Farmatodo e il golpe economico

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L’arresto e il perseguimento penale dei direttori della catena Farmatodo, principale distributore attivo nella vendita di farmaci e prodotti da bagno nel paese, ha dimostrato l’impegno del governo e delle istituzioni nell’affrontare l’offensiva condotta dalla borghesia commerciale-importadora contro il popolo venezuelano.

Questi sono alcuni punti chiave per comprendere i fatti:

1. Farmatodo conta oltre 166 negozi, più di cinquemila lavoratori e un centro di distribuzione nazionale (CENDIS) ubicato nella Valles del Tuy, la cui capacità operativa è stata triplicata nell’aprile del 2013, grazie a un investimento di 17 miliardi di bolivares.

2. La farmacia Lara, fondata in quel di Barquisimeto nel 1918, è all’origine dell’organizzazione Farmatodo. Il suo proprietario era Rafael Zubillaga, nonno dell’attuale leader della società, Teodoro Rafael Zubillaga. Si tratta di un gruppo familiare della borghesia regionale riuscita ad espandersi, avendo una grande influenza politica, sociale e istituzionale.

3. Nel 1984 la società ha cambiato il proprio paradigma di business focalizzandosi sulla vendita di prodotti per la cura della persona, l’igiene, e farmaci senza ricetta medica. Questo a seguito di una crisi di liquidità che li costrinse a vendere il centro di distribuzione all’ingrosso, e ad espandere i negozi al dettaglio.

4. Il piano di conversione fu diretto da David Sommer, fondatore della catena statunitense di farmacie Rite Aid, da dove è stato importato il concetto di business adottato da Farmatodo. Si tratta del secondo conglomerato statunitense di farmacie; in tutta la sua storia le autorità hanno più volte accertato frodi legate alla vendita di medicinali e cibo, oltre all’alterazione delle scritture contabili.

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5. Farmatodo è riuscita a negoziare in maniera diretta con i diversi fornitori offrendo sconti, senza l’intermediazione di distributori e rivenditori. Questo, insieme con i migliori prezzi, le ha offerto accesso prioritario allo smercio dei vari prodotti distribuiti dalle multinazionali del consumo.

6. La società ha consultato esperti e studiosi al fine di ottimizzare i processi logistici ed inoltre possiede invidiabili attrezzature e infrastrutture. Per questo è indubbio che Farmatodo sta usando il proprio “know how” e le sue risorse per agire da punta di lancia delle multinazionali nella «guerra economica» che affronta il Venezuela. Con il suo piano di razionamento dei prodotti forniti, Farmatodo, sta facendo esattamente il contrario di quello che ha promosso così duramente negli ultimi 30 anni.

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7. L’espansione nazionale (e poi internazionale) di Farmatodo include una certa identità architettonica e urbana: tetti blu, finestre e porte in vetro. Sedi ubicate in grandi appezzamenti su strade ampie e trafficate, con una generosa offerta di parcheggio. Tutto questo si ricollega perfettamente con i processi di urbanizzazione delle grandi e medie città del paese che comprendono: città dormitorio e lo smantellamento dei centri urbani come luoghi di commercio e pratica politica. Di conseguenza un cittadino con una militanza politica ‘mediatica’ che si reca da Farmatodo può ‘constatare’ che il paese è governato male come viene affermato su Twitter e in rete.

8. Con il servizio notturno, circa un centinaio di negozi Farmatodo effettua vendite ai propri clienti direttamente in auto attraverso una porta blindata. Questo servizio punta a sfruttare il senso comune d’insicurezza personale, specialmente durante la notte, e al tempo stesso lo riafferma.

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9. I locali Farmatodo da uno o due anni a questa parte si sono trasformati nei punti commerciali più dinamici; nei principali spazi pubblici di dibattito e confronto politico. Di fatto, durante la violenze o «guarimbas» del 2014, sono serviti come centro operativo e punto di incontro per l’attuazione di tali azioni.

10. Tutti questi elementi rendono Farmatodo il principale centro di promozione del «golpe economico», con capacità «scientifica» di produrre code e instabilità in maniera pianificata grazie alla sua quota di mercato, l’ubicazione geografica e l’orario prolungato. L’immagine più nitida della guerra economica è proprio la casetta con il tetto azzurro.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Turchia-Israele legami commerciali sempre più fiorenti

da press.tv

Nuovi dati dimostrano che la Turchia ha rafforzato i suoi legami commerciali con Israele negli ultimi anni, nonostante la dura retorica anti-israeliana usata dal presidente Recep Tayyip Erdogan.

 I dati dell’Istituto turco di Statistica, TurkStat, ha dimostrato che il volume degli scambi reciproci tra la Turchia e Israele ha superato i 5,6 miliardi di dollari nel 2014, con un incremento di quasi il 50% dal 2009.

Secondo TurkStat, la Turchia ha esportato più di 2,9 miliardi di dollari, il valore dei beni in Israele nel 2014, mentre le importazioni sono state 2,7 miliardi di dollari nello stesso anno.

Il volume degli scambi tra Ankara e Tel Aviv si è attestato a 2,6 miliardi di dollari nel 2009.

 Mentre i rapporti commerciali bilaterale si rafforzano, Erdogan attacca duramente  Israele e lo critica per le sue politiche brutali e repressive contro i palestinesi a Gaza.

 La Turchia ha declassato i suoi legami con Israele, quando il regime di Tel Aviv ha ucciso nove turchi attivisti filo-palestinesi in una flottiglia che si stava dirigendo verso Gaza nel 2010. Un altro attivista turco morì in seguito per le ferite dall’attacco. Ankara ha reagito duramente e, mentre gli israeliani in seguito hanno chiesto scusa per le uccisioni, i legami degli ex alleati devono ancora essere normalizzati.

Dal momento dell’attacco alla flottiglia 2010, i funzionari turchi hanno preso una retorica più esplicita su crimini di Israele contro i Palestinesi.

Ora l’opposizione turca accusa Erdogan e il suo Partito al governo, l’ AKP, di populismo e ipocrisia. Faruk Logoglu, membro storico dell’opposizione del Partito, CHP, ha criticato il governo che persegue una politica di “basso profilo e disonesta” rispetto a Israele e l’Occidente.

«Il Partito AK agisce pragmaticamente con Israele, Stati Uniti e l’Unione europea», ha affermato Logoglu.

Durante la guerra israeliana dell’estate scorsa sulla Striscia di Gaza, che ha lasciato più di 2.140 Palestinesi morti, i gruppi di opposizione turca hanno esortato il governo di Ankara a riconsiderare i legami commerciali con Israele per esprimere solidarietà con gli abitanti di Gaza, una richiesta ignorata da Ankara.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Maduro sulle ingerenze yankee: «Il Venezuela non è solo»

CHAVISTAS CELEBRAN ANIVERSARIO 24 DE "EL CARACAZO"da Correo del Orinoco

«Abbiamo ricevuto il pieno sostegno dell’Unasur, della Celac, ed anche del Movimento dei Paesi non Allineati che ha emesso un comunicato di sostegno totale al Venezuela, e di rigetto verso le illegali sanzioni imposte dagli Stati Uniti», ha spiegato il capo dello Stato

Riguardo alle sanzioni imposte dal governo degli Stati Uniti al Venezuela, il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro Moros, ha spiegato che la sua nazione non è sola perché può contare sull’appoggio dell’America Latina e del mondo intero.

Il capo dello stato ha affermato: «Abbiamo ricevuto il pieno sostegno dell’Unasur, della Celac, ed anche del Movimento dei Paesi non Allineati che ha emesso un comunicato di sostegno totale al Venezuela, e di rigetto verso le illegali sanzioni imposte dagli Stati Uniti».

Durante una riunione delle più alte autorità del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), trasmessa da Venezolana de Televisión, il dignitario nazionale ha confermato che il governo Bolivariano ha attivato meccanismi di protezione della costituzionalità, della pace e la sovranità del Venezuela per far «fronte alle minacce e alle aggressioni del governo degli Stati Uniti».

Il Ministro degli Esteri Delcy Rodríguez, ha riferito che i paesi che compongono l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur), hanno confermato il forte sostegno contro l’applicazione delle sanzioni rivolte dagli Stati Uniti contro le funzionarie e i funzionari del Venezuela.

Inoltre, il 6 di febbraio, il Ministero del Potere Popolare per gli Affari Esteri (MPPFA) ha ricevuto un comunicato emesso dal Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM), di sostegno e solidarietà con il Venezuela, rigettando così la recente decisione del governo degli Stati Uniti di ampliare le misure unilaterali imposte contro la terra di Bolívar e Chávez.

«L’Ufficio di Coordinamento del Movimento dei Paesi Non Allineati – si legge nel documento – respinge categoricamente la decisione del governo degli Stati Uniti, di espandere le misure unilaterali coercitive imposte nei confronti della Repubblica Bolivariana del Venezuela, volte a minare la sua sovranità, l’indipendenza politica e il proprio diritto all’autodeterminazione, in chiara violazione del diritto internazionale».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Assad: La Siria lotta contro il terrorismo e difende i civili

da sana.sy

Il presidente Bashar al-Assad, nel corso di un’intervista rilasciata, ieri, alla BBC News, ha dichiarato che la Siria ha preso, fin dall’inizio, la decisione di lottare contro il terrorismo e di condurre il dialogo a livello nazionale, il che indica che queste politiche erano corrette, ma gli errori sono stati commessi contro i civili, questo è avvenuto di volta in volta e alcune persone sono state punite per questi errori.

Assad ha ribadito che la Siria non farà parte di una coalizione con i paesi che sostengono il terrorismo. «Quello che è importante per noi è essere indipendenti e non burattini che funzionano contro i nostri stessi interessi».

Sulla crisi umanitaria in Siria, definita la più pericolosa dalla seconda guerra mondiale e se la Siria sia fallita come Stato, il presidente siriano ha spiegato che fino a quando il governo, le istituzioni e lo Stato sono in grado di adempiere al loro dovere verso il popolo siriano, non si può parlare di Stato fallito. «Parlare di perdere il controllo è qualcosa di molto diverso. C’è stata un’ invasione di terroristi dall’estero e il governo ha fatto il suo dovere nel combatterli e nel difendere il suo paese», ha aggiunto al-Assad.

 Assad ha precisato che ogni guerra è un male e in ogni guerra ci sono vittime tra i civili. «Ecco perché ogni guerra è una guerra cattiva. Quindi non si può parlare di una guerra benigna senza vittime… Quando si parla di governi, si parla di politica. Combattiamo contro il terrorismo e difendiamo i civili».

Ad una domanda se il governo ha ucciso civili, al-Assad ha risposto: «Come avremmo potuto resistere per quattro anni, se la gente, l’Occidente e i  paesi la regione fossero stati contro di noi. Come potevo restare per quattro anni nella mia posizione con il governo, l’esercito e le istituzioni senza il sostegno popolare? È impossibile. È sgradevole mentalmente».

 Sull’unità della cosiddetta opposizione moderata, ma questa volta per combattere l’Isis, al-Assad ha definito questa ipotesi “fantasiosa”. «Sappiamo tutti che si tratta di una fantasia. Anche nei media occidentali, si parla di gruppi e organizzazioni come Isis al-Nosra, affiliata ad Al Qaeda. Questo non accade all’improvviso. È illogico e irrealistico passare improvvisamente dalla moderazione all’estremismo. Tutte queste organizzazioni hanno la stessa base», ha aggiunto.

 Sul rapporto di Human Rights Watch, secondo il quale, i civili sarebbero stati ferocemente attaccati dalle forze partigiane di Assad nelle zone controllate dall’opposizione, Assad ha nuovamente puntualizzato: «Perché? Ancora una volta, qualcuno che attacca il suo popolo avendo contro le potenze regionali, le grandi potenze l’Occidente, nonostante tutto resiste? Come può avvenire? Se uccidi il popolo siriano, non ti sosterrà e sarà contro di te. Finché si ha il sostegno popolare, significa che difendi il popolo. Se uccidi la gente, sarà contro di te».

Circa le dure critiche dell’Arabia Saudita che, attualmente, teme l’Isis-Daech e vuole distruggerlo, Assad ha dichiarato che le fonti dell’ideologica dell’Isis e di altre organizzazioni affiliate ad al Qaeda sono wahabite, supportati dalla famiglia reale in Arabia Saudita. Quindi, ciò che è importante è l’azione per dimostrare che quello che dicono sia vero.

Assad ha anche affermato che la Siria non è contro la cooperazione con un paese e non lo sarà mai. «Non abbiamo iniziato questo conflitto, gli altri, che hanno avviato e sostenuto i terroristi, gli hanno dato copertura. Non si tratta di isolare la Siria, c’è un embargo sulla popolazione siriana e i cittadini siriani. Questo è diverso dall’isolamento. È completamente diverso».

Rispondendo a una domanda sull’accusa mossa alla Siria di imporre restrizioni all’accesso ai farmaci nelle zone controllate da gruppi armati, il Presidente siriano ha evidenziato che finora, il governo siriano invia alla città settentrionale di Raqqa, dominata in primo luogo dal Fronte al-Nusra e poi da Daech, cibo e medicine.

In merito all’area di al-Ghouta al-Sharqiya, vicino a Damasco, dove è stato negato l’accesso a 12 convogli umanitari, al-Assad ha replicato che quelle zone quotidianamente bombardano Damasco, allora come si potrebbe evitare l’arrivo di cibo, mentre non si è in grado di impedire l’arrivo di armi? «Voglio dire, se possiamo impedire al cibo di entrare in queste aree, potremmo anche evitare l’invio di  armi alle stesse aree. Come possiamo permettere l’accesso alle armi?». Si è chiesto al-Assad.

Alla domanda se al-Assad sia il grande sopravvissuto tra i leader del Medio Oriente, dal momento che il presidente Obama lo aveva invitato a dimettersi nel 2011, al-Assad ha detto che il problema non è la sopravvivenza di sé stesso ma della Siria, si tratta di terrorismo, di cambiare lo stato e il presidente, perché a loro non piace lo Stato o il Presidente e non piacciono loro politiche. Questa non è una questione personale ma è comodo personalizzare per collegare tutto al presidente».

Su cosa pensa delle vittime e se sente o comprende il dolore delle loro famiglie e di quelli uccisi o feriti, il presidente al-Assad ha sottolineato: «Siamo esseri umani, affrontando il problema della morte ogni giorno. Ci sono famiglie che hanno perso i loro cari. Io ho perso, personalmente, i membri della mia famiglia, ho perso amici e persone con cui lavoro. Questo è qualcosa che viviamo ogni giorno nel dolore».

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

Intervista a Erika Mindiola Rubín: esempio di giornalismo partecipato

altdi Maddalena Celano – http://www.ilsudest.it

Erika Adriana Mindiola Rubín, è una giovane giornalista radiofonica venezuelana.

Nasce il 22 di Gennaio del 1980 in un quartiere popolare di Caracas, Santa Rosalía, dove ha vissuto tutta la sua infanzia. É madre di due figli, Jerverick e Jervin. Si iscrive all’Università Bolivariana del Venezuela nel 2005. Con la creazione dell’Università Bolivariana del Venezuela, si aprirono per la prima volta le porte della cultura a molti giovani bisognosi, analogamente a persone non più giovani ma desiderose di imparare o aggiornarsi. Si offrì loro finalmente l’opportunità di studiare. Decide così di intraprendere il Corso di Laurea in Comunicazione Sociale, viene conquistata dal giornalismo che le fornì una visione rivoluzionaria dell’impegno, ingaggiandosi nella lotta sociale con i suoi concittadini per la promozione della Rivoluzione Bolivariana.

Come nasce il tuo impegno per un giornalismo-sociale responsabile?

Il mio impegno cominciò nella Radio Nazionale del Venezuela nel 2006, mi occupai del Canale Informativo come Coordinatrice. Successivamente mi invitarono a far parte della squadra di produzione radiofonica nel Canale Giovanile della Radio Nazionale del Venezuela. Fui impegnata come assistente di produzione e presto divenni una giornalista completa: imparai l’arte del montaggio, a scrivere i copioni, ad organizzare la programmazione speciale, ad intervistare la gente comune per strada, etc… Sono cresciuta professionalmente e mi sono sentita orgogliosa della formazione professionalmente offertami.

La Radio Nazionale del Venezuela è un’estesa scuola dove si formano validi e numerosi professionisti. Siamo come in una grande famiglia. Dico “siamo” poiché sia io che altri ragazzi lavoriamo in Radio, sentendoci come parte integrante e viva dell’intera struttura radiofonica. Mi innamorai delle onde hertziane, proprio immaginando tutto quello che può giungere all’ascoltatore…

In che modo la Rivoluzione Bolivariana ha modificato comunicazione e linguaggio?

Mi riferisco particolarmente alle questioni “di genere”.

In Venezuela la Rivoluzione Bolivariana ha prodotto numerosi cambiamenti in materia di salute, educazione e diritto all’abitare. L’ ex presidente del Venezuela, Hugo Chávez, in ogni discorso riconosceva l’importanza di una comunicazione scevra da pregiudizi razziali o da pregiudizi sessisti. Riconobbe la priorità di promuovere, nell’informazione, un linguaggio non sessista. Segnando così una pietra miliare, nella storia nel nostro paese, proprio sulle questioni di genere. Hugo Chávez fece in modo che la Costituzione Nazionale desse più visibilità alla donna e che venisse eliminato il linguaggio sessista presente nella Carta Magna del 1961. L’ex presidente, in ogni discorso pubblico, riconobbe il contributo delle nostre patriote ed eroine del passato. Riportò alla memoria le prime combattenti per l’indipendenza della patria, confermò il loro lavoro, la loro lotta e la loro costanza… Queste donne attualmente sono inserite nei libri di testo e pubblicamente riconosciute per il loro sforzo e le loro battaglie: è il caso di Luisa Cáceres de ArismendiApaguana, María-Rha, Oroconay, Urquía, Ana Francisca Pérez de León, Josefa Joaquina Sánchez, Josefa Camejo, Juana Ramírez La Avanzadora e Manuela Sáenz. Ognuna di queste donne è un riferimento di lotta per la costruzione del socialismo ed un modello per le femministe venezuelane. È importante notare come, nel nostro paese, si valorizzi in ruolo storico e sociale della donna, non solo come madre, ma soprattutto come pensatrice, patriota o combattente. Il Ministero del Potere Popolare per la Comunicazione e l’Informazione, insieme alla Commissione Nazionale delle Telecomunicazioni, sottopongono quotidianamente le diverse trasmissioni nazionali (sia radiofoniche che televisive) a vari controlli affinché si eviti di utilizzare un linguaggio sessista ed affinché si smetta di utilizzare il corpo femminile come incentivo alle “vendite” di prodotti commerciali. “Un rivoluzionario dovrà essere necessariamente un femminista” affermò Hugo Chávez.

In che modo il Movimento neo-Bolivariano tenta di contrastare la violenza “di genere”?

Il Venezuela è un paese sovrano ed indipendente che si impegna a promuove la tutela di tutti i Diritti Umani. La violenza di genere è stata spesso oggetto di studio in Venezuela. In primo luogo, furono analizzati e studiati tutti i documenti e tutte e inchieste prodotte durante il decennio delle Nazioni Unite dedicato alla Donna (mi riferisco al decennio che va dal 1975 al 1985), che contribuì poderosamente a far luce sul problema della violenza. In quella cornice internazionale si sono prodotte importanti convenzioni e trattati che, di accordo all’articolo 23 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, sono attualmente legge della Repubblica. Tra i più importanti, abbiamo: la Convenzione sull’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro la Donna, risalente al 18 dicembre del 1979, documento giuridico di maggiore autorità in relazione ai diritti umani delle donne. Analogamente, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della Violenza contro la Donna, proclamata nel 1993 all’Assemblea Generale, fu la ragione principale che portò il Venezuela alla Conferenza Mondiale per i Diritti umani. La vigente Legge sulla Violenza contro la Donna e la Famiglia, fu promossa nell’anno 1998. Si rivelò un passo importante per la lotta delle donne venezuelane e per le loro rivendicazioni. La complessità del fenomeno sociale ed il clima d’emergenza instaurato, fece in modo che, nell’anno 2004, l’Assemblea Nazionale Venezuelana, attraverso la Sottocommissione dei Diritti della Donna e della Commissione Permanente per la Famiglia, la Donna e la Gioventù, si occupassero di dare risposte giuridiche adeguate alle carenze legislative antecedenti, dentro la cornice istituzionale di un Stato democratico e sociale di Diritto e di Giustizia.

Attualmente qual è la condizione della comunità LGBT in Venezuela?

Nel nostro paese non c’è nessuna legge che riconosca le unioni omosessuali, il matrimonio tra persone dello stesso sesso o l’unione civile. Tuttavia, la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela nei sui articoli 18 e 21, sul diritto alla non discriminazione per ragioni di genere ed orientamento sessuale, tutela legalmente queste persone da eventuali abusi o discriminazioni di cui possono essere vittime. Attualmente sono attive diverse associazioni LGBT che, in collaborazione con l’attuale Governo, combattono per una maggiore integrazione delle persone omosessuali nella vita pubblica e civile del nostro paese.

Febbraio in Venezuela: mese di ricorrenze e riflessione

di Geraldina Colotti – Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma” 

 

Febbraio, in Venezuela, è un mese di ricorrenze e di riflessione. Si ricordano due date, il 4 e il 27, fondamentali per ricostruire il tracciato della rivoluzione socialista bolivariana: una formula che governa dal dicembre del 1998, quando il movimento diretto da Hugo Chávez ottenne dalle urne un’ampia e inattesa maggioranza.

 

Il 4 febbraio del ’92, un gruppo di ufficiali progressisti, guidati dall’allora tenente colonnello Chávez dà l’assalto ad alcune caserme, in diverse parti del Venezuela. Il tentativo fallisce, ma rimane inciso nella coscienza del paese come una promessa: “Compagni, purtroppo la rivoluzione è fallita… Per ora”, dice infatti Chávez prima di essere condotto al carcere di Yare. Due anni dopo, un’amnistia lo rimette in circolazione, e gli consente di riprendere il progetto che quel tentativo ha contribuito ad amplificare.
 

Che cos’è stato il 4 febbraio e perché si è determinato? Se il chavismo non avesse vinto le elezioni e cambiato il corso della storia, quel tentativo sarebbe stato descritto come uno dei tanti putch latinoamericani contro un governo democratico, che all’epoca era quello di Carlos Andrés Pérez, rappresentante del partito “Azione Democratica” (centro-sinistra). D’altronde, ancora oggi, quando viene accusata di tramare colpi di stato contro il governo legittimo, l’opposizione venezuelana risponde ricordando i trascorsi di Chávez e il 4 febbraio. Come dire: da che pulpito… E per i grandi media internazionali, l’ex presidente venezuelano – che ha governato fino alla sua morte, il 5 marzo del 2013 – è rimasto un “dittatore golpista”, e quella che ha lasciato non è una democrazia, ma un “regime”. 

 

A insorgere contro un sistema di potere asfittico, e subalterno al neoliberismo imperante allora nel Latinoamerica, non è però stato un manipolo di militari golpisti con mire autoritarie. Quelli – per intenderci – che hanno sostenuto dittatori allevati dagli Usa nella tristemente nota Scuola delle Americhe: rampolli delle oligarchie a guardia dei loro privilegi. Si è trattato invece di un’insurrezione civico-militare che ha visto in azione combattivi studenti di sinistra, ex militanti delle formazioni armate degli anni ’60-’70, movimenti di resistenza in cerca di uno sbocco politico. Che ci hanno poi provato ancora nel novembre dello stesso anno. Molti degli ufficiali del 4F – a partire dallo stesso Chávez – erano stati fortemente influenzati dalla cultura marxista, prevalente nel formidabile ciclo di lotta – anche armata – che ha interessato il Venezuela dagli anni ’60 ai primi anni ’80. 

 

In tanti avevano scelto di schierarsi nel campo degli oppressi e non in quello degli oppressori: a partire dalle mobilitazioni che, sotto l’egida del Partito comunista e della sinistra, avevano portato alla cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez. Un filo rosso che ha consentito al chavismo di rendere solida l’unione civico-militare e di spostarne il peso a vantaggio del socialismo e delle classi popolari. Fra tutti i paesi del sud del mondo che l’hanno sperimentata (per esempio nel mondo arabo), il Venezuela è l’unico in cui continua a funzionare. Durante le commemorazioni di quest’anno, alcuni testimoni hanno ricordato come la polizia politica non abbia fatto sconti, uccidendo a sangue freddo manifestanti che si erano già arresi. Quella di “risolvere” le proteste sparando sulla folla, era peraltro pratica assai corrente nella IV Repubblica. 

 

Giova ricordare che, negli anni delle democrazie consociative (nate sul patto di alternanza tra centro-destra e centro-sinistra che escludeva dal governo sia i comunisti che gli ufficiali progressisti), il Venezuela ha conseguito un triste primato: quello delle desapareciones. Prima ancora che nell’Argentina dei militari o nel Cile di Pinochet. Il 27 febbraio del 1989, era stato sempre Carlos Andrés Pérez (detto Cap), appena eletto per un secondo mandato dopo la sua prima esperienza (1974-’79) a consentire all’esercito di sparare sulla folla. Una folla inferocita per il “paquetazo”, il pacchetto di misure-capestro dettate al paese dalle grandi istituzioni internazionali, era allora scesa dai quartieri poveri per prendere d’assalto supermercati e depositi. E aveva ricevuto piombo, invece di cibo. La rivolta detta “Il Caracazo”. Ufficialmente, 400 morti. In verità, oltre 3.000 vittime, sepolte nelle fosse comuni clandestine, com’è stato documentato nel corso degli anni: “Il Caracazo è stata la scintilla che ha messo in moto l’incendio del 4 Febbraio”, dirà in seguito Chávez.

 

La destra di opposizione cerca oggi di speculare anche su quella rivolta, capovolgendola di segno. E lancia allarmi sull’arrivo di un nuovo “paquetazo”, deciso dal governo socialista per risolvere le difficoltà prodotte dalla guerra economica. Che ovviamente non può arrivare, perché il governo rappresenta gli interessi di coloro a cui da sempre il capitalismo ha destinato piombo anziché cibo. Maduro e il suo “governo della strada”, occupano le fabbriche insieme ai lavoratori. Espropriano le grandi imprese, non licenziano gli operai.

Ma tant’è. Il dominio del capitalismo si basa sulla menzogna: sull’occultamento della vera natura dello sfruttamento e dei meccanismi di accumulazione. Una menzogna alimentata dal potere di condizionamento dell’informazione – una merce al servizio delle grandi concentrazioni editoriali e degli interessi di guerra e di rapina che sostengono. Una menzogna che chiama “terroristi” i comunisti e i rivoluzionari che, nel corso della storia, hanno organizzato il diritto dei popoli alla rivolta. Che definisce “regime” un governo contrario agli interessi coloniali e celebra fior di assassini come campioni di democrazia. Che dietro il furto di linguaggio, di concetti e di storia, nasconde il furto di futuro delle giovani generazioni.

 

Smascherare questi interessi significa rendere espliciti quelli di chi li subisce, da un lato all’altro del pianeta. Indica la portata dello scontro e la necessità dell’azzardo. Implica una scelta di campo e l’assunzione delle conseguenze. Senza riserve o scappatoie. Senza retorica o vittimismo. “Rodilla en tierra”, dicono i socialisti venezuelani, ovvero “Ginocchio a terra”: non per chiedere pietà al nemico, ma per meglio prendere la mira.

Análisis de Entorno Situacional Político (9febrero2015)

por Néstor Francia
-Venezuela, escenario de la confrontación mundial
-Obama se deja de remilgos
-Cediendo a las presiones de la ultraderecha conservadora
-¿Pagando el precio del acercamiento con Cuba?
-Obama habla del imperio mismo
-La otra cara de la moneda: la dignidad y el espíritu soberano y libertario
-El apoyo del Movimiento de Países No Alineados
-Importante declaración de Samper
-Reunión de Unasur y declaraciones de Patiño
-Venezuela y los temores del Imperio
-La joya de la corona
-Efecto dominó
La confrontación histórica entre pueblos y naciones soberanas del mundo, por un lado, y el imperialismo y sus aliados por el otro, tiene hoy en Venezuela uno de sus más destacados escenarios. En ese sentido, Barack Obama, se ha dejado de remilgos y ha asumido los ataques a Venezuela personalmente, desbaratando así la versión ingenua de que el presidente de Estados Unidos no está involucrado directamente en la conspiración y está siendo de algún modo engañado. Es una tontería simplista, por supuesto, pensar que en Estados Unidos hay una unidad monolítica en las decisiones de su política exterior.

Pero no hay duda de que Obama cede cada vez más a las presiones de la ultraderecha conservadora anti venezolana que tiene su punta de lanza en el lobby de algunos congresistas vinculados a sectores como las mayameras y el Tea Party.También pareciera que los venezolanos estamos pagando el precio de las gestiones de acercamiento gringo con Cuba y que Obama nos ofrece como compensación a esos sectores de la ultraderecha yanqui.

En fin, sea como sea, Obama  el pasado viernes  afirmó que en Venezuela “el pleno ejercicio de la democracia está en riesgo” y que “Nuestro único interés en este momento es asegurarnos de que el pueblo venezolano escapaz de determinar su propio destino libre de la clase de prácticas que el hemisferio entero ha desterrado en general” ¡Oye, parece estar hablando de las prácticas del Imperio mismo, lo cual incluye esa insolencia de “asegurarse” de que nuestro país haga lo que ellos quieran! Haciéndose eco de la cháchara opositora, Obama aseveró que hay “informes que prueban” que Venezuela no observa los principios básicos de “derechos humanos, democracia, libertad de prensa y libertad de reunión… El hemisferio completo está viendo la violencia, las protestas y los ataques a la oposición”, y puso en duda, además, la legitimidad de las instituciones venezolanas, al decir que “Nuestra visión ha sido que el pueblo venezolano debe elegir a sus líderes en elecciones legítimas”. Obama, el imperialismo y sus lacayos en Latinoamérica son una cara de la moneda. Pero está la otra, la cara de la dignidad, del espíritu soberano y libertario. Es la cara, por ejemplo, del Movimiento de Países No Alineados, cuyo buró de coordinación rechazó, a través de un comunicado, la reciente decisión del gobierno de los Estados Unidos de expandir las medidas coercitivas unilaterales en contra de Venezuela.Asimismo, el texto expresa “su solidaridad y apoyo al pueblo y al Gobierno de Venezuela en rechazo a  estas medidas ilegales”. El comunicado es claro al referirse a las intenciones yanquis, al decir que las medidas tienen el “propósito de socavar su soberanía, su independencia política y su  derecho a la libre determinación, en clara violación del derecho internacional, incluyendo los principios y propósitos de la Carta de las Naciones Unidas y de la Declaración sobre los Principios de Derecho Internacional referentes a las Relaciones de Amistad y a la Cooperación entre los Estados de conformidad con la Carta de las Naciones Unidas”.

Importante también la declaración de Ernesto Samper tras reunirse con el presidente Maduro: “Cualquier intento de desestabilización que se produzca en una democracia o intento de desestabilizar a un Gobierno contará con el rechazo unánime de todos los países de Unasur”.

De hecho, la Unasur analizará hoy la situación de Venezuela durante una reunión que sostendrán los cancilleres de Brasil, Colombia y Ecuador en la capital uruguaya. En la reunión participarán también la canciller venezolana, Delcy Rodríguez, y el secretario general de la Unasur, Ernesto Samper, según anunció el canciller ecuatoriano, Ricardo Patiño.

Patiño, precisamente, afirmó que “Ecuador, como presidencia pro témpore de Celac ahora, y también como parte del grupo de cancilleres que estuvo desarrollando durante algún tiempo diálogos entre el Gobierno venezolano y la oposición, va a continuar con esa decisión política de fortalecer la institucionalidad en Venezuela”.

El desarrollo de esta confrontación de fuerzas en el continente americano tiende a profundizarse. Para Estados Unidos no está solo en juego lo que se define como quizá la razón más importante de sus inquietudes, el hecho de que en Venezuela reposan las reservas de petróleo más grandes del mundo, con mucho. El imperialismo también reciente el avance de las fuerzas nacionalistas en el continente, porque esto ha fortalecido el concepto de la multipolaridad y todas las economías latinoamericanas y del Caribe están apuntando a diversificar sus relaciones comerciales, lo que ha abierto puertas antes insospechadas a potencias como China y Rusia, además de la propia Unión Europea, que en todo caso es aliada de Estados Unidos. En la actual contraofensiva de las oligarquías, con la tutela del imperialismo, la joya de la corona es Venezuela. Si cae Venezuela, piensan ellos, probablemente habrá una especie de efecto dominó que favorezca a las tendencias neoliberales y pro imperialistas.
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