La Cina in Africa: nuovo colonialismo o necessaria cooperazione?

metrodi Marco Nieli

Al recente meeting dell’AIPF (Africa Infrastructure and Power Forum) tenuto a Beijing, si è discusso dei crescenti investimenti cinesi in Africa, che ammonterebbero, secondo alcuni, a circa 27 miliardi di dollari, di contro ai complessivi 80 di investimenti stranieri (la quota dei paesi BRICS, all’interno di quest’importo totale essendo di circa 67 miliardi). Lo scambio commerciale globale tra la Cina e i suoi partners africani ammonta a poco più di 210 miliardi di dollari su base annua.

Teng Liliang, responsabile per il marketing del China-Africa Development Fund ha dichiarato al forum: “C’è davvero un enorme potenziale nel mercato dell’energia africano. Dopo anni di crescita, le compagnie cinesi possiedono il capitale, la tecnologia e l’esperienza necessaria ad aiutare l’Africa a diminuire il suo gap energetico e sempre più compagnie cinesi si stanno sforzando di realizzarlo”.

Si calcola che l’Africa presenti un deficit infra-strutturale che costa 93 miliardi di dollari all’anno, in termini di sviluppo mancato e che i 48 paesi del continente, con una popolazione di circa 800 milioni di abitanti, producano una media di 60 gW di energia all’anno, all’incirca quanto prodotto dalla Spagna, un paese con 45 milioni di abitanti. Circa 620 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana non usufruiscono di alcuna forma di illuminazione elettrica. Questo, di fronte a una straordinaria ricchezza in petrolio, gas e fonti rinnovabili: l’International Energy Agency stima che il 30% delle nuove scoperte di giacimenti energetici degli ultimi 5 anni sia avvenuto in Africa.

Quello che manca sono evidentemente i capitali e le tecnologie, dato che anche la forza lavoro a prezzi concorrenziali non fa difetto.

Alcuni progetti in infrastruttura o produzione energetica, gestiti attualmente dalle imprese statali o miste cinesi, spesso in collaborazione con entità economiche locali, sono la metropolitana di Addis Abeba, Etiopia, il porto di Mombasa in Kenya, la diga Bui sul fiume Black Volta in Ghana, gli impianti di produzione agro-alimentare in Tanzania, per nominare solo alcuni esempi tra i più strategici. Da notare che la maggior parte di questi progetti sono finanziati, a condizioni estremamente più favorevoli di quelle vessatorie dell’FMI e della World Bank, da istituti di credito cinesi.

La crescente attenzione della Cina per questo sterminato continente di circa 800 milioni di persone (proiezioni per il 2050: 2 miliardi di persone) con una ricchezza straordinaria di terre, risorse minerarie, energetiche e naturali, si spiega facilmente con le domande di un’economia in crescita con tassi del 7% annuo, che ha l’esigenza di esportare verso nuovi mercati i propri prodotti industriali e la propria tecnologia (per esempio, nei campi strategici della produzione energetica e delle infra-strutture), ricevendo in cambio materie prime e, soprattutto, cibo, per sfamare una popolazione di un miliardo e trecento circa di persone. Gli scambi, dunque, si intensificano con profitto reciproco e molti leaders africani vedono nella Cina una valida alternativa agli asfittici rapporti tradizionalmente vigenti con le potenze ex-coloniali europee o con gli USA, i quali hanno dal canto loro, ridotto enormemente la loro dipendenza energetica, almeno dai paesi dell’Africa sub-sahariana.

Molti dei progetti svolti dalle imprese cinesi sul continente africano hanno, poi, l’indiscutibile vantaggio di presentare prezzi immensamente inferiori, talvolta addirittura di due terzi, rispetto a quelli offerti dalle multinazionali occidentali (anche, bisogna dirlo, per l’abbattimento dei costi della mano d’opera, cinese o locale).

La crescente presenza cinese in Africa e l’interscambio economico-commerciale tra Africa e Cina, nonostante siano un fenomeno palesemente in crescita, non sembrano incontrare il giusto interesse da parte dei media main-stream occidentali e, quando se ne parla da noi, lo si fa con il tipico snobbismo degli pseudo-intellettuali post-coloniali e post-moderni, pennivendoli di regime, che parlano dal punto di vista dei paesi del “primo mondo”, inorriditi per il “nuovo colonialismo” rosso proveniente dall’Oriente. La Cina userebbe la penetrazione economica per imporre il proprio modello sociale-politico ai paesi africani, per formare un asse politico in funzione anti USA e anti UE all’interno dell’ONU, per imporre forme rudimentali di baratto economico (materie prime contro investimenti per lo sviluppo) che scalzano le forme tradizionali di negoziazione con le multinazionali europee ed americane. Tra l’altro, spesso, utilizzando metodi poco ortodossi, come la corruzione delle élites locali e la concorrenza sleale verso le compagnie del posto.

Molti di questi argomenti si squalificano da soli, se si pensa che le potenze occidentali ancora oggi mantengono rapporti con i paesi africani basati su di una vasta gamma di sfumature coercitive, che vanno dall’interventismo militare diretto (vedi Libia, Mali o Repubblica Centro-africana), allo strozzinaggio legalizzato di FMI e BM, fino alla corruzione/manipolazione/strumentalizzazione delle oligarchie economico-politiche locali in funzione degli interessi eterodiretti dalle grandi compagnie transnazionali.

Il fatto che gli scambi stabiliti dalle compagnie cinesi siano infinitamente più paritetici di quelli tradizionalmente imposti dall’Occidente, deve necessariamente risultare difficile da digerire per le “illuminate” élites della nostrana classe capitalistica transnazionale, che, attraverso le tentacolari proiezioni della Trilateral, sono abituate a rappresentare il continente africano come il cortile di casa ricco di materie prime e di forza-lavoro, una sorta di appendice neo-coloniale dei nuovi centri di potere metropolitano, da depredare a proprio comodo e senza troppi scrupoli, allo scopo di mantenere il proprio esorbitante livello di consumo delle risorse planetarie.

Jon Marks, presidente del Cross-border Information, al Forum di Pechino ha chiaramente documentato come “la Cina ha il notevole merito di portare tanta gente fuori dalla povertà, istallando l’elettricità in villaggi isolati ed ideando quelle soluzioni condivise, che ormai costituiscono un’esperienza che parecchi paesi africani vorrebbero replicare”.

Il tema della riduzione della povertà, dell’industrializzazione favorita dall’importazione di know-how e tecnologie da un paese amico e cooperante (secondo l’asse privilegiato sud-sud) è stato anche al centro della recente Africa-China Poverty Reduction and Development Conference , tenutasi alla sede dell’African Union in Addis Abeba. La prospettiva di un’industrializzazione che passi per l’inclusione sociale ha costituito il leit-motiv degli interventi del Congresso, tenutosi negli edifici dell’AU, guarda caso finanziati, costruiti e “regalati” simbolicamente all’organizzazione panafricana dalla Repubblica Popolare della Cina.

Il Presidente dell’Etiopia, Mulatu Teshome, ha dichiarato in quest’occasione “quasi impensabile realizzare il sogno africano di diventare un continente industrializzato, unito e prospero per il 2063 solo attraverso la produzione africana di tecnologia propria.” Il modello cinese, che da paese colonizzato, feudale e arretrato è riuscito a fare degli enormi balzi in avanti in quanto a industrializzazione coniugata allo sviluppo sociale, può costituire un valido punto di riferimento per i paesi africani, a vario titolo alle prese con problemi di sotto-sviluppo derivante da storie di colonizzazione diretta o indiretta e/o di superamento di modelli feudali endemici (come l’Etiopia).

Un’ultima notazione aneddotica, a margine del ragionamento fin qui svolto. A un recente meeting organizzato dal Venezuela ad Addis Abeba, mi trovavo a parlare, con un ingegnere cubano impegnato nella costruzione in loco di una fabbrica di fertilizzanti, della crescente presenza economica della Cina nel continente africano. L’ingegnere si lamentava del fatto che in Occidente si trattava con snobismo questa presunta “penetrazione” neo-coloniale, trascurando o lasciando in ombra il ruolo delle transnazionali coreane, giapponesi e di altri paesi capitalistici dell’estremo oriente. C’entra forse qualcosa, si chiedeva l’ingegnere, il fatto che la Cina si dichiari ancora una Repubblica Popolare, ispirata, almeno formalmente, ma anche in molti aspetti sostanziali, agli ideali di Marx, Lenin e Mao Tse-tung? Il quesito, ovviamente, si risponde da sé.

Del resto, i numerosi milioni di Africani che si avvantaggiano oggi della cooperazione orizzontale con la Cina non sono mai nemmeno arrivati a porsi il problema: l’importante è avere la luce elettrica nel villaggio e ai costi più contenuti possibili, per non cadere nella spirale del debito estero e della dipendenza economica dai poteri forti di sempre.

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