Guerra totale in Ucraina: “offensiva finale” della NATO

G20di James Petras

11.nov2014.- Vi sono chiari segnali che una guerra più vasta sta per scoppiare in Ucraina: una guerra attivamente promossa dai regimi della NATO e dai loro alleati e clienti in Asia (Giappone) e nel Medio Oriente (Arabia Saudita).

La guerra contro l’Ucraina sarà condotta essenzialmente lungo le linee di un’offensiva militare su larga scala contro la regione del sud-est, il Donbass, prendendo a oggetto le repubbliche etniche dei popoli Russo-ucraini di Donetsk e di Lugansk, con l’intenzione di rovesciare il governo democraticamente eletto, disarmando le milizie popolari, eliminando i partigiani della resistenza guerrillera e la loro base di massa, smantellando le organizzazioni popolari rappresentative e inaugurando la pulizia etnica di milioni di cittadini bilingue Ucraino-Russi. L’imminente presa da parte della NATO della regione del Donbass è una continuazione ed estensione del suo violento putsch originale di Kiev, che ha rovesciato un governo ucraino legittimamente eletto nel Febbraio 2014.

La giunta di Kiev, i suoi governanti clientelari recentemente ‘eletti’ e i suoi sponsors NATO sono intenti a operare una purga, per consolidare il dominio dittatoriale del fantoccio Poroshenko. Le recenti elezioni sposorizzate dalla NATO hanno escluso parecchi importanti partiti politici che avevano tradizionalmente sostenuto le numerose popolazioni etnicamente minoritarie del paese, e sono state boicottate nella regione del Donbass. Quest’elezione-farsa a Kiev ha dato il tono per la prossima mossa della NATO nella direzione di una trasformazione dell’Ucraina in una gigantesca base militare multi-funzionale di matrice USA, puntata contro il cuore della Russia e in una neo-colonia per il capitale tedesco, che fornisce a Berlino grano e materie prime, mentre serve da mercato privilegiato per i prodotti manifatturieri tedeschi.

Una crescente febbre da guerra sta attraversando l’Occidente; le conseguenze di questa follia appaiono sempre più gravi d’ora in ora.

Segnali di guerra: la campagna di propaganda e delle sanzioni, il summit G20 e la costruzione militare

Il tamburo di guerra ufficiale per l’ampiamento del conflitto in Ucraina, promosso dalla giunta di Kiev e dalle sue milizie fasciste, echeggia in ogni esternazione dei mass media occidentali, ogni giorno. Le maggiori industrie della propaganda dei mass media e i portavoce dei governi pubblicano o annunciano nuove versioni gonfiate delle crescenti minacce militari russe ai loro vicini e delle invasioni oltre-confine in Ucraina. Nuove incursioni russe sono ‘riportate’ dai confini nordici degli stati baltici a quelli del Caucaso. Il governo svedese crea un nuovo livello di isteria su di un misterioso sottomarino “russo” di fronte alla costa di Stoccolma, ma che non viene identificato o localizzato – solo se ne conferma l’‘avvistamento’. L’Estonia e la Lituania dichiarano che veivoli da guerra russi hanno violato il loro spazio aereo, ma senza conferma. La Polonia espelle “spie” russe, senza prove o testimoni. Provocatorie esercitazioni militari su larga scala tra la NATO e gli stati clienti stanno avendo luogo lungo le frontiere russe con i Stati Baltici, la Polonia, la Romania e l’Ucraina.

La NATO sta inviando vasti carichi di armi alla giunta di Kiev, insieme a consiglieri da “Forze Speciali” ed esperti di contro-insurrezione, nell’anticipazione di un attacco di larga scala contro i ribelli del Donbass.

Il regime di Kiev non ha mai obbedito al cessate il fuoco di Minsk. Secondo l’ufficio dei Diritti Umani dell’ONU, 13 persone in media – per lo più civili – sono state uccise ogni giorno fin dal cessate il fuoco di Settembre. L’ONU riferisce che 957 persone sono state uccise in otto settimane – in maniera preponderante dalle forze armate di Kiev.

Il regime di Kiev, a sua volta, ha tagliato tutti i servizi basici sociali e pubblici alle “Repubbliche dei Popoli”, inclusa l’elettricità, il combustibile, i salari dei dipendenti pubblici, le pensioni, le forniture mediche, i salari degli insegnanti e dei lavoratori sanitari, gli stipendi degli operatori municipali; le banche e il trasporto sono stati bloccati.

La strategia è di strangolare ulteriormente l’economia, distruggere l’infra-struttura, imporre un esodo di massa ancora più grande di disperati, rifugiati dalle città densamente popolate oltre il confine con la Russia e poi lanciare massicci attacchi via aria, con missili, e via terra con l’artiglieria su centri urbani come anche sulle basi dei ribelli.

La giunta di Kiev ha proclamato una mobilitazione militare totale nelle regioni occidentali, accompagnata da feroci campagne di addottrinamento anti-russo, anti-orientale e anti-ortodosso, finalizzate ad attrarre i più violenti delinquenti dell’estrema destra e a incorporare le brigate militari in stile nazista nelle truppe d’assalto in prima fila. L’uso cinico delle milizie irregolari fasciste ‘libererà’ la NATO e la Germania da ogni responsabilità per l’inevitabile terrore e atrocità della loro campagna. Questo sistema di ‘plausibile refutabilità’ riflette le tattiche dei Nazisti tedeschi, le cui orde di Ucraini fascisti e Ustasha croati erano famigerate all’epoca della pulizia etnica.

G20-più NATO: sostegno al blitz di Kiev

Per isolare e indebolire la resistenza nel Donbass e garantire la vittoria dell’imminente blitz di Kiev, l’UE e gli USA stanno intensificando la loro pressione economica, militare e diplomatica sulla Russia, affinché abbandoni la nascente democrazia dei popoli nella regione sud-orientale dell’Ucraina, suoi principali alleati.

Ogni escalation di sanzioni economiche contro la Russia è mirata a indebolire la capacità dei combattenti della resistenza del Donbass di difendere le proprie case, cittadine e città. Ogni carico navale russo, essenzialmente di forniture mediche e alimentari alla popolazione assediata, evoca un nuovo e più isterico scoppio – perché si contrappone alla strategia di Kiev e della NATO di affamare i partigiani e indurre la loro base di massa alla sottomissione o di provocare la loro fuga verso la salvezza oltre il confine russo.

Dopo aver sofferto una serie di sconfitte, il regime di Kiev e i suoi strateghi NATO hanno deciso di firmare un ‘protocollo di pace’, il cosiddetto accordo di Minsk, per fermare l’avanzamento della resistenza del Donbass nelle regioni del sud-est e di proteggere i soldati e le milizie di Kiev bloccate in enclavi isolate nell’est. L’accordo di Minsk è stato ideato per permettere alla giunta di Kiev di ricostruire il suo esercito, ri-organizzare il suo comando e incorporare le varie milizie naziste nelle sue forze militari ufficiali, in preparazione dell’‘offensiva finale’. La costruzione militare di Kiev all’interno e l’escalation delle sanzioni NATO contro la Russia all’esterno sarebbero i due lati della stessa strategia: il successo di un attacco frontale alla resistenza democratica del bacino del Donbass dipende dal minimizzare il sostegno militare russo attraverso le sanzioni internazionali.

La virulenta ostilità della NATO verso il Presidente russo Putin è stata ampiamente evidente all’incontro G20 in Australia: le minacce politiche nonché gli aperti insulti dei presidenti e dei primi ministri legati alla NATO, specialmente della Merkel, di Obama, di Cameron, di Abbott, di Harper hanno fatto da pendant al crescente blocco alimentare di Kiev rivolto ai ribelli assediati e ai centri della popolazione nel sud-est. Sia le minacce economiche del G20 contro la Russia che l’isolamento diplomatico di Putin e il blocco economico di Kiev sono preliminari alla Soluzione Finale della NATO – l’annullamento fisico di tutte le vestigia della resistenza del Donbass, della democrazia popolare e dei legami culturali-economici con la Russia.

Kiev dipende dai suoi mentori NATO per imporre un nuovo giro di severe sanzioni contro la Russia, specialmente se la sua invasione pianificata incontra una bene armata e robusta resistenza di massa sostenuta dagli aiuti russi. La NATO conta sulla reintegrata capacità militare di Kiev, recentemente rinforzata, per distruggere effettivamente i centri sud-orientali della resistenza.

La NATO ha optato per ‘una campagna tutto o nulla’: prendere tutta l’Ucraina o, fallito questo proposito, distruggere il rimanente sud-est, annullare la sua popolazione e capacità produttiva e impegnarsi in una guerra economica totale (possibilmente anche reale) con la Russia. La Cancelliera Angela Merkel è impegnata in questo piano, nonostante le lamentele degli imprenditori tedeschi per le enormi perdite di vendite dell’export verso la Russia. Il Presidente Hollande della Francia l’ha sottoscritto, liquidando le lamentele dei sindacalisti sulla perdita di migliaia di impieghi francesi nei cantieri navali. Il Primo Ministro David Cameron è entusiasta di una guerra economica contro Mosca, suggerendo ai banchieri della City di Londra di trovare nuovi canali per lavare i guadagni illeciti degli oligarchi russi.

La risposta russa

I diplomatici russi sono disperatamente impegnati a trovare un compromesso, che permetta alla popolazione etnica ucraino-russo dell’Ucraina del sud-est di mantenere un po’ di autonomia in un piano di federazione e riguadagnare influenza nella ‘nuova’ Ucraina post-putsch. Gli strateghi militari russi hanno fornito aiuti logistici e militari alla resistenza, allo scopo di evitare una ripetizione del massacro dei Russi di Odessa da parte dei fascisti ucraini su di una scala di massa. Soprattutto, la Russia non può accettare di avere basi militari NATO-Nazi-Kiev lungo il proprio confine meridionale, che impongano un blocco alla Crimea e che provochino un esodo di massa di Russi dal Donbass. Sotto Putin, il governo russo ha tentato di proporre compromessi che permettano la supremazia economica dell’Occidente sull’Ucraina, ma senza l’espansione militare della NATO e l’assorbimento da parte di Kiev.

Questa politica di conciliazione è ripetutamente fallita.

Il “regime di compromesso” eletto a Kiev è stato rovesciato nel Febbraio 2014 in un violento putsch, che ha installato una giunta pro-NATO.

Kiev ha violato l’accordo di Minsk con impunità e con l’incoraggiamento da parte dei poteri della NATO e della Germania.

Il recente incontro G20 in Australia ha messo in campo un coro di istigazioni demagogiche contro il Presidente Putin. L’incontro privato cruciale di quattro ore tra Putin e la Merkel si è trasformata in un fiasco, in quanto che la Germania ha scimmiottato il coro della NATO.

Putin, alla fine, ha risposto aumentando la preparazione delle truppe d’aria e di terra della Russia lungo i suoi confini e accelerando lo spostamento degli interessi economici di Mosca verso l’Asia.

Cosa più importante, il Presidente Putin ha annunciato che la Russia non può stare ferma e permettere il massacro di un intero popolo nella regione del Donbass.

L’imminente blitz di Poroshenko contro il popolo del sud-est dell’Ucraina è finalizzato a provocare una risposta russa – di tipo umanitario? Affronterà la Russia l’offensiva della NATO diretta attraverso Kiev e rischierà una rottura totale con l’Occidente?

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

Diez años del ALBA

por Luis Britto Gracía

1

Durante nuestras guerras de independencia todos los próceres formularon proyectos de unidad latinoamericana y caribeña, pero durante los doscientos años consecutivos  todas las iniciativas de integración fueron manejadas por nuestros adversarios. Resumamos una larga historia. En 1826 se van disipando  los dos proyectos claves del Libertador: el Congreso Anfictiónico de Panamá, y el plan de liberación de las Grandes Antillas del Caribe. Hay una vital conexión entre ambos. Bolívar prevé desde mucho antes el trazado de un canal de Panamá, donde, en su concepto “bien podría situarse la capital del mundo”. Ese canal habría colocado la llave de la conexión entre los océanos Pacífico y Atlántico, primero, en manos de la Gran Colombia; en definitiva, en poder de la confederación americana que se forjara precisamente en Panamá. El dominio de ese prodigioso paso de comunicación entre las dos mitades del mundo requería un Caribe independiente, una Cuba, un Puerto Rico, un Santo Domingo, un Haití, unas Antillas menores libres, que no sirvieran de instrumento a la Santa Alianza ni a ninguna otra potencia para bloquear la comunicación entre mundos.

2

Contra este proyecto latinoamericanista y caribeño opone Estados Unidos desde ese entonces la doctrina del Destino Manifiesto: Cuba y las Antillas deben caer como por gravitación en poder de la potencia norteña. Para ello, la Guerra de Independencia de Cuba ha de ser intervenida en 1898 para colocar a la isla bajo el protectorado de la Enmienda Platt, y a Puerto Rico en la condición de Estado Libre Asociado, vale decir, colonia; y otra intervención estadounidense favorece en 1903 la independencia de Panamá. Poco antes, en 1890, comienza  Estados Unidos el proceso de creación de la Unión Panamericana, una organización para mantener bajo su hegemonía a  los países latinoamericanos y caribeños  cuya sede, significativamente, es instalada en Washington en 1905, y cuyo edificio, más significativamente todavía, es ocupado por la Organización de Estados Americanos desde su creación en 1948. Las Conferencias Interamericanas sirven desde entonces para legitimar las intervenciones estadounidenses, como la que se lanza contra Guatemala en 1954. A partir de allí,  casi todas las organizaciones de integración latinoamericanas están bajo la influencia y el financiamiento, cuando no la directa autoridad estadounidense. Así transcurren dos siglos. Apenas  en 1991 el Mercosur, constituido actualmente por Argentina, Brasil, Uruguay, Paraguay, Venezuela, Bolivia y Ecuador, plantea algún desafío a la hegemonía económica de la potencia norteña.

3

El presidente Hugo Chávez Frías propuso  en la III Cumbre de Jefes de Estado y Gobierno de la Asociación de Estados del Caribe, realizada en Margarita en 2001, los principios rectores de una integración de América Latina y el Caribe fundamentada en la justicia y la solidaridad entre los pueblos, con el auspicioso nombre de ALBA o Alternativa Bolivariana para las Américas. Según expresó el mandatario venezolano, “Es hora de repensar y reinventar los debilitados y agonizantes procesos de integración subregional y regional, cuya crisis es la más clara manifestación de la carencia de un proyecto político compartido. Afortunadamente, en América Latina y el Caribe sopla viento a favor para lanzar el ALBA como un nuevo esquema integrador que no se limita al mero hecho comercial sino que sobre nuestras bases históricas y culturales comunes, apunta su mirada hacia la integración política, social, cultural, científica, tecnológica y física” (Colussi, Marcelo: “ALBA: Una alternativa real para Latinoamérica: de la integración neoliberal a la integración popular y solidaria”; Rebelión, 30-3-2005).

4

El primer paso del ALBA se concreta tres años más tarde con la suscripción de una “Declaración sobre el Alba” y de un “Acuerdo entre el presidente de la República Bolivariana de Venezuela y el presidente del Consejo de Estado de Cuba para la aplicación de la Alternativa Bolivariana para las Américas” en La Habana el 14 de diciembre de 2004. Hace una década, dos hombres se reúnen para asumir los planes de integración latinoamericana y caribeña de nuestros próceres bajo “un proyecto político compartido”. Son los mandatarios, significativamente, del primero y del último de nuestros países en obtener su Independencia. De la colaboración entre Fidel Castro Ruz  y Hugo Chávez Frías surge la Alternativa  Bolivariana  para Nuestra América, hoy Alianza Bolivariana de los pueblos de  América. En ese entonces podría parecer un desafío desesperado, como el de los patriotas que enfrentaron al que había sido el más grande imperio del mundo. Por lo pronto, el ALBA es un amanecer de la esperanza. Bajo su inspiración, es derrotado en 2005 el ALCA, el Área de Libre Comercio para las Américas, que pretendía reservar para Estado Unidos el tráfico con la Cuarta Parte del Mundo. Es la más grande derrota diplomática de la Gran Potencia del Norte, pero no la última.   

5

De inmediato, el ALBA parece constituirse en preámbulo de organismos de integración tales como la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños, (CELAC) constituida en 2010 con todos los países americanos, a excepción de Canadá y Estados Unidos; una Comunidad de 33 países latinoamericanos y del Caribe, con 540 millones de personas sobre 20 millones de kilómetros cuadrados; una unión regional que posee los mayores recursos naturales del mundo y en su conjunto podría ser considerada como la tercera economía del mundo. También el ALBA es prólogo de la Unión de Naciones del Sur, Unasur, constituida en 2011 con 14 países de América del Sur,  El sueño de Bolívar de una América Latina y el Caribe integrados está en vías de cumplimiento.

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Parecería el ALBA sobrepasada por estas uniones colosales a las cuales ha servido de prólogo. Examinemos algunas cifras para contemplar la situación en perspectiva. ALBA es una unión de 9 países, con dos más en proceso de incorporación; casi la tercera parte de los 33 que integran la extensa CELAC. Su territorio cubre en total 2.513.337 kilómetros cuadrados poco más de un décimo de los 22.222.000 que abarcan toda América Latina y el Caribe. Actualmente, la población de la Alianza Bolivariana es de 69.513.221 habitantes; bastante más de la décima parte de los 605.353.428 que pueblan el total de Nuestra América.

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  Estas cifras encierran una muestra significativa de la caribeñidad y la latinoamericanidad. En los países de la región distinguió Darcy Ribeiro entre sociedades testimonio, con significativos grupos de la población ligados a los idiomas y los usos precolombinos; sociedades trasplantadas, en las cuales una mayoría descendiente de inmigrantes europeos intenta mimetizar la cultura del Viejo Mundo, y sociedades nuevas, en las cuales el mestizaje étnico y cultural infunde una poderosa dinámica abierta al cambio, a la renovación y por momentos a las revoluciones. En el ALBA hay por lo menos dos sociedades testimonio, Ecuador y Bolivia, con significativos porcentajes de población indígena que conservan sus culturas y formas de vida. El resto, incluidas Cuba, Nicaragua, Venezuela y las naciones caribeñas, son sociedades nuevas, con dinámicos procesos de mestizaje y transformación social. No es raro que por lo menos en cuatro de ellas avancen procesos revolucionarios que han cambiado, no sólo los órdenes internos, sino las orientaciones de la política de la región.

8

Igualmente significativa es la geografía de la Alianza. El ALBA incluye por lo menos tres países andinos, Venezuela, Ecuador y Bolivia, con participación en los problemas y oportunidades que plantea la región cordillerana, alguna vez unida bajo la Comunidad Andina de Naciones, hoy desbaratada por los Tratados de Libre Comercio con Estados Unidos. Esos tres países son asimismo amazónicos, con extensos territorios, recursos e intereses en la Amazonia, que acumula parte significativa del bosque tropical, la biodiversidad y los recursos hídricos del planeta. Tres de ellos, Venezuela, Ecuador y Bolivia, poseen el potencial nada despreciable de significativos recursos de energía fósil, gerenciados por empresas de propiedad nacional; Venezuela dispone de las mayores reservas del planeta. Dos países, Ecuador y Nicaragua, pertenecen a la vertiente del Pacífico, nuevo eje de la economía mundial, y otro de ellos, Bolivia, mantiene una justiciera reclamación por la recuperación de la salida a dicho Océano. Nicaragua ostenta una privilegiada situación, con costas en el Atlántico y el Caribe: es la sede prevista para un segundo canal interoceánico, cuya importancia estratégica y económica sería equiparable al de Panamá, y rompería el virtual dominio sobre el paso entre océanos hasta el presente ejercido en forma directa o indirecta por Estados Unidos. Honduras, miembro del ALBA entre 2008 y 2009, también presenta salidas a ambos océanos. Los restantes países del ALBA son caribeños. Sus votos han sido decisivos en varias conflictivas discusiones en los organismos internacionales. Sus puertos pueden ser enormes emporios cuando el segundo canal interoceánico amplíe y potencie el tráfico marítimo con el Pacífico y con las economías dominantes del mundo, ahora con costas en él.

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Esto replantea el gran proyecto geopolítico de Bolívar. Un nuevo paso entre  océanos, al servicio de países progresistas y productores de energía fósil situados estratégicamente entre ambos cuerpos de agua constituye un bloque de poder de decisiva  influencia en la nueva configuración del mundo. En estos diez años, prestando oídos a repetidos llamamientos de Hugo Chávez Frías y de los restantes mandatarios de la unión, el ALBA ha integrado casi un país por año. Sus relaciones con las grandes organizaciones regionales, Mercosur, la Celac, Unasur, son más que cordiales. El ALBA es en la actualidad factor decisivo en las relaciones del hemisferio.

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Si son innegables los poderes económicos y estratégicos del ALBA, no es menos significativa su proyección política y cultural. Por lo menos en cuatro de sus países, Cuba, Bolivia, Ecuador y Venezuela, avanzan procesos revolucionarios que han abierto perspectivas para la autonomía y la independencia de Nuestra América. En otro de sus países, Honduras, el avance de un proceso progresista fue interrumpido en 2009 por un brutal golpe de Estado manejado desde la base estadounidense de Palmasola. El ALBA es el patente ejemplo de que se puede promover exitosamente proyectos revolucionarios en democracia, con impresionantes avances en el campo económico y social, y rompiendo el bloqueo que el imperialismo usualmente impone a tales proyectos.

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Puesto que hay una simetría entre los proyectos socialistas comprendidos en el ALBA y la política exterior que éstos proponen en su Alianza. Largo sería detallar sus propósitos, principios y logros. Reiteremos apenas algunos puntos básicos.

Para alcanzar sus objetivos, el Alba se guía por los siguientes principios y bases cardinales:

1.- El comercio y la inversión no deben ser fines en sí mismos, sino instrumentos para alcanzar un desarrollo justo y sustentable, pues la verdadera integración latinoamericana y caribeña no puede ser hija ciega del mercado, ni tampoco una simple estrategia para ampliar los mercados externos o estimular el comercio. Para lograrlo, se requiere  una efectiva participación del Estado como regulador y coordinador de la actividad económica

2.- Trato especial y diferenciado, que tenga en cuenta el nivel de desarrollo de los diversos países y la dimensión de sus economías, y que garantice el acceso de todas las naciones que participen en los beneficios que se deriven del proceso de integración.

3.-La complementariedad económica y la cooperación entre los países participantes y no la competencia entre países y producciones, de tal modo que se promueva una especialización productiva, eficiente y competitiva que sea compatible con el desarrollo económico equilibrado de cada país, con las estrategias de lucha contra la pobreza y con la preservación de la identidad cultural de los pueblos 

4.- Cooperación y solidaridad que se exprese en planes especiales para los países menos desarrollados en la región, que incluya un Plan Continental contra el Analfabetismo, utilizando modernas tecnologías que ya fueron probadas en Venezuela; un plan latinoamericano de tratamiento gratuito de salud a ciudadanos que carecen de tales servicios y un plan de becas de carácter regional en las áreas de mayor interés para el desarrollo económico y social.

5.- Creación del Fondo de Emergencia Social, propuesto por el Presidente Hugo Chávez en la Cumbre de los Países Sudamericanos, celebrada recientemente en Ayacucho. 

6.- Desarrollo integrador de las comunicaciones y el transporte entre los países latinoamericanos y caribeños, que incluya planes conjuntos de carreteras, ferrocarriles, líneas marítimas y aéreas, telecomunicaciones y otras. 

7.- Acciones para propiciar la sostenibilidad del desarrollo mediante normas que protejan el medio ambiente, estimulen un uso racional de los recursos e impidan la proliferación de patrones de consumo derrochadores y ajenos a las realidades de nuestros pueblos. 

8.- Integración energética entre los países de la región, que asegure el suministro estable de productos energéticos en beneficio de las sociedades latinoamericanas y caribeñas, como promueve la República Bolivariana de Venezuela con la creación de Petroamérica. 

9.- Fomento de las inversiones de capitales latinoamericanos en la propia América Latina y el Caribe, con el objetivo de reducir la dependencia de los países de la región de los inversionistas foráneos. Para ello se crearían, entre otros, un Fondo Latinoamericano de Inversiones, un Banco de Desarrollo del Sur, yla Sociedad de Garantías Recíprocas Latinoamericanas. 

10.- Defensa de la cultura latinoamericana y caribeña y de la identidad de los pueblos de la región, con particular respeto y fomento de las culturas autóctonas e indígenas. Creación de la Televisora del Sur (TELESUR) como instrumento alternativo al servicio de la difusión de nuestras realidades. 

11.- Medidas para que las normas de propiedad intelectual, al tiempo que protejan el patrimonio de los países latinoamericanos y caribeños frente a la voracidad de las empresas transnacionales, no se conviertan en un freno a la necesaria cooperación en todos los terrenos entre nuestros países. 

12.- Concertación de posiciones en la esfera multilateral y en los procesos de negociación de todo tipo con países y bloques de otras regiones, incluida la lucha por la democratización y la transparencia en los organismos internacionales, particularmente en las Naciones Unidas y sus órganos.

         En virtud de lo cual, el ALBA se organiza en función de un conjunto de principios rectores, que, citados in extenso, son los siguientes:

  1. La integración neoliberal prioriza la liberalización del comercio y las inversiones.
  2. La Alternativa Bolivarianapara América Latina (ALBA) es una propuesta que centra su atención en la lucha contra la pobreza y la exclusión social.
  3. En la propuesta del ALBA se le otorga una importancia crucial a los derechos humanos, laborales y de la mujer, a la defensa del ambiente y a la integración física.
  4. En el ALBA, la lucha contra las políticas proteccionistas y los ruinosos subsidios de los países industrializados no puede negar el derecho de los países pobres de proteger a sus campesinos y productores agrícolas.
  5. Para los países pobres donde la actividad agrícola es fundamental, las condiciones de vida de millones de campesinos e indígenas se verían irreversiblemente afectados si ocurre una inundación de bienes agrícolas importados, aún en los casos en los cuales no exista subsidio.
  6. La producción agrícola es mucho más que la producción de una mercancía. Es la base para preservar opciones culturales, es una forma de ocupación del territorio, define modalidades de relación con la naturaleza, tiene que ver directamente con la seguridad y autosuficiencia alimentaria. En estos países la agricultura es, más bien, un modo de vida y no puede ser tratado como cualquier otra actividad económica.
  7. ALBA tiene que atacar los obstáculos a la integración desde su raíz, a saber:
  8. La pobreza de la mayoría de la población;
  9. Las profundas desigualdades y asimetrías entre países
  10. Intercambio desigual y condiciones inequitativas de las relaciones internacionales
  11. El peso de una deuda impagable
  12. La imposición de las políticas de ajuste estructural del FMI y el BM y de las rígidas reglas de la OMCque socavan las bases de apoyo social y político
  13. Los obstáculos para tener acceso a la información, el conocimiento y la tecnología que se derivan de los actuales acuerdos de propiedad intelectual; y,
  14. Prestar atención a los problemas que afectan la consolidación de una verdadera democracia, tales como la monopolización de los medios de comunicación social
  15. Enfrentar la llamada Reforma del Estado que solo llevó a brutales procesos de desregulación, privatización y desmontaje de las capacidades de gestión pública.
  16. Como respuesta a la brutal disolución que éste sufrió durante más de una década de hegemonía neoliberal, se impone ahora el fortalecimiento del Estado con base en la participación del ciudadano en los asuntos públicos,
  17. Hay que cuestionar la apología al libre comercio per se, como si sólo esto bastara para garantizar automáticamente el avance hacia mayores niveles de crecimiento y bienestar colectivo.
  18. Sin una clara intervención del Estado dirigida a reducir las disparidades entre países, la libre competencia entre desiguales no puede conducir sino al fortalecimiento de los más fuertes en perjuicio de los más débiles.
  19. Profundizar la integración latinoamericana requiere una agenda económica definida por los Estados soberanos, fuera de toda influencia nefasta de los organismos internacionales  (http://www.alternativabolivariana.org).

De lo expuesto se concluye que el ALBA no está planteada en forma alguna como un espacio libre de trabas para la acción de las fuerzas del capital, sino como un ámbito en el cual los Estados de manera deliberada harán valer sus potestades como representantes de los pueblos para garantizar a éstos las mejores condiciones para un desenvolvimiento económico, social y cultural integrado. Y en efecto, hemos visto que la mera integración comercial produce irremisiblemente el avasallamiento de las economías de menor tamaño y grado de desarrollo por las mayores y más desarrolladas. La implantación del TLC significó la subordinación de las economías de Canadá y México a la de Estados Unidos; la creación del Mercosur reportó decisivas ventajas a la economía brasileña en comparación con la de Argentina, y así sucesivamente. Si América Latina y el Caribe quieren unirse, deben  romper este circuito en el cual integración significa subordinación e intensificación de las asimetrías.

 

12

La respuesta estadounidense no se hace esperar. Marcelo Colussi cita la expresión del ex secretario de Estado adjunto para asuntos del Hemisferio Occidental Otto Reich, quien en 2005 califica a Fidel Castro y a Chávez como “los dos terribles de América Latina” en la derechista National Review, y especifica que  “Hay una alianza izquierdista y populista en la mayor parte de América del Sur. Esta es una realidad que los políticos de Estados Unidos deben enfrentar, y nuestro mayor desafío es neutralizar el eje Cuba-Venezuela” (Colussi, Marcelo: “ALBA: Una alternativa real para Latinoamérica: de la integración neoliberal a la integración popular y solidaria”; Rebelión, 30-3-2005). Imposible le ha sido al Imperio durante medio siglo neutralizar a Cuba: podría encontrar más difícil neutralizar una alianza que comprende el decisivo poderío energético venezolano, ecuatoriano y boliviano y las poderosas fuerzas sociales que emergen en el continente,  que en definitiva podrían consolidar las restantes potencialidades latentes de América Latina y el Caribe.

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