguire la sua carriera fino a sindaco della Gran Caracas.

E’ una ben curiosa dittatura quella che consente a dichiarati eversori di coprire incarichi politici, disporre della stampa per diffamare ogni giorno le autorità democraticamente elette e chiedere l’intervento di paesi stranieri (un fatto che, negli Stati uniti, costituirebbe un aumento di pena).

E il governo Usa non detiene forse da oltre 34 anni l’indipendentista portoricano Oscar López Rivera? Per indicare i due pesi e due misure portati avanti dal Nordamerica, Maduro ha proposto a Obama uno scambio di “López”: quello Venezuelano – il leader di Voluntad Popular sotto processo per le violenze eversive – contro il Portoricano. Tuttavia – sottolinea ancora Borón – già sappiamo che Washington soffre di schizofrenia acuta: quando qualcuno commette un crimine contro un governo che non gli piace, diventa immediatamente un “combattente per la libertà”.

Osservazioni, dati e statistiche servono perciò a poco. Si tratta di uno scontro di interessi e di concezioni. E così, qualunque cosa faccia, Nicolás Maduro si comporta da“tiranno” e il socialismo bolivariano è un modello da abbattere come la peggiore delle “dittature”. Basta capovolgere il senso di certe parole-feticcio, che appaiono svuotate di senso proprio in quei paesi in cui più circola la loro retorica.

La “democrazia” sponsorizzata dai grandi media è quella modellata su Troika ed Fmi. La “libertà” che divulgano è quella del “libero mercato” e del grande capitale internazionale. In questo senso è scesa in campo anche “L’internazionale socialista”, che ha emesso un comunicato dal titolo: “Venezuela: a grandi passi verso il punto di non ritorno?”. Una sequela arrogante di menzogne e minacce, che assume in pieno il punto di vista delle figure della destra (López e Ledezma), trasformate in vittime di un “governo sempre più illegittimo”.

Ma esiste anche un altro tipo di cortocircuito, alimentato dal trasformismo di alcuni personaggi un tempo legati a una sinistra più radicale. L’esempio più recente è costituito dalla lettera inviata a Maduro in tono confidenziale da Felipe Pérez Martí, economista ed ex ministro di Pianificazione del governo Chávez per un solo anno, tra il 2002 e il 2003. Pérez si serve di un’apparente critica da sinistra per avanzare una pretesa “perdita di consenso” di Maduro fra le sue stesse fila, per proporre un’alleanza con i settori moderati dell’opposizione e per difendere l’operato di Ledezma e soci. Come si può tirare per la giacca da sinistra e al tempo stesso marciare a braccetto con chi tira fortemente a destra?

Pressata da ogni lato, la leadership di Maduro ha probabilmente stentato a imprimere quel “colpo di timone” voluto da Chávez, e la discussione ferve, dentro e fuori il Partito Socialista Unito del Venezuela. Ma quale garanzia offrirebbero alle classi popolari personaggi scialbi e inconsistenti – se non decisamente connotati a destra – come quelli che animano l’opposizione venezuelana?

Ipocrisia allo stato puro

di Sergio Rodríguez Gelfenstein – CiudadCCS

Dicono di lottare contro il terrorismo e che lo stermineranno in qualsiasi parte del mondo, ma proteggono sul loro territorio Posada Carriles che è un criminale confesso per aver collocato una bomba su un aereo civile cubano. Allo stesso modo, nascondono gli assassini del cancelliere cileno Orlando Letelier, assassinato nella stessa Washington.

Dicono di combattere il terrorismo internazionale ma hanno creato, hanno armato, hanno finanziato ed addestrato il movimento Talebano – affinché combattesse il governo afgano negli anni ’80 del secolo passato – e lo Stato Islamico pensando che questo fosse utile ai loro obiettivi per abbattere il governo siriano negli anni recenti, inoltre hanno coperto, hanno protetto e furono alleati con Osama Bin Laden prima del 2001.

Hanno eletto un presidente nero, ma la polizia continua ad assassinare adolescenti e giovani afroamericani con totale impunità e protetta dalla “giustizia”.

Si dicono combattenti e depositari della democrazia nel mondo, ma hanno sostenuto le peggiori dittature del pianeta. Hanno fomentato colpi di Stato in Brasile, Bolivia, Uruguay, Cile ed Argentina, che hanno causato innumerevoli omicidi, di migliaia di desaparecidos e torturati e decine di migliaia di esiliati. Hanno protetto le criminali dittature di Pérez Jiménez, Batista, Trujillo y Somoza. Di costoro affermarono “sono figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana”. Nella loro “difesa della democrazia” sostengono le monarchie medioevali del Medio Oriente como quella della Arabia Saudita dove non esiste alcun parlamento, né partiti politici, né sindacati, né elezioni e dove le donne sono segregare e discriminate.

Dicono di lottare contro il narcotraffico, ma la DEA comportandosi proprio come un cartello, regola, controlla e manipola il marcato della droga, senza agire contro il suo stesso sistema finanziario dove arrivano i miliardi di dollari che tale “lucrativo commercio” inietta nella sua economia; chi ha mai visto un narcotrafficante statunitense in prigione?

Si mostrano inflessibili contro il nuovo governo greco di Alexis Tsipras quando non si piega ai precetti che significano la perpetuazione della fame e dell’esclusione per il popolo greco, ma trattano con i “guanti di seta” la corrotta banca internazionale, apportando miliardi di dollari per l’arricchimento dei suoi dirigenti, mentre continuano a stingere il cappio al collo dei popoli.

Si autoproclamano i primi protettori dell’ambiente e della natura, ma si negano a ratificare il protocollo di Kioto sui mutamenti del clima.

Dicono di essere preoccupati per la situazione delle giustizia nel mondo ma non accettano la giurisdizione della Corte Penale Internazionale incaricata di giudicare i delitti come il genocidio, i crimini di lesa umanità, i crimini di guerra e le aggressioni. Lo fanno per agire impunemente nelle loro pratiche interventiste e guerrafondaie, spesso ai margini del diritto internazionale. Non rispettano nemmeno le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia dell’Haya quando i suoi verdetti non li favoriscono.

Dicono di promuovere i diritti umani nella regione, ma non sottoscrivono la Convenzione Americana sui Diritti Umani, pur ospitando la sede della Commissione Interamericana dei Diritti Umani non ne formano parte, nonostante il fatto che entrambe furono create a loro immagine e somiglianza sotto la protezione dell’ancora insepolto cadavere dell’OSA.

Spendono miliardi di dollari in sicurezza e nonostante ciò non sono capaci di proteggere nemmeno il loro stesso popolo, mandano i loro figli ad immolarsi in guerre assurde senza che sappiano il perché. A tal fine, si inventano armi nucleari in Iraq, uranio arricchito per fabbricare missili in Iran e carri armati russi in Ucraina. Mai nessuno ha visto nulla di tutto ciò.

Si aggiudicano il Premio Nobel per la Pace, pensando che ciò servirà loro per legittimare il genocidio e la morte di innocenti.

Dicono che normalizzeranno le relazioni con Cuba, ma mantengono l’inumano blocco economico e la “ley de ajuste cubano” che favorisce le migrazioni clandestine.

Si vantano di avere grandi amici, alleati e soci, ma spiano i leaders dei loro paesi, mentre ammettono di averli spinti e obbligati a rafforzare le sanzioni contro la Russia e che in alcune occasioni torcono il loro braccio quando non fanno quello che vogliono.

Hanno un gigantesco deficit di bilancio, ma continuano a finanziare guerre di rapina in tutto il pianeta. Rispetto a ciò, democratici e repubblicani non sono in contraddizione. I dibattiti nel Congresso hanno come obiettivo solo definire chi dovrà pagare i costi della guerra; se devono pagarli i poveri o i ricchi. Alla fine, sono sempre i poveri a dover pagare proporzionalmente di più.
 
Dicono di essere molto preoccupati per il Venezuela, mentre difendono e appoggiano azioni terroriste, colpi di Stato, sabotaggi petroliferi e manovre destabilizzanti violente che nessun sistema democratico ammette, in primo luogo il loro stesso. Definiscono gli esecutori di queste politiche “opposizione che dissente dal governo”.
 
A tale proposito lo storico statunitense Morris Berman considera che nonostante nel suo paese si affermi che “… dissentire è patriottico, che è fondamentale per una società democratica”, in realtà ciò “… è pura ipocrisia”.
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