«Lo spirito dell’11 gennaio» o le guerre francesi all’ombra di Charlie

hollandedi Saïd Bouamama

7 febbraio 2015

La conferenza stampa di François Hollande del 5 febbraio 2015 è stata l’occasione per il Presidente della Repubblica per dare la sua lettura dello “spirito dell’11 gennaio”. Questa strana espressione, ripresa a turno da tutti i media main-stream, tende ad affermare l’idea di un’”unità nazionale” diventata possibile e necessaria da un lato, auspicabile e auspicata dai cittadini francesi, dall’altro. Da un mese, il metodo Coué e il suo principio che “la ripetizione fissa la nozione” sono diventati il leit-motiv del governo e dei media: la Francia è in guerra, questa guerra richiede interventi militari esterni e misure di sorveglianza a casa, queste ultime impongono un’”unità nazionale”, esigono per giunta un’offensiva ideologica, affidata alla scuola della repubblica, per identificare coloro “che non sono Charlie,” etc. Questo è il contenuto (costantemente ripetuto per essere fissato in ogni coscienza) dello “spirito del 11 gennaio”, che Francois Hollande vuole “prolungare” (1). Lo spirito dell ’11 gennaio per Hollande è uno spirito guerriero.

PREPARARE L’OPINIONE PUBBLICA ALLE NUOVE GUERRE IN AFRICA

La Francia non ha atteso i recenti attentati per impegnarsi in nuove strategie di guerra, particolarmente in Africa. Questi, però, sono una manna politica formidabile per il governo, allo scopo di legittimare la sua strategia di guerra. “Lo spirito di gennaio 2015 è l’unità della Repubblica” (2), ricorda nella sua conferenza stampa. Tutti coloro che si oppongono alle misure militari interne o esterne sono pertanto assegnati al di fuori della Repubblica. L’imposizione di un consenso sulle guerre presenti e future, tale è l’origine della strumentalizzazione dell’emozione suscitata dagli eventi del mese scorso.
L’attuale contesto storico è caratterizzato dal rilancio della concorrenza per il controllo delle materie prime strategiche: tra grandi potenze imperialiste, da un lato, e tra loro e i paesi emergenti dall’altro. Questa concorrenza è ulteriormente rafforzata dai progressi tecnologici che permettono la scoperta e lo sfruttamento di nuovi giacimenti. L’insieme del continente africano è quindi soggetto a nuove scoperte di gas, di petrolio e di minerali strategici. L’ONG OXFAM usa il termine pertinente di “maledizione delle risorse”, per descrivere le conseguenze della “scoperta di nuovi giacimenti di ferro, petrolio, gas, oro e carbone – per una cifra stimata di 11 miliardi di dollari dollari solo in Guinea, Ghana, Liberia, Tanzania e Mozambico “. (3)

Nei paesi in cui la Francia è impegnata militarmente, la situazione è la stessa. In Mali, le nuove scoperte riguardano principalmente l’oro, l’uranio, il petrolio e il gas. È, in realtà, tutta la regione del Sahel che diventa un “nuovo Eldorado” per le multinazionali occidentali:

La francese Total e l’algerina Sonatrach sono all’avanguardia per diversi progetti nel Sahel. I due gruppi petroliferi sgomitano per avere la maggior parte dei progetti in Mali e in Niger, apprendiamo da un ex-dirigente della Sonatrach. Infatti, le recenti scoperte di risorse minerarie nel bacino Taoudeni grande 1,5 milioni di chilometri quadrati, suddivisi tra Mali, Algeria, Mauritania e Niger, provocano un forte interesse in questo settore, una volta senza importanza. In effetti, le ultime informazioni riportate dai media e attribuite a Jean Francois Arrighi de Casanova, direttore Nord Africa per la Total, illustrano scoperte enormi di gas, che rallentano la progressione delle esplorazioni verso la zona petrolifera della Mauritania. “(4)

È questo contesto che spiega la fine delle operazioni Serval (5), Sabre (6) e Hawk (7) e la loro sostituzione con l’operazione Barkhane lanciata il 1° agosto 2014. Non è un semplice cambiamento di nome, ma il passaggio da operazioni legalmente temporanee a un intervento duraturo che si sta ora estendendo in tutto il Sahel. Oramai, sono 3.000 gli uomini presenti in pianta stabile nel Sahel.

La situazione non è affatto diversa per la Repubblica Centrafricana, un altro paese dove i nostri soldati “si battono per la libertà e i diritti umani”. È stato sufficiente che Areva annunciasse la sospensione della miniera Bakouma nel nord-est della Repubblica Centrafricana, perché si moltiplicassero le analisi, negando qualsiasi base economica all’intervento militare francese. I dirigenti di Areva specificano essi stessi che si tratta di una sospensione “di uno o due anni”, legata alla riduzione dei costi dell’uranio sul mercato mondiale, a seguito del disastro di Fukushima in Giappone. Il nucleare sull’osservatorio sottolinea, da parte sua, che “ci saranno probabilmente problemi di approvvigionamento abbastanza significativi (…) sono prima stati sfruttati i giacimenti più ricchi e facili da sfruttare e così, ora, più si va avanti, più è difficile e bisogna fare degli sforzi per uscire dall’ uranio.”(8) Se le operazioni minerarie possono quindi essere temporaneamente congelate, date le fluttuazioni globali, il controllo di questi giacimenti sfruttabili nel futuro resta strategicamente essenziale. È di nuovo questa base economica, insieme alla posizione geo-strategica della Repubblica Centro-africana che spiega l’operazione Sangaris, che dura dal dicembre 2013, con 1.600 soldati francesi che “rimarranno tutto il tempo necessario “. (9)

Con 3.000 soldati nel Sahel e 1600 in Africa Centrale, la Francia è di fatto in guerra in Africa, ma è una guerra per le risorse di petrolio, gas e minerali strategici. È alla rincorsa di questo “spirito di guerra”, che ci richiama Hollande, definendolo lo “spirito dell’11 gennaio.”

LO SPIRITO DI GUERRA IN MEDIO ORIENTE

L’Africa non sostituisce il Medio Oriente in quanto alla sfida delle materie prime, si è semplicemente aggiunta ad esso. Le nuove scoperte dei giacimenti di petrolio, gas e minerali strategici in Africa, proiettano su tutto il continente la situazione già analizzata per l’Africa australe dallo specialista in materie prime Gérard A Montifroy:

Si è tentati di fare un parallelo tra il Sud dell’Africa e il Medio Oriente, il primo rappresentante, in quanto a materie prime, di minerali strategici, il secondo del petrolio; i problemi politici interni che agitano la parte meridionale dell’Africa potrebbero essere paragonati alle questioni palestinese e sciita che agitano oggi la penisola arabo-persica. “(10)

In Africa australe, questo ha significato, tra l’altro, il genocidio in Ruanda e la destabilizzazione assassina permanente in corso nel Congo, nel Sahel e nell’Africa Centrale. Le stesse cause portano a nuove guerre in altre parti del continente. Queste cause sono anche la causa delle guerre che persistono in Medio Oriente, area in cui la Francia è particolarmente attiva. Ancora una volta, la lotta contro il “jihadismo” copre l’escalation alla guerra per il gas e il petrolio.

La Francia è stata parte integrante della guerra in Afghanistan dal 2001 al dicembre 2014, con un contingente che contava fino a 4.000 uomini al culmine dell’impegno francese. La situazione geo-strategica del Paese (ai confini della Cina e dell’Iran, sulle rotte degli oleodotti della regione) non è l’unica ragione per la guerra. Il New York Times del 14 Giugno 2010 ha rivelato l’entità dei depositi non sfruttati di petrolio, gas e, soprattutto, di litio. “Una nota interna del Pentagono, per esempio, afferma che l’Afghanistan potrebbe diventare l’”Arabia Saudita del litio”, una materia prima fondamentale per la produzione di batterie per computer portatili e BlackBerry.” (11) Per chi pensa che eravamo in Afghanistan per “lottare contro l’oscurantismo”, è utile ricordare le parole del Presidente della Repubblica Federale Tedesca il 22 maggio 2010, concernenti le ragioni della guerra:

A mio parere, la società nel suo complesso sta accettando gradualmente (…) che, nel dubbio e in caso necessario, il coinvolgimento militare possa essere necessario per proteggere i nostri interessi, per esempio la libertà delle vie commerciali, ad esempio impedendo l’instabilità in intere regioni, il che avrebbe effetti negativi sulle nostre borse, i nostri posti di lavoro e il nostro reddito.” (12)

Per incautamente reso pubblica i veri scopi della guerra in Afghanistan, il presidente tedesco Horst Köhler è stato costretto a dimettersi. In Iraq, gli annunci di nuovi giacimenti di petrolio sono continui. Nel gennaio 2013, un nuovo campo in provincia di Maysan, vicino al confine iracheno, è stato stimato in un miliardo di barili (13). Nel mese dell’ottobre 2013 (14), la compagnia petrolifera Total ha annunciato la scoperta di nuovo petrolio e gas nel Kurdistan iracheno. La Total si è installata nella zona dal 2012, con l’accordo delle autorità della regione autonoma e senza l’accordo di Baghdad. Nel mese di dicembre 2014 (15), lo stesso gruppo ha annunciato la scoperta di un altro campo nella stessa provincia. Per quanto riguarda la Siria, il quotidiano Le Figaro ha riassunto come segue la sua importanza per le multinazionali del petrolio e del gas: “Più che le sue riserve di petrolio e di gas è la posizione geo-strategica del paese che permette di svolgere un ruolo chiave nel transito di energia nella regione.“(16)

E noi che abbiamo pensato, secondo “lo spirito del 11 gennaio” interpretato da Hollande, che i nostri soldati ci difendevano laggiù contro lo “jihadismo”! “Lo spirito dell’11 gennaio” ha permesso a Hollande di ricevere un assegno in bianco per la continuazione della guerra in Iraq, il 13 gennaio 2015, nella stessa sessione dedicata agli attacchi. All’Assemblea Nazionale, sono stati a favore 488 deputati, con solo 13 astensioni (principalmente del Front de Gauche) e uno contrario. Al Senato, sono stati 327 su 346 senatori ad approvare la guerra, gli altri astenendosi o non prendendo parte alla votazione. Che grande consenso bellico!

In Medio Oriente come in Africa, le guerre in corso sono guerre per il petrolio e i minerali, checché ne dica Francois Hollande.
guerre
LA GUERRE INTERNA DI VALLS

Se Hollande gonfia il petto per le guerre fuori dal territorio, Valls s’impegna a preparare la retroguardia, con un discorso sul tema della “guerra interna”. In un linguaggio degno dei più illustri gesuiti, Valls si oppone all’adozione di “misure d’eccezione”, ma si dichiara a favore di “misure eccezionali”. Per quanto riguarda queste misure eccezionali che non sono d’eccezione, il primo ministro ne ha fornito un elenco non definitivo: dispiegamento di 10.000 soldati in Francia, rinforzo dei mezzi di sicurezza interna, scambio europeo sui passeggeri aerei, nuovo dossier per i “condannati per atti di terrorismo o che hanno fatto parte di gruppi terroristi, settori specifici in carcere per i detenuti giudicati “radicalizzati”, creazione di un’unità di intelligence all’interno della Protezione Giudiziaria della Gioventù (PJJ), facilitazione delle intercettazioni telefoniche per il futuro progetto di legge sull’intelligence. Tutte queste misure sono, naturalmente, messe in campo per proteggerci, dal momento che siamo veramente in “guerra interna”.

Il discorso sulla “guerra interna” in un contesto di emozione di massa strumentalizzata mira a imporre una visione binaria dei dibattiti, in cui una delle opzioni è “repubblicana” e l’altra, “anti-francese” “anti-repubblicana” “anti-democratica”, etc.: per o contro Charlie che diventa per Charlie o per gli “jihadisti”, a favore o contro la guerra diviene per la guerra o per gli “jihadisti”, a favore o contro le restrizioni alle libertà diventa per la sicurezza o contro la sicurezza, etc. Questa imposizione mediatica e politica di una binarità di posizioni tende a produrre una caccia al sospetto e un incoraggiamento alla delazione.

Non è sorprendente, in questo contesto, che abbiamo avuto nelle ultime settimane una banalizzazione della delazione: bambini segnalati dagli insegnanti, presidi e altro personale della Pubblica Istruzione convocato per interrogatori in una stazione di polizia; funzionari municipali denunciati per lo stesso motivo da un superiore gerarchico a Lille, con conseguente licenziamento; un delegato sindacale denunciato da dei salariati con conseguente procedura di licenziamento, ecc. Ogni volta, l’accusa è la stessa: “apologia del terrorismo”. L’incoraggiamento della delazione si è anche colorato del discorso della prevenzione. Si tratterebbe di impedire la radicalizzazione, rilevandone i segnali precoci. Cambiare abitudini alimentari, cambiare modo di vestire, non ascoltare musica, ecc, sono tutti segnali che ci devono allertare.

La mancanza di risposta a queste pratiche di delazione e a questa “prevenzione” sottolinea che la dipendenza dal male è ampiamente avanzata. È così che ci si abitua gradualmente all’oppressione.

È tempo di reagire prima che, di rinuncia in rinuncia, si passi un punto di non ritorno qualitativo. Il fascismo di rado nasce bruscamente. È di solito preceduto da un lungo processo, in cui le libertà democratiche sono ristrette sempre più e delle repressioni sempre più importanti vengono realizzate, per “tenerci al sicuro”. Il fascismo stesso si continua a legittimare con il bisogno di sicurezza. Nelle parole di Joseph Goebbels, ministro del Reich per l’istruzione del popolo e della propaganda: “Non hai nulla da temere, se non hai nulla da nascondere.”

Non ne siamo del tutto consapevoli, ma l’operazione Charlie ha davvero indebolito i nostri anticorpi democratici. È il momento di riprendere l’iniziativa.

Note:
(1) “Questo spirito, devo estenderlo con il governo”, ha detto il capo di Stato durante la sua conferenza stampa, spedizione AFP del 5 Febbraio 2015.

(2) Ibid.

(3) Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam, la lotta contro la “maledizione delle risorse” in Africa ha raggiunto un punto di svolta, in “http: //www.oxfam.org/fr/salle-de-pr
(4) Il Sahel, nuovo Eldorado dell’oro nero? http: //archiveslepost.huffingtonpos
(5) L’operazione Serval è lanciata ufficialmente nel mese di gennaio 2013, per proteggere Bamako dagli “jihadisti”. Si conclude nel mese di luglio 2014. Le forze militari che l’hanno condotta, sono stati poi incorporati nella Barkhane. Sempre per l’eradicazione dei “gruppi jihadisti”.
(6) L’operazione Sabre è il nome in codice per l’operazione del Special Operations Command (COS), attivata nel mese di agosto 2012 in diversi paesi del Sahel (Mauritania, Niger, Burkina Faso). Ufficialmente l’obiettivo è ancora in ressources.html

(7) L’operazione Sparviero è la più antica. Iniziata nel febbraio 1986 in Ciad, formalmente per opporsi all’”aggressione libica” contro il paese.

(8) Stéphane Lhomme, citato in L’estrazione dell’uranio, http: //controverses.sciences-po.fr / …
(9) Francois Hollande, spedizione AFP del 7 dicembre 2013.
(10) A Montifroy Gérard, L’Europa tra sfide economiche e miti culturali, in Odile Wattel di Croizant e Gerard A Montifroy (Coord.), L’age de l’homme, Losanna, 2007, p.38

(11) James Risen, “Gli USA identificano grandi ricchezze minerali in Afghanistan”, New York Times del 14 Giugno 2010, Gli USA identificano vaste ricchezze minerarie in Afghanistan – NYTimes.com,
(12) Le Monde del 31 maggio 2010, http: //www.liberation.fr/monde/2010 …
(13) Iraq: “Scoperta di un importante giacimento di petrolio nel Sud”, http Sud: //www.lemaghrebdz.com/ page = de …

(14) “Total: importante scoperta di idro-carburi in Iraq”, Le Figaro del 30 ottobre 2013, http: //www.lefigaro.fr/flash-eco/20 …
(15) Anne Feitz, “Total fa una scoperta nel Kurdistan iracheno”, gli echi del 2 dicembre 2014, http: //www.lesechos.fr/journal20141 …
(16) Gazzane Hayat, “La Siria, un paese di transito energetico”, Le Figaro del 5 Settembre 2013, http: //www.lefigaro.fr/conjoncture / …

Fonte: Investig’Action

Disegno: Laurent Blachier

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Da Belgrado: solidarietà con il popolo del Venezuela

di Zivadin Jovanovic*

Belgrado, 19feb2015.- Il Forum di Belgrado per un Mondo di Eguali condanna con forza le azioni criminali, le iniziative sovversive, i progetti e i piani di alcuni centri di potere stranieri, con il supporto di mercenari nazionali ed internazionali, ed in particolare con il sostegno dell’amministrazione degli Stati Uniti, volti a destabilizzare la Repubblica Bolivariana del Venezuela, allo scopo di ottenere il rovesciamento violento del governo democraticamente eletto.

Le interferenze esterne negli affari interni degli Stati sovrani, il rovesciamento delle leadership legalmente elette e l’imposizione di determinati modelli sociali, sono diventate, alla fine di questo secolo, costume degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali, nei loro sforzi per governare il mondo secondo i propri criteri ed in conformità con i loro interessi imperiali. Parte integrante di questa politica, di cui è più recentemente vittima la Repubblica Bolivariana del Venezuela, è il rovesciamento del governo legalmente eletto e l’insediamento al potere di un regime fantoccio, che corrisponda agli interessi di mentori esterni, non certo alla volontà democraticamente espressa dei propri cittadini. L’intera esperienza passata dimostra che una tale politica, oltre a rappresentare una violenza contro le singole realtà politiche ed una grave violazione della sovranità e dell’indipendenza dei Paesi del mondo, porta sempre a disordini interni e a conflitti mortali, a profonde divisioni all’interno della società e alla rottura dell’integrità territoriale dello Stato, con conseguenze drammatiche e pericolose, che minacciano la pace e la sicurezza nel mondo intero.

Il Forum di Belgrado per un Mondo di Uguali, i cui obiettivi si basano sui valori universali contenuti nella Carta delle Nazioni Unite, esprime la sua più sincera solidarietà e il suo più fermo sostegno al popolo amico del Venezuela e alle sue autorità, nella loro giusta lotta per la difesa della libertà, dell’indipendenza e della sovranità, che consenta loro di governare il Paese secondo la sua costituzione e le sue leggi, senza pressioni esterne, minacce ed interferenze negli affari interni.

* Presidente del Forum di Belgrado per un Mondo di Uguali

(FOTO) Napoli: Solidarietà con le vittime delle Guarimbas

unnamed (2)da ALBAinformazione

Napoli, 12feb2015.- La redazione di ALBAinformazione presente all’incontro con la Console della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli Amarilis Gutiérrez Graffe e il corpo consolare, a un anno dall’inizio della strategia criminale “guarimbera” del fascismo in Venezuela contro la Rivoluzione Socialista Bolivariana per la Giornata di Solidarietà Internazionale con le Vittime della Guarimba ed il Golpe Continuado.

Nell’occasione è stato letto e consegnato il documento di solidarietà con il popolo venezuelano ed il legittimo governo del Presidente Maduro che qui di seguito pubblichiamo:

La Rivoluzione Bolivariana resiste ad un’aggressione imperialista senza precedenti

Salutiamo con favore l’annuncio del Presidente venezuelano Nicolás Maduro che ha deciso di stringere nuovi accordi di cooperazione bilaterale con il nuovo governo Tsipras in Grecia. La solidarietà è la tenerezza dei popoli, sosteneva il Comandante Ernesto Che Guevara.

L’aggressione contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela va avanti dal novembre 2013 registrando una violenta escalation nel febbraio 2014 che è proseguita nei mesi successivi e continua tuttora. Durante lo scorso anno, le cosiddette guarimbas, azioni violente di piazza, provocate dalla destra eversiva e ispirata dai suoi sponsor statunitensi, hanno provocato 43 morti, 800 feriti e un’ampia serie di devastazioni.

Come alla vigilia del golpe cileno dell’11 settembre 1973, la destabilizzazione va avanti, all’insegna dell’accaparramento dei beni di prima necessità e del sabotaggio della distribuzione alimentare, per sobillare il caos e scatenare il panico tra i cittadini e le cittadine venezuelani.

Questo tentativo di golpe ha il volto dei più squallidi personaggi della destra venezuelana: Leopoldo López, capo di un partito para-fascista già incriminato per malversazione e violenze; l’amica della famiglia Bush, Maria Corina Machado, che si è recata persino in consessi internazionali a chiedere il rovesciamento, anche violento, del legittimo governo venezuelano. Joe Biden, vice-presidente USA, non si è fatto scrupolo di telefonare ai capi di stato latinoamericani per diffamare il Venezuela ed il suo legittimo presidente, Nicolás Maduro.

È una tattica disperata: l’ultima assemblea della CELAC, Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi, ha confermato il pieno sostegno alla Rivoluzione Bolivariana da parte di tutti i 33 capi di stato latinoamericani; il popolo venezuelano, sceso in piazza a milioni nelle ultime settimane, ha con forza confermato il sostegno alla Rivoluzione Bolivariana che, sulla scorta dell’ispirazione creatrice del Comandante Hugo Chávez, continua ad assicurare pace, inclusione e benessere al popolo del Venezuela.

Siamo tutti e tutte al fianco del popolo venezuelano e lavoriamo perché le conquiste della Rivoluzione Bolivariana e del Socialismo vadano avanti e si approfondiscano sempre di più. Respingiamo e denunciamo i tentativi eversivi, la destabilizzazione economica e il golpe continuado in corso in Venezuela.

Salutiamo l’iniziativa della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (WFDY) che ha convocato una Missione Internazionale di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana tra il 20 e il 28 febbraio e raccogliamo l’invito del Consiglio Mondiale per la Pace a sostegno della Rivoluzione bolivariana e del Governo Maduro, nonché l’iniziativa Los Pueblos con Venezuela che ha convocato la settimana di mobilitazione internazionale dal 1° all’8 marzo 2015.

Con questo spirito, le forze amiche del Venezuela, legate all’eredità politica e intellettuale del Comandante Hugo Chávez, a fianco dell’esperienza del suo successore Nicolás Maduro, lavorano per la piena riuscita e invitano alla più convinta adesione al percorso di iniziativa e di mobilitazione, di qui al prossimo 10-12 aprile, per il Secondo Incontro di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, che si terrà a Napoli e che vedrà la più ampia partecipazione di tutte le forze democratiche e antimperialiste.

ALBAinformazione – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli – ANROS Italia

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(VIDEO) Contro il TTIP per la difesa dei nostri territori

di Comitato contro il TTIP – Ladispoli

Il 9 ottobre del 2014, il direttore della direzione generale del commercio della Commissione Europea, il belga Karel De Gucht, – oggi sostituito dalla svedese Cecilia Mallstrom – rendeva pubblico un documento di diciotto pagine, in cui erano riassunti, in modo abbastanza succinto, i termini dell’accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America. Accordo identificato con la sigla TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership (Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti).

Il testo integrale delle questioni dibattute dalle commissioni presiedute dai due negoziatori, lo spagnolo Ignacio Garcia Bercero per l’UE e Dan Mulley per gli USA, resta, tuttora, un misterioso segreto di stato, di cui soltanto otto funzionari della Commissione Europea ne conoscono i contenuti. Anche i deputati del Parlamento Europeo, che nel mese di giugno dovrebbero ratificare il testo dell’accordo, sono rimasti all’oscuro di questi negoziati.

Purtroppo si conoscono solo alcuni capitoli concernenti il commercio dei servizi pubblici e a quello elettronico (e-commerce), che sono stati pubblicati l’anno passato dal settimanale tedesco Zeit. Da parte sua l’Huffington Post recuperava altri tre capitoli sull’energia mentre l’organizzazione statunitense Center for International Environmental Law riusciva a recuperare alcuni stralci sulla normalizzazione tariffaria del settore chimico.

Ufficialmente il TTIP nacque nel giugno del 2013, quando il presidente Barak Obama e l’allora presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, dettero inizio al primo round dei negoziati, terminando una complessa fase di preparazione che si è protratta durante dodici anni. In questo lungo periodo fu registrato il fallimento del MAI (Accordo Multilaterale sugli Investimenti), il congelamento degli accordi promossi nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), il trattato di libero scambio NAFTA, tra USA, Canada e Messico e i fallimentari negoziati per l’ALCA (USA e paesi del Sudamerica).

L’esperienza accumulata nella definizione di questi accordi è stata usata dagli USA e dall’UE per definire il TTIP ed anche il CETA (Accordo bilaterale UE-Canada), il TISA (Accordo generale sui servizi pubblici), il trattato di libero scambio tra l’Unione Europea e i paesi del Magreb e per ultimo il TPIP, l’accordo di libero scambio transpacifico tra gli USA e i paesi asiatici, esclusi la Cina, la Corea del Nord, il Vietnam e l’India.

Tutti questi accordi hanno in comune la logica geopolitica della globalizzazione del capitalismo, rivelandosi, quindi, un poderoso strumento al servizio della strategia globale degli Stati Uniti e, nello stesso tempo necessari per mettere in piedi un sistema di controllo economico di ambito mondiale da parte delle multinazionali e dei conglomerati finanziari.

Oggi gli Stati Uniti pretendono riaffermare la loro leadership imperiale nell’ambito del nuovo contesto internazionale, perché gli effetti e le conseguenze della dinamica dei differenti processi di globalizzazione (economica, commerciale, mediatica e culturale) hanno prodotto importanti cambiamenti nel mondo. Primo fra tutti l’affermazione di un’alternativa geopolitica, rappresentata dai paesi emergenti, oggi conosciuti con la sigla BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Infatti, la diretta conseguenza della liberalizzazione dei mercati ha provocato, anche, la rapida decadenza della “Trilaterale” (USA, Giappone e Unione Europea) che, dal 1997, cioè subito dopo l’imposizione dell’accordo multilaterale sugli investimenti (MAI), non riuscì più ad affermare la sua centralità, nonostante gli USA fossero riusciti a disintegrare l’URSS e ad asserragliarsi militarmente nel Medio Oriente.

Per riacquistare una centralità geopolitica e geostrategica le “eccellenze” della Casa Bianca, oltre a rispolverare le vecchie teorie degli anni cinquanta, messe a punto durante l’esecuzione del Piano Marshall in Europa, hanno dato molta attenzione agli studi del CATO Institute e del Consiglio Atlantico, che hanno analizzato le conseguenze geopolitiche di una globalizzazione sempre più profonda e dinamica e l’affermazione della liberalizzazione dei mercati. Inoltre questi studi preparavano una “road map” identificando gli elementi che la Casa Bianca avrebbe dovuto costruire per riaffermare la leadership economica mondiale degli Stati Uniti. In pratica, si suggeriva alle eccellenze della Casa Bianca di usare l’autorità politica e il potere militare per cominciare a ridefinire gli standards della produzione mondiale, stabilendo discipline capaci di ordinare i mercati, oltre ad imporre il superamento del concetto del lavoro salariato. Uno scenario in cui gli USA si sono mossi perfettamente, cercando di fissare le nuove regole per la circolazione delle merci e dei capitali, per poi stabilire i processi normativi dei differenti settori commerciali, con l’obiettivo di garantire alle multinazionali e ai conglomerati finanziari di Wall Street un maggior profitto capitalista e un’elevata capacità di penetrazione in tutti i settori dell’economia mondiale.

Elementi, che diverranno affermativi in senso geopolitico e geostrategico quando gli USA, dopo la deludente esperienza del MAI, nel 1997, cominciarono a usare l’arma dei trattati bilaterali per il commercio e gli investimenti, con l’obiettivo di ridefinire la loro sfera d’influenza geostrategica ed espandere il potenziale economico, tecnologico e culturale delle multinazionali sui mercati mondiali, grazie anche al potere dell’industria militare, dei media e dei conglomerati finanziari di Wall Street.

Il trattato di libero scambio tra USA, Canada e Messico ”NAFTA” (North American Free Trade Agreement) ratificato nel 1994 da Bill Clinton, fu la prima esperienza in cui le eccellenze della Casa Bianca, si cimentarono per “armonizzare le normative del commercio bilaterale con il Messico e il Canada e, di conseguenza, dare una maggiore dinamica all’economia dei tre paesi”. In realtà, fu un brillante tentativo a scapito del Messico, in cui il potenziale delle multinazionali statunitensi e canadesi riuscì a sviluppare forme di monopolio in quella parte del continente americano, che si rivelarono i primi strumenti metodologici per rimettere in discussione la sovranità dello stato, il concetto di nazione, l’essenza dei diritti dei cittadini e, soprattutto, la funzione del lavoro e dei sindacati.

In seguito George W. Bush cercò di vassallizzare il Sudamerica e l’America Centrale con il trattato per la Zona di Libero Scambio delle Americhe “FTAA” (Free Trade Area of the America, ALCA in spagnolo), che però, nel 2005, venne meno alle sue aspettative, grazie alla posizione critica dei paesi legati al Mercosul e all’intransigenza del Brasile. Un trattato che poi fu definitivamente sotterrato nel 2008, quando negli USA scoppiò l’insolvibilità dei titoli immobiliari (bond) provocando una crisi finanziaria mondiale, che mise a nudo le contraddizioni del capitalismo statunitense, oltre a provocare autentici disastri in Europa, in Asia e nel resto del mondo.

Nel 2009, dopo i massicci interventi della FED, l’economia degli USA ripartì preferendo le relazioni politiche ed economiche con i paesi dell’Unione Europea che nel 2010 esportarono 220 miliardi di dollari, rappresentati da 720 milioni di prodotti con un valore che, complessivamente, rappresenta il 40% del PIL mondiale. La manutenzione di questo trend commerciale e la conclusione dei lavori della Commissione Prodi – favorevole, invece, ai trattati multilaterali con altri paesi del mondo -, mise in moto l’idea di un trattato bilaterale tra l’Europa e gli USA.

Quindi, nel 2010 gli USA rilanciano la proposta di un trattato di libero scambio che la Commissione Europea accettò a occhi chiusi, pur sapendo che i negoziati non si sarebbero limitati alla definizione dei prodotti e all’abbassamento dei dazi doganali, già molto bassi e che, in media, toccavano il 3%, ad eccezione di alcuni prodotti tessili e articoli della componentistica automobilistica che arrivavano fino all’8%.

Oggi, invece si sa che il trattato TTIP pretende “armonizzare le normative abbattendo le barriere non tariffarie” che impediscono alle multinazionali e alle grandi imprese esportatrici degli Stati Uniti di poter invadere i mercati europei. In pratica il TTIP è una specie di grimaldello con cui la Chevron e le altre multinazionali dell’energia, la Monsanto e la Cargill insieme agli altri colossi industriali dell’agro-bussiness, della farmacologia, della chimica, dell’elettricità, dei trasporti e i conglomerati finanziari degli Stati Uniti, cercheranno di scardinare gli elementi normativi che fino ad oggi hanno frenato le esportazioni statunitensi nei paesi dell’Unione Europea perché non presentavano le necessarie garanzie che invece i prodotti europei hanno.

È necessario ricordare che il comportamento di Karel De Gucht, direttore della direzione generale del commercio della Commissione Europea, fu determinante per imporre una svolta ai negoziati del TTIP. Infatti, De Gucht provocò una frenetica passione per il TTIP dichiarando alla stampa che: “…uno studio richiesto dalle industrie statunitensi sul TTIP mette in evidenza la crescita annuale del PIL dell’Unione Europea dell’1%, oltre a registrare la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro”. Dichiarazioni a effetto che permisero al Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, di “secretare” i negoziati per evitare le critiche, poiché uno studio economico richiesto dalla Commissione Europea, sottolineava che “… L’impatto del TTIP sul PIL dei paesi dell’Unione Europea si sarebbe limitato a un tasso di crescita dello 0,1% su un arco di dieci anni… “. Un valore che gli economisti definirono “insignificante”.

Ma le critiche più importanti che si fanno al TTIP sono soprattutto di carattere politico oltre che economico, giacché con la cosiddetta “armonizzazione delle normative” in realtà le multinazionali statunitensi, finalmente riusciranno a eludere il “principio di precauzione” che l’Unione Europea adottò nel 1992, dopo il Summit dell’ONU a Rio de Janeiro. Un principio che si basa “… Sulla logica della precedenza in assoluto dei diritti delle persone fisiche sui diritti delle persone giuridiche”. Per questo motivo nei paesi dell’Unione Europea un prodotto non può essere posto in vendita se non ha sostenuto una serie di test obbligatori, con i quali le agenzie di controllo hanno la certezza che il suddetto non farà male ai consumatori. Un principio che non esiste negli USA, dove le agenzie di controllo, in base alla logica del liberalismo economico, permettono l’immediata commercializzazione dei prodotti che sarà interrotta soltanto quando migliaia di consumatori denunciano di essere stati danneggiati con avvelenamenti o altri drammi di natura fisica. Inoltre il consumatore statunitense dovrà assumersi tutti i costi giudiziari per denunciare l’industria e chiedere un risarcimento.

Per questo motivo, le multinazionali farmacologiche degli USA, nel maggio del 2013, imposero all’allora capo negoziatore degli USA, Michael Froman, di presentare sul tavolo dei negoziati di Bruxelles due importanti questioni “a) il ritiro del principio di precauzione perché aumenterebbe i costi di produzione, oltre a ritardare il lancio dei nuovi prodotti sul mercato; b) il riconoscimento dei brevetti e dei diritti di proprietà intellettuale, per evitare la produzione dei farmaci generici. Secondo “Big Farma” queste due questioni sarebbero “… Una barriera non tariffaria che impedisce di esercitare il proprio diritto al profitto…”.

In proposito il premio Nobel per l’economia del 2001, Joseph Stiglitz, nell’agosto del 2014, in una conferenza realizzata nel National Gallery of Scotland, di Edimburgo dichiarava: “… In sostanza il TTIP comporterà la riduzione delle garanzie e una mancanza di tutela dei diritti dei consumatori. Da parte loro, i sostenitori del TTIP dicono che l’accordo favorirà la crescita economica nei paesi dell’Unione Europea. Una crescita che però uno studio della Tufts University del Massachusetts mette in discussione, ricordando che il TTIP presenta altri effetti negativi, tra cui la disarticolazione del mercato interno europeo, la depressione della domanda interna e, quindi, la conseguente diminuzione del PIL nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. Lo studio della Tufts University è importante perché focalizza il futuro dell’agricoltura europea, normalmente realizzata con piccole proprietà che non potranno resistere alla sleale concorrenza dei prodotti OGM e tanto meno impedire che le multinazionali statunitensi dell’agro-bussiness, con l’acuirsi della crisi nel settore agricolo, comprino a ‘prezzi da banana’ i terreni dei piccoli proprietari per farne delle piantagioni OGM. E poi che dire delle differenze qualitative nell’allevamento dei bovini che negli USA sono ingrassati con prodotti a base di ormoni e fitormoni, in quanto che i polli sono sottoposti a bagni di cloro?”

In seguito, Joseph Stiglitz fu tassativo nell’affermare che “… il grande obbiettivo del TTIP è la declassificazione della funzione sociale del lavoro. Con il TTIP, in Europa la maggior parte degli stipendi saranno abbassati per equipararli a quelli degli USA che, come tutti sanno, sono più bassi di quelli europei. Quindi gli unici a essere avvantaggiati saranno le filiali europee delle multinazionali statunitensi che potranno, finalmente pagare i loro operai europei secondo i parametri vigenti negli USA. Poi se qualcuno cercherà di opporsi, non potrà ricorrere al tradizionale tribunale nazionale, dove il giudice usa i codici penali e civili nazionali. No! Con il TTIP il ricorso dovrà essere fatto attraverso una corte arbitrale statunitense, che è un tribunale di natura privata, dominato dagli staff di avvocati delle multinazionali, molti dei quali esercitano anche la funzione di giudici!

Le principali vittime del TTIP: Agricoltura, Acqua, Servizi Pubblici, Ambiente e Lavoro

Dal 1996, le “eccellenze” del liberalismo statunitense e britannico cercarono di far approvare un Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (AGCS) nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) per annullare la logica del “Welfare State”. Un’operazione che non andò in porto perché all’interno del WTO prevalse l’idea che “i servizi pubblici non forniscono prodotti commerciali ma, bensì corrispondono i diritti universali dei cittadini con il funzionamento di aziende pubbliche per la sanità, i trasporti, le telecomunicazioni, l’energia, l’istruzione e la cultura…”. Tutto ciò, secondo i “guru” del liberalismo, avrebbe rafforzato enormemente i sindacati creando nei paesi europei un clima contrario al profitto e avverso alle imprese private.

Il perdurare della crisi finanziaria ed economica che affligge i paesi europei e l’imposizione delle drastiche misure di austerità ha permesso alle “eccellenze” della Casa Bianca di proporre alla Commissione Europea un trattato di nuovo tipo che risanerebbe l’economia europea, annullando il fiscal compact e le misure di austerità. In pratica le eccellenze del liberalismo statunitense affermano che con l’implementazione del TTIP (accordo tra USA e Unione Europea), del TIPP (accordo tra USA e paesi asiatici del Pacifico) e il TISA (accordo sulla globalizzazione dei servizi pubblici non commerciabili) l’economia capitalista entrerà in una fase superiore.

Nella riunione del nuovo G7 (senza la Russia e la Cina) Barak Obama ha imposto che il Parlamento Europeo ratifichi il TTIP senza tergiversare, poiché con questo accordo gli Stati Uniti potranno essere la base di un colosso economico, tecnologico e finanziario capace di respingere l’avanzata dei BRICS. La Cina, per esempio, nel 2014 ha registrato il record commerciale mondiale con un attivo di 4.160 miliardi di dollari, di cui più della meta, 2.210 miliardi, rappresentati dalle esportazioni. Di conseguenza, nel 2014, gli USA sono scesi al secondo posto con un attivo di 3.560 miliardi di dollari, di cui 368,4 d’importazioni provenienti dalla Cina. È per questo motivo che la Casa Bianca sta usando 600 consiglieri nei negoziati con l’Unione Europea di modo che il TTIP adotti integralmente la versione statunitense con la quale si registreranno profondi cambiamenti nell’economia europea e soprattutto in quella dei paesi del sud, cioè Portogallo, Spagna, Italia, Francia, Grecia, Bulgaria e Romania, seguiti da profonde modificazioni nelle relazioni tra cittadini e istituzioni e nel concetto di sovranità nazionale degli stati.

Uno scenario che dovrebbe preoccupare i popoli dell’Unione Europea che sono mantenuti all’oscuro di tutto grazie all’accettazione servile dei negoziati segreti da parte dei tecnocrati della Commissione Europea; alla complicità dei primi ministri e rispettivi presidenti dei ventotto paesi dell’Unione Europea; e alla “censura intelligente” realizzata dai direttori di 98% dei quotidiani, delle riviste e delle radio e di tutte le televisioni.

Per questi motivi è iniziata la campagna STOP TTIP con l’obbiettivo di spiegare alle popolazioni quello che sta succedendo a Bruxelles e quindi denunciare cosa succederà in Europa con il TTIP.

1) Agricoltura, Allevamenti e Sovranità alimentare — Questi settori saranno stravolti con l’arrivo dei prodotti OGM (geneticamente modificati) che negli Stai Uniti sono venduti a prezzi stracciati soprattutto all’industria alimentare, che inonderà i supermercati europei con i suoi prodotti. Infatti, riducendo le informazioni sulle etichette, i consumatori non sapranno più distinguere i prodotti naturali dagli OGM. Cioè nessuno riuscirà a capire se la carne bovina o suina proviene da un animale che è stato ingrassato con ormoni, o con fitormoni. Se i polli sono cresciuti con alimenti a base di antibiotici e se le sue carni sono state conservate con il lavaggio chimico del cloro. L’esperienza messicana del NAFTA, insegna che le multinazionali dell’agro-bussiness statunitense dispongono di una perfetta struttura finanziaria e pubblicitaria preparata per invadere le campagne vendendo i semi OGM, i nuovi fertilizzanti e i pesticidi (senza alcuna garanzia sulla potenzialità delle componenti velenose) a prezzi bassissimi nei primi tre anni di produzione. Di conseguenza i piccoli e medi proprietari agricoli europei che rifiutassero associarsi al carrozzone pubblicitario dell’agro-bussiness saranno costretti a vendere le loro terre a causa della concorrenza sleale dei prodotti OGM. Nello stesso tempo altri contadini saranno conquistati dalle campagne di pubblicità delle imprese di bio-combustibili e passeranno a coltivare super-prodotti OGM destinati alla produzione dei bio-carburanti. Cosi facendo la sovranità alimentare e cioè il diritto a un cibo di qualità e il diritto alla difesa di un ambiente sano saranno praticamente stravolti.

2) Acqua — Tutti i governi che in Italia si sono succeduti dopo il referendum dell’acqua, nel 2011, hanno fatto finta di essersi dimenticati che la sovranità popolare ha deciso che l’acqua non è privatizzabile. Per aggirare questo ostacolo, il governo Berlusconi inventò la semplificazione amministrativa delle imprese municipali dell’acqua. Poi il governo di Matteo Renzi ha redatto un decreto legge in cui queste imprese hanno l’obbligo di costituirsi in SpA e quindi di associarsi tra di loro per meglio convivere nel mondo delle borse valori. In questo modo si è realizzata una privatizzazione ‘bianca”, giacché l’obbiettivo principale di queste imprese non è più il servizio universale della distribuzione dell’acqua potabile, bensì il profitto e la rendita delle stesse imprese, che per ottenerlo dovranno essere gestite come una qualsiasi azienda commerciale. Che è quello che sta facendo l’ACEA ATO2 a Roma e nel Lazio.

Da sottolineare che la quotazione in Borsa comporta il rischio degli attacchi speculativi con cui le azioni della parte maggioritaria (pubblica) potranno essere comprate o addirittura vendute per “sanare il bilancio”. Se poi qualche Comune o Regione si rifiuta di cedere l’impresa municipale all’investitore privato o se richiederà l’intervento delle autorità giudiziarie nazionali per contestare l’aumento dei prezzi per la distribuzione dell’acqua imposti dalla nuova azienda (filiale di una multinazionale degli USA), l’investitore statunitense si rivolgerà all’arbitrato internazionale Stato-Impresa, il cosiddetto ISDS, Investor State Dispute Settlement. L’ISDS realizzerà il processo negli USA per condannare il Comune, la Regione o addirittura lo Stato ratificando una condanna con una multa di vari i milioni di euro che dovranno essere pagati all’investitore per poter questi “avere perso il profitto previsto”.

Inoltre se per esempio il Parlamento italiano, prima dell’entrata in vigore del TTIP, approva una legge che stabilisce norme che regolano prezzi e obblighi di distribuzione idrica, una qualsiasi multinazionale degli USA o di altri paesi europei interessata alla gestione del servizio idrico in Italia, potrà processare lo stato italiano ricorrendo al cosiddetto ISDS e richiedere compensazioni di vari miliardi di Euro invocando il “mancato previsto profitto”. Così facendo, il mancato previsto profitto si trasforma in una specie di ricatto preventivo nei confronti delle istituzioni o delle agenzie di controllo che contestano le filiali delle multinazionali.

3) Servizi Pubblici — Senza voler considerare quello che sarà deciso con il nuovo trattato TISA sulla commercializzazione dei prodotti dei servizi pubblici non privatizzabili, il TTIP prevede l’annullamento del concetto di servizio pubblico universale. In questo  modo ogni servizio prestato da un’istituzione o impresa pubblica (scuola, salute, trasporti,elettricità, assistenza ecc) dovrà essere considerato “… un prodotto commercializzato tra un erogatore privato e un cliente”. Scompare, quindi il diritto universale per l’istruzione, la salute e tutti quei servizi garantiti dal “Welfare State”.

Con il TTIP sarà rivoluzionato il sistema dei ticket sanitari e scompariranno i medici di famiglia. Infatti i primi saranno allargati a tutte le prestazioni sanitarie escluse quelle di pronto soccorso grave, però chi non possiede un’assicurazione sarà direzionato negli ospedali pubblici per i “non assicurati”, vale a dire per i più poveri, con evidenti differenze nella qualità delle prestazioni sanitarie. Nelle scuole i genitori dovranno ricorrere al “voucher istituzionale” per iscrivere il figlio in una scuola pubblica, che, però è organizzata come una scuola privata. É chiaro che le università e le scuole superiori saranno trasformate in “aziende” con un bilancio che non potrà eccedere in nessun caso.

Comunque il peggio sarà per i trasporti pubblici e l’elettricità, dove le grandi imprese pubbliche saranno prese d’assalto dagli investitori statunitensi ed europei, obbligando lo stato ad accollarsi l’onere delle linee di trasporto che non offrono profitto. Per esempio i treni pendolari, le linee di autobus nel territorio suburbano. Inoltre, la liberalizzazione dei servizi pubblici riguarda anche gli appalti pubblici, dove sarà proibito offrire “un trattamento più favorevole” alle imprese e alla mano di opera locale…”. Insomma le aziende europee potranno partecipare alle gare d’appalto statunitensi e viceversa che potranno “importare” lavoratori, senza aver l’obbligo di ricorrere alla mano d’opera locale.

Ambiente — Il conflitto geostrategico che oppone gli USA alla Russia ha spinto il presidente Obama a proporre ai capi di governo dei principali paesi europei di sostituire le forniture di gas russo con lo shale-gas estratto negli USA. Il problema è che per ottenere il gas e il petrolio di scisto le imprese usano la tecnica estrattiva del fracking che è un vero disastro per l’ambiente.

In pratica con il TTIP il governo degli USA potrà legittimare il fracking e quindi incentivare tutte le forme di distruzione dell’ambiente naturale per ottenere profitto con l’estrazione di minerali, o con il taglio indiscriminato di foreste o il ritiro massivo di sabbie e sassi dai letti dei fiumi. Ugualmente con il TTIP potranno venire meno tutte quelle norme che limitano l’uso eccessivo delle discariche e che esigono una funzionalità specifica per il trattamento dei residui organici, tossici e riciclabili.

Lavoro e Sindacati — Come è stato detto, il lavoro è il capitolo che meno spazio occupa nei negoziati perché anche in Europa la logica liberista ha voluto annullare l’ importanza sociale e politica del lavoro, per poi svilirlo al semplice conteggio dei costi occupazionali. Il Jobs Act di Matteo Renzi è una proposta che si inserisce perfettamente nella logica del TTIP, minimizzando i diritti fondamentali dei lavoratori. Quasi tutti i grandi economisti non compromessi con le multinazionali hanno previsto l’abbassamento dei salari, giacché a causa della cosiddetta libertà di circolazione, le imprese di un paese potranno applicare in un altro paese i salari vigenti nel proprio. Ciò significa che le imprese statunitensi, che si stabiliranno in Europa, potranno beneficiarsi di abbassare i salari fino ai valori esistenti negli USA.

Con il TTIP la definizione dei diritti sindacali europei sarà sempre più indefinita, saranno cancellati se contrari alle norme sul libero scambio e la libera circolazione. Cioè se differenti dalle norme adottate negli USA dove, come tutti sappiamo il sindacalismo è uno dei peggiori al mondo. Inoltre, se per esempio il sindacato dei lavoratori di una industria vuole contestare la cancellazione di alcuni diritti sindacali, non potrà farlo querelando l’industria presso il locale giudice del lavoro. Dovrà, invece, armarsi di molta pazienza e dollari per aprire un processo negli USA rivolgendosi a una corte arbitrale statunitense. Processi che saranno sempre vinti dalle imprese statunitensi visto che gli Stai Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali fissate dall’ONU attraverso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

Oltre a questi capitoli specifici, il TTIP stralcia la maggior parte delle “norme non tariffarie” che regolano il commercio dei prodotti energetici, chimici, farmaceutici, disgregando, anche, gli interventi legislativi che regolano l’implementazione dei progetti d’investimento nei suddetti settori. Non possiamo dimenticare che le multinazionali statunitensi vogliono riprodurre nel TTIP le norme suggerite dall’ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), con cui si voleva imporre un trattato internazionale sulla proprietà intellettuale, che però le mobilitazioni europee in difesa della libertà d’espressione online costrinsero i governi a sospendere quei negoziati.

D’altra parte la sicurezza dei dati personali è fondamentale per il libero funzionamento delle reti telefoniche e dei grandi server. Il rischio che si corre con il TTIP è che la violazione della privacy rischia di essere legalizzata per commercializzare i dati personali di potenziali consumatori. Cosa che alcuni hacker già fanno negli Stati Uniti. Infatti, il recente scandalo “Datagate”, che scoppiò l’anno passato negli Stati Uniti, ha dimostrato che quando le regole sono bassissime le intercettazioni telefoniche e la violazione dei grandi server come Google, Yahoo, Facebook, Apple e Youtube, possono essere realizzati con estrema facilita da chiunque e non solo dai funzionari del FBI o della CIA.

Per concludere, risulta evidente che le “regole del libero mercato americano” che Barak Obama vuole imporre ai paesi dell’Unione Europea con il trattato di Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP), in realtà è solo una truffa metodologica, più o meno intelligente. Oggi, le eccellenze del capitalismo mondiale pretendono obbligarci a convivere con l’abbassamento degli standards di qualità; con maggiori rischi per la salute e per l’ambiente. Vogliono, in pratica annullare i diritti sul lavoro e sottometterci con il falso sogno di un mercato che risolve tutti i problemi e che si sostituisce anche alla democrazia.

Quindi non siamo estremisti quando diciamo che il TTIP, è, soprattutto, l’ennesimo tentativo degli Stati Uniti di imporre la centralità di un imperialismo arrogante e assolutista che bisogna combattere, con buona pace per le visionarie ‘moltitudini’ di Toni Negri. 

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Proyecto italiano “Música y Sociedad” realizó Seminario de Estudio

021015MPPREnapolesorquestaw02Italia, 09 de febrero de 2015 (MPPRE).

La idea originaria que inspira la base de la creación del proyecto “El sistema”, fundado hace cuarenta años por el Maestro Abreu, ha traspasado las fronteras de la República Bolivariana de Venezuela.

Por ello, la universidad Suor Orsola Benincasa, en colaboración con la Asociación de Promoción Social “ALBA”, presentó el Seminario de Estudio “Influencia en los ámbitos educativo y social de la música en grupo”, donde se expusieron los datos y las experiencias del proyecto en sus dos años de ejecución en ocasión de celebrar el 40°Aniversario del Sistema de Orquesta venezolano.

Actualmente, en Italia existen alrededor de sesenta proyectos musicales, basados en esta experiencia. Uno de ellos es “Música y Sociedad”, organizado por la fundación “Con el Sur”, que se desarrolla desde el 2013, en la escuela primaria napolitana “Paolo Borsellino”.

El mismo, guiado por la Asociación “Scarlatti” se realiza en uno de las localidades populares y humildes, con más dificultades sociales del centro urbano de la ciudad, y basado en los valores del Sistema de Orquesta y Coros Juveniles e Infantiles de Venezuela, presidido por el insigne Maestro Abreu, ha creado un núcleo musical infantil, buscando como objetivo enseñar no solo la música sino el desarrollo de las capacidades en los niños, para comunicar y participar, construyendo al mismo tiempo un espacio común de intercambio solidario y aprendizaje colectivo.

A la presentación fue invitada Amarilis Gutiérrez Graffe, cónsul general de la República Bolivariana de Venezuela en Nápoles, quien agradeció por la iniciativa y recordó el 40° Aniversario de la Fundación del Sistema de Orquesta. Explicó particularmente a los profesores sobre los esfuerzos del Gobierno Bolivariano para ubicar la música al alcance de todos y a su vez, utilizarla como instrumento de reinserción social.

Recordó que actualmente los núcleos musicales están presentes en las 24 entidades que conforman a Venezuela, y para el año 2014, constituían una red de aproximadamente 371 núcleos en todo el territorio nacional. Se suman a éstos otros 1182 módulos, estructuras que permiten llegar a los pueblos más recónditos del país, a las zonas fronterizas, a comunidades, urbanizaciones y escuelas para que ningún niño o joven venezolano quede excluido de la experiencia y disfrute que brinda la música.

Por su parte, Dinko Fabris, musicólogo y consejero Nacional, referente para el Sur de Italia del Sistema de Orquesta y Coros Infantiles y Juveniles, señaló como el Sistema Abreu ha tomado fuerza gracias a la intervención directa del Gobierno en la cultura, y al interés de poner a disposición de todos, la posibilidad de vincularse a la música.

Señaló el rol de Claudio Abbado, reconocido director de orquesta y exparlamentario italiano gracias al cuál fue posible la difusión en Italia de la experiencia musical venezolana. Se dedicó hasta los últimos momentos de su vida a la difusión artística.

Explicaron como el proyecto cuenta actualmente con 9 clases de los instrumentos: violín, flauto, bajo eléctrico, saxofón, violonchelo, clarinete, percuisión, batería y una clase de orquesta que ha logrado involucrar 273 niños de la eseñanza primaria y secundaria.

021015MPPREnapolesorquestaw01La doctora Maria Vittoria Tirinato de la Asociación ALBA, explicó como entre los resultados, destaca el mejoramiento a nivel cognitivo de la de la percepción de sí mismos, de la capacidad de concentración así como de la lectura. A nivel afectivo, un mejoramiento en la capacidad de relacionarse en grupo, estimulando la imaginación y la capacidad de expresar sentimientos y sensaciones. Este efecto ha influido igualmente en el rendimiento académico de los niños, logrando índices positivos y una mayor motivación.

En el seminario estuvieron presente Natascia Villani de la Facultad de Ciencias de la Formación de la Universidad Suor Orsola Benincasa; Fabrizia Landolfi, directora del Instituto “Paolo Bosellino”; Chiara Eminente, Responsable del Proyecto “Música y Sociedad” de la Asociación Scarlatti; Gabriele de Martino, presidente de la Asociación ALBA;; Daniele Sepe, reconocido artista napolitano y Responsable Artístico del proyecto, además de una representación de los profesores y padres de los niños.

Bari: académicos solidarios con las víctimas de guarimbas

Bari.Carotenuto.AngiuliItalia, 11 de febrero de 2015 (MPPRE).

En la ciudad de Bari el Consulado General de la República Bolivariana de Venezuela en Nápoles, fue realizado un encuentro con los profesores Gennaro Carotenuto especialista en Ciencias de la Comunicación y Giuseppe Angiuli, profesor de Derecho Constitucional.

Ambos profesores son conocedores de la realidad venezolana y estudiosos de los temas latinoamericanos, expresaron la importancia de llevar los temas vinculados a nuestro país y a la construcción del Socialismo del Siglo XXI a la academia italiana.

El encuentro fue dirigido por la cónsul Amarilis Gutiérrez Graffe y Giovanna Lovine quien pertenece al personal consular.

Durante el encuentro estuvo presente Andrea Catone, presidente de la Asociación Política – Cultural Marx XXI, en su intervención expresó su solidaridad con el Comité de familiares de las víctimas de las guarimbas.

De igual forma, destacó la importancia de generar iniciativas que difundan la situación actual interna en Venezuela, exponiendo los hechos concretos que develan la matriz mediática orquestada contra el país.

Por otra parte, Catone reafirmó el compromiso de la asociación en divulgar estos hechos y de organizar un evento concreto en Bari, para exponer el tema.
El abogado Giuseppe Angiuli, indicó que “lamentablemente Venezuela es víctima de una política injerencista por parte del gobierno norteamericano que busca derrocar la experiencia bolivariana a través de una estrategia golpista”.

Angiuli, resaltó como varios estudiantes universitarios en Lecce, cada vez más escogen los temas latinoamericanos y de Venezuela específicamente como temas para sus trabajos de tesis de graduación.

Formación para liberación

Concretamente propuso realizar un seminario académico a partir de un estudio de la Constitución de la República Bolivariana, sobre la base de los nuevos derechos constitucionales que ésta reconoce y los nuevos modelos de democracia participativa.

La Cónsul General agradeció por la solidaridad con la nación en este importante momento, explicando que el Venezuela no está sola en esta lucha, que cuenta con el apoyo de a la Unión de Naciones Suramericanas (Unasur), al Movimiento de Países No Alineados (Mnoal) y la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (Alba) y con un amplio movimiento de solidaridad internacional.

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