Il Golpe in Venezuela si doveva realizzare in fasi

da Ambasciata del Venezuela ad Addis Abeba – Rappresentanza permanente presso l’Unione Africana

13 febbraio 2015

Il giorno 20 febbraio scorso, all’Ambasciata venezuelana di Addis Abeba, si è svolta un’iniziativa di contro-informazione sul tentativo di golpe predisposto da settori dell’opposizione anti-chavista, finanziato dagli U.S.A. e stroncato dall’intelligence bolivariana (sicuramente più efficace di quella statunitense alla vigilia dell’11/9 o di quella francese pre-attentato a Charlie Hebdo). L’ambasciatore Luis Mariano J. Mata ha introdotto l’argomento, sottolineando la viltà dell’aggressione a un popolo pacifico e operoso, che non chiede di meglio che di continuare ad auto-determinarsi.

Presenti le rappresentanze diplomatiche di Argentina e Brasile, che hanno espresso la loro piena solidarietà al Venezuela, paese “hermano y compañero de la Patria Grande”.

Durante l’iniziativa, è stato distribuito il seguente documento:

 

Il pianificato tentativo di colpo di stato in Venezuela è stato preceduto da un’imboscata economica e dal finanziamento a ufficiali militari, affinché promuovessero un sollevamento militare.

Il piano di colpo di stato che cercava di abbattere il Governo legittimo del presidente del Venezuela, Nicolás Maduro e che è stato neutralizzato grazie alla lealtà della Forza Armata Nazionale Bolivariana e al suo popolo, comprendeva varie fasi, articolate in eventi relazionati a settori strategici per il paese.

Si è cercato di attuare queste azioni a un anno dalle cosiddette guarimbas, eventi di opposizione violenta registrati il 12 febbraio 2014, che hanno lasciato 43 persone morte.

Un gruppo di cospiratori hanno programmato di abbattere il governo di Nicolás Maduro con una nuova campagna di violenza, che doveva cominciare con un’imboscata economica fino a una fase che includeva assassinii di massa e il bombardamento tattico di siti strategici nella capitale.

Queste sono le fasi del tentativo di colpo di stato

Fase 1-Imboscata economica:

L’imboscata economica è cominciata tra il 6, 7 e l’8 gennaio, mentre il Presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, realizzava il suo giro per i paesi dell’OPEC e altri, per valutare il mercato petrolifero e combattere l’abbassamento del prezzo del crudo.

In questa fase, l’opposizione venezuelana, appoggiata dai settori imprenditoriali di destra e fattori internazionali, ha promosso campagne di accaparramento e speculazione di alimenti basilari e prodotti di prima necessità, allo scopo di destabilizzare il paese e far sì che il popolo scendesse in strada per saccheggiare.

Le code ai supermercati erano obiettivi chiave per promuovere la violenza nel paese.

“Pensavano che il popolo si metteva a saccheggiare, perché io ero all’estero”, ha precisato Maduro, al momento di denunciare un colpo economico dall’Algeria.

In quest’occasione, il capo di Stato venezuelano ha detto che il Governo Bolivariano ha evitato queste manovre, grazie al lavoro articolato insieme al Potere Popolare, riuscendo a intercettare gli alimenti e i prodotti che si trovavano ritirati dalla circolazione.

Più diu mille tonnellate di alimenti sono state trovate in un magazzino di proprietà di un’azienda, i cui proprietari sono legati al partito di destra Volontà Popolare.

 

Fase 2: Dibattito internazionale su di una presunta crisi in Venezuela

L’opposizione venezuelana, appoggiata da media internazionali, cercava di generare un dibattito a livello mondiale, nel quale dava a conoscere un’immagine totalmente differente da quello che davvero si vive in Venezuela e, inoltre, tentava di far credere che esiste una crisi umanitaria.

Il mandatario venezuelano Nicolás Maduro ha denunciato che alcune agenzie internazionali hanno tentato di di vendere al mondo il peggio del Venezuela. I mezzi di comunicazione  pubblicavano notizie nelle quali facevano credere che nel paese non c’era cibo e che la produzione di alimenti si era fermata. L’intenzione era quella di spianare la strada all’abbattimento del capo di Stato venezuelano e all’intervento internazionale.

 

Fase 3: Colpo di stato politico

In questo piano si cercava un traditore, per poter abbattere il presidente Nicolás Maduro.

“Non voglio allarmare nessuno, ma sono obbligato a dire tutta la verità (…) Stanno cercando un traditore e chiedo al popolo di stare all’erta”, ha detto il presidente Nicolás Maduro, al momento du annunciare il tentativo di colpo di Stato.

Si è trattato di un tentativo di utilizzare un gruppo di ufficiali dell’Aviazione Militare per l’operazione golpista.

Il deputato Diosdato Cabello ha informato che avevano un ordine di registrare un video, invocando la ribellione di questo  gruppo di militari e che lo stesso sarebbe stato diffuso dalla giornalista Patria Poleo.

 

Fase 4: Colpo militare (tradimento di ufficiali)

Questa sarebbe stata la fase nella quale doveva terminare con l’abbattimento del presidente Nicolás Maduro e con il bombardamento di aree strategiche come teleSUR e la sede del Ministero della Difesa. In seguito, con l’attivazione del “Programma del Governo di Transizione”, un documento che si sarebbe pubblicato attraverso un mezzo nazionale.

Quest’evento doveva prodursi in seguito al sollevamento di un piccolo gruppo di ufficiali dell’Aviazione Militare, finanziati da Miami, U.S.A., secondo il presidente dell’Assemblea Nazionale Diosdado Cabello. Di fronte a ciò, un gruppo di militari patrioti hanno allertato il Governo e si è potuta neutralizzare la minaccia.

Si pretendeva bombardare il Palazzo Miraflores (sede del Governo) a Caracas, mezzi di comunicazione, istituzioni dello Stato e persino un’attività alla quale partecipava il presidente Nicolás Maduro. Nell’operazione si dovevano usare aerei Tucanos introdotti dall’estero.

In questo modo, si sarebbe materializzato il golpe e il cammino libero per cominciare a fare retrocedere la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Acotaciones sobre el golpe frustrado en Venezuela

por Atilio Borón

Hace poco más de un año la derecha fascista venezolana lanzaba una nueva ofensiva dirigida a provocar la “salida” del presidente Nicolás Maduro. La “salida” era un eufemismo para designar una convocatoria a la sedición, es decir, la destitución por medios violentos, ilegales y anticonstitucionales del mandatario legal y legítimamente electo por el pueblo venezolano. Esta iniciativa fue rodeada por un halo de heroísmo por la prensa de derecha de todo el continente, que con sus engañifas y sus “mentiras que parecen verdades” —según la perspicaz expresión de Mario Vargas Llosa— intentó concretar una audaz operación de alquimia política: convertir a un grupo de sediciosos en épicos “combatientes de la libertad”. Todo esto, naturalmente, fue alentado, organizado y financiado desde la Casa Blanca, que a la fecha aún no ha reconocido el triunfo de Maduro en las elecciones presidenciales del 14 de abril del 2013.

Washington ha sido, en cambio, veloz como un rayo para bendecir la elección de Otto Pérez Molina, un general guatemalteco involucrado en una macabra historia de represión genocida en su país; o para consagrar la elección de Porfirio Lobo en un fraudulento proceso electoral urdido por el régimen golpista que destituyó al presidente legítimo José Manuel “Mel” Zelaya y sumió a Honduras en un interminable baño de sangre. Pero una cosa son los amigos y otra muy distinta los enemigos o, mejor dicho, los gobiernos que por no arrodillarse ante los úkases imperiales se convierten en enemigos. La República Bolivariana de Venezuela es uno de ellos, al igual que nuestra Cuba, Bolivia y Ecuador. Al desconocer el veredicto de las urnas, Washington no sólo transgrede la legalidad internacional sino que, además, se convierte en instigador y cómplice de los sediciosos cuya obra de destrucción y muerte cobró la vida de 43 venezolanas y venezolanos (en su gran mayoría chavistas o miembros de los cuerpos de seguridad del Estado).

En estas últimas semanas Estados Unidos ha redoblado sus esfuerzos desestabilizadores, pero levantando la apuesta. Si antes procedía a través de una pandilla de sediciosos que en cualquier país del mundo estarían en la cárcel y sentenciados a cumplir durísimas condenas, hoy desconfía de sus peones venezolanos, toma el asunto en sus propias manos e interviene directamente. Ya no son aquellos obscenos paniaguados del imperio, tipo Leopoldo López, María Corina Machado o Henrique Capriles los que impulsan la desestabilización y el caos, sino la propia Casa Blanca. Un imperio “atendido por sus dueños” que descarga una batería de medidas de agresión diplomática y sanciones económicas que se montan sobre la campaña de terrorismo mediático lanzada desde los inicios de la Revolución Bolivariana hasta llegar, en los días pasados, a promover un golpe de Estado en donde las huellas de la Casa Blanca aparecen por todos lados. Respondiendo a esas imputaciones, la vocera del Departamento de Estado Jen Psaki dijo que eran “ridículas” y que “los Estados Unidos no apoyan transiciones políticas por medios no constitucionales. Las transiciones políticas deben ser democráticas, constitucionales, pacíficas y legales.” Es obvio que la vocera es una mentirosa serial y descarada o, hipótesis más benévola, padece de una grave enfermedad que le ha borrado la memoria de su disco duro neuronal. Para repararlo bastaría con invitarla a que vea un despacho de la CBC News que muestra a una de sus superiores, la secretaria de Estado Adjunta para Asuntos Euroasiáticos, Victoria Nuland, conversando amablemente con los neonazis que ocupaban la Plaza Maidan de Kiev y exigían la renuncia del presidente Viktor Yanukóvich, cosa que lograron pocos días después luego de una serie de violentas acciones. Más tarde las bandas neonazis del Pravy Sektor atacaron un local sindical en Odessa donde se agruparon los opositores al golpe perpetrado en Ucrania, le prendieron fuego y quemaron vivos a una treintena de personas mientras desde afuera disparaban contra quienes trataban de huir del edificio en llamas. Esos bandidos, alentados por Washington con la presencia de Nuland, actuaron al igual que los criminales del Estado Islámico cuando capturaron a un piloto del avión caza jordano, lo encerraron en una jaula y le prendieron fuego. Esto fue una atrocidad incalificable, lo otro un lamentable incidente que apenas si mereció un comentario del Departamento de Estado. Por último, habría que recordarle a la desmemoriada vocera que fue el propio presidente Barack Obama quien dijo que Estados Unidos “en ocasiones tuerce el brazo a los países cuando no hacen lo que queremos”. Venezuela desde 1998 no hace lo que Washington quiere, y por eso trata de torcerle el brazo con una parafernalia de iniciativas dentro de las cuales ahora vuelve a incluirse, como en el 2002, el golpe militar.

Algunos podrían objetar que la denuncia del Gobierno Bolivariano es alarmista, infundada y que no hubo tentativa golpista alguna. Quienes piensan de ese modo ignoran (o prefieren ignorar) las lecciones de la historia latinoamericana. Estas demuestran que los golpes de Estado siempre comienzan como acciones puntuales, aparentemente insensatas y alocadas de un grupo, y que no deben ser tomadas en serio. Es más: se suele acusar a los gobiernos que desbaratan o denuncian este tipo de actividades —¡que son el embrión del golpe de Estado!— como irresponsables que llevan zozobra a la población viendo fantasmas donde hay tan sólo un pequeño núcleo de fanáticos que desean llamar la atención de las autoridades. En todo caso, ¿cómo olvidar la labor preparatoria de la derecha venezolana cuando pocas semanas atrás invitó a los expresidentes Andrés Pastrana, Felipe Calderón y Sebastián Piñera para visitar a Leopoldo López, con el pretexto de participar en un foro sobre el empoderamiento de la ciudadanía y la democracia? O cuando da a conocer un comunicado conjunto firmado por los principales líderes fascistas venezolanos: Leopoldo López, María Corina Machado y Antonio Ledezma, oportunamente fechado el 14 de febrero y que, luego de un diagnóstico apocalíptico de la realidad venezolana, termina diciendo que “ ha llegado la hora del cambio. El inmenso sufrimiento de nuestro pueblo no admite más dilaciones.” En todo ese comunicado sólo se utilizan los términos que son marca registrada de la Casa Blanca: “transición, cambio de régimen” sin la menor alusión al referendo revocatorio, dispositivo institucional de recambio de gobierno previsto por la Constitución chavista e inexistente en los países de los expresidentes arriba mencionados, pese a lo cual se acusa a Venezuela de ser un “Estado totalitario”, a la vez que los países que no disponen de semejante cláusula son caracterizados como ejemplares democracias, cuyos presidentes pueden ir a la República Bolivariana a dar lecciones de democracia. ¿Por qué no se alude a ese recurso? Porque ni Washington ni sus secuaces piensan en un cambio dentro de la legalidad. El libreto imperial es el recambio violento, estilo Libia o Ucrania o, en el mejor de los casos, un “golpe parlamentario”, como el que derrocó a Lugo, o en uno “judicial”, como el que precipitó la caída de Zelaya. ¡Olvídense de la Constitución!

Recapitulando: tenemos la voluntad de Washington para acabar con el proceso Bolivariano, como lo hicieron en tantos otros países; están también las tropas de choque locales, la derecha fascista o fascistoide que cuenta con un impresionante apoyo mediático dentro y fuera de Venezuela; y apareció también la vanguardia golpista que fue descubierta y desbaratada por el gobierno de Maduro. La técnica del golpe de Estado enseña que hay que proceder metódicamente: siempre se comienza con un pequeño sector que toma la delantera y sirve para probar los reflejos del gobierno y la correlación de fuerzas en las calles y los cuarteles. Nunca son la totalidad de las fuerzas armadas y el bloque sedicioso quienes salen al ruedo y, al unísono, se sublevan en masa. No fue eso lo ocurrido en contra de Salvador Allende en Chile. Fue la Infantería de Marina la que a primeras horas de la mañana del 11 de septiembre ocupó las calles de Valparaíso, generando una reacción en cadena que terminó con el golpe de Estado. Lo mismo ocurrió con el derrocamiento de Juan Perón en la Argentina de 1955, cuando una guarnición de Córdoba se levantó en armas. Y otro tanto se verificó en el Ecuador el 30 de septiembre de 2010, cuando se produjo la insubordinación de la Policía Nacional que retuvo durante más de unas 12 horas en su poder al presidente Rafael Correa. La inmediata reacción popular abortó el golpe, impidiendo que la vanguardia golpista recibiera el respaldo militar y político necesario para que el proceso rematara en el derrocamiento del presidente ecuatoriano. La inacción o la subestimación oficial ante lo que al principio aparece como una manifestación extravagante, minúscula e inofensiva de una patrulla perdida es lo que termina desencadenando el golpe de Estado.

Cabría preguntarse por las razones de esta desorbitada reacción del imperio, evidenciada no sólo en el caso de la República Bolivariana, sino también en Ucrania. La respuesta la hemos dado hace tiempo: los imperios se tornan más violentos y brutales en su fase de decadencia y descomposición. Esta es una ley sociológica comprobada en numerosos casos, comenzando por la historia de los imperios romano, otomano, español, portugués, británico y francés. ¿Por qué habría de ser la excepción Estados Unidos? Máxime si se tiene en cuenta que la decadencia norteamericana –reconocida por los principales estrategas del imperio— va acompañada por una rápida recomposición de la estructura del poder mundial, en donde el fugaz unipolarismo norteamericano que brotara de las ruinas de la Unión Soviética –un infantil espejismo alentado por Bill Clinton y George W. Bush y sus inefables asesores— y que anunciaba con bombos y platillos el advenimiento del “nuevo siglo americano” se deshizo como un pequeño pedazo de hielo arrojado en las ardientes arenas del Sahara. Ahora el imperio tiene que vérselas con un mundo multipolar, con aliados más tibios y reticentes, tributarios cada vez más desobedientes y enemigos cada vez más poderosos. En ese contexto Venezuela, la primera reserva de petróleo del planeta, adquiere una importancia esencial y la reconquista de ese país no puede demorarse mucho más. O, como dice el comunicado golpista de la derecha, “sin más dilaciones.”

Una última referencia tiene que ver con los blancos escogidos por los frustrados golpistas para realizar sus bombardeos. Aparte de edificios gubernamentales clave, la lista incluía las instalaciones de Telesur en Caracas. Se comprenden las razones detrás de este siniestro plan, pues tanto los golpistas como sus instigadores, de afuera y de adentro del país, saben muy bien el fundamental aporte de Telesur en informar desde una perspectiva nuestroamericana y en despertar y cultivar la conciencia antiimperialista en la región. Producto de la visión estratégica del Comandante Chávez, que concibió esa empresa pública multinacional como un instrumento eficaz para librar la gran batalla de ideas en la que estamos empeñados, su gravitación internacional y su credibilidad no han dejado de crecer desde entonces. Su programación tiene un notable contenido informativo y educativo, y la capacidad de quienes allí trabajan ha permitido que millones de personas en todo el mundo puedan comprobar las mentiras propaladas por los medios del establishment. Mencionaremos sólo dos casos, de los tantos que podrían escogerse: el informe sobre el golpe de Estado en contra de Zelaya, minuciosamente omitido por la televisión del sistema y cuando ya no podían ocultarlo lo tergiversaban; y el desenmascaramiento de la noticia que decía que la aviación de Gadaffi estaba bombardeando posiciones de indefensos civiles en la ciudad de Bengasi, cabecera de playa de la OTAN en su proyecto, desgraciadamente culminado exitosamente, de matar a Gadaffi y destruir Libia. Mientras toda la prensa internacional mentía alevosamente, Telesur fue el único medio que durante cuatro días dijo la verdad que luego todos debieron reconocer. Que no hubo bombardeos y que los supuestos civiles indefensos eran en realidad una sanguinaria pandilla de mercenarios lanzados al saqueo y el asesinato por Estados Unidos y sus compinches europeos. Por eso los fascistas tenían a esa empresa como objetivo a destruir. Y esto es un timbre de honor del cual los colegas y amigos de Telesur pueden enorgullecerse. Habría sido motivo de preocupación que hubieran desestimado a Telesur en sus planes golpistas. Pueden decir, con orgullo, como el Quijote: “Ladran Sancho, señal que estamos cabalgando”.

Pura hipocresía

por Sergio Rodríguez Gelfenstein

Dicen que luchan contra el terrorismo y que lo exterminarán en cualquier lugar del mundo, pero protegen en su territorio a Posada Carriles que es un criminal confeso de haber puesto una bomba contra un avión civil cubano. Así mismo, esconden a los asesinos del canciller chileno Orlando Letelier, asesinado en el propio Washington.

Dicen que combaten el terrorismo internacional pero crearon, armaron, financiaron y entrenaron el movimiento Talibán -para que combatiera al gobierno afgano en los años 80 del siglo pasado- y al Estado Islámico pensando que éste cumpliría sus objetivos de derrocar al gobierno sirio en años recientes, además cobijaron, protegieron y fueron aliados de Osama Bin Laden antes del año 2001.

Eligen un presidente negro, pero la policía sigue asesinando adolescentes y jóvenes afroamericanos con total impunidad y protección de la “justicia”.

Se dicen luchadores e insignias de la democracia en el mundo, pero han apoyado a las peores dictaduras del planeta. Fomentaron los golpes de Estado en Brasil, Bolivia, Uruguay, Chile y Argentina, que causaron centenares de asesinados, miles de desaparecidos y torturados y decenas de miles de exiliados. Protegieron las dictaduras criminales de Pérez Jiménez, Batista, Trujillo y Somoza. De éste dijeron “es un hijo de puta, pero es nuestro hijo de puta”. En su “defensa de la democracia” aúpan a las monarquías medievales del Medio Oriente como la de Arabia Saudita donde no hay parlamento, ni partidos políticos, ni sindicatos, ni elecciones y donde las mujeres son segregadas y discriminadas.

Dicen que luchan contra el narcotráfico, pero la DEA actuando como un cártel, regula, controla y manipula el mercado de la droga, sin actuar contra su propio sistema financiero a donde van a parar los miles millones de dólares que tan “lucrativo negocio”, inyecta a su economía, ¿quién ha visto un narcotraficante estadounidense preso?

Se ensañan inflexiblemente contra el nuevo gobierno griego de Alexis Tsipras por no plegarse a preceptos que significan seguir el hambre y la exclusión para el pueblo griego, pero tratan con “manos de seda” a la corrupta banca internacional, aportando miles de millones de dólares para el enriquecimiento de sus ejecutivos, mientras siguen apretando el dogal de los pueblos.

Dicen ser los mayores protectores del medio ambiente y la naturaleza, pero se niegan a ratificar el protocolo de Kioto sobre cambio climático.

Se dicen preocupados por la situación de la justicia en el mundo, pero no aceptan la jurisdicción de la Corte Penal Internacional encargada de juzgar delitos como el genocidio, los crímenes de lesa humanidad, los crímenes de guerra y la agresión. Lo hacen para actuar impunemente en sus prácticas intervencionistas y guerreristas, muchas veces al margen del derecho internacional. Tampoco acatan las decisiones de la Corte Internacional de Justicia de La Haya cuando sus fallos no le favorecen.

Dicen promover los derechos humanos en la región, pero no suscriben la Convención Americana sobre Derechos Humanos y teniendo la sede de la Comisión Interamericana de Derechos Humanos, no forman parte de ella a pesar que ambas fueron creadas a su imagen y semejanza bajo el alero del aún insepulto cadáver de la OEA.

Se gastan miles de millones de dólares en seguridad y no son capaces de proteger ni a su propio pueblo, mandan a sus hijos a inmolarse en guerras absurdas sin saber por qué lo hacen. Para ello, inventan armas nucleares en Irak, uranio enriquecido para fabricar misiles en Irán y tanques rusos en Ucrania. Nunca, nadie ha visto nada de eso.

Se ganan el Premio Nobel de la Paz, pensando que eso les servirá para legitimar el genocidio y la muerte de inocentes.

Dicen que van a normalizar las relaciones con Cuba, pero mantienen el inhumano bloqueo y la ley de ajuste que fomenta las salidas ilegales del país.

Se ufanan de tener grandes amigos, aliados y socios, pero espían a sus líderes, mientras admiten que los presionaron y obligaron a implementar sanciones contra Rusia y que en ocasiones les tuercen el brazo cuando no hacen lo que quieren.

Tienen un gigantesco déficit presupuestario, pero siguen financiando guerras de rapiña en todo el planeta. Respecto de eso, demócratas y republicanos no tienen contradicciones. Los debates en el Congreso solamente buscan definir si los gastos de guerra los pagan los pobres o los ricos. Al final, los pobres siempre pagan proporcionalmente más.

Se dicen muy preocupados por Venezuela, mientras amparan y aúpan acciones terroristas, golpes de Estado, sabotajes petroleros y maniobras desestabilizadoras violentas que ningún sistema democrático admite, en primer lugar el de ellos mismos. A los ejecutores de esas políticas la llaman “oposición que disiente del gobierno”.

Al respecto, el historiador estadounidense Morris Berman considera que aunque en su país afirman que “… disentir es patriótico, que es crucial para una sociedad democrática”, en realidad eso “… es pura hipocresía”.

El golpe frustrado y el 31F

por Geraldina Colotti – Rete “Caracas ChiAma”

En este segundo editorial para Caracas ChiAma, Geraldina Colotti, nos describe con una lucidez apasionante, el escenario turbulento que está enfrentando el proceso revolucionario en Venezuela entre golpistas pro Usa y resistencia popular. Nos revela la historia del 31F: una fórmula “matemática” destinada a hacer la Historia del rebelde continente latinoamericano.
Para explicar lo que estaba sucediendo, Chávez retomó una “fórmula matemática” usada por los movimientos de entonces: 27 de Febrero (el Caracazo) + 4 de Febrero (la rebelión cívico – militar) = 31 de Febrero: 31F, una tercera vía, utópica y diferente, un día que no existe en el calendario, “por ahora”.

Pruebas de golpe de estado en Venezuela. Un grupo de oficiales de la aviación, confabulados con personajes de la oposición y sólidos apoyos en Norteamérica, proyectaba asesinar al presidente, bombardear Miraflores y tomar las riendas del país, confiando en una nueva explosión de guarimbas (técnicas mortales de guerrilla de calle inventadas por la extrema derecha).

Esta denuncia de Nicolás Maduro, que ha difundido los particulares del plan, tanto con mapas nombres y apellidos. Un carnaval de sangre en el carnaval en curso en Venezuela.

Sobre la eficacia de un plan semejante, por fortuna, es permitido dudar. Aquel aéreo Tucano “importado desde el extranjero” para poder descargar sus bombas habría hecho poco camino bajo el cielo de la capital: Por la reacción de las Fuerzas Armadas, la gran mayoría leales al gobierno, y por la del pueblo venezolano, siempre alerta en momentos de crisis como la actual.

Al interno de la oposición venezolana existe un ala golpista que nunca ha cambiado. Los rostros de los principales dirigentes de la derecha, que organizaron las violentas protestas del año pasado para pedir la salida de Maduro del gobierno (y su eliminación), están siempre allí para representarla. Para comenzar, María Corina Machado, la amiga de George W. Bush es fundadora de Sumate (creación de la CIA). Su firma figuraba entre las trecientas que apoyaron el gobierno relámpago de Carmona Estanga – presidente de Fedecámaras – Instaurado después del golpe de estado en contra de Chávez en el 2002. Después, Leopoldo López (Voluntad Popular), que en ese entonces atacó la embajada cubana con el personal adentro. Con él estaba otro personaje famoso.

Henrique Capriles (Primero Justicia), candidato de la oposición (siempre perdedor), primero contra Chávez, después contra Maduro. Ahora, Antonio Ledezma (alcalde de la Gran Caracas) famoso represor de estudiantes en la IV República. Después, del mismo álbum de familia emergen ciertas jerarquías eclesiásticas que quedan todavía “un partido” de oposición. Sin olvidar el peso de los grandes medios privados, que responden siempre a los mismos jefes.
En la historia de las Fuerzas Armadas venezolanas, la vocación golpista y autoritaria ha ido progresivamente diluyéndose en favor de aquella nacionalista y socialista. Como ha documentado en sus entrevistas el periodista José Vicente Rangel, ya al día siguiente de la insurrección cívico-militar del 4 de febrero’92 Chávez precisaba que él y los oficiales progresistas no tenían nada que ver con los giros autoritarios que estaban proyectando algunas élites militares. Y a quien lo considerase un “golpista de profesión”, respondía:

“De ninguna manera. Soy un militante de las luchas sociales, un revolucionario empeñado en la causa del pueblo. Soy un conspirador por necesidad histórica, después de haber reflexionado sobre la masacre del Caracazo, el 27 de febrero de 1989, que mostró la crisis estructural de este sistema. Como decía Gramsci, el viejo muere, pero al nuevo le cuesta trabajo nacer…”. Para explicar lo que estaba sucediendo, Chávez retomó una “fórmula matemática” usada por los movimientos de entonces: 27 de Febrero (el Caracazo) + 4 de Febrero (la rebelión cívico-militar) = 31 de Febrero: 31F, una tercera vía, utópica y diferente, un día que no existe en el calendario, “por ahora”.

Hoy, la unión cívico-militar permea todos los niveles de la vida política, económica y social: desde ex oficiales que gobiernan, hasta los que llevan a las regiones indígenas los electrodomésticos suministrados por el gobierno para las viviendas populares. La composición “ideológica” del ejército es variada: serían más marxista o más nacionalista, más convencidos que se deba defender el socialismo o más convencidos de que se deba ser leales al gobierno cualquiera que este sea.

La imagen de los altos comandos que han manifestado a puño cerrado lealtad al socialismo no es una fachada. Tanto es verdad que haya alguna corriente interna que sueña utilizar con fines políticos un golpe de mano militar. Así como es verdad que también la derecha (votada por más del 40% de la población) tiene su influencia sobre fuerzas armadas. “las Fuerzas Armadas no deben estar al servicio del socialismo. Ver los altos comandos que gritan “patria socialista” muestra de que han sido transformadas en un partido político”, ha dicho Roberto Enríquez, presidente del partido Copei (equivalente de la ex Democracia cristiana en Italia). A modo suyo, tiene razón. La venezolana, no será la Armada roja de Lenín, pero es un ejército del pueblo. Al servicio y al lado del pueblo.

Grupos de oficiales ligados a la derecha y a los grandes capitales internacionales, condujeron el golpe contra Chávez del 2002 y siempre salen a relucir durante las violencias subversivas o los tentativos desestabilizantes. Por eso, aun cuando en este caso han fracasado gracias a las prevenciones de la inteligencia bolivariana, por el alto grado de sinvergüencería que parece caracterizar sus acciones, no escapa el hecho de que Venezuela está sometida a un constante nivel de presión interna: parecida a una guerra de doble intensidad, a punto de alcanzar el pico según el guión de Gene Sharp, que, desde la ex Yugoslavia en adelante, se enseña en las escuelas de la Cia. Así pués, si ese Tucano se hubiese alzado en vuelo, de cierto habría habido muertos y esto habría ofrecido otras cuerdas al arco de la propaganda mediática contra el socialismo bolivariano.

Para los medios de comunicación nuestros, vale la lógica de los países y dos medidas. En Italia, puño de hierro en contra de quien tira una molotov contra una mezcladora de cemento, y tribunales para un escritor no arrodillado como Erri De Luca; en Venezuela, apología de la “revuelta de los ricos”: aunque cuando estrangulan con las guarimbas, queman transportes escolares, cabinas del metro con los operadores dentro, quedan como “sinceros democráticos” oprimidos por el “régimen”. En Italia, aplausos a policías que torturan, a los fascistas y los racistas al gobierno, y 41 repeticiones a los detenidos “peligrosos”, en Venezuela, gritos, estrépitos, alborotos, contra “la inseguridad” si el chavismo trabaja para resolver las causas y no los efectos, saben después gritar “al tirano” si meten preso a quien comete un delito.

Declaro previamente que es siempre de buena norma para los movimientos y para los revolucionarios protegerse de exceso de identificación con “el orden instituido” (sobre todo cuando el estado “socialista” es el resultado de un compromiso entre las clases y no – come se decía alguna vez – expresión de poder del proletariado organizado en su partido), defender el socialismo bolivariano tiene una carga concreta y simbólica que va más allá del contingente.

Desde el golpe de estado frustrado, emergen dos imágenes fuertes: aquella de los altos comandos militares bolivarianos que gritan “patria socialista” a puño cerrado; y el “Comunicado para la transición”, que los golpistas habrían publicado, como inserción publicitaria, en un gran periódico de circulación nacional y que habría constituido la señal a los oficiales golpistas para de inicio. Un documento cuyos puntos habría sido compartido por cualquiera “izquierda” europea sometida a la Troika, y que prevén el regreso a un sistema de gobierno reprobado por el pueblo hace 15 años. Se puede apostar que las afirmaciones del presidente de Copei encontrarán en la “izquierda”, más consenso que los altos comandos de puño cerrado.

Poco importa si el gobierno venezolano desde hace 15 años legitimado por las urnas con una participación electoral impensable por las “mayorías” de italianos o europeos. Poco importa si aquel ejército “de puño cerrado” no viene empleado para “las guerras humanitarias” o para las aventuras líbicas, sino para tareas de paz y desarrollo. Y no se trata del legítimo temor que puede representar un uniforme militar en un país, como el nuestro, con su presidente fascista en el fondo. Lo que molesta es precisamente aquel puño cerrado.
Aunque geográficamente lejos, en efecto, evoca todavía un gran miedo: el miedo de las masas, del socialismo y de la revolución, eliminada en el caldero consociacionalismo, de la colaboración del arrepentido y de la disociación. Un miedo que ha alejado hasta el recuerdo de la “revolución de los cláveles”, ejercida por los militares progresistas contra el régimen autoritario de Antonio Salazar en Portugal, en 1974. Figurémonos el “corto circuito” determinado por Chávez en las “democracias puntofijistas” de la IV República.

Sí, es precisamente aquel puño cerrado por el gobierno que da miedo y que molesta.

Que complica el camino de la solidaridad internacional.

Que hace arduo pero urgente el recorrido hacia nuestro… 31 de Febrero.

[Trad. por Maira Garcia – Circolo Bolivariano Antonio Gramsci – Caracas]

Venezuela, resta in carcere il sindaco Ledezma

Risultati immagini per Geraldina Colotti Venezueladi Geraldina Colotti – il manifesto 

21feb2015.- Caracas. Gli Usa: «Verso ulteriori sanzioni»

La magi­stra­tura vene­zue­lana ha con­va­li­dato il car­cere per il sin­daco della Gran Cara­cas, Anto­nio Lede­zma, impli­cato nel fal­lito golpe con­tro il governo di Nico­las Maduro. Lede­zma, lea­der di Alianza Bravo Pue­blo, aspet­terà il pro­cesso nella pri­gione di Ramo Verde, dove già si trova Leo­poldo Lopez, un altro capo dell’opposizione oltran­zi­sta (Volun­tad Popu­lar), il cui pro­cesso è in corso. Se, come in altri casi ana­lo­ghi, la legge evi­den­zia la “totale assenza” dall’incarico si dovrà pro­ce­dere imme­dia­ta­mente a nuove ele­zioni per l’Alcaldia metro­po­li­tana, che ha una giu­ri­sdi­zione su cin­que muni­cipi della capi­tale. Dal 2010 è però entrata in vigore anche una nuova con­fi­gu­ra­zione ammi­ni­stra­tiva, più ampia e con mag­giori com­pe­tenze, il Distrito Capi­tal, il cui gover­na­tore è nomi­nato diret­ta­mente dal pre­si­dente della Repubblica.

Intanto, le due com­pa­gini poli­ti­che pre­senti nel paese — il cha­vi­smo che governa e l’opposizione riu­nita nel car­tello della Mesa de la Uni­dad Demo­cra­tica (Mud) — hanno deciso la data delle pri­ma­rie. Il Par­tito socia­li­sta unito del Vene­zuela (Psuv) pro­porrà i suoi can­di­dati oggi e li voterà il 7 giu­gno. Le pri­ma­rie della Mud si svol­ge­ranno il 3 mag­gio. Non ancora decisa, invece, la data delle ele­zioni par­la­men­tari, deter­mi­nanti per il corso poli­tico del paese: dovreb­bero svol­gersi a dicem­bre, ma potreb­bero anche essere anti­ci­pate a luglio. Divisa e senza pro­getto, la Mud si fa perio­di­ca­mente sca­val­care dalle sue ali di estrema destra, ultra­mi­no­ri­ta­rie ma molto aggres­sive e con ottimi appoggi fra i poten­tati eco­no­mici inter­na­zio­nali. Lede­zma fa parte della pat­tu­glia che l’anno scorso ha pro­mosso la cam­pa­gna «la salida», la cac­ciata di Maduro dal governo ad ogni costo.

Il costo è stato di 43 morti e oltre 800 feriti, e di una lace­ra­zione pro­fonda nella società vene­zue­lana. Una frat­tura che, a fronte degli appelli poco con­vin­centi «al dia­logo» lan­ciati dall’opposizione in dop­pio­petto, diventa vora­gine ogni volta che irrom­pono ten­ta­tivi ever­sivi, forag­giati dall’esterno e accolti da qual­che pic­cola fran­gia dei mili­tari. Que­sta volta, a ten­tare un colpo di stato — che pre­ve­deva il bom­bar­da­mento di alcune impor­tanti sedi isti­tu­zio­nali, l’uccisione del pre­si­dente e lo scop­pio di una rivolta vio­lenta — sarebbe stato un gruppo di uffi­ciali dell’aviazione, alcuni dei quali in pen­sione. I loro refe­renti, i mede­simi della «salida»: Maria Corina Machado, Leo­poldo Lopez e Lede­zma. Il loro «mani­fe­sto per la tran­si­zione», vade­me­cum per il ritorno al neo­li­be­ri­smo è stato pub­bli­cato sul quo­ti­diano pri­vato El Nacio­nal e avrebbe dovuto costi­tuire l’avvio del golpe. Secondo i pen­titi, a sca­te­nare il caos sarebbe stata però anche l’uccisione di Lopez in carcere.

Un allarme che l’intelligence vene­zue­lana ha già lan­ciato quando Lopez, ricer­cato per le vio­lenze ever­sive, si è con­se­gnato alla poli­zia l’anno scorso. Il pre­si­dente dell’assemblea, Dio­sdado Cabello, si era recato dalla fami­glia di Lopez per met­terla al cor­rente del piano e, per garan­tire l’incolumità del ricer­cato, Cabello lo aveva per­so­nal­mente accom­pa­gnato in car­cere. Una cir­co­stanza con­fer­mata dalla moglie di Lopez, Lilian Tin­tori, nono­stante la sua con­vinta oppo­si­zione al governo e la sua con­ti­nua richie­sta di san­zioni inter­na­zio­nali con­tro il Venezuela.

San­zioni che gli Stati uniti hanno già emesso e appro­vato e che stanno cer­cando di ina­sprire «per ripor­tare sulla giu­sta via il governo vene­zue­lano». Un’ingerenza insop­por­ta­bile, per Maduro, che ha denun­ciato l’asse ever­sivo «Madrid, Bogotà, Miami» e ha fatto notare come il governo Usa abbia preso in pre­stito «le stesse espres­sioni usate da Lede­zma per chie­dere le san­zioni». Gli Usa (anche l’ex pre­si­dente Bill Clin­ton), hanno chie­sto «la libe­ra­zione imme­diata» di Lede­zma e di Lopez, seguiti dalle destre lati­noa­me­ri­cane ed europee.

Si è invece smar­cato il pre­si­dente colom­biano Manuel San­tos, espri­mendo soli­da­rietà al Vene­zuela e garan­tendo che per­se­guirà gli even­tuali ten­ta­tivi desta­bi­liz­zanti. Da Cuba, si è fatta sen­tire anche la blog­ger Yoani San­chez, a cac­cia di un nuovo ter­ri­to­rio: «Quel che suc­cede in Vene­zuela è ancora più grave di quel che abbiamo pas­sato a Cuba», ha detto. Il governo cubano ha invece riba­dito «l’immutato» appog­gio al socia­li­smo di Maduro, e anche i paesi del G77 più Cina hanno dato il loro sostegno.

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