Nasrallah: Isis e Al Nosra servono gli interessi di Israele e USA

da sana.sy

Sayed Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, nel suo discorso per l’anniversario dei leader martiri, celebrato nel Camp Sayed Al-Shuhada, nella giurisdizione meridionale di Beirut, ha fatto le condoglianze all’ Egitto, popolo e governo, condannando il crimine selvaggio perpetrato dai terroristi dell’Isis-Daesh contro i cittadini egiziani in Libia.

Di fronte al pericolo del terrorismo, Nasrallah ha dichiarato che la Resistenza sostiene l’invito a sviluppare una strategia nazionale per la lotta alle organizzazioni terroristiche ed ha anche aggiunto che tutti devono sostenere l’esercito e le forze  libanesi per il controllo della sicurezza.

Ha, inoltre, invitato il governo e il popolo a prendere posizione di fronte alle organizzazioni terroristiche Daesh e Fronte al-Nusra, nella cordigliera orientale, alle pendici del Ersal e ha chiesto di riprendere una decisione nazionale nella questione presidenziale, l’unica opzione al vuoto di potere, assicurando che il Libano non è immune a quanto avviene nella regione e il mondo.

Al-Sayed Hassan Nasrallah ha avvertito che nessun ha il diritto di intervenire in Siria, militarmente o politicamente, né ha il diritto di criticare la posizione pacifica del movimento attuale in Bahrain.

«A quanti ci invitano a lasciare la Siria, invito ad andare tutti insieme in Siria. Ho anche chiesto loro di andare in Iraq, e ovunque per affrontare questa minaccia e per proteggere il Libano e il popolo libanese», ha spiegato Nasrallah.

Egli ha anche affermato che tutto ciò che hnnoa fatto le organizzazioni terroristiche Isis e Fronte al-Nusra, fino ad oggi, servono solo gli interessi di Israele e degli Stati Uniti.

Secondo Nasrallah queste organizzazioni terroristiche non cercano di liberare i territori palestinesi occupati e da tutti paesi del mondo, ad eccezione di Israele, sono considerate come una minaccia che mette la sicurezza della regione a rischio.

Egli ha anche invitato i popoli ei governi della regione a lavorare insieme per affrontare il pericolo di questa organizzazione e del terrorismo in favore della difesa della pace.

Analogamente ha fatto appello per un coordinamento fra gli eserciti siriani e libanesi per affrontare i terroristi takfiri schierati in pianura situata tra i due paesi e che ci sia un coordinamento tra i due governi di Siria e Libano per la sicurezza.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Impossibile torcere il braccio della rivoluzione bolivariana

da RT

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha perso la battaglia in Venezuela e non è riuscito a torcere il braccio della rivoluzione bolivariana, ha argomentato la giornalista venezuelana, Erika Ortega Sanoja, in questo articolo scritto in esclusiva per RT.

In America Latina c’è un detto popolare che è diventata una barzelletta: «Gli Stati Uniti sono l’unico paese del continente in cui non ci sono colpi di stato perché non c’è un’ambasciata yankee».

In Venezuela, la culla della rivoluzione bolivariana che promuove il socialismo del XXI secolo, c’è un’ambasciata USA e, in 16 anni, i suoi cittadini sono stati vittima di numerosi tentativi di sovvertire l’ordine costituzionale stabilito attraverso il suffragio universale.

Giovedi 12 febbraio si è compiuto un anno dal processo di destabilizzazione in Venezuela organizzata dai settori dell’estrema destra, che ha provocato l’uccisione di 43 persone, la maggior parte dei quali vittime di bande neofasciste.

Sotto lo stesso schema e sostenuta da esponenti dei golpes morbidi contro l’Europa dell’Est, due leader della minoranza dell’opposizione, Leopoldo López e Maria Corina Machado, hanno incitato i manifestanti in piazza “fino a che il governo non se ne va”.

Un anno dopo, gli stessi personaggi coinvolti nei piani di assassinio, si coalizzano con un altro oppositore, Antonio Ledezma, con un documento chiamato “l’accordo nazionale per la transizione”. Si redigono così le linee di un presunto nuovo governo, prima “dell’inevitabile collasso del regime”, che sarebbe stato sviluppato all’interno di un determinato tempo definito.

L’approccio del documento non è una novità: scioglimento delle autorità pubbliche, la ripresa del  controllo del PDVSA con una nuova politica, la richiesta di stanziamenti al Fondo Monetario Internazionale, nuovo processo di privatizzazione, cioè, tornare al neoliberismo. Più di quanto pianificato nel colpo di stato che 12 anni prima promosse il dittatore e uomo d’affari Pedro Carmona.

I promotori

La prima è Maria Corina Machado, agente del governo del presidente George Bush contro Chávez e destinataria dei fondi USAID, secondo la ricerca dall’avvocato e giornalista Eva Golinger. Ha cercato senza successo di essere l’alfiere dell’opposizione a Chávez come un concorrente nelle elezioni presidenziali di ottobre 2012. Ha perso il suo seggio in seno all’Assemblea nazionale nel 2014 per aver violato la legge quando ha cercato di andare contro la Repubblica nell’Organizzazione degli Stati Americani sostenendo il presidente di Panama, Ricardo Martinelli.

Nel frattempo, Antonio Ledezma, attuale sindaco di Caracas, partecipa alla stesura del documento, pur essendo accusato di aver cercato finanziamenti per le guarimbas  e anche di fornire supporto ai terroristi come Lorent Gómez Saleh, che è stato espulso dalla Colombia quando in alcuni video confessava di aver pianificato attacchi contro funzionari pubblici, dirigenti popolari di organizzazioni di base e punti di strategici del paese.

Infine, Leopoldo Lopez, direttore nazionale del partito “Volontà Popolare”, collegato con il presidente colombiano Alvaro Uribe Vélez, firma il documento dietro le sbarre, mentre attende di essere processato dalla giustizia venezuelana per aver promosso con la sua presenza e i suoi discorsi le violenze del 2014. Convertito dalla destra transnazionale in una specie di martire, ha il sostegno della CNN in lingua spagnola e il suo caso è usato per dire che in Venezuela i diritti umani sarebbero violati.

Tentativi di colpo di Stato

Secondo le informazioni fornite, giovedì scorso, dal presidente Maduro, la pubblicazione sulla stampa dell’accordo nazionale per la transizione sarebbe stato il segnale per l’attivazione di un colpo di stato militare. Estremamente difficile, perché il rispetto della costituzionalità nell’ambito delle Forze armate nazionali bolivariane è quasi totale, la destra cercava un gruppo di militari venali per i loro scopi.

Sono riusciti a formare un gruppo di circa 17 agenti attivi, ai quali il Dipartimento di Stato ha concesso i visti per il solo fatto di essere disposti a rovesciare Maduro.

Il piano «consisteva nell’attaccare con gli aerei Tucano i punti strategici di alcune istituzioni statali, come il Ministero della Difesa, il Ministero degli Esteri, Giustizia e Pace, Palazzo Miraflores, sede del governo nazionale, e il canale Tv Telesur », ha spiegato in un discorso pubblico, il presidente Maduro.

L’attacco sarebbe stato realizzato durante la trasmissione di un video di 8 minuti e 30 secondi di lunghezza, registrati dal gruppo di militari attivi, oltre a un civile, indossando uniformi e passamontagna, che assumevano l’esecuzione del piano del colpo di stato.

Uno sarebbe stato corrotto, secondo il presidente dell’Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello Rondon, il primo tenente, José Antich Ricardo Zapata, già arrestato, pilota dell’aereo Tucano e «incaricato con chi aveva contatti negli USA per chiedere asilo e i visti».

In ricerche condotte in questi giorni, Cabello ha dichiarato, che «fucili AR15 sono stati trovati con i loro rispettivi caricatori, riviste, granate, una pistola HK, computer e uniformi militari».

Nella pianificazione, finanziamento e  collaborazione per la cosiddetta “Operazione Gerico”, Cabello ha menzionato varie personalità della borghesia venezuelana come Julio Borges, fondatore del partito Primero Justicia; Parsifal D’Sola, uomo d’affari e attivista politico; María Corina Machado e Pedro Mario Burelli, che hanno messo in contatto a Washington due soldati con il discepolo di Gene Sharp, Peter Ackerman; tra gli altri.

Da dove provengono gli aerei?

Un dettaglio importante della ricerca è legata alla provenienza degli aerei per bombardare i siti, che comprendeva anche l’ufficio del Procuratore generale, la Corte Suprema, tra gli altri.

E, secondo le autorità, gli aerei Tucano venezuelani sono a terra per riparazioni importanti, «hanno un difetto nel telaio, in un pezzo della ruota anteriore. É una falla strutturale», ha spiegato Diosdado Cabello.

Si segnala, inoltre, che a Panama era  latitante il tenente Eduardo Figueroa Marchena, uno dei possibili piloti di questi velivoli che aveva partecipato al complotto.

In precedenza, il presidente Maduro aveva manifestato alcuni sospetti: «Ho chiesto alla cancelliere Delcy Rodriguez, che era a Mosca, di comunicare con i rappresentanti diplomatici dei Paesi Bassi che sono in attesa per questo tipo di velivolo nei loro aeroporti. Ho provato a fare lo stesso con il presidente Santos, al quale ho chiesto di parlare diverse volte, ma non c’è stata possibilità perché era in volo».

L’intenzione di Maduro è stato quella di richiamare la più alta gerarchia colombiana sul pericolo che avrebbe corso nel far decollare un velivolo di questo tipo dal suo territorio. Già anni fa, l’ex ministro della difesa e il giornalista venezuelano José Vicente Rangel, aveva denunciato l’acquisto di aerei da parte dei banchieri latitanti venezuelani, come Eligio Cedeño e Nelson Mezerhane, coinvolti in appropriazione indebita nelle istituzioni finanziarie e altri reati. Questi velivoli sarebbero, secondo le informazioni di Rangel, in Colombia.

Gli USA concedono più visti

L’imbarazzo del presidente Obama nel riconoscere con sicurezza di torcere il braccio a paesi che non ascoltano le sue richieste, è stato dimostrato nel documento di strategia di sicurezza nazionale del 2015.

Pubblicato, venerdì scorso, dalla Casa Bianca, il poliziotto del mondo ha chiarito che quest’anno avrebbe sostenuto «i cittadini dei paesi in cui il pieno esercizio della democrazia è a rischio, come il Venezuela».

Il giorno prima del tentativo di colpo di stato contro Maduro, il vicepresidente Joe Biden ha incontrato la moglie di Leopoldo López. L’incontro è stato annunciato attraverso i social network, attraverso l’account di Biden: «Ho incontrato i venezuelani colpiti dalla oppressione del loro governo, per sottolineare il nostro impegno a promuovere i diritti umani nel mondo». In questo scenario, non ci sono coincidenze.

Le sanzioni del Senato degli Stati Uniti, proposte contro coloro che indagano o arrestano le azioni sediziose, sono un chiaro esempio del sostegno che hanno settori della borghesia venezuelana.

Ma per mettere mano alla prima riserva di petrolio al mondo con più di 300.000 milioni di barili di riserve accertate; così come l’oro, i minerali e l’acqua nella terra di Simon Bolivar, dovrà fare di più.

Non sarà sufficiente far scomparire i prodotti del paniere di base, come hanno fatto per rovesciare Allende nel 1973 o assoldare mercenari per unire i fuochi di gruppi neo-nazisti, nello stile dello rivoluzioni colorate.

Per battere la rivoluzione bolivariana, devono fare i conti con la coscienza di un popolo, che si è risollevato con Hugo Chávez, dopo 500 anni di lotta. Questo non accadrà.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Il Golpe sventato e la formula “magica” del 31F

da “Caracas ChiAma”

In questo secondo editoriale per Caracas ChiAma, Geraldina Colotti ci descrive con una appassionante lucidità lo scenario turbolento che sta affrontando il processo rivoluzionario in Venezuela, tra golpisti filo USA e resistenza popolare. E ci svela la storia del 31F: una formula “matematica” destinata a fare la Storia del ribelle continente latinoamericano.

Per spiegare quel che stava succedendo, Chávez riprese una“formula matematica” usata dai movimenti allora: 27 Febbraio (il Caracazo) + 4 Febbraio (la ribellione civico-militare) = 31 Febbraio: 31F; una terza via, utopica e diversa, un giorno che non esiste sul calendario, “por ahora”.

Prove di golpe in Venezuela. Un gruppo di ufficiali dell’aviazione, in combutta con personaggi diell’opposizione e solidi appoggi in Nordamerica, progettava di uccidere il presidente, bombardare Miraflores e prendere la guida del paese, confidando in una nuova esplosione di guarimbas (micidiali tecniche di guerriglia di strada inventate dall’estrema destra). Questa la denuncia di Nicolás Maduro, che ha diffuso i particolari del piano con tanto di mappe, nomi e cognomi. Un carnevale di sangue nel Carnevale in corso in Venezuela. 

Sull’efficacia di un piano simile, per fortuna, è lecito dubitare. Quell’aereo Tucano “importato dall’estero” per sganciare gli ordigni avrebbe fatto poca strada nei cieli della capitale: per la reazione delle Forze armate, nella stragrande maggioranza leali al governo, e per quella del popolo venezuelano, sempre allerta in momenti di crisi come quello attuale.

Tuttavia, all’interno dell’opposizione venezuelana esiste una vena golpista che non è mai venuta meno. I volti dei principali dirigenti delle destre, che hanno organizzato le violente proteste dell’anno scorso per chiedere la cacciata di Maduro dal governo (e la sua eliminazione), sono sempre lì a rappresentarla. Per iniziare, Maria Corina Machado, la grande amica di George W. Bush e fondatrice di Sumate (emanazione della Cia). La sua firma figurava fra le trecento che hanno appoggiato il governo-lampo di Carmona Estanga – capo della locale Confindustria – instaurato dopo il golpe contro Chávez del 2002. Poi, Leopoldo López (Voluntad Popular), che allora attaccò l’ambasciata cubana col personale dentro. Con lui c’era un altro noto personaggio:

Henrique Capriles (Primero Justicia), candidato dell’opposizione (sempre perdente), prima contro Chávez poi contro Maduro. E ancora, Antonio Ledezma (sindaco della Gran Cacaras), noto repressore di studenti nella IV Repubblica. Dallo stesso album di famiglia emergono poi certe gerarchie ecclesiastiche, che restano ancora “un partito” d’opposizione. Senza dimenticare il peso dei grandi media privati, che rispondono sempre agli stessi padroni.

Nella storia delle Forze Armate venezuelane, la vocazione golpista e autoritaria è andata progressivamente scemando in favore di quella nazionalista e socialista. Come ha documentato nelle sue interviste il giornalista José Vicente Rangel, già all’indomani dell’insurrezione civico-militare del 4 Febbraio ’92 Chávez precisava che lui e gli ufficiali progressisti non avevano niente a che fare con le svolte autoritarie che stavano progettando alcune élite militari. E a chi lo considerava un “golpista di professione”, rispondeva:

“Neanche per idea. Sono un militante delle lotte sociali, un rivoluzionario impegnato nella causa del popolo. Sono stato un cospiratore per necessità storica, dopo aver riflettuto sul massacro del Caracazo, il 27 febbraio del 1989, che ha mostrato la crisi strutturale di questo sistema. Come diceva Gramsci, il vecchio muore, ma il nuovo fa fatica a nascere…”. Per spiegare quel che stava succedendo, Chávez riprese una “formula matematica” usata dai movimenti di allora: 27 Febbraio (il Caracazo) + 4 Febbraio (la ribellione civico-militare) = 31 Febbraio: 31F; una terza via, utopica e diversa, un giorno che non esiste sul calendario, “por ahora”. 

Oggi, l’unione civico-militare permea tutti i livelli della vita politica, economica e sociale: dagli ex ufficiali che governano, a quelli che portano nelle regioni indigene gli elettrodomestici forniti dal governo per le case popolari. La composizione “ideologica” dell’esercito è varia: ce ne sono di più marxisti o più nazionalisti, più convinti che si debba difendere il socialismo o più convinti che si debba comunque essere leali al governo quale che sia.

L’immagine degli Alti comandi che hanno manifestato a pugno chiuso fedeltà al socialismo non è di facciata. Come è realtà che vi sia qualche corrente interna che sogna di utilizzare a fini politici un colpo di mano militare. Così come è vero che anche la destra (votata da oltre il 40% della popolazione) ha la sua influenza sulle forze armate. “Le Forze armate non devono essere al servizio del socialismo. Vedere gli alti comandi che gridano ‘Patria socialista’ mostra che sono state trasformate in un partito politico”, ha detto Roberto Enriquez, presidente del partito Copei (equivalente della ex Democrazia cristiana in Italia). A suo modo, ha ragione. Quella venezuelana, non sarà l’Armata rossa di Lenin, ma è un esercito del popolo. Al servizio e al fianco del popolo.

Gruppi di ufficiali legati alle destre e al grande capitale internazionale hanno condotto il golpe contro Chávez del 2002, e spuntano sempre fuori durante le violenze eversive o i tentativi destabilizzanti. Perciò, seppure in questo caso hanno fallito grazie all’attività di prevenzione dell’intelligence bolivariana, e per l’elevato tasso di cialtroneria che sembra contraddistinguere le loro azioni, non sfugge che il Venezuela è sottoposto a un costante livello di pressione interna: simile a una guerra di debole intensità pronta a raggiungere il picco secondo il copione di Gene Sharp, che, dalla ex-Jugoslavia in poi, si insegna nelle scuole della Cia. Così, se quel Tucano si fosse alzato in volo, di certo vi sarebbero stati morti, e questo avrebbe offerto altre corde all’arco della propaganda mediatica contro il socialismo bolivariano.

Per i media nostrani, vale la logica dei due pesi e due misure. In Italia, pugno di ferro contro chi tira una molotov contro le betoniere, e tribunale per uno scrittore non genuflesso come Erri De Luca; in Venezuela, apologia della “rivolta dei ricchi”: anche quando sgozzano con le guarimbas, bruciano gli scuolabus o i gabbiotti del metro con gli operai dentro, restano “sinceri democratici” oppressi dal “regime”. In Italia, applausi ai poliziotti che torturano, ai fascisti e ai razzisti al governo, e 41 bis ai detenuti “pericolosi”; in Venezuela, urla, strepiti e schiamazzi contro “l’insicurezza” se il chavismo lavora per risolvere le cause e non gli effetti, salvo poi gridare “al tiranno” se chi commette un delitto viene messo in galera.

Premesso che è sempre buona norma per i movimenti e per i rivoluzionari guardarsi dall’eccesso di identificazione con “l’ordine istituito” (soprattutto quando lo stato “socialista” è la risultante di un compromesso fra le classi e non – come si diceva una volta – espressione del potere del proletariato organizzato nel suo partito), difendere il socialismo bolivariano ha una portata concreta e simbolica che va al di là del contingente.

Dal colpo di stato sventato, emergono due immagini forti: quella degli alti comandi militari bolivariani che gridano “Patria socialista” a pugno chiuso; e il “Manifesto per la transizione”, che i golpisti avrebbero pubblicato su un grande quotidiano nazionale come inserzione pubblicitaria e che avrebbe costituito il segnale d’avvio per gli ufficiali golpisti. Un documento i cui punti sarebbero condivisibili per qualunque “sinistra” europea asservita alla Troika, e che prevedono il ritorno a un sistema di governo bocciato dal popolo 15 anni fa. E c’è da scommettere che le affermazioni del presidente del Copei troveranno, a “sinistra”, più consenso di quegli alti comandi a pugno chiuso.

Poco importa se il governo venezuelano da 15 anni viene laureato dalle urne con una partecipazione elettorale impensabile per le “maggioranze” italiane o europee. Poco importa se quell’esercito “a pugno chiuso” non viene impiegato per “le guerre umanitarie” o le avventure libiche, ma per compiti di pace e sviluppo. E non si tratta del legittimo timore che può rappresentare una divisa militare in un paese, come il nostro, con il suo persistente sottofondo fascista. A disturbare è proprio quel pugno chiuso.

Per quanto geograficamente lontano, infatti, evoca ancora una grande paura: la paura delle masse, del socialismo e della rivoluzione, rimossa nel calderone del consociativismo, del pentitismo e della dissociazione. Una paura che ha allontanato persino il ricordo della “rivoluzione dei garofani”, attuata dai militari progressisti contro il regime autoritario di Antonio Salazar in Portogallo, nel 1974. Figuriamoci il “cortocircuito” determinato da Chávez nelle “democrazie puntofijiste” della IV Repubblica.

Sì, è proprio quel pugno chiuso per il governo che fa paura e che disturba.

Che complica il cammino della solidarietà internazionale.

Che rende arduo ma urgente il percorso verso il nostro… 31 Febbraio.

700 artisti britannici boicottano Israele

da al manar

700 artisti britannici hanno firmato una dichiarazione nella quale si chiede il boicottaggio di Israele, dal momento che «continua a negare i diritti fondamentali ai palestinesi». Questo è il più grande successo realizzato, finora, dalla campagna globale per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele.

 «In risposta all’appello degli artisti operatori culturali palestinesi e per un boicottaggio culturale di Israele, promettono di non accettare alcun invito professionale o finanziamenti da qualsiasi istituzione legata al governo israeliano finché non rispetti il diritto internazionale e dei principi universali dei diritti umano», si legge nell’appello del gruppo artisti per la Palestina del Regno Unito che hanno promosso la dichiarazione.

 «Sosteniamo la lotta palestinese per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza».

 Tra i firmatari sono inclusi artisti provenienti da diversi settori, tra cui scrittori, registi, comici, musicisti, attori, registi teatrali, architetti e artisti visivi. Oltre a  molti inglesi di origine ebraica, come l’attrice Miriam Margolyes.

 «Il mio sostegno alla causa palestinese è più determinato perché sono ebrea e onoro i precetti di questa religione e la sofferenza che il mio popolo ha sperimentato nel corso degli anni. La mia visita in Palestina mi ha fatto vedere in prima persona come le persone  sono trattati dalle forze israeliane. La loro disumanità mi disgustava. Io non faccio parte di questo», ha affermato l’attrice in una dichiarazione.

 «Capisco che siamo stati nutriti con una bugia in relazione alla fondazione dello Stato di Israele … Cacciare la gente, costringerla fuggire dalle loro case, dalla loro terra di origine, non è una risposta», ha aggiunto.

 In un comunicato, l’ex presidente del PEN, Unione degli scrittori inglesi, Gillian Slovo, ha paragonato il boicottaggio contro Israele a quello del Sudafrica dell’apartheid in un comunicato.

 «Come sudafricano ho assistito a come il boicottaggio culturale del Sud Africa abbia contribuito a fare pressione sul governo dell’apartheid e dei suoi sostenitori. Questa dichiarazione degli artisti per la Palestina ha tratto insegnamenti da quesoa boicottaggio per produrre in un modo non-violento una richiesta di cambiamento e giustizia per tutti».

Cento artisti firmatari del comunicato hanno anche rilasciato una dichiarazione al quotidiano “The Guardian”, venerdì scorso, spiegando la loro decisione.

 «Le guerre di Israele sono anche combattute sul fronte culturale. Il suo esercito attacca istituzioni culturali palestinesi e impedisce la libera circolazione dei lavoratori culturali palestinesi. Le loro compagnie teatrali che operano negli insediamenti della West Bank viaggiano per il mondo come diplomatici culturali a sostegno del “Brand Israel”», si legge nella lettera.

 «Invitiamo tutti coloro che operano nel campo delle arti nel Regno Unito ad unirsi a noi»

 Il movimento di boicottaggio è cresciuto enormemente in tutto il mondo, in particolare, in Europa occidentale e negli Stati Uniti, che sono i principali bastioni di sostegno al regime israeliano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Siria: «In trincea con Venezuela e contro cospirazioni USA»

sana.sy

La Siria ha condannato, oggi, la cospirazione statunitense a cui è esposta la Repubblica Bolivariana del Venezuela.

In un comunicato ufficiale diffuso dal ministero degli Esteri e Espatriati siriano si legge: «La Siria ha seguito con preoccupazione la cospirazione statunitense ordita contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, che è stata orchestrata per colpire le conquiste del popolo venezuelano in campo politico, economico e sociale».

«In questo contesto, la Siria condanna, in particolare, il complotto golpista dei gruppi vicini alle politiche degli Stati Uniti contro l’integrità personale del presidente Maduro», prosegue il comunicato.

Inoltre, la Repubblica araba siriana condanna con forza questo tipo di complotto statunitense contro la Rivoluzione Bolivariana e afferma la sua piena solidarietà al popolo e al governo venezuelano.

La fonte ha sottolineato che la Siria avendo forti relazioni con la Repubblica Bolivariana del Venezuela, resistendo contro tutti questi attacchi, ribadisce di essere sulla stessa trincea con il popolo venezuelano nel difendere l’eredità del defunto presidente Hugo Chávez, che continua sotto la guida del Presidente Maduro, e chiede che si pongano fine a tutti quei complotti USA contro il Venezuela, che contraddicono il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite.

La scorsa settimana il presidente venezuelano Maduro ha dichiarato che è stato sventato un tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, che prevedeva un piano per destabilizzare la sicurezza del Venezuela e per colpire la vita democratica di questo Paese.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Ataque aéreo a TeleSur

por Eduardo Rothe

Si un fogonazo nuclear borrara a Caracas con todos sus habitantes, la noticia saldría por Telesur. Desde su fundación, y especialmente desde que su sede estuvo alojada en el edificio de VTV, Telesur cuenta con un Plan B, un Plan C, un Plan D, un Plan E… media docena de alternativas para que nada ni nadie pueda silenciar la voz de la Patria Grande en el canal multiestatal de América Latina y el Caribe.

Cuando el mundo supo, por el Daily Mirror de Londres del 22 de noviembre 2005, que el presidente Bush había propuesto al primer ministro británico Tony Blair bombardear Al Jazeera, ya Telesur estaba preparada: conocía el antecedente del bombardeo de la NATO a la Radio y Televisión Serbia (RTS) el 22 de abril de 1999, que mató a 16 personas. Pero 24 horas después, antes que terminara el rescate de las víctimas atrapadas en los escombros, que se comunicaban y guiaban a los salvadores mediante sus celulares, la RTS retomaba sus transmisiones desde una ubicación secreta. Francia se opuso al vil ataque, Amnistía Internacional lo consideró crimen de guerra y Noam Chomsky un acto de terrorismo.

Los norteamericanos saben lo inútil que fue el ataque a la RTS, y prevén la ola de indignación que levantaría la muerte de centenares de periodistas y técnicos de toda América Latina que trabajan en Telesur: mayor que la del atentado parisino contra Charlie-Hebdó. Además, el tal bombardeo no afectaría, para los efectos de un golpe, a otros medios venezolanos, oficiales o privados.

El absurdo, la ignorancia y la torpeza en la maldad de los conspiradores que planearon el ataque aéreo contra Telesur, sólo puede explicarse desde Colombia porque lleva la firma de odio de Álvaro Uribe Vélez. Matar al mensajero es práctica usual de este personaje, y Telesur lo obsesiona porque allí se expresan las voces libres y disidentes de Colombia, y eso basta para que Uribe tache a Telesur de “terrorista”, como tacha de terrorista a todos los que denuncian sus crímenes y latrocinios.

No importa mucho si el dinero que compra traidores y asesinos viene de la derecha estadounidense, de los petroleros prófugos en Colombia o de los banqueros de la mafia anticubana de la CIA de Miami, el operador es Uribe y su huella sanguinolenta está impresa en todos los casos de violencia política que sufre Venezuela: la guarimba, el intento de matar a Leopoldo López, las maquinaciones de Lorent Saleh, el asesinato de Robert Serra, el magnicidio contra Maduro, y el planeado ataque aéreo contra edificaciones gubernamentales venezolanas y Telesur.

Que los opositores venezolanos se vean en ese espejo. No todos los que trabajan en Telesur son chavistas (como no lo son en ministerios e instituciones) ni quienes viven y trabajan en sus alrededores: las bombas y cohetes no preguntan, destrozan, derrumban, queman, mutilan, desgarran, asfixian, matan. Pero eso no les importa a los empresarios de la muerte y a su gerente mayor, Uribe Vélez Y, a la final, tampoco nos importa a nosotros, los venezolanos, colombianos y latinoamericanos que hemos decidido vivir libres y soberanos, amando, produciendo, estudiando, creando, proponiendo, capeando dificultades, protestando y criticando, trabajando en paz nuestras diferencias. En eso que llaman democracia.

Un ataque aéreo contra el edificio de Telesur es como pegarle a una mujer para que ame, criminal e inútil. Porque Telesur “no es un edificio, Telesur es más de ochocientas personas que hacen posible esta señal, que no tiene pausa y que no la va a tener…” (Patricia Villegas). Más que eso, la etiqueta #SomosGenteTeleSur no sólo se refiere a los trabajadores del canal, sino a todos los latinoamericanos, a esta gran humanidad que ha dicho basta y ha echado a andar.

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