Strategia della tensione di due terrorismi: jihadismo e imperialismo

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di Achille Lollo, da Roma, per il Correio da Cidadania, 12 gennaio 2015. 

Per due giorni, la capitale francese, Parigi, è diventata un campo di battaglia con 80.000 poliziotti mobilitati per eliminare i due militanti di AlQaeda, Charif e Said Kouachi, che avevano attaccato il settimanale satirico Charlie Hebdo, uccidendo 12 persone, tra cui il famoso disegnatore Wolinski e il direttore del settimanale, Charbonnier. Poche ore dopo, i gruppi speciali della polizia sono entrati in azione a Port de Vencennes, per circondare nell’antico quartiere ebraico Marais, il supermercato Hipercasher, dove Amedy Coulibaly e la sua compagna, Hayar Boumediene, avevano ucciso quattro persone e fatto 15 ostaggi, chiedendo il rilascio dei fratelli Kouachi, oltre a rivendicare il collegamento con l’IS.

Alle 19:30 del 9, il ministro degli Interni francese, Bernard Cazeneuve, annunciava che i tre terroristi jihadisti erano stati uccisi dai gruppi speciali della polizia, e che però, la giovane Hayar Boumediene era riuscita a fuggire.

Alle 20:00, il presidente della Francia, François Hollande, faceva una dichiarazione concisa alla nazione, chiedendo, anzitutto, l’unione e il sostegno dello Stato francese per respingere i prossimi attacchi dei fondamentalisti islamici. In questo modo, Hollande ufficializzava l’inizio di un profondo scontro con i gruppi fondamentalisti e jihadisti, che, in generale, è sembrato una dichiarazione di guerra contro tutto il mondo islamico. Da parte sua, il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, annunciava l’intensificazione della guerra contro AlQaeda e l’IS. Di conseguenza, l’FBI e Scotland Yard lanciavano la massima allerta, annunciando attentati a Washington e a Londra, che poi non sono mai avvenuti.

In risposta, il portavoce di AlQaeda, Harith bin Ghazi al-Nadhari, trasmetteva un video in cui rivendicava l’attacco al settimanale Charlie Hebdo e minacciava la Francia e gli Stati Uniti di più attacchi, se avessero continuato a insultare il profeta Maometto.

Allo stesso tempo, il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, nel mettere in allarme l’esercito, chiedeva ai capi del servizio segreto sionista, il Mossad, di lavorare a stretto contatto con i loro omologhi francesi. Anche i ministri degli Interni di Italia, Germania, Regno Unito, Spagna, Belgio, Paesi Bassi e Danimarca decretavano la massima allerta, proponendo la creazione di un coordinamento europeo per le attività di intelligence.

È stato, quindi, in questo clima di presunta guerra che, domenica 11, ha avuto luogo a Parigi un ‘Vertice straordinario anti-terrorismo “, in cui i Ministeri degli Interni di Francia e degli Stati Uniti hanno cominciato a pensare a una strategia comune per combattere il terrorismo islamico, stabilendo nuove misure repressive. La prima di queste sarà contro i foreign fighters, vale a dire contro gli Europei che, dopo aver combattuto con al-Qaeda in Yemen e con l’IS in Siria o in Iraq, tornano nell’Unione Europea, per creare, eventualmente, nuove cellule jihadiste .

Il terrorismo jihadista

Hassan Nasrallah, capo degli Hezbollah libanesi, dopo il massacro nella redazione del settimanale Charlie Hebdo, ha dichiarato: … tali azioni offendono l’Islam e alimentano, ancora di più, la persecuzione e l’ostilità dell’Occidente contro il mondo arabo, mentre la crescita dei takfiri (fanatici fondamentalisti sunniti) in Iraq, Afghanistan, Yemen e Libia aveva luogo con l’aiuto dell’Occidente, che li manipolava per raggiungere i propri obiettivi strategici nella nostra regione …”.

In realtà, le matrici del terrorismo jihadista, che ora ha cominciato ad organizzarsi con piena autonomia in paesi europei, sono un prodotto che ha raggiunto forme ed effetti quando le centrali dell’intelligence occidentale hanno permesso ai loro omologhi arabi, in particolare all’Arabia Saudita, al Qatar, agli Emirati Uniti, al Kuwait e all’Oman, di finanziare e sostenere i leaders della jihad (guerra santa contro gli infedeli), che, negli anni Novanta, è stata completamente convertita contro l’URSS e i regimi progressisti alleati.

È in questo contesto che è sorto il mito di Osama bin Laden, dei Talebani e di al-Qaeda. Miti che sono stati sapientemente gestiti dalla CIA e dalla stampa mondiale, per sconfiggere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Tuttavia, l’esperienza dei mujaheddin (combattenti della jihad) non si è fermata in Afghanistan. È sufficiente ricordare la GIA (Gruppo Islamico Armato), che dal 1992 al 1998, ha tenuto in Algeria una campagna terroristica senza precedenti, riuscendo a distruggere il modello sociale e politico creato dall’FLN e, così, determinare il ritorno dall’Algeria alla logica del mercato e delle transnazionali del petrolio.

È anche in questo periodo che i mujaheddin, con i soldi dell’Arabia Saudita, appaiono prima in Bosnia, giocando un ruolo di primo piano nell’implosione della Federazione Jugoslava, e dopo nella formazione di uno Stato bosniaco che, oggi, è un “protettorato” della NATO, sopravvivente con i finanziamenti dei diversi fondi di investimento dei paesi arabi. Poi, a partire dal 1994, altri gruppi di combattenti della jihad appaiono in Cecenia, provocando una sanguinosa guerra civile, che verrà esportata in Daghestan, nei territori dell’Inguscezia e dell’Ossezia del Nord.

Tuttavia, i servizi di intelligence occidentali e, in particolare, la CIA e la M-15 britannica non hanno capito che l’obiettivo strategico dei leaders dei gruppi jihadisti era la conquista di territori arabi, in cui proclamare uno stato islamico, e quindi unire la realtà politica ed economica del presente con il passato di eroici califfati islamici.

D’altra parte, l’esperienza militare acquisita dagli jihadisti in Afghanistan e poi con il GAI nella guerra civile algerina è stata un elemento di estrema importanza, perché ha permesso che i terroristi apprendessero a usare le tecnologie militari distruttive (mine, razzi, esplosivi, telecomunicazioni, ecc.), rendendo le loro azioni sempre più violente, feroci e sanguinarie. D’altra parte, questo tipo di guerra mascherata con le icone della religione islamica ha permesso ai leaders dei mujaheddin di non rinunciare alla difficile costruzione di una struttura sotterranea di massa e quindi ha avuto l’obiettivo politico di organizzare una lotta armata, urbana e rurale, in grado promuovere rivolte popolari.

Per loro, l’obiettivo principale era quello di creare cellule terroristiche con lo scopo di esaurire i regimi nemici con attacchi sanguinosi e determinare in questo modo un cambio verticale nelle stanze del potere. In questo processo, le persone sono solo spettatori senza nessun diritto di mettere in discussione o di esprimere la propria opinione. In realtà, la violenza delle azioni terroristiche è l’antidoto dello jihidaismo per imporre l’accettazione della sharia (legge islamica), soprattutto tra le donne. È stato in questo contesto che l’”uomo-bomba”, cioè, il militante che si martirizza facendo saltare in aria il proprio corpo per uccidere uno o più nemici, è stato idealizzato, al punto di essere considerato l’atto più sublime per ascendere in Paradiso.

Per tutto ciò, il terrorismo jihadista è cresciuto rapidamente negli ultimi dieci anni, anche nei ricchissimi paesi arabi del Golfo, dal momento che molti principi, nonostante avessero studiato ad Harvard, hanno cominciato a consegnare ai gruppi jihadisti importanti quote delle loro fortune, per il fatto di credere, profondamente, negli insegnamenti del fondamentalismo islamico sunnita. Conseguentemente, i numerosi membri delle aristocrazie saudite, kuwaitiana, qatariana o degli Emirati, hanno accettato di finanziare i gruppi fondamentalisti, per avere garanzie in termini di sopravvivenza politica del proprio status. Paradossalmente, i servizi segreti di questi paesi hanno dovuto collaborare con i servizi d’intelligence occidentali, per fermare la formazione delle cellule terroriste di Al Qaeda in Europa e, nello stesso tempo, lavorare insieme per promuovere i gruppi jihadisti nelle campagne contro il regime di Gheddafi in Libia e, poi, per provocare l’implosione del governo di Bashar al-Assad in Siria.

Tuttavia, quando i capi dei differenti gruppi jihadisti hanno scoperto che “l’area di mercato” del petrolio accettava di comprare l’“oro nero”, contrabbandandolo in Libia e in Iraq e che il governo turco era disposto a pagar prezzi ragionevoli per la fornitura del gas rubato in Siria, allora il terrorismo jihadista è diventato Stato, ufficializzando la nascita dei califfati.

Uno scenario che ha richiamato l’attenzione dell’Occidente solamente quando i media hanno raccontato che, in Siria, c’erano quasi 3.000 Europei di origine araba, a combattere nelle brigate del Fronte jihadista Al-Nusra, e altri 6.000 erano in Iraq arruolati nell’IS.

Il terrorismo imperialista

Le guerre e i colpi di Stato che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO e Israele hanno promosso in Medio Oriente sono stati fondamentali per spaventare il popolo arabo e, soprattutto, per creare una classe dirigente corrotta, trasformata in serva delle transnazionali e dei servizi segreti occidentali.

D’altra parte, le guerre condotte per imporre lo stato di Israele, prima nel 1948 e poi nel 1956 con l’occupazione di Suez, hanno violentato definitivamente le classi dirigenti arabe, che non sono riuscite a difendere la propria sovranità. Infatti, quando nel 1975 ci fu il tentativo di usare l’arma del petrolio per frenare l’arroganza di Israele e degli Stati Uniti, il mercato è riuscito a sedurre le aristocrazie arabe che, in tal modo, hanno perso di vista il concetto di nazione, per tornare ad accordare priorità alla sovranità del clan familiare, come ai tempi di Saladino.

In questo contesto, le guerre in Afghanistan, in Iraq e il conflitto continuo che Israele tiene aperto in Palestina, sono state una lezione tragica per il nascente proletariato arabo e, soprattutto, per gli intellettuali che promuovevano un Islam progressista, potenzialmente volto alla riconquista della sovranità nazionale e a una decisa autonomia di fronte alle strategie petrolifere dell’Occidente. Pertanto, gli attacchi a Gaza, in Palestina, in Libano, il sanguinoso conflitto tra Iraq e Iran e le invasioni in Afghanistan, in Libia e in Siria sono stati in grado di determinare nel mondo arabo un senso di impotenza generale, che, sulla base di tali premesse, ha squalificato i valori della sovranità nazionale, frustrato gli ideali politici del panarabismo e sepolto una volta per sempre le proposte dei marxisti rivoluzionari.

Strategie della tensione

Una conseguenza della caduta del muro di Berlino è stata la creazione di un secondo esercito di riserva di mano d’opera a basso costo in Europa, necessaria per flessibilizzare la forza della classe operaia europea. Mano d’opera a basso costo, che ha cominciato a essere utilizzata in un momento in cui il concetto di lavoro stava perdendo il suo valore, grazie al progresso delle tecnologie e, soprattutto, alla causa del riflusso politico e ideologico dei partiti e dei sindacati di sinistra.

Questo nuovo esercito di riserva, inizialmente, doveva essere formato da un eccesso di mano d’opera polacca, ucraina, rumena, albanese, serba e ceca. Infine, porzioni significative della giovane classe operaia a cui i processi di privatizzazione non hanno più garantito l’occupazione nei nuovi Stati dell’Europa Orientale. D’altra parte, sono sorti altri flussi migratori che hanno contribuito a rompere la solidità delle leggi del lavoro in tutta Europa e, quindi, imporre il lavoro nero, i contratti a tempo determinato e, soprattutto, l’uso dell’immigrato per i lavori più gravosi.

La rivolta delle periferie di Parigi nel 1995 ha mostrato il degrado e lo stato di abbandono di questi quartieri, dove vivono solo gli immigrati e che sono isole di povertà e di violenza, qualcosa di molto simile alle favelas di Rio de Janeiro, San Paolo, Città del Messico, Lima, Bogotà e Buenos Aires. È stato allora che il terrorismo jihadista ha promosso la propria crescita, alimentando una strategia della tensione, con la denuncia degli effetti nocivi del degrado e il virtuale razzismo della cultura occidentale contro l’Islam. Di conseguenza, le eccellenze delle destra hanno sfruttato la paura delle reazioni violente di aspiranti jihadisti, per convincere la società che: “… siamo in guerra contro l’Islam …”; “…siamo una civiltà superiore che lotta per imporre la democrazia…”; “…i musulmani hanno attaccato il cuore dell’Europa…”.

Slogan che stanno cominciando a pesare sulle opzioni elettorali di una classe media sempre più attaccata dalla crisi economica e preoccupata a causa di uno Stato che deve tagliare certi benefici per “assicurare la sopravvivenza degli immigrati.”

Oggi, in Francia, ci sono molti settori che stanno mostrando grande interesse per una soluzione di destra, in grado di “porre in ordine il paese, chiudendo le porte agli immigrati arabi e africani ed espellendo coloro che sono considerati un eccesso negativo”. Una soluzione che la post-fascista Marine Le Pen con il suo Fronte Nazionale ha proposto per le elezioni europee del 2014, ricevendo una valanga di voti.

L’attacco al settimanale Charlie Hebdo – che ora, cinicamente, tutti idolatrano, anche se prima era considerato una “spazzatura” – alimenta una duplice strategia della tensione, in cui, da un lato, le cellule jihadiste sfruttano il degrado e il razzismo delle metropoli francesi, per far esplodere i sentimenti repressi dei giovani di origine araba. D’altra parte, le eccellenze della destra aspirano a ricompattare la società, imponendo un regime di destra, sfruttando i timori che le manifestazioni violente delle cellule jihadiste causano nella classe media e in quel proletariato depoliticizzato e completamente alienato.

Naturalmente, la continuazione delle guerre occidentali in Medio Oriente (Siria, Iraq e Afghanistan), in Nord Africa (Libia, Mali e Africa centrale) e nel nord della Nigeria sono la condizione sine qua non per la moltiplicazione delle cellule jihadiste nei paesi europei, mentre i nuclei strategici crescono grazie alla capacità di controllare porzioni di territorio, in cui sono creati i califfi.

Il dramma di tutto ciò è che i governi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea conoscono molto bene il rischio di continuare ad alimentare questa strategia della tensione. Tuttavia, non hanno il coraggio di riconoscere i propri errori. Pertanto, lo scenario di duplice terrorismo, quello jihadista e quello imperialista, sarà sempre peggiore, con più degrado per gli immigrati e gli europei di origine araba o africana e una crisi economica che può aprire le porte al potere dei partiti post-fascisti, come, a esempio, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Gramsci e la Rivoluzione tra Italia e America latina

di Commissione Gramsci

Intervento della Commissione Rinascita Gramsci del Partito dei CARC al convegno su “Gli insegnamenti di Gramsci. Costruire la rivoluzione in Italia e in America Latina” all’ex Asilo Filangeri di Napoli, il 19 dicembre 2014, promosso dalla Commissione, da ANROS Italia e Associazione Trisol dell’ALBA, con la partecipazione del Primo Segretario dell’Ambasciata del Venezuela e della Console del Venezuela a Napoli

Fino dall’inizio abbiamo pensato a questa iniziativa come avvio di un confronto sul fronte della lotta ideologica un fronte fondamentale della lotta per la liberazione dell’umanità, per il socialismo, contro l’imperialismo. È il confronto ideologico tra il movimento rivoluzionario italiano e quello latinoamericano, alla cui testa sta il movimento per la rivoluzione bolivariana che ha la sua punta in Venezuela. Strumento per avanzare velocemente, in modo scientifico, costruttivo, vitale è l’opera di Antonio Gramsci.

La relazione del movimento comunista italiano al movimento rivoluzionario in corso in America Latina

La relazione del movimento comunista italiano al movimento rivoluzionario in corso in America Latina nelle sue varie forme consiste nell’utilizzare il contributo di Gramsci per fare la rivoluzione in Italia, e in questo modo dare il sostegno più concreto e alto che la rivoluzione bolivariana merita.

·       Non consiste quindi né nell’andare a insegnare ai compagni dell’America Latina in che modo possono loro utilizzare il contributo di Gramsci.
·       Non consiste nemmeno nell’andare dai compagni dell’America Latina a vedere come loro usano il contributo di Gramsci per imitarli.
Sintesi di questo argomento è in un comunicato del nuovo PCI a sostegno della rivoluzione bolivariana in Venezuela:

“D’altra parte proprio perché per instaurare il socialismo bisogna in ogni paese tradurre la concezione comunista del mondo nelle condizioni particolari del paese, è completamente contrario alla concezione comunista del mondo voler stabilire noi comunisti italiani se la rivoluzione bolivariana è o no un tratto della giusta via al socialismo in America Latina o in Venezuela. Saranno i protagonisti stessi della rivoluzione bolivariana, nella pratica della lotta che conducono, a scoprirlo e dimostrarlo. Ogni scoperta viene fatta da chi ricerca usando le conoscenze già acquisite, provando e riprovando. È così che si scopre la verità.


(…)


Noi comunisti italiani come i comunisti degli altri paesi imperialisti possiamo e dobbiamo dare un aiuto importante al movimento rivoluzionario in corso in Venezuela e in America Latina: conducendo con successo la rivoluzione socialista nel nostro paese.”(1)

Fare dell’Italia un paese socialista

Dobbiamo comprendere che fare dell’Italia un nuovo paese socialista è possibile (e che, visto che si può, si deve).

Gramsci, nelle Tesi di Lione afferma che non esiste in Italia possibilità̀ di una rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista. Noi concordiamo, e contrastiamo il pregiudizio secondo cui la rivoluzione socialista in un paese imperialista non è questione all’ordine del giorno, cioè non è possibile, nemmeno oggi, per condizioni oggettive. Diciamo al contrario che le condizioni oggettive pongono la rivoluzione socialista come unica soluzione possibile per la difesa degli interessi delle masse popolari e per la difesa delle loro aspirazioni. Chi coltiva questo pregiudizio va a cercare la rivoluzione da altre parti, e magari in Venezuela. In questo modo non contribuisce al processo rivoluzionario in quel paese, ma si mette alla sua coda.


Noi sappiamo che fare la rivoluzione in un paese imperialista è possibile. Gramsci scrive: “La possibilità non è la realtà, ma è anch’essa una realtà: che l’uomo possa fare una cosa o non possa farla, ha la sua importanza per valutare ciò che realmente si fa. Possibilità vuol dire «libertà».”(2) Questo significa che i comunisti dei paesi imperialisti potevano e possono fare la rivoluzione, e dato che ancora non l’hanno fatta la carovana del nuovo PCI ha valutato cosa realmente il movimento comunista ha fatto e compreso i limiti che non è riuscito a superare. Questi limiti sono stati presi in esame, in parti essenziali, già da Antonio Gramsci.

Riforma morale e intellettuale 

A Cuba, dal 18 al 21 febbraio 1997, in un convegno su Gramsci, los intellectuales y la sociedad actual, la costrucciòn de una nueva cultura“, organizzato dal Centro de Investigaciòn y Desarrollo de la Cultura Cubana Juan Marinello. Armando Hart, Ramos Serpa, Joaquìm Santana, evidenziano il profondo valore etico-morale della “filosofia della prassi”, lungo l’asse che va da Marx a Gramsci e sottolineano la necessità che tale valore rappresenti la precondizione ineludibile della politica. Per noi, questo significa che la riforma morale e intellettuale è precondizione ineludibile della rivoluzione, e che la mancanza di questa riforma morale e intellettuale a partire dal movimento comunista nei paesi imperialisti, dai suoi partiti e dai suoi dirigenti è la ragione per cui la rivoluzione socialista in quei paesi non è stata fatta, ed è quindi la ragione per cui non è stata fatta in Italia.

La riforma morale e intellettuale riguarda prima di tutto i comunisti. È  un processo di trasformazione e di liberazione. Dal punto di vista intellettuale comporta comprendere che il fattore politico è prioritario rispetto a quello personale, dal punto di vista morale significa comportarsi di conseguenza. Il carattere liberatorio del processo è chiaro a Gramsci, che lo descrive come segue:


“Il termine di «catarsi». Si può impiegare il termine di «catarsi» per indicare il passaggio dal momento meramente economico (o egoistico-passionale) al momento etico-politico, (…). Ciò significa anche il passaggio dall’«oggettivo al soggettivo» e dalla «necessità alla libertà».(3)


Il passaggio dal mettere davanti a tutto l’economia e gli interessi personali al mettere davanti a tutto gli interessi della classe, gli interessi politici, è la riforma morale e intellettuale che il Partito dei CARC ha avviato al suo interno. Questo principio è quello della riforma intellettuale e morale di cui parla Gramsci, è l’essere non solo soggetto ma anche oggetto della rivoluzione, principio che è uno dei più importanti contributi del maoismo al pensiero comunista, ed è la qualità rivoluzionaria di cui parla il rivoluzionario comunista venezuelano Alfredo Maneiro, indicandola come la capacità dei membri di una organizzazione di trasformare realmente la società e se stessi come soggetti di cambiamento.

Guerra di posizione 

Un intellettuale italiano, Alberto Filippi parlando del suo rapporto con Fernando Martinez, direttore del Dipartimento di filosofia dell’Università de L’Avana nel 1968, la cui rivista «Pensamiento critico», dice “verrà chiusa nel 1971 negli anni della progressiva sovietizzazione ideologica dell’isola.”(4) Filippi parla della “sovietizzazione”, come se il problema per la libera ricerca filosofica in generale e su Gramsci in particolare fosse il legame tra Cuba e URSS. Per noi il problema fu che in URSS a partire dal 1956 si erano imposti i revisionisti, che avviarono un progressivo arretramento rispetto alla costruzione del socialismo. Questo processo fu avviato contemporaneamente dal PCI, in Italia, e significò, anche, il progressivo travisamento dell’opera di Gramsci.

Fa parte di questo travisamento il presentare Gramsci come fautore di una via pacifica al socialismo, di un processo in cui la rivoluzione avanza con l’acquisizione del consenso e quando questo consenso è totale il processo è compiuto. Le organizzazioni rivoluzionarie devono conquistare il consenso delle masse popolari, ma non possono conquistare il consenso della parte avversa, della borghesia imperialista. Il consenso non può mai riguardare “tutta la popolazione di un paese”, quando, come in Italia, la popolazione include le organizzazioni criminali, le gerarchie ecclesiastiche al servizio del Vaticano, e tutto il resto della borghesia imperialista. La classe operaia e le masse popolari possono conquistare il potere solo “convincendo”. Il processo del convincere riguarda le masse popolari, non la borghesia imperialista.

La storia conferma questa tesi. A Cuba la rivoluzione ha vinto con una guerra. In Venezuela un fattore importante della vittoria delle forze progressiste è stato il ruolo delle forze armate, di cui Chávez era esponente. In Venezuela oggi il potere bolivariano non si può opporre alle bande armate dall’estrema destra interna al paese e dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti cercando di convincerle. Lo stesso PCI ha ereditato il potere che ha esercitato malamente per mezzo secolo fino alla sua scomparsa da una guerra, la guerra della Resistenza contro i nazifascisti.


Il fattore politico è principale, ma il fattore militare non può essere messo da parte, né lo mette da parte Gramsci, che ne parla espressamente nella sua nota sui Rapporti di forza, in cui distingue tre momenti, il terzo dei quali, dice “è quello del rapporto delle forze militari, immediatamente decisivo volta per volta.”(5)


I comunisti non vogliono la guerra, sono i più determinati a impedirla e a porvi fine quando è iniziata, ma devono essere pronti a combattere quando la borghesia imperialista scatena la guerra contro le masse popolari, e devono educare le masse popolari ad essere pronte all’evenienza della guerra. Questa legge generale vale, in particolare, anche per l’Italia e per i comunisti italiani.


I revisionisti moderni spacciano ciò che Gramsci chiama “guerra di posizione” per conquista del potere in modo pacifico, senza ricorso, magari, nemmeno alla coercizione. Giancarlo Schirru, professore associato di glottologia e linguistica all’università di Cassino e del Lazio meridionale, sostiene che “i movimenti politici che, fuori dall’Italia, si sono rivolti al pensiero di Gramsci lo hanno fatto in genere per passare da una fase armata a una fase democratica (legale quindi) per la quale necessitavano di una idea, di una cultura, della democrazia. Gramsci è l’autore del passaggio dalla guerra manovrata alla guerra di posizione.”(6). Si riferisce ai movimenti rivoluzionari dell’America Latina, anche. Sbaglia, tuttavia, perché la “guerra di posizione” di cui parla Gramsci non è una metafora, ma è comunque “guerra”, cioè si conduce come una guerra, anche se non necessariamente in ogni suo momento prevede l’uso di armi, e anzi per larga parte non lo prevede, dato che, per l’accumulazione delle forze rivoluzionarie serve capacità di conquistare il consenso delle masse popolari.


I comunisti non vogliono né possono fare guerra alle masse popolari. Perché dovrebbero? Piuttosto il consenso della masse popolari è il terreno su cui si svolge la guerra tra le classi. Ogni classe vuole e deve conquistare il consenso delle masse popolari, senza il quale non può governare. Così è anche nel nostro paese.


È  ovvio che non si possono costringere le masse popolari a fare la rivoluzione: le masse popolari fanno la rivoluzione solo se sono convinte. Tuttavia l’accumulo delle forze è mirato a costituire un esercito di fronte a un nemico che in nessun modo cederà il potere senza combattere, cioè senza ricorrere all’uso delle armi. Questo nemico è lo stesso che ha scatenato il massacro in Cile e in Argentina, negli anni Settanta, per fare soltanto due esempi noti in tutto il mondo.

Linea di massa

La classe operaia e la borghesia imperialista si contendono l’egemonia sulle masse popolari. La relazione è di guerra, guerra di posizione, dice Gramsci, guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata, secondo il maoismo, espressione più avanzata del pensiero comunista. Strumento di conquista dell’egemonia è la linea di massa, e anche qui Gramsci e il maoismo convergono.

Il principio della linea di massa è uno dei massimi contributi del maoismo alla teoria rivoluzionaria. Gramsci ne parla nei passi citati di seguito.


·        “un movimento filosofico è tale solo in quanto si applica a svolgere una cultura specializzata per ristretti gruppi di intellettuali o è invece tale solo in quanto, nel lavoro di elaborazione di un pensiero superiore al senso comune e scientificamente coerente non dimentica mai di rimanere a contatto coi “semplici” e anzi in questo contatto trova la sorgente dei problemi da studiare e risolvere? Solo per questo contatto una filosofia diventa “storica”, si depura dagli elementi intellettualistici di natura individuale e si fa “vita””(7)


·       Dobbiamo e possiamo influire positivamente sul “pensiero originale delle masse popolari” “come fermento vitale di trasformazione intima di ciò che le masse pensano embrionalmente e caoticamente intorno al mondo e alla vita.”(8)

     

Partito dei CARC per il Governo di Blocco Popolare

Il passo da compiere per avanzare nella guerra di posizione, nella conquista dell’egemonia oggi in Italia è la formazione di un Governo di Blocco Popolare (GBP), un governo d’emergenza formato dalle organizzazioni operaie e popolari (OO e OP), che gode della loro fiducia e opera grazie al loro sostegno e ha il compito di far fronte agli effetti più gravi della crisi. è un governo capace di tenere aperte le aziende, aprirne di nuove per fare il lavoro necessario a salvaguardare il paese dal disastro ambientale e a soddisfare i bisogni della popolazione, riavviare l’intera vita sociale, stabilire rapporti di collaborazione con altri paesi (tipo quelli già in vigore tra Cuba e Venezuela e altri paesi). E’ un governo che da forma di legge ai provvedimenti che la classe operaia e le masse popolari autonomamente prendono, capace, cioè, di fare come ha fatto il governo del Venezuela associandosi agli operai nell’occupazione della fabbrica Manpa di proprietà dell’azienda statunitense Clorox.

Il Partito dei CARC opera per creare le condizioni necessarie alla formazione di questo governo, e cioè che le masse popolari acquistino la consapevolezza che possono governarsi e possono governare e imparino a farlo, che si organizzino nelle fabbriche, nei quartieri e sulla base di interessi comuni, che si coordinino, che si oppongano alle leggi di questo governo di questa classe dominante, stabilendo una nuova governabilità. Come fecero i Consigli di Fabbrica nel 1922 a Torino, che erano, dice Gramsci, la negazione della legalità industriale, tende ad annientarla in ogni istante, tende incessantemente a condurre la classe operaia alla conquista del potere industriale, a far diventare la classe operaia la fonte del potere industriale.

Conclusioni

La riforma morale e intellettuale, la guerra di posizione che è guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata, la linea di massa come principio per conquistare l’egemonia, sono tre dei più importanti tra i principi in cui Gramsci ci dà preziosi insegnamenti, radici per la nostra scienza, per la concezione comunista del mondo e la fiducia di vincere che l’accompagna, per l’ottimismo anche della ragione, e non solo della volontà. Con questo percorso nuovo che facciamo in questa terra non esplorate, quella della rivoluzione in un paese imperialista, mentre assolviamo il compito di ogni comunista italiano, rendiamo anche onore al movimento di resistenza all’imperialismo e di liberazione che i popoli dell’America Latina hanno condotto e conducono con creatività, determinazione ed eroismo.

Viva la rivoluzione bolivariana del Venezuela, che aiuta la rinascita del movimento comunista e la rivoluzione socialista del nostro paese!

Avanti nella costituzione del Governo di Blocco Popolare, un passo della via all’instaurazione del socialismo nel nostro paese!

Commissione Rinascita Gramsci
Napoli, 19 dicembre 2014

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NOTE:
1.      Comunicato CC 12/2014 – 18 marzo 2014, in  http://www.nuovopci.it/voce/comunicati/com2014/com.14.03.18.html.
2.      Quaderno 10, § 48, in http://www.nuovopci.it/classic/gramsci/proediv.htm.
3.      Quaderno 10 (XXXIII)§ (6), in http://quadernidelcarcere.wordpress.com/2014/10/10/introduzione-allo-studio-della-filosofia-3/
4.      In memoria di Juan Carlos Portantiero. Note sulla diffusione del pensiero di Gramsci in America Latina, marzo 2008, in http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/320-in-memoria-di-juan-carlos-portantiero-note-sulla-diffusione-del-pensiero-di-gramsci-in-america-lati.html.
5.      A. Gramsci, Quaderno 13, § 17, in http://www.nuovopci.it/arcspip/articleba34.html.
6.      Quaderni di Casa America, Anno VI, n.1, ottobre 2013, in http://www.casamerica.it/immagini/Testo%20Quaderni%20Gramsci.pdf
7.      A. Gramsci, Quaderno 11 § 12, Punti preliminari di riferimento per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura, cit.
8.      Antonio Gramsci, dai Quaderni del carcere, op. cit., vol. II, pagg. 1396-1401, Osservazioni e note critiche su un tentativo di “Saggio popolare di sociologia”, in http://www.nuovopci.it/classic/gramsci/saggpop.htm.

Dalla Valle della Bekaa: giornalismo per procura e le falsità sul Libano

di Talal Khrais –Spondasud.it

Più passa il tempo e più vedo l’arretratezza di una certa parte della stampa italiana sul Medio Oriente. Non c’è solo incapacità o impreparazione. Spesso si tratta di vera e propria malafede. E così, senza conoscere i fatti, molti giornalisti italiani scrivono cose del tutto false, ingenerando nell’opinione pubblica false convinzioni o errate rappresentazioni della realtà. Un esempio? Nel 2013 mi trovavo come inviato in Siria per seguire un incontro della società civile con il Prendente della Repubblica Araba Siriana Bashar al Assad. Dopo l’incontro, un collega della stampa italiana mi chiama e mi chiede se è vera la notizia dell’uccisione dello stesso Presidente. Ho chiesto al giornalista,  per la sua etica professionale e credibilità, di non pubblicare l’articolo sulla presunta morte di Assad.

Il giorno dopo, con mio grande rammarico,  ho visto che il suo pezzo, nel quale si affermava l’uccisione del Presidente, senza peraltro citare nessuna fonte, era stato pubblicato.

In questi giorni una parte della stampa italiana parla del Libano con molta approssimazione. Mi chiedo quali siano le fonti di questi giornalisti, alcuni dei quali dubito siano mai passati in questo paese. Come per le guerre, evidentemente, esiste anche il “giornalismo per procura”. Ho recentemente letto un articolo su Il Manifesto in cui si descrive il Libano come un inferno, un paese oramai invaso dai jihadisti dello dallo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

La verità è che l’ISIS sta perdendo dovunque, sia in Iraq che in Siria. Proprio in Libano ha avuto pesantissime perdite. Nessun villaggio nel paese dei cedri è in mano ai terroristi. Il Fronte al Nusra e l’ISIS cercano invano di attaccare le postazioni di Hezbollah e dell’Esercito Libanese. Stando alle cronache della stampa italiana,  in questo momento io mi troverei nel cuore di un Califfato Islamico Libanese. La verità è che nelle campagne di Ersal, nel Qalamoun, l’Esercito ha inflitto gravi sconfitte ai movimenti jihadisti che hanno dovuto rintanarsi nelle montagne.

L’Esercito e le milizie di Hezbollah, lungo un confine di 90 chilometri, hanno sotto tiro i terroristi. Un mese fa, nelle periferie di Tripoli, nel nord del Libano, l’Esercito ha inflitto altri duri colpi ai combattenti jihadisti, occupando le loro roccaforti.  C’è un fatto che molti non sottolineano: insieme all’esercito e a Hezbollah, contro i terroristi c’è la popolazione di interi villaggi che si ribella e impedisce la loro avanzata. ISIS e al Nusra hanno tentato in tutti i modi di mettere a ferro e fuoco e il Libano,  scegliendo le montagne orientali tra il Libano e Siria come porta di ingresso nel paese dei cedri. Su quel versante però sono intervenuti Hezbollah con l’Esercito Arabo Siriano. Dopo la liberazione di Yabroud, le cose sono decisamente migliorate.  Le operazioni antiterrorismo nel Qalamoun sono all’ordine del giorno: l’anno scorso sono stati “ripuliti” moltissimi villaggi occupati, in particolare quelli cristiani occupati dai combattenti di Al Nusra, braccio siriano ad Al Qaeda.Quotidianamente l’Esercito siriano, da una parte, e l’Esercito Libanese, dall’altra, bombardano le postazioni dei terroristi assediati.

La città di Yabroud, nelle mani dei terroristi per lungo tempo, ricopre grande importanza per la sua posizione strategica. Oggi la città è nelle mani dell’Esercito Siriano. Il Libano ha risentito molto dell’occupazione militare dei terroristi nella città di Yabroud. In generale tutto ciò che accade in Siria ha in qualche modo un effetto e un riflesso sul Libano. Il collegamento tra Yabroud Siriana ed Ersal, villaggio libanese sul confine, si è interrotto. La fonte del pericolo sul Libano non esiste più perché i terroristi che utilizzavano questa zona come punto di appoggio, e sede organizzativa per operazioni terroristiche nei due paesi, è sotto il controllo pieno dell’Esercito.

Sono moltissime le operazioni militari condotte in questi mesi dall’esercito libanese. Blitz e azioni studiate nei minimi dettagli che hanno portato, anche grazie al contributo della popolazione locale, all’arresto di centinaia di terroristi legati ai gruppi qaedisti, al sequestro di interi depositi di munizioni ed armi.  Tra gli arrestati ci sono anche tre donne: hanno confessato di essere delle terroriste e di aver avuto un ruolo molto importante  nel trasportare autobombe attraverso il villagio di Ersal. Le autobombe, provenienti dalla Siria, erano state preparate proprio a Yabroud, pronte ad essere utilizzate in attentati terroristici in Libano.

Ho potuto assistere personalmente alle operazioni dei militari libanesi e, in particolare, al grande successo che ha portato all’arresto di Naim Abbass, leader del gruppo terroristico delle Brigate di Abdallah Azzam. Questi gruppi sono responsabili dell’assassinio di esponenti politici e personaggi pubblici libanesi, nonché di diversi attentati che hanno colpito le zone della periferia Sud di Beirut.

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