Per il 28% degli Spagnoli, PODEMOS può rottamare la “casta dei politici”

 pablodi Achille Lollo, da Roma, per il Correio da Cidadania – 19 Gennaio 2015

Il 4 novembre, il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, intervenendo al XVII Congresso dell’ Impresa Familiare nella città di Alicante, ha sorpreso gli elettori del Partito Popolare (PP), affermando che “stiamo valutando la necessità di attuare in Spagna un programma di alleanza sul modello della Grosse Koalition (grande coalizione) realizzata in Germania, vale a dire una coalizione con il PSOE per garantire la governabilità del Paese.”

Una coalizione che, nel 2015, potrà mettere insieme conservatori e la destra del Partito popolare con i socialdemocratici, che sono rimasti nel PSOE di Pedro Sánchez, popolarmente definito “camicia bianca”, per aver respinto i colori e la storia socialista del PSOE. In realtà, la decisione del primo ministro, Mariano Rajoy, è maturata nel mese di ottobre, quando il comitato di inchiesta anti-corruzione dell’Audiencia Nacional di Madrid ha ordinato l’arresto di venti “grandi corrotti”, tra cui parlamentari, imprenditori e funzionari pubblici, legati al partito di governo, il Partito Popolare.

Questo fatto ha avuto conseguenze politiche disastrose per il governo, dal momento che le rivelazioni sulle illegalità e le accuse di corruzione, concussione e contratti fraudolenti commessi da uomini del PP hanno rafforzato la posizione politica del nuovo partito Podemos, e, in particolare, il rifiuto di gran parte della società.

In questo contesto, il quotidiano El Pais ha prontamente commissionato un sondaggio nazionale a Metroscopia, dove la domanda principale era: “se domani ci fossero le elezioni, chi voterebbe?”. I risultati sono stati sorprendenti in tutti i sensi, visto che il 28% degli intervistati ha confermato la sua preferenza a votare per Podemos, il nuovo partito creato poco prima delle elezioni europee, il 17 gennaio 2014, dal professor in scienze politiche di Madrid, Manuel Pablo Iglesias Turrión.

In secondo luogo, la ricerca di Metroscopia ha rivelato che il 44,62% delle preferenze che il “Partito Popolare” ha ottenuto alle elezioni del 2011 scenderebbe al 20,7%, mentre il PSOE perderebbe il 2,5%, attestandosi sul 26,2% degli elettori. Anche Izquerda Unida passerebbe, dal promettente 9,7% ottenuto alle ultime elezioni europee di maggio, al 3,8%.

Chiaramente i titoli di El Pais e i risultati del sondaggio di Metroscopia hanno spaventato Mariano Rajoy, al punto di riaffermare che è pronto a fare una coalizione perfino con il PSOE, per scongiurare nuove elezioni e, di conseguenza, la vittoria di Podemos.

 

Podemos e la crisi in Spagna

Alla vigilia delle elezioni del 2011, i conservatori del “Partito Popolare” sono riusciti a ingannare ancora una volta gli elettori spagnoli, presentando Mariano Rajoy come “l’uomo dei miracoli”, oltre a nascondere le misure di austerità che la Troika (FMI, Banca Mondiale e BCE) aveva previsto per risolvere, prima di tutto, la crisi finanziaria della Spagna. Un pacchetto di misure drastiche che, in pratica, con l’approvazione della BCE e della tedesca Angela Merkel, è rimasto segreto, per permettere al PP di realizzare una campagna elettorale piena di promesse, offerte di lavoro per tutti e perfino giuramenti.

È su questa base che il PP ha vinto le elezioni del 2011 in modo spettacolare con 10.830.693 voti (44.62%) e ha eletto 186 deputati e 136 senatori, il che ha permesso a Mariano Rajoy di governare con una maggioranza assoluta, che ha fatto di tutto per soddisfare il mercato, la BCE e soprattutto Angela Merkel.

Tuttavia, pochi mesi dopo, gli Spagnoli si sono resi conto dell’inganno elettorale che hanno subito, dal momento che il pacchetto di austerità è stato drammatico e persino scandaloso, arrivando ad abbassare i salari, i provvedimenti per i pensionati, le spese per la salute e l’istruzione. In realtà, tutti i servizi pubblici sono stati ridotti, mentre le grandi imprese transnazionali e soprattutto le banche spagnole – che erano sull’orlo del fallimento per aver creato una montagna di debiti con progetti immobiliari – hanno ricevuto ogni tipo di beneficio, al punto di andare a comprare aziende italiane e portoghesi.

Nonostante ciò, il primo ministro Mariano Rajoy e i suoi ministri hanno cominciato a firmare centinaia di contratti senza gare d’appalto, che, logicamente, sono stati diretti dai tentacoli della corruzione, provocando nuovamente un grande buco nero nelle finanze dello Stato, apparentemente ri-sanate con i soldi della BCE.

In questo modo, gli effetti negativi della crisi economica e la bolla immobiliare sono esplose a partire dal maggio 2012, portando la disoccupazione al 24,4%, con il 55,7% dei disoccupati giovani tra i 18 e i 32 anni. Segnali della crisi che il governo non è riuscito più a modificare e che sono esplosi nel momento in cui la caduta del valore dei salari ha praticamente paralizzato il mercato interno. In questo contesto, anche gli investimenti stranieri sono diventati sempre più rari.

È stato in questo scenario di crisi politica, economica, di degrado morale delle istituzioni e, specialmente, di totale rifiuto dei partiti e dei politici che è nato il Movimento 15-M, mondialmente conosciuti come Indignados e che è stata la base di sostegno di Podemos.

 

Cambiamenti radicali o semplice contestazione?

In Spagna, le prime proteste che il movimento degli Indignados ha realizzato in piazza a Madrid hanno ottenuto un successo enorme, considerato fuori dal normale, perché le parole d’ordine, sebbene puntassero il dito verso una rottura radicale, in realtà non proponevano la distruzione del sistema. In pratica, i leaders degli Indignados, tra di loro il giovane professore della facoltà di Scienza Politica dell’Università Complutense di Madrid, Pablo Manuel Iglesias Turrión, sono riusciti a far sbocciare il sogno dell’alternativa politica che gli Spagnoli hanno lasciato sfuggire subito dopo la morte del dittatore Francisco Franco.

Pablo Iglesias – che già è stato consulente del governo bolivariano – in realtà è stato il grande articolatore di una nuova forma di pensiero politico di sinistra, che è riuscito a introdurre nel linguaggio politico spagnolo alcune tematiche bolivariane, senza essere accusato di essere un marxista. Qualcosa che ha rotto con la mediocrità dei messaggi politici dei partiti tradizionali, compresa la stessa Izquerda Unida, in cui Iglesias ha tentato, inutilmente, una carriera elettorale.

La grande capacità di comunicazione Pablo Iglesias, insieme alla necessità di trasformare le proteste di piazza in proposte politiche concrete, ha accelerato la trasformazione del Movimento 15-M in partito, con il nome accattivante di Podemos.

È stato un processo estremamente dinamico, che ha rotto con la lentezza dell’analisi politica del social-riformismo spagnolo, rifiutando in blocco l’esperienza del Partito Comunista Spagnolo (PCE), in cui Pablo Iglesias ha ricevuto il battesimo politico e ideologico nell’aderire alla Gioventù Comunista (UJCE).

Naturalmente, il nuovo partito non intende instaurare il “socialismo del 21° secolo”, come annunciato da Hugo Chávez e Evo Morales. Tuttavia, in termini pragmatici, presentano molte somiglianze. Ad esempio, quando Iglesias dice di voler eleggere una nuova classe dirigente, non è un sogno astratto. Piuttosto, si tratta di una proposta politica realistica che mira a educare gli elettori, spiegando che solo con il 51% dei voti sarà possibile eliminare i corrotti e tutte le forme di corruzione politica.

È in questo contesto che, oggi, i dirigenti di Podemos riescono a dialogare con ampi settori dell’elettorato spagnolo, spiegando che, per finirla con il dramma della disoccupazione, sono necessari la nazionalizzazione dei servizi pubblici che sono stati privatizzati, la riduzione dell’età pensionabile, la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali, la ristrutturazione del debito pubblico, la riconversione ecologica dell’economia e, soprattutto, una legislazione ferrea, per regolamentare le attività delle multinazionali e, di conseguenza, ridurre il potere assoluto delle banche.

Per questo, Pablo Iglesias, subito dopo la vittoria nelle elezioni europee del maggio 2014, ha dichiarato: “Vogliamo rompere col potere del PP popolare e dei cosiddetti socialisti del PSOE, perché loro sono i veri responsabili di questa crisi. Pertanto, vogliamo avere un governo sovrano e in grado di imporre il proprio potere istituzionale ed esigere il rispetto dei gruppi finanziari.”

Dopo anni e anni di un bipolarismo inutile tra il PP e il PSOE e di totale sottomissione alla BCE, finalmente, in Spagna, è sorta una voce che pone in discussione l’euro e la struttura verticistica dell’Unione Europea. Infatti, per Podemos la moneta unica europea è diventata dannosa per la maggior parte dei paesi membri della comunità. Pertanto, tale sistema deve essere modificato e includere nella propria riforma le esigenze dei paesi membri e non solo della Germania, della Francia o della Gran Bretagna.

Proposte politiche che, per la gravità della crisi in Spagna, sono sempre più legittime e spaventano i tecnocrati di Bruxelles e i signori dei media mainstream, dal momento che ancora non si sa come squalificare i dirigenti e il progetto politico di Podemos.


Achille
Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma televisivo “Quadrante Informativo” ed editorialista del Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Il Venezuela si congratula con il popolo greco per il voto democratico

7abdcfec605bf37be4e0a0bdbfcd46c3da Correo del Orinoco

Estende inoltre un caloroso augurio alla coalizione politica Syriza e al compagno Alexis Tsipras per la sua storica vittoria, augurandogli successo nella sua gestione, ribadendo massima solidarietà e appoggio

A seguito delle elezioni che hanno avuto luogo questa domenica in Grecia, dove ha vinto l’opzione di sinistra rappresentata dal partito Syriza, il Venezuela si è congratulato, attraverso un comunicato del Governo Bolivariano, con il popolo greco per la sua inoppugnabile vocazione democratica.

Comunicato

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, insieme al Governo Bolivariano e al popolo venezuelano, si congratula con il popolo greco, che nel pieno esercizio della sovranità popolare ha affermato, con la partecipazione e il voto, la sua inoppugnabile vocazione democratica.

Il Venezuela invia un caloroso saluto alla coalizione politica Syriza e al compagno Alexis Tsipras per la sua storica vittoria, augurandogli successo nella sua gestione, e ribadendo massima solidarietà e appoggio.

Durante il processo elettorale la destra ha colpito il popolo venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana, mediante una campagna diffamatoria che è stata sconfitta da una consapevole coscienza maggioritaria.

Dalla Patria del Libertador Simón Bolívar e del Comandante Invitto della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, il Presidente Nicolás Maduro, desidera augurare al popolo fratello ellenico i migliori successi in questa nuova fase di trasformazioni politiche ed economiche che comincia oggi.

La Repubblica Bolivariana del Venezuela riafferma la volontà di lavorare a favore dello sviluppo, la pace, la cooperazione, la difesa di un ordine internazionale giusto e multipolare.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Assad: «Israele è la forza aerea di Al Qaeda»

da sana.sy

Il presidente della Repubblica araba siriana, Bashar al-Assad, ha rilasciato un’intervista alla rivista statunitense, “Foreign Affairs”. In questi estratti, Assad ha affrontato vari temi, dalla lotta al terrorismo, appoggiato anche da Israele, alla conferenza di Mosca del 29 gennaio prossimo con la cosidetta opposizione, fino alla situazione sul fronte interno.

«Abbiamo fatto progressi nel corso degli ultimi due anni, ma se mi chiedete se la guerra sta andando nella direzione giusta, io vi dico che tutte le guerre sono cattive, perché provocano perdite e distruzione”, ha dichiarato il presidente al-Assad, ribadendo che ogni guerra si conclude con una soluzione politica.
Ed ha proseguito: «La domanda è questa: Qual è il fattore principale che abbiamo guadagnato in questa guerra? Quello che abbiamo ottenuto è che il popolo siriano ha respinto i terroristi e ha mostrato un maggiore sostegno per il suo governo e il suo esercito … I siriani sostengono lo Stato come rappresentante dell’unità siriana».
Inoltre, ha evidenziato che la Siria fin dall’inizio era aperta a qualsiasi dialogo con ciascuna delle parti del Paese, aggiungendo che quello che si terrà a Mosca sarà una conferenza e non negoziati per giungere ad una soluzione.
Assad ha precisato un punto molto importante: «Dobbiamo fare riferimento al popolo per qualsiasi soluzione attraverso un referendum, in quanto questa è la costituzione e il cambiamento politico deve essere deciso dal popolo siriano stesso».
Ad una domanda sulla riunione a Mosca con l’opposizione, ha affermato: «Noi andiamo in Russia, andremo a tali negoziati, ma c’è un’altra domanda: con chi negozieremo? Come governo, abbiamo istituzioni, abbiamo un esercito e abbiamo un’influenza, positiva o negativa. Gli altri che negoziaranno chi rappresentano? Questa è la domanda .. L’opposizione di solito ha rappresentanti generali nel governo locale, nel parlamento, nelle istituzioni. Nella crisi attuale, è necessario porre domande circa l’influenza della opposizione sul terreno. Si deve tornare a ciò che i gruppi armati hanno annunciato pubblicamente quando dicono ripetutamente che l’opposizione non ci rappresenta e non ci tocca. Se si vuole parlare di un dialogo fecondo, deve essere compreso tra il governo e i gruppi armati. È la verità. L’altro fattore è la discussione con l’opposizione. C’è un’opposizione nazionale che lavora per gli interessi del popolo siriano e non burattini nelle mani del Qatar o dell’Arabia Saudita o di qualsiasi paese occidentale, compresi gli Stati Uniti… Abbiamo una opposizione nazionale, non sto dicendo che tutta l’opposizione non è nazionale. Ma si deve separare l’opposizione nazionale e i personaggi che sono semplici burattini. Con questi nessun dialogo è fecondo. Ci incontreremo con tutti, ma per ottenere un risultato dobbiamo chiedere a tutti chi rappresentate?»

Circa la misura proposta dal rappresentante internazionale per la Siria Staffan de Mistura per bloccare il conflitto in Aleppo, al-Assad ha sostenuto che la Siria è quella che accettato il piano, ma che è in attesa dei dettagli e di un calendario dalla A alla Z.
A proposito di alcune misure per aumentare la fiducia prima che i negoziati inizino, come lo scambio di prigionieri, per esempio, o il rilascio dei prigionieri politici, Assad puntualizzato che la questione dipende dai meccanismi. «Le persone consegnano le loro armi per l’amnistia e riconciliazione in corso e sono un vero e proprio esempio di fiducia ponte … Qual è il rapporto tra l’opposizione e i prigionieri, si tratta di una questione del tutto diversa», aggiungendo che la Siria ha perdonato migliaia di combattenti ed è pronta a concedere l’amnistia a chiunque consegni le armi. Rispondendo a una domanda sull’attuale situazione tra Israele in Siria, al-Assad ha assicurato che Israele fornisce sostegno ai gruppi armati in Siria, ed è del tutto evidente, spiegando che più si realizzano avanzate in una determinata area, più gli attacchi israeliani cercano di influenzare l’efficacia dell’esercito arabo siriano ed è abbastanza chiaro, per cui, alcuni siriani dicono: «Si dice che al Qaeda non ha forze aeree, ma al-Qaeda ha forze aeree, è l’aviazione israeliana».

A proposito di una possibile maggiore cooperazione tra la Siria e gli Stati Uniti, secondo il presidente Assad questa probabilità esiste ancora, dato che la Siria aveva fatto un appello per la cooperazione internazionale nella lotta contro il terrorismo per trent’anni, ma questa probabilità richiede un controllo. «La domanda è questa: gli Stati Uniti hanno la volontà di combattere il terrorismo sul terreno? Finora nessuna cosa tangibile, nonostante gli attacchi contro “Daech” a nord della Siria, ma questi sono semplici operazioni cosmetiche … Fin dall’inizio degli attacchi, Daech conquista dominio nel territorio siriano e iracheno». E tra l’altro, ha indicato che Daech non poteva esistere per tutto questo periodo, senza la fornitura di armi e fondi dai turchi, chiedendo agli Stati Uniti di esercitare pressioni sulla Turchia, Arabia Saudita e Qatar per smettere di sostenere i gruppi armati.

Assad ha ribadito, a questo proposito, che la Siria è pronta a cooperare con qualsiasi governo nella lotta contro il terrorismo.
Sulla questione su quale forma di politica statunitense aspira, al-Assad ha concluso: «La conservazione della stabilità in Medio Oriente. La Siria è il cuore del Medio Oriente. Tutti lo sanno. Se il Medio Oriente è instabile, tutto il mondo sarà instabile. Nel 1991, quando abbiamo iniziato il processo di pace, abbiamo avuto molta speranza. Ora, dopo più di 20 anni, le cose non sono tornati al punto di partenza, ma sono andate ancora più indietro. Quindi, ciò che è richiesto è quello di aiutare la regione a ripristinare la pace, combattere il terrorismo, promuovere il secolarismo e sostenere la regione economicamente e soprattutto contribuire a migliorare la mente e la società come avete fatto nel vostro paese. È la missione insita negli Stati Uniti, quella di non lanciare le guerre, che non fanno di lei una grande potenza».

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Tsipras e Iglesias, quei due leader così bolivariani

di Geraldina Colotti, il manifesto 

25gen2015.- Suggestioni. Una comune passione per il Sudamerica

Ale­xis Tsi­pras e Pablo Igle­sias, il lea­der greco di Syriza e quello di Pode­mos, in Spa­gna. Insieme per il comi­zio con­clu­sivo ad Atene. Insieme per un pro­getto di Europa che, secondo molti ana­li­sti, si ispira al «nuovo rina­sci­mento» lati­noa­me­ri­cano e al «Socia­li­smo del XXI secolo».

«Tsi­pras è l’Hugo Cha­vez dei Bal­cani», ha tito­lato il Wall Street Jour­nal, men­tre la stampa spa­gnola con­ti­nua a incal­zare i diri­genti di Pode­mos per 425.150 euro di con­su­lenze, per­ce­pite in Vene­zuela e nei paesi dell’Alba da Juan Car­los Monedero.

All’ossessione cha­vi­sta di alcuni media spa­gnoli, Igle­sias ha rispo­sto che «il Vene­zuela non è un modello per la Spa­gna» e che in certi paesi dell’America latina «c’è troppa insi­cu­rezza», men­tre Mone­dero ha assi­cu­rato che docu­men­terà la pro­ve­nienza dei soldi incas­sati per le pro­prie docenze.

Tsi­pras non ha invece mai nasco­sto l’intenzione di voler intro­durre in Gre­cia alcune delle poli­ti­che «boli­va­riane»: «È arri­vato il momento di fare tutti insieme un grande passo verso il socia­li­smo del XXI secolo, la sto­ria ci chiama», ha detto alla fine del 2012 durante la con­fe­renza nazio­nale del suo par­tito, e in seguito ha dichia­rato: «Cha­vez ha atti­rato l’attenzione del mondo per il suo governo crea­tivo, ope­raio, demo­cra­tico e indi­pen­dente e il suo esem­pio sarà seguito pre­sto o tardi da altri popoli».

Già nel 2007, il lea­der elle­nico andò come osser­va­tore inter­na­zio­nale al refe­ren­dum costi­tu­zio­nale in Vene­zuela, unico appun­ta­mento perso di misura da Cha­vez. A marzo del 2013, era al fune­rale del pre­si­dente vene­zue­lano, scom­parso a 58 anni. All’Accademia mili­tare dov’era espo­sta la salma ha abbrac­ciato i fami­gliari e ha avuto con­tatti con i diversi lea­der e capi di stato dell’America latina pre­senti. “Allora sei tu il greco che tutti si aspet­tano diventi primo mini­stro”, gli avrebbe detto il pre­si­dente cubano Raul Castro. E c’è chi ha fatto notare anche una coin­ci­denza di date: sia Cha­vez che Tsi­pras sono nati il 28 luglio, sep­pure con trent’anni di dif­fe­renza. Il lea­der elle­nico è stato anche in Argen­tina e in Bra­sile, rice­vuto dalla pre­si­dente Dilma Rousseff.

Certo, la Gre­cia non ha il petro­lio e l’Europa delle società «com­plesse» non è il Suda­me­rica, né il pro­getto di Boli­var e della «patria grande» può cal­zare ad Atene o a Madrid. Ma è indub­bio che i 16 anni di espe­ri­mento vene­zue­lano e il vento che sof­fia in gran parte dell’America latina hanno lan­ciato oltreo­ceano brani di speranze. Innanzitutto sulla possibilità di uno sbocco a sinistra dalla crisi economica e da quella della rappresentanza politica tradizionale.

Il Vene­zuela della IV Repub­blica e delle demo­cra­zie con­so­cia­tive ha man­dato in sof­fitta un sistema asfit­tico nel 1998. Quando Cha­vez si è can­di­dato, nes­suno avrebbe scom­messo una vir­gola sul suo com­po­sito movi­mento «boli­va­riano», privo di finan­zia­menti. Un blocco sociale costi­tuito soprat­tutto dagli ultimi, dai senza diritti. Ha vinto con oltre il 60%.

Ha affer­mato Tsi­pras: «Cha­vez non ha vinto chie­dendo alla gente di votare per il socia­li­smo, ma chie­dendo il voto per un cam­bia­mento reale della loro vita». Un cam­bia­mento che ha spo­stato l’asse attra­verso pro­fonde riforme strutturali.

Un giro di boa basato su un diverso schema di alleanze sud-sud, per una nuova sovra­nità e senza asim­me­trie: fino alla crea­zione del Sucre, una moneta alter­na­tiva al dol­laro, che fun­ziona all’interno dell’alleanza regio­nale. Da qui l’accento di Syriza (e di Pode­mos) sulla que­stione del debito e la ripresa di sovra­nità nei con­fronti della Troika.

La situa­zione del Vene­zuela oggi, il sabo­tag­gio interno e inter­na­zio­nale mostra i ter­mini del con­flitto: i poteri forti e i fasci­smi che li ser­vono non si lasce­ranno scip­pare la torta. E il giorno che segue alla vit­to­ria è l’inizio di una nuova partita.

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