Nel cuore dell’Europa denunciando la complicità UE con il sionismo

di Fiorangela Altamura

I giorni 11 e il 12 novembre, al Parlamento europeo, si sono tenute due giornate sulla Palestina promosse dalla coalizione dello stato spagnolo Izquierda Unida, e precisamente dai deputati europei Javier Couso e Angela Vallina, appartenenti a GUE/NGL, membri della Delegazione per le relazioni con la Palestina.

Tale delegazione, dopo l’ultimo attacco a Gaza, tentò di entrare nella Striscia ma le fu negato l’accesso dal governo israeliano.

Negli incontri si è discusso dell’attuale situazione in Palestina e si è espressa la necessità di una sospensione da parte dell’UE degli accordi con Israele, dato che con le sue politiche avalla le continue violazioni dei diritti umani  e che le risoluzioni approvate possono essere interpretate come una carta bianca. «Il comportamento della Comunità internazionale, dagli USA all’UE, è vergognoso e passerà alla storia come complice della pulizia etnica in Palestina», afferma Vallina.

Non solo l’UE non pone in essere misure adeguate per porre fine al massacro del popolo palestinese, ma addirittura, l’accordo associativo UE-Israele, in vigore dal 2000, rende Israele partner preferenziale dell’UE in ambito commerciale. Ciò vuol dire che Israele può partecipare in molti progetti europei e di più di altri Stati non membri.

Sono molti i campi in cui vi sono strettissimi legami tra UE e Israele e altrettanti gli esempi di complicità.

Israele partecipa al progetto di cooperazione UE nei sistemi dell’industria aerospaziale e che nel precedente progetto ha investito 244 mln di euro. Imprese che fabbricano droni, quegli stessi droni che sganciano le bombe sulla popolazione inerme. Ed anche i singoli stati, come Spagna, Germania, Italia hanno accordi in materia di armamenti con Israele. Si consideri, altresì, che la polizia israeliana ha meccanismi di cooperazione con l’Europol, la polizia europea, per molti milioni, ed è quella stessa polizia che consente la realizzazione del progetto sionista attraverso atti di forza.

L’articolo 2 dello stesso Accordo Associativo prevede che «le relazioni tra le parti devono essere basate sul rispetto dei diritti umani e i principi democratici che guidano le loro politiche interne e internazionali», tuttavia la collaborazione è sempre maggiore. La contraddizione è chiaro messaggio allo Stato israeliano circa la tollerabilità delle sue violazioni.

Hanno partecipato alla due giorni diversi gruppi di tutto lo Stato spagnolo attivi nella causa palestinese: il coordinatore di Unadikum International Brigades e rappresentanti e membri dell’associazione, Manuel Pineda, la deputata di ICV-EUiA del Parlamento catalano Sara Vilà Galàn, la parlamentare europea Marina A.Guzman, Juan Idalgo (piattaforma Cordoba con la Palestina), Santiago Gonzales (Area della Pace e della Solidarietà di IU), il rappresentante della comunità palestinese di Barcellona. Hanno altresì relazionato Wajdi Yaeesh, palestinese di Nablus, direttore dell’ass. sociale Human Supportes, che ha sottolineato l’importanza di andare sui territori per rendersi conto delle condizioni di vita, e gli ambasciatori del Venezuela e del Nicaragua, il rappresentante del Fronte Polisario e la coordinatrice di RESCOP.

Unadikum è associazione internazionale anti-imperialista che monitora, assiste e compie attività di scudo umano rispetto a contadini e pescatori palestinesi, assiste i prigionieri politici e le vittime delle violenze israeliane e loro famiglie, supporta la lotta contro l’occupazione, sostiene il diritto al ritorno dei rifugiati e svolge opera di denuncia attraverso qualsiasi mezzo possibile, informando sulla situazione di vita a Gaza e le complicità internazionali.

Manu Pineda, presidente dell’associazione, durante la sua conferenza, spiega i motivi per i quali si sceglie di entrare in relazione con le istituzioni europee.

Pineda dichiara: «Siamo all’interno dell’istituzione europea per:
– offrire appoggio incondizionato al popolo palestinese, alla sua lotta, alla sua resistenza, senza riserva e senza limiti;

– denunciare i crimini dello stato israeliano;

– denunciare le complicità dell’UE con Israele;

– pretendere che l’UE interrompa le relazioni commerciali e diplomatiche con Israele – così come hanno fatto molti Paesi latinoamericani, a cominciare dal Venezuela di Chávez – intraprendendo politiche sanzionatorie allo scopo di porre fine all’occupazione e rendere possibile il diritto di ritorno dei rifugiati (come sancito da risoluzioni dell’ONU).»

Pineda afferma: «L’UE riconosce il diritto della potenza occupante di difendersi da una popolazione che non possiede un esercito, che è disarmata, ma non riconosce il diritto di un popolo occupante di difendersi.»

Aggiunge che «le risoluzioni Onu riconoscono il diritto delle popolazioni che vivono su territori occupati di difendersi con ogni mezzo, finanche quello armato. Si comprende in questo modo che qualificare “terrorista” la resistenza è unicamente operazione di propaganda volta a dare legittimità ad un’opera di colonialismo dalle conseguenze nefaste».

Sei milioni di rifugiati palestinesi in tutto il mondo, detenuti in regime amministrativo messi in carcere senza accuse formali per tempo indefinito, fatti oggetto di inaudite violenze e cui viene negato ogni diritto, bambini rapiti al più per il simbolico gesto di lancio di pietre.

Continua il presidente di Unadikum: «La sede istituzionale nella quale ci troviamo è luogo che dovrebbe rappresentare la volontà dei popoli europei, eppure pare ci sia un divorzio assoluto con questi. Conosciamo tutti la solidarietà manifestata al popolo palestinese; durante l’ultima offensiva in Europa si è manifestato così come in tutto il mondo per chiedere la cessazione dei bombardamenti su Gaza e le azioni di forza in Cisgiordania. La pressione popolare sui propri governi – oltre che rappresentare una forza per la resistenza palestinese e far accrescere consapevolezza circa la situazione – è fondamentale per spingerli a cambiare le proprie politiche. Io mi trovavo a Gaza durante l’ultima operazione israeliana, quella che in 51 giorni ha fatto più di circa 2200 vittime, e forte arrivava la voce della sollevazione popolare contro il massacro che si stava compiendo».

Inoltre ricorda che «il nostro governo, il governo spagnolo, ha recentemente annunciato e pubblicato nel Bollettino Ufficiale una moratoria sulla vendita di armi ad Israele; questa è un vero e proprio patto di omertà, un silenzio mafioso tra il governo Rahoy e l’entità sionista dato che lo scambio di informazioni militari è tenuto segreto.»

In Catalogna, dove pure la solidarietà popolare si è fatta sentire, la deputata Sara Vilà, ha presentato una mozione per obbligare il governo ad interrompere gli accordi con Israele e non stipularne ulteriori e a riconoscere il diritto di autodeterminazione dei popoli palestinese, sahari e curdo. Ma pare che l’unico interesse del presidente Artur Mas sia quello di incrementare con Israele le relazioni commerciali.

Di tanto in tanto l’UE interviene a condannare gli atti israeliani chiamandoli “ostacoli” per una fantomatica pace, ma mai gli si da’ il nome proprio di crimini, atti illegali, violazioni di diritti umani; e così ha fatto la Mogherini, rappresentante per le relazioni estere con l’UE in risposta alla dichiarazione di Netanhjau che vede Gerusalemme come la Capitale di Israele, uno Stato che prima del 1967 non esisteva. Dal ’67 l’Onu ha approvato più di 500 risoluzioni contro Israele, ma nessuna istituzione internazionale ha approvato alcuna sanzione, rendendosi complice dei crimini organizzati.

«Noi vogliamo la creazione di uno Stato palestinese laico e democratico, in cui le persone delle diverse confessioni religiose godano degli stessi diritti; non si tratta di un conflitto religioso, è la propaganda del regime sionista a volerlo far passare per tale. E questa deve essere una rivendicazione di tutte le sinistre.», sottolinea Manu.

Inoltre precisa che «Israele non è il primo regime della storia e disgraziatamente non sarà l’ultimo. Questa UE deve occupare il ruolo che occuparono gli Alleati contro il nazi-fascismo, la lotta deve essere come quella contro l’apartheid sud-africana.»

Pineda si trovava a Gaza durante i bombardamenti dell’operazione israeliana “Margine di Protezione” e svolgeva, con altri 6 internazionali e la compagna venezuelana Valeria Cortés, azione di “scudo umano” presso il Wafa Hospital di Gaza. Furono chiamati in difesa dello stesso nel momento in cui la maggiore clinica riabilitativa della regione ricevette avviso di imminente bombardamento. Gli appelli del direttore dell’ospedale furono molti, ma diversi missili colpirono il tetto dell’ospedale, fino a quando esso fu completamente distrutto.

Pineda riconosce che il loro tentativo fu vano, e ricorda come aiutò ad evacuare gli ultimi feriti in stato comatoso accatastandoli nelle ambulanze e sotto le bombe, mentre, nonostante solleciti, neppure la Croce Rossa accorse in loro aiuto.

Manu e Valeria scortarono anche le ambulanze in quei giorni, nel tentativo di sfruttare la loro posizione di internazionali e dissuadere i bombardamenti sulle stesse, ma a nulla valse il loro sacrificio, giacché 45 ambulanze furono bombardate e medici e paramedici morirono o rimasero feriti. Assistettero al recupero dei corpi dei civili martoriati, altro che operazioni chirurgiche sui così detti terroristi: «Sono forse terroristi i centinaia di bimbi morti?» chiede Manu, «Era terrorista il bimbo di un mese che prendemmo con la massa encefalica fuori dal cranio?»

Alla conferenza avrebbe dovuto prendere parte il direttore esecutivo del Wafa Hospital, ma Gaza, la maggiore prigione a cielo aperto del mondo, anche in questi giorni resta isolata dal mondo, non è concesso entrare ed uscire, e così, il Dr. Basman Alishi interviene attraverso collegamento skype. Ricorda quei momenti, denuncia il silenzio delle istituzioni internazionali e chiede una Commissione di inchiesta sul bombardamento che distrusse il suo ospedale (nel momento successivo al bombardamento non fu concesso neppure di recuperare gli strumenti ancora utilizzabili, e dopo un paio di giorni fu ridotto in macerie).

L’ambasciatore venezuelano presso la UE interviene ad esprimere tutta la solidarietà della Repubblica venezuelana del Presidente Maduro che ha seguito la linea del Presidente eterno Hugo Chávez, naturalmente anche per quanto concerne la questione palestinese.

Egli afferma la necessità di unire le forze, di creare un’alleanza trasversale che condanni e denunci le violazioni dei diritti umani perpetuate da Israele e che ponga fine ad esse.

Via imprescindibile a fronte di una popolazione costretta a condizioni di vita terribili, impossibilitata a spostarsi anche quando sotto bombardamento, è quella umanitaria. E altresì è necessario creare una massa critica, una dinamica sociale di boicottaggio e sanzioni rispetto allo Stato sionista, così come fu contro il nazi-fascismo e l’apartheid sudafricano.

Parte attiva e significativa delle giornate di discussione è la coordinatrice di RESCOP (Rete di Solidarietà contro l’occupazione della Palestina), struttura di lavoro che riunisce associazioni spagnole che lavorano con la Palestina. L’associazione è a sua volta inserita nella Coordinazione europea di Comitati e Associazioni per la Palestina (eccpalestine.net), cui appartengono realtà di tutti  gli Stati membri.

La coordinatrice sottolinea che l’UE non può mettere in atto azioni punitive ma può muoversi con azioni restrittive e preventive, così come è stato per Russia e Sry Lanka, evidenziando che «nel giugno del 2013 sono state introdotte linee guida che proibiscono il riconoscimento della sovranità israeliana sui territori occupati e che i fondi europei siano assegnati a progetti negli insediamenti. Ma le relazioni economiche sono forti, e questo rende inefficace qualsiasi dichiarazione, tanto che nessuna misura sostanziale è stabilita per impedire la partecipazione di imprese europee negli insediamenti israeliani e continua l’esportazione di prodotti interamente o parzialmente prodotti negli stessi.»

La coordinatrice sostiene la necessità che l’Accordo che regola  i rapporti con Israele dell’UE debba essere sospeso per porre fine al colonialismo, al razzismo etnico e al regime di apartheid.

Le forme di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni sono strategiche, sono quelle attraverso le quali passerà la liberazione della Palestina. Bisogna insistere sul BDS in modo martellante, ma naturalmente non è l’unico strumento; tutte le forme di denuncia, isolamento e rivendicazioni sono valide, e tra le organizzazioni che si occupano della lotta palestinese deve esserci cooperazione (Flottiglia, Brigada, Associazioni di solidarietà, istituzioni, partiti, reti sociali).

La causa palestinese è una causa dell’intera umanità che non si limita al livello umanitario: è un tema politico. Ciò che si rivendica è l’autodeterminazione del popolo palestinese a fronte di una brutale occupazione, e  si sostiene la resistenza che è continua, eroica, tragica. La popolazione resiste e non è disposta a cedere i propri diritti, non è neppure disposta a considerare i confini del ‘67, che renderebbero legale l’occupazione.

I gruppi politici europei, e in special modo le sinistre, devono unirsi ed esprimere la loro posizione, pretendere che l’ONU ottenga il rispetto delle risoluzioni,  isolare Israele e costringerla a ratificare il Trattato di Roma.

Manu Pineda, promotore degli incontri, in una conferenza stampa al Parlamento europeo, ha annunciato che una delegazione di parlamentari europei,  il prossimo mese di marzo visiterà Gaza con Unadikum. Prima della partenza si incontrerà con i rappresentanti del governo egiziano, al quale sarà richiesta la riapertura del valico di Rafah, per il libero transito di persone e aiuti umanitari.

La visita della delegazione avrà come priorità la verifica dei disastri prodotti dall’operazione “Margine di Protezione”, che ha ucciso quasi 2.200 palestinesi (più di 500 di loro, bambini) e ne ha feriti circa 11.000. La delegazione si porrà come Osservatore Internazionale e, al fine di renderla più plurale e geograficamente allargata possibile, utilizzerà gli strumenti formali a disposizione per coinvolgere i vari partiti politici di tutti i Paesi.

Kissinger: «Un errore dire che Assad deve andare via»

da press.tv

L’ex segretario di Stato Usa, Henry Kissinger, ha ammesso che lo scenario prefigurato da Washington per rovesciare il presidente siriano, Bashar al-Asad, è stato un errore.

«È stato un errore dire fin dall’inizio che Assad deve andare via – anche se si tratta di un fine ultimo desiderabile», ha detto Kissinger in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel.

«Non sono d’accordo che la crisi siriana possa essere interpretata come se da un lato ci sia un dittatore spietato contro una popolazione inerme e che la popolazione diventerà democratica se si rimuove il dittatore», ha sottolineato.

L’ex esponente politico statunitense ha osservato che fin dall’inizio della crisi siriana gli Stati Uniti «avrebbero dovuto avere un dialogo con la Russia, chiedergli quali risultati raggiungere in Siria e formulare una strategia di insieme».

Dalla fine di settembre, gli Stati Uniti e alcuni dei suoi alleati arabi – Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Giordania, e gli Emirati Arabi Uniti – hanno condotto raid aerei contro l’Isis all’interno della Siria senza alcuna autorizzazione di Damasco o di un mandato delle Nazioni Unite.

Il 14 ottobre scorso, il presidente Usa Barack Obama ha chiesto maggiore sostegno per i militanti che combattono il governo siriano e ha chiesto alla coalizione guidata dagli Stati Uniti di essere pronta ad una lunga campagna militare contro l’organizzazione terroristica Isis, in Iraq e in Siria.

Obama ha autorizzato la Cia e, più recentemente, il Pentagono, ad armare ed equipaggiare quelli che ha definito i “ribelli moderati” nelle basi Usa in Giordania, Arabia Saudita e Turchia, apparentemente per combattere i terroristi dell’Isis.

Molti di questi cosiddetti “ribelli moderati”, tuttavia, hanno giurato fedeltà all‘Isis che commette ed ha commesso crimini efferati in Iraq e in Siria.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

El retorno de la geopolítica y sus razones

di Atilio A. Boron

Una ojeada a las novedades editoriales producidas en el estudio de las relaciones internacionales -o, si se quiere utilizar un lenguaje “políticamente incorrecto” pero más diáfano y accesible: el imperialismo- revela la creciente presencia de obras y autores que apelan a la problemática geopolítica. La súbita irrupción de esta temática nos mueve a compartir una breve reflexión, y esto por dos razones. Primero, porque el tema, y la palabra hacía tiempo que habían sido expulsadas, aparentemente para siempre, del campo de los estudios internacionales y ahora están de vuelta. Proponemos la hipótesis, en segundo lugar, de que su reincorporación no tiene nada de casual o accidental sino que es un síntoma de un fenómeno que trasciende el plano de la teoría y la semiología: la decadencia del imperio norteamericano.

En relación a lo primero digamos que el abandono de la perspectiva geopolítica no sólo se verificó en las elaboraciones de los mandarines de la academia, lo cual no es motivo alguno de preocupación, sino que también se hizo sentir en las obras de los pensadores de la izquierda, lo cual sí era motivo de inquietud. Tanto era así, y tanto ha cambiado en muy poco tiempo, que al terminar la redacción de mi libro América Latina en la Geopolítica del Imperialismo, a mediados del 2012, y proceder a la última revisión del texto antes de enviarlo a la imprenta creí necesario introducir un largo párrafo, que reproduciré parcialmente a continuación, para responder a los muchos amigos y camaradas que, sabedores de la problemática que estaba investigando me hicieron conocer su sorpresa, y en algunos casos desacuerdos, por dirigir mi atención hacia un tema, la geopolítica, asociada a los planteamientos de la derecha más reaccionaria y racista. De ahí que en sintiera la necesidad de decir lo siguiente en las mismas páginas iniciales del libro:

“Unas palabras, precisamente, sobre la problemática geopolítica. Se trata de una cuestión que en general la izquierda ha demorado más de lo conveniente en estudiar por una serie de razones que no podemos sino apenas enunciar aquí: concentración en el examen de temas “nacionales”; visión economicista del sistema internacional y del imperialismo; menosprecio de la geopolítica por la génesis reaccionaria de este pensamiento y por la utilización que de ella hicieron las dictaduras militares latinoamericanas de los años setenta y ochenta del siglo pasado. La generalización del concepto y las teorías de la geopolítica se encuentra en la obra de un geógrafo y general alemán, Karl Ernst Haushofer, quien propuso una visión fuertemente determinista de las relaciones entre espacio y política, y la inevitabilidad de la lucha internacional entre los diferentes Estados para asegurarse lo que, en un concepto de su autoría, calificó como “espacio vital” (Lebensraum). El desprestigio de esa teorización se relaciona con el hecho de que fue este concepto de Lebensraum el empleado por Hitler para justificar el expansionismo alemán que a la postre culminó con la tragedia de la Segunda Guerra Mundial. Haushofer tuvo como fuente de inspiración la obra de un geógrafo y político británico, Halfor John Mackinder, quien en 1904 había escrito un muy influyente artículo sobre “El pivote geográfico de la historia”.[1] 

La visión de Mackinder sobre la Isla Mundial, su pivote y las regiones periféricas

Creo que las razones por las cuales desde la izquierda tenemos que recuperar la problemática geopolítica -¡que sí estaba presente, si bien expresadas con otro lenguaje, en el marxismo clásico!- son por demás convincentes. Pero, ¿a qué se debe que el pensamiento de la derecha haya hecho lo propio y que la obra de los intelectuales orgánicos del imperio (Zbigniew Brzezinski y Henry Kissinger, para tan sólo nombrar a los de mayor gravitación) y de los académicos del mainstream norteamericano deban recurrir cada vez con más frecuencia a consideraciones geopolíticas en sus estudios e investigaciones? ¿Se trata de una superficial y efímera moda intelectual, para reemplazar al ya difunto concepto de “globalización”, cuya muerte fue anunciada simultáneamente a su advenimiento o hay algo más? En todo caso el nacimiento de esta perspectiva tuvo lugar en un momento histórico signado por el predominio de las concepciones colonialistas, imperialistas y racistas de finales del siglo XIX y comienzos del XX. Si hoy reaparece, completamente resignificada en el pensamiento contestatario, es porque aporta una perspectiva imprescindible para elaborar una visión crítica del capitalismo en una fase como la actual, signada por el carácter ya global de ese modo de producción, su afiebrada depredación del medio ambiente y las prácticas salvajes de desposesión territorial padecidas por los pueblos en las últimas décadas. No debería sorprendernos entonces que dos de los principales pensadores de nuestro tiempo sean geógrafos marxistas: David Harvey y Milton Santos. Es que la política y la lucha de clases, tanto en lo nacional como en lo internacional, no se desenvuelven en el plano de las ideas o la retórica, sino sobre bases territoriales, y el entrelazamiento entre territorio (con los “bienes públicos o comunes” que los caracterizan), proyectos imperialistas de explotación y desposesión y resistencias populares al despojo requieren inevitablemente un tratamiento en donde el análisis de la geografía y el espacio se articulen con la consideración de los factores económicos, sociales, políticos y militares. En tiempos como los actuales, en los que la devastación capitalista del medio ambiente ha llegado a niveles desconocidos en la historia, una reflexión sistemática sobre la geopolítica del imperialismo es más urgente y necesaria que nunca. Tal como lo recordara el Comandante Fidel Castro en su profética intervención en la Cumbre de la Tierra –en Río de Janeiro, junio de 1992–, ‘una importante especie biológica está en riesgo de desaparecer por la rápida y progresiva liquidación de sus condiciones naturales de vida: el hombre’.”

La visión de Spykman, y la centralidad del cerco sobre el pivote central

Efectivamente hay algo más. No es un tema de modas intelectuales o escolásticas, y esta es la segunda cuestión que queríamos plantear. La reflexión geopolítica en el campo del pensamiento imperial es hija de una dolorosa (para algunos) comprobación: el imperio norteamericano ha superado su cenit y ha comenzado a recorrer el camino de su lento pero irreversible ocaso. Para los gobernantes y las clases dominantes de Estados Unidos de lo que se trata entonces es de tomar los recaudos necesarios para evitar dos desenlaces inaceptables: (a) que el crepúsculo imperial precipite una incontrolable reacción anárquica en cadena en el sistema internacional, en donde un  buen número de estados y una cantidad desconocida pero significativa de actores privados disponen de un arsenal atómico capaz de eliminar de raíz toda forma de vida en el planeta y, (b), que producto de la irreversible redistribución del poder mundial la seguridad nacional y el modo de vida de Estados Unidos puedan verse irremediablemente menoscabados. Esta es la razón de fondo por la cual los estrategas militares estadounidenses llevan más de diez años refiriéndose oblicuamente al tema y alertando, en sus escenarios bélicos prospectivos de largo plazo, que ese país deberá estar preparado para librar guerras, en los más diversos rincones de este planeta, durante los próximos veinte o treinta años. Doctrina de la “guerra infinita” cuyo objetivo no será acrecentar su primacía mundial mediante la incorporación de nuevas áreas de influencia o control sino apenas preservar las ya existentes, o evitar un catastrófico derrumbe de los parámetros geopolíticos globales.

El más reciente libro de Brzezinski

Dado todo lo anterior no sorprende la nota que días atrás publicara David Brooks en el New York Times y que fuera reproducida en Buenos Aires por La Nación y, con seguridad, en otros diarios de América Latina y el Caribe. Brooks, un hombre de clara persuasión conservadora, cita en su nota la opinión de Charles Hill, uno de los mayores expertos del Departamento de Estado, ya retirado de su cargo, quien dice textualmente que: “La gran lección que enseña la historia de la alta estrategia es que cuando un sistema internacional establecido entra en fase de deterioro, muchos líderes actúan con indolencia y despreocupación, y felicitándose a sí mismos. Cuando los lobos del mundo huelen esto, por supuesto que empiezan a moverse para sondear las ambigüedades del sistema que envejece y así arrebatar de un tarascón los bocados más preciados.” Brooks refleja, con desazón, la literatura que cada vez con mayor frecuencia examina el proceso de decadencia imperial, esa “fase de deterioro” a la que aludía Hill, si bien no todos los autores se atreven a abandonar los eufemismos tranquilizadores. El último número de la revista Foreign Affairs, el conservador órgano del establishment diplomático estadounidense, presenta un par de artículos de dos de los mayores especialistas en el análisis de las relaciones internacionales y en los cuales, más allá de sus diferencias, concuerdan en el hecho de que “la geopolítica está de vuelta”.[5] Y si lo está es precisamente porque la correlación de fuerzas que en el plano internacional se cristalizara después de la Segunda Guerra Mundial y, sobre todo, las fantasías que anunciaban el advenimiento de “un nuevo siglo americano” se derrumbaron estrepitosamente. Ejemplos: Estados Unidos es derrotado inapelablemente (29 a 3) en una votación en la OEA que pretendía decretar la intervención de ese organismo en la crisis que afecta a la  República Bolivariana de Venezuela; asiste impotente a la reincorporación de Crimea a Rusia, pese a que en una actitud insólita y provocativa su Secretaria de Estado Adjunta para Asuntos Euroasiáticos, Victoria Nuland, estuvo en la Plaza Maidan de Kiev repartiendo panecillos y galletitas a las bandas de neonazis que luego tomarían por asalto los edificios gubernamentales y constituirían un nuevo gobierno, mismo que fue rápidamente reconocido por las corruptas y decrépitas democracias capitalistas; y sus bravuconadas y amenazas en contra de Siria se derrumbaron como un castillo de naipes en cuanto Rusia -y de modo más cauteloso, China- le hicieron saber a Washington que no permanecerían de brazos cruzados si la Casa Blanca lanzaba una nueva aventura bélica en la región. Cambios inesperados, muy profundos y sucedidos en muy corto tiempo y que nos obligan a reflexionar sobre -y a actuar en- una transición geopolítica global que difícilmente podrá llevarse a cabo de manera pacífica. Si atendemos a las lecciones de la historia, todas las transiciones geopolíticas precedentes fueron violentas. Nada permite suponer que hoy la historia será más benigna para nuestros contemporáneos, especialmente si se repara en la fenomenal desproporción de recursos militares que retiene el centro imperial, superior a la de la totalidad de los demás países del planeta.

Estos pronósticos tardaron más de diez años en incorporarse a los análisis del mandarinato académico y de los publicistas del imperio, profundamente enquistados en los grandes medios de comunicación. Pero ya no más. La terca realidad les ha obligado a hablar de lo que hasta hace poco era impensable, cuando una pandilla de reaccionarios nucleada en el Proyecto para el Nuevo Siglo Americano fundado por Dick Cheney en 1997 se ilusionó al creer que el mundo que aparecía ante sus ojos tras el derrumbe del Muro de Berlín y la implosión de la Unión Soviética había llegado para quedarse, para siempre, en una típica reiteración de la incapacidad del pensamiento burgués para comprender la historicidad de los fenómenos sociales.[2] Se trató de una ilusión infantil, así la juzgó ese viejo lobo del imperio que es Zbigniew Brzezinski, que la realidad desbarató en pocos años. Los atentados del 11-S derrumbaron no sólo las Torres Gemelas sino también los tranquilizadores espejismos con los cuales se entretenían los dizque expertos del Proyecto para el Nuevo Siglo Americano. No es casual que en su más reciente libro Brzezinski  dedique unas sorpresivas páginas introductorias al tema de la declinante longevidad de los imperios, y si bien no lo dice explícitamente está claro que para él, como para tantos otros, Estados Unidos es un imperio. [3]

maduro entrega premio libertador a atilio borónClaro está que se trataría de un imperio de nuevo tipo, movido por el idealismo Wilsoniano, como lo asegura Henry Kissinger en sus diversos escritos, idealismo que lo lleva a convertirse según esta autocomplaciente visión, en un abanderado de las mejores causas de la humanidad: democracia, derechos humanos, libertad, pluralismo, etcétera. En una palabra, el país a quien Dios presuntamente le habría encomendado la realización de un “Destino Manifiesto” y en virtud del cual sembraría aquellos nobles valores e instituciones a lo largo y ancho del planeta.  Un razonamiento muy parecido había sido formulado por Henry Kissinger en un libro publicado en 1994 y traducido al castellano al año siguiente: La Diplomacia. En él el ex Secretario de Estado de Richard Nixon advertía sobre la precariedad de los ordenamientos internacionales al observar que “con cada siglo ha ido encogiéndose la duración de los sistemas internacionales. El orden que surgió de la Paz de Westfalia duró 150 años … el del Congreso de Viena se mantuvo durante 100 años … el de la Guerra Fría terminó después de 40 años.” Y concluye: “Nunca antes los componentes del orden mundial, su capacidad de interactuar y sus objetivos han cambiado con tanta rapidez, tanta profundidad o tan globalmente.”[4]
__

[1] Mackinder (1861-1947) sostenía que en el planeta hay una “Isla Mundial” que es el sitio donde se concentran las mayores riquezas naturales y que está conformada por la gran masa euroasiática y africana. Al interior de este enorme espacio se recorta, según este autor, un pivote que se extiende desde el Volga hacia el Este, hasta el río YangTse en la China, y desde los Himalayas hasta el Océano Ártico y Siberia. Quien controle ese pivote, sostiene Mackinder, controlará la Isla Mundial y quien ejerza ese control podrá extenderlo a todo el mundo. Tiempo después, el geopolítico norteamericano Nicholas Spykman (1893-1943) re-elaboró las concepciones de Mackinder y acentuó la importancia del anillo de tierras y mares que rodean al pivote central. Si ese cerco es exitoso, asegura Spykman, la potencia que lo consiga dominará Eurasia, y quien controle Eurasia regirá los destinos del mundo. Zbigniew Brzezinski es el más encumbrado continuador de esta tradición que le asigna al pivote central de la masa euroasiática un papel crucial en el dominio del planeta. La obsesión por cercar ese pivote con toda suerte de alianzas político-militares alimentó la política exterior de los Estados Unidos desde el triunfo de la Revolución Rusa en 1917 hasta nuestros días, como lo prueban los mapas utilizados por Brzezinski en su ya referida obra.   

[2] Recordar que Cheney luego se convertiría, bajo la presidencia de George W. Bush, en Vicepresidente de los Estados Unidos durante sus dos mandatos y uno de los personajes de mayor influencia en el proceso decisional de la Casa Blanca, algo poco común si se recuerda el carácter eminentemente protocolar, casi decorativo, de los vicepresidentes en la república imperial norteamericana.

[3] Puede consultarse este tema de la declinante longevidad de los imperios en Zbigniew Brzezinski, Strategic Vision. America and the Crisis of Global Power (New York: Basic Books, 2012), pp. 21-26.

[4] Henry Kissinger, La Diplomacia (México: Fondo de Cultura Económica, 1995), p. 803.

[5] Ver John Ikenberry, “The Illusion of Geopolitics. The Enduring Power of the Liberal Order” y  Walter Russell Mead, “The Return of Geopolitics. The Revenge of the Revisionist Powers”, ambos en Foreign Affairs, Mayo-Junio de 2014.

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