Un sogno all’ALBA per il paese degli “uomini integri”

di Marinella Correggia

Il 31 ottobre 2014 il popolo del Burkina Faso [Paese degli uomini integri] è sceso in piazza in massa ottenendo le dimissioni e la partenza del presidente Blaise Compaoré, al potere da ventisette anni, dopo il colpo di Stato che il 15 ottobre 1987 uccise la rivoluzione del “Paese degli integri” e la sua guida, l’allora 37enne presidente Thomas Sankara. La “rivoluzione della dignità” in soli quattro anni (1983-1987) aveva trasformato il poverissimo paese saheliano in un laboratorio di futuro, di giustizia, solidarietà, antimperialismo, pace, ecosocialismo potremmo dire. Tutto molto scomodo per le élites mondiali e per quelle africane.

Non sappiamo ancora se la sollevazione di questi giorni si trasformerà – a causa delle interferenze esterne, in particolare da parte della Francia, ex potenza coloniale – in una delle tante “primavere manipolate”, oppure se il paese saheliano recupererà la rivoluzione di Sankara. All’ex presidente burkinabè,  i sankaristi che con altre forze hanno partecipato alle manifestazioni di piazza in Burkina Faso hanno dedicato questa parziale vittoria.

Alassane, burkinabè sankarista che vive in Italia, ci ha detto: «Spero per il mio paese e per il mio popolo in una vera rivoluzione, come quelle dell’America Latina… Sankara era amico di Fidel e del Nicaragua; il presidente Chávez arrivò al potere quando lui era morto da oltre dieci anni, ma lo citò varie volte».


A una grande speranza, quella del Burkina nell’ALBA (Alleanza bolivariana), con tanti altri paesi africani, dedichiamo un piccolo sogno, ambientato nel 2017, a trent’anni dalla morte di Thomas Sankara. Che si avveri!

Capodanno 2017. La pagina internet curata in ventidue lingue da un gruppo di studenti del Burkina Faso traccia un bilancio dell’anno appena concluso.

Il nostro paese è stato insignito da Bolivia ed Ecuador del premio “Sumak Kawsay”. In lingua quechua andina significa “Ben vivere collettivo”. Noi burkinabè ci siamo arrivati in pochi decenni partendo da una condizione di morti di fame, in una nazione che era “il concentrato di tutte le disgrazie del mondo” come disse il nostro presidente Thomas Sankara all’Onu nel 1984.

L’associazione delle coltivatrici del Burkina Faso ha appena assunto la presidenza del movimento agricolo internazionale Via Campesina e, affiancata dal governo, s’impegna a perfezionare l’indipendenza alimentare del paese e lo sviluppo delle condizioni di vita nelle campagne.

La sicurezza e sovranità alimentare (“Mangiamo quello che produciamo, produciamo quello che mangiamo”) è da qualche anno raggiunta malgrado le condizioni climatiche non favorevoli, tanto che i nostri agricoltori e nutrizionisti sono regolarmente utilizzati come consulenti anche da un Occidente sempre più in crisi, dove per fortuna i migranti – quelli che non sono ancora tornati nei paesi d’origine – hanno iniziato a prendere in mano la situazione.

Finalmente la barriera contro il deserto in Burkina è ultimata  e alberi resistenti ai climi aridi – neem, moringa, manghi, tamarindi, albicocchi africani, pistacchi, karité, acacie, giuggioli – popolano campagne e città, intorno a case e scuole dotate di pannelli fotovoltaici, essiccatoi, pompe, cucine, macchinari agricoli, tutto a energia solare.

Stiamo esportando nei paesi amici diversi principi attivi di origine agricola utili a curare malattie di massa prima trascurate; otteniamo in cambio materie prime necessarie e tecnologia. Ormai facciamo parte di un pool internazionale riconosciuto in materia di sanità per tutti, insieme – fra gli altri –  a Cuba e Venezuela.  

Partendo da una riunione di capi di Stato africani ad Addis Abeba nel 1987, su impulso del nostro presidente Sankara era stato creato un fronte unito contro il debito estero e per l’unione di tutta l’Africa. Ormai il progetto ha dato frutti e il debito ingiusto non lo paga più nessun paese del Sud del mondo… gli speculatori hanno giocato a lungo ma alla fine hanno perso.

Il Burkina Faso e altri venticinque paesi fanno parte dell’ALBA internazionale, Alleanza bolivariana dei popoli dell’America latina, Asia e Africa, un progetto di cooperazione anziché competizione fra paesi fratelli, nazioni sorelle. In origine si chiamava Alba. Nacque nel 2004 in America latina a opera dei governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela, e si estese presto ad altri paesi progressisti dell’America del Sud.

Dopo la rivoluzione dell’ottobre 2014, che ha costretto il presidente Compaoré alle dimissioni, il nostro paese è quasi subito diventato il primo membro africano dell’Alleanza, trascinandone poi altri e i risultati in termini di sviluppo corale in pochi anni sono stati così evidenti che i popoli di diversi paesi africani e asiatici hanno votato alle elezioni in favore di candidati che avevano i principi e l’adesione all’ALBA nel loro programma.

Un processo a catena. L’ALBA, i cui membri sono in pace da tempo e non fanno guerre,  è stata nominata dall’Onu come mediatrice nel caso di conflitti interstatuali e interni. Già in varie occasioni, a partire dal 1991 anche prima dell’Alba i paesi non allineati erano riusciti a smascherare di fronte all’opinione pubblica i pretesti che avrebbero condotto a guerre in Medioriente da parte dell’organizzazione militaresca offensiva chiamata «Nato per uccidere», un pool di paesi occidentali belligeranti spesso in combutta con le medioevali petro-monarchie del Golfo.

Dimenticavamo: la Nato è in via di scioglimento. Nessuno ne sentirà la mancanza.

Burkina Faso: una rivolta nel segno di Sankara?

di Marinella Correggia – il manifesto

2nov2014.- Il Bur­kina Faso festeg­gia la par­tenza di Blaise Com­paoré. Ma torna a cam­mi­nare al ritmo di Tho­mas San­kara – a 27 anni dal suo assas­si­nio — oppure corre il rischio di essere un’altra «pri­ma­vera» mani­po­lata? L’intensa espe­rienza rivo­lu­zio­na­ria san­ka­ri­sta fu inter­rotta nel 1987 con un san­gui­noso colpo di Stato, ordito pro­prio dal pre­si­dente appena fug­gito in Costa d’Avorio, con con­ni­venze di potenze regio­nali e occidentali.

A Oua­ga­dou­gou, Samsk Le Jah, musi­ci­sta, con­dut­tore radio­fo­nico, è uno dei lea­der della pro­te­sta. Per lui non c’è dub­bio: «Gli ideali di Tho­mas sono al cen­tro del pro­cesso: la dignità, il lavoro sulle coscienze, il coin­vol­gi­mento di tutti…». Il movi­mento di Samsk, «Balai citoyen» (scopa dei cit­ta­dini) è mobi­li­tato da oltre un anno, ma ha alle spalle un lungo periodo di edu­ca­zione e sen­si­bi­liz­za­zione — soprat­tutto dei gio­vani – per il quale Samsk e gli altri hanno rischiato la vita. Adesso occor­rono vigi­lanza e con­trollo continui.

Il «Balai citoyen» in un comu­ni­cato di ieri — che si con­clude con «la Patria o la morte, abbiamo vinto» — chiede di evi­tare i sac­cheggi e le distru­zioni di strut­ture civili, ed esorta le «popo­la­zioni degne del Faso a rima­nere vigi­lanti nel periodo di tran­si­zione che si apre, affin­ché la dolo­rosa vit­to­ria non sia con­fi­scata da poli­tici o mili­tari di parte». Samsk spiega che «non è un colpo di Stato mili­tare»: se l’esercito non si fosse assunto le pro­prie respon­sa­bi­lità, la città sarebbe caduta nel caos. Il capo di Stato di tran­si­zione scelto dai mili­tari, il colon­nello Isaac Ziba, ha dichia­rato che è stato il popolo a fare la rivo­lu­zione e l’esercito non la scipperà.

Ma come con­tra­stare le ine­vi­ta­bili inge­renze esterne? L’obiettivo uni­fi­cante dei mani­fe­stanti è stato far cadere il pre­si­dente. Finora li hanno lasciati fare. Ma l’opposizione par­ti­tica più citata non è certo quella dei par­titi san­ka­ri­sti (ne sono nati tanti nei decenni) ma quella di Zéphi­rin Dia­bré dell’Upc (Union pour le pro­grès et le chan­ge­ment), la fazione ben accetta alla Francia.

Ne è cosciente Alas­sane Dou­lou­gou, che vive da tempo in Cam­pa­nia dove fa il media­tore cul­tu­rale, oltre che il musi­ci­sta e l’attore: «Certo che c’è da temere. San­kara ha pro­vato sulla sua pelle cosa vuol dire ribel­larsi alla potenza colo­niale. Com­paoré, ora sca­ri­cato, è stato per decenni l’alfiere degli inte­ressi di Parigi nell’area. Altro che media­tore di pace, tutti sanno che era un pom­piere piro­mane! C’è stato il suo zam­pino nei con­flitti in Sierra Leone, Togo, Costa d’Avorio dove appog­giò Ouat­tara, Togo, Cen­tra­frica». Alas­sane sogna per il suo paese «una vera rivo­lu­zione, sennò che vuol dire demo­cra­zia? Biso­gna ricreare uno Stato con il con­senso di tutti e biso­gna fare come i latinoamericani.

San­kara era amico di Fidel e del Nica­ra­gua. Cha­vez venne dopo, ma più volte ha citato il lea­der del paese degli inte­gri». In piazza – nei prin­ci­pali cen­tri del Bur­kina Faso — di certo «ci sono ragazzi come quel dicias­set­tenne che nel 2007 sulla tomba di Tho­mas ci venne a dire pian­gendo che aveva capito e che nel suo remoto vil­lag­gio non avrebbe mai più inneg­giato a Compaoré».

A pro­po­sito: che ne è del mondo con­ta­dino, delle mag­gio­ri­ta­rie cam­pa­gne, che la rivo­lu­zione degli anni 1980 mise al cen­tro, per essere però stron­cata in mezzo al guado, troppo pre­sto? «Pur­troppo Com­paoré e il suo governo hanno con­tato sulla mise­ria delle cam­pa­gne, dispen­sando pic­coli favori, lavo­retti. Occor­rerà tempo», spiega ancora Alas­sane.

Da Oua­ga­dou­gou, Samsk ci pre­cisa il con­te­nuto sociale che deve avere la rivo­lu­zione– «La nostra Carta degli obiet­tivi mette le que­stioni sociali al cen­tro: sono i popoli che fanno le rivo­lu­zioni, e se i popoli non sono in buone con­di­zioni la rivo­lu­zione rimane una speranza.

Quindi occor­re­ranno riforme in tutti i campi. Pochi ric­chi si sono acca­par­rati tante terre. Salute e istru­zione sono state sabo­tate. Non si sa dove andava il denaro rica­vato dalle espor­ta­zioni minerarie…»

Morales: Israele e Usa non hanno morale e etica per giudicare la Bolivia

da hispan.tv

Il presidente boliviano Evo Morales, ieri, ha minimizzato il significato delle “raccomandazioni” degli Stati Uniti e del regime israeliano sulla situazione dei diritti umani nel Paese latino-americano e ha sottolineato che nessuno di loro ha “l’etica” o “la morale” per consigliare qualcosa alla Bolivia.

«Che autorità morale hanno? Essi dovrebbero essere processati per i loro crimini contro l’umanità», ha dichiarato il presidente della Bolivia ai media locali.

Morales ha fatto riferimento alle osservazioni al suo paese, fatte soprattutto dagli Stati Uniti e dal governo israeliano rispetto alla relazione dei rappresentanti della Bolivia nel gruppo di lavoro della revisione periodica del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (ONU).

Stati Uniti e il regime di Tel Aviv hanno dato consigli sulla libertà di espressione e in merito al rispetto della diversità sessuale.

Morales ha respinto le critiche degli Stati Uniti per la mancanza di libertà di informazione in Bolivia, sostenendo che «la libertà di parola include anche di insultare il presidente».

Il leader boliviano ha ricordato, tra l’altro, le atrocità del regime di Tel Aviv commesse in 51 giorni di attacchi nella Striscia di Gaza, da inizio luglio a fine agosto, che sono costate la vita a più di 2160 palestinesi, in gran parte civili, e ha lasciato altri 100.000 senza tetto.

Morales ha insistito che il governo degli Stati Uniti e il regime israeliano devono essere processati davanti al Tribunale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità.

Al termine del suo discorso, Morales ha aggiunto che tali commenti su presunte violazioni dei diritti umani in paesi come la Bolivia sono «diretti a demonizzare i governi anti-capitalisti».

La Bolivia ha rotto nel 2008 le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti per le continue interferenze del paese nord americano. Inoltre, La Paz ha rotto le relazioni diplomatiche con il regime israeliano nel 2009, a causa della offensiva militare svolta contro la Striscia di Gaza.

[Trad dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

In Siria combattono terroristi provenienti da 80 paesi.

da hispan.tv

Un alto funzionario degli Stati Uniti ha dichiarato che il numero di uomini armati stranieri che combattono in Siria è molto più alto rispetto al numero di mercenari che negli ultimi dieci anni sono stati coinvolti nei conflitti in Afghanistan, Yemen, Somalia, Iraq.

Come ha riportato venerdì scorso, il canale di notizie iraniano “al-Alam”, Randy Blake, consulente strategico di alto livello presso l’Ufficio della National Intelligence Usa, ha confermato che «il numero di uomini armati che operano in Siria è fortemente aumentato nelle ultime settimane».

Nelle dichiarazioni rilasciate dopo la conferenza annuale dell’Associazione Internazionale dei capi di polizia, che si è svolta ad Orlando, Blake ha riferito che si attesta a 12 mila, il numero di uomini armati che sono andati in Siria, premettendo che «in realtà si sono trasferiti in Siria 16.000 uomini armati provenienti da 80 paesi».

Evidenziando, inoltre, che circa 2000 terroristi giunti in Siria, provengono da paesi occidentali. Il funzionario degli Stati Uniti ha rivelato che il Regno Unito, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti sono tra queste nazioni.

Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme sul numero considerevole di terroristi che si stanno dirigendo in Iraq e Siria per unirsi ai gruppi terroristici, fra i quali l’Isis-Daesh.

L’Isis con migliaia di membri provenienti dal Medio Oriente dall’Europa e dal Nord America, sta commettendo vari reati contro l’umanità in Siria e in Iraq, tra cui esecuzioni sommarie e rapimenti di massa.

Secondo un rapporto del giornale americano The Washington Post, pubblicato giovedì scorso, gli attacchi della cosiddetta coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, non sono stati in grado di fermare il flusso di terroristi in Siria.

Gli Stati Uniti hanno iniziato l’8 agosto scorso a bombardare varie regioni dell’Iraq, con il pretesto di combattere il Daesh e ampliato la campagna fine settembre in Siria.

Tuttavia, l’offensiva, il cui vero obiettivo, secondo diversi analisti, è quello di espandere la presenza militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, non è stata in grado di fermare l’avanzata degli elementi del Daesh.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Il PD di Renzi disprezza i sindacati e promuove soluzioni neo-liberiste

landinidi Achille Lollo*

da Roma, per il Correio da Cidadania.- Dopo la paura che il referendum separatista scozzese ha provocato nel governo conservatore della Gran Bretagna, la relativa “pace sociale” è stata interrotta dagli scioperi dei funzionari pubblici – soprattutto il personale dell’educazione e della salute –, che, in maniera unitaria, ha manifestato nella capitale Londra e in tutto il paese, per esigere la fine delle misure di austerità. Misure che, dal 2008, hanno congelato i loro salari, oltre a imporre individualmente una riduzione di circa 2.500 euro per anni (circa 7.500 reais). In pratica, nonostante il buon andamento dell’economia, il livello di vita delle famiglie britanniche, dove solamente il padre o la madre sono impiegati, si è abbassato considerevolmente negli ultimi sei anni. Un fattore che spiega il crescente abbandono, da parte dei giovani, delle scuole secondarie, per cercare un lavoro e la disoccupazione, che colpisce sempre più le fasce sociali giovanili.

Le manifestazioni che hanno paralizzato tutte le grandi città della Gran Bretagna, da Belfast fino a Glasgow, passando per Manchester e Londra, in realtà hanno scosso il governo conservatore di Nick Cameron, tuttavia non al punto di determinare cambiamenti concreti nell’agenda istituzionale dei ministri di Down Street.

Gli impegni assunti con la Triade (FMI, Banco Mondiale e BCE) e a livello di Unione Europea con Angela Merkel, come anche la dipendenza dalla costante valorizzazione del dollaro statunitense, devono mantenere la Gran Bretagna, la Francia e gli altri paesi dell’Unione Europea fedeli alle regole dettate dal mercato.

Un contesto, dove la crisi economica e sociale – escludendo, ovviamente, la Germania, che, oltre a essere padrona dei debiti sovrani degli altri stati, è anche chi definisce la politica economica dell’Unione Europea -, in realtà, ha raggiunto livelli allarmanti, tanto che, nei 28 paesi dell’Unione Europea, si contano 126 milioni di poveri e 43 milioni di indigenti (dati elaborati nel corso della campagna “Miseria Ladra”). Anche così, i governi europei rimangono impassibili e perfino disinteressati ad ascoltare le rivendicazioni degli strati popolari colpiti dalle misure recessive del cosiddetto Fiscal  Compact.

Anche nella prospera Germania ci sono stati molti scioperi, che non hanno modificato in nulla la politica del governo. Praticamente, le regioni di Lipsia, Halle, Hamburgo, Hannover, Berlino, Monaco e Frankfurt sono rimaste paralizzate durante una settimana, a partire dal giorno 20, a causa dello sciopero dei conduttori di treni, il cui leader, Claus Weselsky, oltre a rivendicare l’aumento salariale del 4,5%, aspirava a riaprire il dibattito sulle negoziazioni che i governi di Angela Merkel e la potente HDE (la Fiesp tedesca) hanno realizzato nel passato, ingabbiando i sindacati e tutti i movimenti di lotta.

Il sindacato dei conduttori di treni (GdL) è riuscito a ottenere un aumento salariale dello 0,25%, come risultato dell’intermediazione della direzione del partito social-democratico (SPD), che adesso in Germania è considerato il “pompiere sociale” della coalizione capeggiata da Angela Merkel. Praticamente, prima che il sindacato GdL iniziasse le negoziazioni con la dirigenza dello HDE, i pezzi grossi della SPD contattavano le TV e i principali giornali, per vantarsi di essere riusciti a ristabilire la “pace sociale”. In questo clima di perfetta manipolazione dell’opinione pubblica tedesca, non poteva mancare la potente confederazione sindacale DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund), che, dopo aver irretito il leader della GdL, Claus Weselsky, con promesse formali (che, in realtà, non saranno mai realizzate), tornava ad appoggiare la politica economica del governo.

 

Contro il lavoro con il Job Act

Se in Germania e in Gran Bretagna l’argomento centrale delle lotte dei lavoratori è il recupero delle perdite salariali sofferte, in Italia ciò che è in gioco è la stessa occupazione, dal momento che la disoccupazione, attualmente, interessa il 12,3%  della forza di lavoro attiva. In pratica, secondo l’ ISTAT (Sistema Statistico Nazionale), dal 2008 al 2014 la disoccupazione degli Under-35 (i giovani tra i 25 e i 34 anni) è passata da 5.129.000 a 7.236.000. Il che, praticamente, significa che, negli ultimi sei anni, la disoccupazione degli Under-35 italiani è aumentata dal 39,2% al 51,2%, con più di 2.107.000 giovani che sono rimasti in strada e senza nessuna prospettiva di lavoro.

Per questo, nelle principali città industriali d’Italia, gli operai, i lavoratori precari, i disoccupati e gli studenti (che saranno i disoccupati del prossimo futuro) hanno cominciato ad esigere dalle addormentate confederazioni sindacali (CGIL, UIL e CISL) una risposta ferma. Come sempre, la CISL ha preso le distanze dai lavoratori, assumendo una posizione opportunisticamente associata al progetto neo-liberista del governo di Matteo Renzi, che, il giorno 15 ottobre, ha lanciato la nuova Legge del Lavoro Job Act.

La direzione della UIL, in conseguenza della sua tradizione progressista, per la paura di rimanere seriamente contestata dalla base, ha deciso di appoggiare la protesta della CGIL del giorno 25 ottobre contro le misure recessive del governo, mantenendo, tuttavia, una porta aperta per “rinegoziare con il governo un eventuale miglioramento del Job Act”.

Da parte sua, la dirigenza della CGIL e la propria segretaria generale della Confederazione, Susanna Camusso, hanno deciso di giocarsi tutto il proprio peso politico nella manifestazione del giorno 25 ottobre, a Roma, nella speranza di convincere il primo ministro, Matteo Renzi, e, soprattutto, la maggioranza dei deputati del PD, che appoggiano il governo, a ritirare il decreto-legge sull’abolizione dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Un decreto-legge che – nel permettere alle imprese italiane di licenziare con la massima libertà – finalmente accontenta i commissari della Commissione dell’Unione Europea e della Confindustria (la FIESP italiana), che dal 1996 pretendevano dai governi italiani la modifica della legislazione del lavoro.

Giova ricordare che Silvio Berlusconi, durante i 15 anni nei quali ha guidato governi di destra e di centro-destra, ha sempre inteso imporre l’abolizione dell’Art. 18, ma non ci è mai riuscito. L’ultima volta che ci ha provato, il 23 marzo 2002, la CGIL ha risposto con uno sciopero generale nazionale, occupando il centro della città di Roma con circa tre milioni di lavoratori. Una manifestazione che ha obbligato Berlusconi non solo a ritirare la proposta di legge, ma a rassegnare le proprie dimissioni.

In pratica, quando Berlusconi adesso tenta di spiegare per quale motivo appoggia e sostiene il governo di Matteo Renzi, non esita a dire “… il nostro appoggio al governo Renzi è perché lui possa fare quelle riforme che i sindacati e la sinistra comunista non ci hanno mai permesso di fare. Inoltre, questa è una forma per evitare che la CGIL realizzi lo stesso colpo di Stato che i comunisti hanno realizzato nel 2002 contro il nostro governo!

La verità è che, dietro l’apparente gioco di parole del primo ministro Matteo Renzi, della vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani, e del ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, c’è un formidabile e ben concentrato attacco politico e mediatico contro il mondo del lavoro e contro tutti quelli che difendono i lavoratori.

La Leopolda e il nuovo PD

Il confronto tra governo e mondo del lavoro è cominciato il giorno 24 ottobre, quando l’USB (Confederazione dei funzionari pubblici), a causa della storica relazione litigiosa che mantiene con la CGIL, ha proclamato una manifestazione nel centro di Roma che è stata un successo, oltre a realizzare uno sciopero di 4 ore dei trasporti pubblici (treni regionali, metro e bus di Roma). Da parte sua, i movimenti sociali sceglievano di realizzare a Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli manifestazioni nei quartieri di periferia per protestare contro la politica  economica del governo.

Poi, il giorno 25, la potente Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori (CGIL) ha realizzato una manifestazione nazionale a Roma, dove la leader Susanna Camusso, di fronte a più di un milione di lavoratori, dava l’avviso al governo, promettendo uno sciopero nazionale generale nel caso in cui lo stesso continuasse a mantenere il pacchetto di leggi che praticamente smonta lo storico Statuto dei Lavoratori.

A questa manifestazione, hanno partecipato tutti i parlamentari del PD “contrari a Renzi” che, per la prima volta, hanno osato affrontare direttamente la nuova maggioranza del PD costruita da Matteo Renzi e logicamente omaggiata dai media e da vari settori dell’imprenditoria.

Per legittimare l’esistenza di due PD e, forse, per promuovere una scissione partitica, Matteo Renzi ha chiesto l’appoggio degli imprenditori, che hanno “offerto” due milioni di euro per realizzare, a Firenze, un incontro “interclassista” nel tradizionale locale denominato “Leopolda”, negli stessi giorni (24, 25 e 26) in cui la USB, la CGIL e i movimenti manifestavano contro l’austerità e la politica recessiva del governo.

È inutile dire che i media hanno acclamato e lodato l’incontro della Leopolda, che è stato realizzato con la presuntuosa etichetta di volere  “…dibattere le ragioni della crisi e individuare le possibili soluzioni affinché l’industria torni a crescere...”. Non bisogna essere uno scienziato politico per capire che la turma di Matteo Renzi ha organizzato l’incontro “Leopolda 2014”, in primo luogo, per squalificare la minoranza di sinistra del PD e, in secondo, per ridurre al silenzio tutti i difensori del mondo del lavoro, fossero parlamentari, giuristi, sindacalisti, intellettuali, giornalisti. Un’operazione politica molto rischiosa, dal momento che il 65% dei voti del PD sono di provenienza della classe lavoratrice.

In pratica, alla Leopolda il “guru” di turno non è stato un intellettuale di sinistra, bensì il banchiere Daniele Serra che, insieme ai rappresentanti dei piccoli e medi imprenditori, ha rappresentato il “nuovo amore” tra Matteo Renzi e il mercato, tanto che la Confindustria (la FIESP italiana), dopo la presentazione del pacchetto della legge “anti-lavoro” (Job Act), ha salutato il PD di Renzi come il nuovo Partito Nazionale. E come se si trattasse di una trama romanzesca, il primo ministro nonché segretario generale del PD, Matteo Renzi, nel suo ultimo intervento alla Leopolda, ha dichiarato: “…Praticamente, il futuro del PD va sempre più nella direzione di diventare il Partito della Nazione...”.

Un futuro difficile, dal momento che la manipolazione della storia del PD e delle sue radici politiche in mezzo alla classe operaia e ai lavoratori in generale sta per essere destrutturata da parte di questo nuovo PD di Matteo Renzi, che fa di tutto per seppellire una tradizione politica che rappresenta la storia della sinistra italiana. Infatti, dopo la manifestazione della CGIL, che ha portato a Roma un milione di lavoratori, la posizione di Renzi e del suo PD-Partito della Nazione è diventata ancora più dura con i sindacati, al punto di dichiarare pubblicamente “…Una manifestazione di piazza della CGIL non può, in nessuna maniera, modificare quello che noi, che siamo il governo, abbiamo deciso e che il Parlamento ha approvato. Pertanto, noi andiamo avanti...”.

A questo punto, Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL, di fronte all’arroganza di Renzi e della maggioranza dei suoi ministri (che dovrebbero essere compagni dello stesso partito!), nell’intervista rilasciata al giornale La Repubblica – che è il principale supporto del governo – ha dichiarato: “…Renzi sta in Parlamento perché sono stati i poteri occulti che lo hanno deciso e chi ha confermato ciò è stato lo stesso Marchionne, l’amministratore generale della FIAT che non ha mai smentito di aver detto che Renzi stava al governo perché loro lo hanno messo là, per sbloccare le leggi del lavoro...”.

La risposta del governo è venuta subito, il giorno 29, ma con i manganelli della polizia, che nella stazione dei treni di Roma ha massacrato i metallurgici dell’AST di Terni, che pretendevano di protestare di fronte al Parlamento per denunciare la chiusura di un’altra fabbrica metallurgica da parte della multinazionale tedesca, la ThyssenKrupp. L’ordine del Ministro degli Interni, Angelino Alfano, è stato talmente energico, che nemmeno il segretario generale della Federazione dei Metalmeccanici (FIOM), Maurizio Landini, è sfuggito ai colpi polizieschi.  In risposta, la FIOM ha annunciato uno sciopero generale del settore metallurgico per il giorno 11, convocando allo sciopero i movimenti sociali, le altre federazioni e in particolare la stessa CGIL.

Un nuovo autunno caldo?

Quando, il giorno 29, le unità della polizia anti-sommossa hanno attaccato gli operai che stavano uscendo dalla stazione dei treni di Roma con le bandiere rosse della FIOM, molti si sono ricordati dell’“autunno caldo” del 1969, circostanza nella quale i governi della Democrazia Cristiana hanno tentato di ridurre al silenzio con la violenza della polizia la voce degli operai e degli studenti.

Purtroppo, la verosimiglianza si limita, appena, alla dinamica aggressiva e selvaggia dei manganelli polizieschi del momento che, in termini politici, tutto è cambiato: la classe operaia ormai non è più la stessa, la crisi economica dipende da fattori mondiali, il capitalismo nazionale è stato soppiantato dalle transnazionali, la classe politica è mera espressione di potenti lobbies, mentre la sovranità dello Stato è ogni volta più dipendente dagli interessi del mercato.

Oggi, nell’Unione Europea e, in particolare, in Italia, stiamo assistendo all’ultimo combattimento tra le due principali dottrine economiche che hanno simbolizzato il successo del capitalismo nel mondo intero: il keynesismo e il neo-liberismo. Quest’ultimo, in realtà, ha cominciato a guadagnare terreno quando, dall’intransigenza di Ronald Reagan e di Margareth Thatcher, si è passati alle sofisticate tematiche del social-neo-liberismo con la Terza Via di Tony Blair, alla quale si deve collegare la famosa “Lettera ai Brasiliani” di Inácio Lula da Silva (che ha aperto le porte del Planalto al PT lulista) e la “Grande Coalizione” della potente social-democrazia tedesca (SPD). Manovre politiche che hanno permesso, soprattutto nei paesi dell’Unione Europea, la realizzazione di una autentica contro-rivoluzione neo-liberista che, prima di tutto, ha rovesciato la sovranità degli Stati, per permettere che, in ogni nazione, fossero privilegiate, in termini istituzionali, le leggi del mercato.

L’Italia è stato il paese dell’Unione Europea che, più degli altri, ha resistito al forcing del social-neo-liberismo. Tuttavia, nel luglio del 2012, il governo, guidato da Mario Monti, grazie all’appoggio del PD, è riuscito nell’approvazione della nuova legge costituzionale, che obbliga il governo a realizzare la parità del bilancio, secondo quanto deciso dalla Triade (FMI, Banco Mondiale e BCE). Una legge che annulla l’articolo 81 della Costituzione italiana, sulla base della quale lo Stato giocava un ruolo determinante nello sviluppo del paese e che, a partire da adesso, è definito sulla base di regole e interessi del mercato.

È per questo che Matteo Renzi, in poco meno di sei mesi, è diventato segretario generale del PD, per poi fare cadere il primo ministro, Letta (un keynesiano del PD), ed esigere dal presidente Napolitano la carica di primo ministro. Fatto ciò, ha cominciato a promuovere: 1) la totale dipendenza strategica dagli USA; 2) l’attacco al mondo del lavoro, invalidando l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; 3) l’appropriazione del PD per trasformarlo in un partito simile al partito Democratico di Bill Clinton; 4) la squalificazione delle tradizioni politiche e ideologiche della sinistra e della classe operaia, considerate qualcosa di “antico”; 5) l’affermazione di un modello economico orientato e monitorato dalle lobbies delle transnazionali e dei gruppi finanziari.

Una vera contro-rivoluzione che ha spaventato perfino il Premio Nobel dell’economia 2008, Paul Krugman, e il filosofo moderato Jürgen Habermas. Infatti, per Krugman: “…La decisione di realizzare prima l’unione monetaria dei paesi europei, in luogo di rendere effettiva l’unione politica, economica e sociale, è stata una conseguenza della mentalità mercantilista del settore finanziario”. Da parte sua, il filosofo Habermas è andato più a fondo, allertando: “…le lobbies industriali e soprattutto le finanziarie aspirano a squalificare il potere decisionale dei popoli, per imporre democrazie di facciata nel continente europeo…”.

Il grande problema è che l’affermazione di questo nuovo modello economico determinerà il conseguente consolidamento di un tipo di società perfettamente strutturata per servire gli interessi dei mercati e senza strumenti di difesa. In conseguenza di tutto ciò, lo sciopero generale proclamato dalla FIOM per il giorno 11 novembre, in termini politici, è di estrema importanza, potendo determinare la nascita di una nuova sinistra o il definitivo successo della contro-rivoluzione neo-liberista in Italia.

 

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Io, la Banda Bassotti e un viaggio ai confini dell’Ucraina

di Maurizio Vezzosi

Il viaggio della Banda Bassotti e della Carovana antifascista al confine tra Russia e Ucraina. I concerti, la solidarietà, la frontiera da non oltrepassare.

È domenica pomeriggio, e camminando quasi si suda: fa caldo a Donetsk, cittadina di cinquantamila abitanti del sudovest russo, omonima della più nota Donetsk nei territori dell’Ucraina orientale al centro delle contese tra esercito di Kiev e milizie popolari della Nuova Russia. Nonostante a pochi chilometri di distanza si combatta l’atmosfera appare quella di un piacevole fine settimana quasi estivo. Niente a che fare con il già severo autunno moscovita. Nel piccolo centro del meridione russo a ridosso del confine è arrivata da qualche giorno la carovana antifascista promossa dalla Banda Bassotti, che alloggia in un complesso un tempo utilizzato dai Pionieri del Pcus per i campi estivi ed altre attività.

Ad accogliere la carovana all’entrata del complesso c’è un grande cartellone di epoca brezneviana: «La salute è la nostra principale ricchezza». Appena il tempo di assaporare questa madelaine che la nostra mente è già alla ricerca del tempo perduto. Tempo che non ritorna, cantava qualcuno. Un tempo da alcuni mai vissuto, ma che ha avuto per tutti il sapore amaro della sconfitta, dentro una Storia di cui si è decretato la fine un paio di decenni or sono, facendo sprofondare le vecchie e le nuove generazioni in un sonno senza sogni.

Eppure, poco distante come a migliaia di chilometri, si combatte.

L’arredamento del posto è quello originale, probabilmente con la sola differenza delle singolari tinte (rosa e celeste) utilizzate per il rinnovo delle pareti. Originale è anche la nostra colazione, non esattamente mediterranea: uova fritte, pane col burro, cetrioli e wurstel accompagnati da tè o succo ai frutti rossi.

Mentre facciamo per allontanarci dal complesso sopraggiunge una chiassosa comitiva, che precede di poco l’arrivo di una sfarzosa macchina nunziale: salutiamo i due giovani sposi venuti a celebrare il loro pittoresco matrimonio nella chiesetta adiacente. Fuori cani, gatti, anatre e galline fanno da padroni, talvolta anche in mezzo alla strada, senza creare particolari problemi a nessuno. Poco distante una piazzetta: al centro un memoriale ai caduti dell’Armata Rossa. Qualcuno porta a spasso i bambini, altri discutono animatamente e gruppi di ragazzini improvvisano spericolate gare di velocità con le biciclette.

La piazzetta è ad appena dodici chilometri dalla frontiera: una riga grigia, crudele, tirata tra popoli legati da secoli di storia comune. Una frontiera che il 13 luglio scorso non ha impedito che alcuni colpi d’artiglieria dell’esercito ucraino cadessero in territorio russo, centrando un’abitazione della cittadina con il grave ferimento di due persone e la morte di un’altra. Una frontiera tra le più affollate sul confine orientale, dalle quali sono transitati centinaia di migliaia di profughi verso la Russia.

A Donetsk, non tutti sanno della carovana antifascista, e la nostra presenza suscita una certa curiosità tra la gente per strada.

Fermiamo il primo taxi che passa: alla guida un uomo come tanti, sulla cinquantina. Un’effige ortodossa sul cruscotto, il nastro di San Giorgio legato allo specchietto retrovisore. «Siamo italiani, siamo qui per sostenere la resistenza antifascista». Tace, annuisce, pur rimanendo pressoché impassibile dietro gli occhiali da sole. Ma non ci sfugge la sua emozione.

Dopo una serie di tortuosi sali-scendi sulle aride colline fuori città capiamo di essere arrivati a destinazione cominciando a scorgere una fila chilometrica di veicoli incolonnati. Furgoni, Volga, vecchie Lada, qualche utilitaria occidentale o asiatica di nuova generazione: ma sul lato destro della strada più che il modello dei veicoli salta all’occhio la quantità di oggetti che questi trasportano. Taniche di carburante, acqua, cibo.

A Lugansk, meno di venti chilometri dalla frontiera, la vita è dura.

Il tassista supera velocemente tutta la fila per arrivare davanti al punto di frontiera: «Voinà» (guerra), dice volgendo il capo al serpentone d’acciaio. Tira il freno a mano e ci ringrazia: «Spasiba». Obbiettiamo di non aver ancora pagato la corsa, ma fa cenno di no con la testa: gli occhi quasi gli brillano. Ci impuntiamo, e dopo una breve discussione buttiamo duecento rubli sul cruscotto. Accenna un sorriso, ma torna subito serio. Chiudiamo gli sportelli con i finestrini ancora abbassati, e questa volta il tassista lascia libero il suo sorriso, e ci saluta con la voce grossa: «No pasaran!». Attoniti per un istante replichiamo a nostra volta: «No pasaran!».

Una manovra, due colpi di clacson, e se ne va. Qualcuno alza il pugno chiuso, finendo per richiamare l’attenzione della gente in fila. «Italiani? Che ci fate qui?». Spieghiamo le nostre ragioni, e lo sforzo linguistico viene ricompensato da un immenso calore umano, a volte con abbracci e sorrisi, altre con la schietta sincerità degli sguardi induriti dalla sofferenza e dal dolore.

«La mia casa appena fuori Lugansk è nelle mani dei fascisti del battaglione Azov», ci racconta Vladimir, quarantasette anni, mentre tiene in mano un coltello serramanico e ne accarezza il filo della lama. Come tanti altri per guadagnarsi da vivere si è improvvisato tassista: dalla frontiera porta in città chi arriva a piedi o chi deve tornare indietro dopo aver fatto provviste.

Risaliamo il serpentone di mezzi incolonnati tra gas di scarico e la polvere delle colline dalle quali da secoli si estraggono minerali. Dietro una vecchia Lada carica di provviste e con alcuni pneumatici legati sul portapacchi spuntano i corni di una capra. Eccone un’altra, e un’altra ancora. E qualche metro più in là c’è Lisa, una vecchia contadina del posto: un fazzoletto legato intorno al viso coperto di solchi profondi che non coprono la dolcezza dei suoi tratti. «Che Dio vi benedica», esclama porgendoci il cesto di frutta che tiene in mano. Insiste, convincendoci a prendere con noi quattro o cinque delle mele che ha faticosamente raccolto. La salutiamo riprendendo a camminare di fianco alla fila di mezzi.

Il riflesso del sole che si abbassa sui vetri dei veicoli non copre la stanchezza e lo scoraggiamento di chi attende da ore di ritornare nell’inferno di casa propria.

Prendiamo un altro taxi, che ci accompagna nella piazza principale della cittadina, dove sta per suonare la Banda Bassotti. Sul lato destro della piazza il monumento di Lenin, la cui mano indica proprio il punto in cui viene allestito il palco: «Deduska Lenin» (nonno Lenin), ci dice qualche ragazzo ridendo. Il concerto viene accolto da un incredibile entusiasmo popolare.

Donne, uomini, ragazzi, vecchi e bambini. Nikolaj, sessantacinque anni, ci racconta la sua storia: è un chirurgo. Negli anni Settanta è stato inviato in Niger per una missione umanitaria. Colpito dalla nostra presenza, sul momento di salutarci mette mano al portafoglio e fa per darci dei soldi. «Il mio contributo», dice. Gli indichiamo alcuni punti di raccolta fondi per la Nuova Russia, ma scrolla la testa e insiste: «Per voi, per voi». Rifiutiamo.

Nel frattempo il sole tramonta, con due ore o più d’anticipo sul tramonto d’occidente. Torniamo nel complesso in cui siamo ospitati, dove ci aspetta una delegazione di miliziani venuta da Lugansk: si scusano. La situazione militare non offriva garanzie sufficienti per il passaggio oltre confine di tutta la carovana e per i concerti previsti in Nuova Russia.

Vengono consegnati aiuti e denaro, e la Banda Bassotti prende in mano gli strumenti. I cori delle canzoni di lotta risuonano nel silenzio dell’oscurità. Nelle Repubbliche popolari scatta il coprifuoco in un buio oceanico: la corrente elettrica scarseggia e l’illuminazione pubblica è pressoché inesistente. Un buio profondo, spesso squarciato dal fuoco dei missili Grad e Tornado, sparati con disinvoltura su abitazioni e luoghi pubblici dall’esercito ucraino.

Una notte in cui l’oscurità del cielo sommerge i nostri pensieri. Una notte abissale, vorticosa. Una notte nella quale si alzano dei lamenti che rompono il nostro sonno pesante. I lamenti di quelli che hanno pagato, quando l’unica moneta era il sangue da versare.

(VIDEO) Napoli: “L’Esistenza dei mostri” presentano il loro disco

Comunicato Stampa. Prensa Consolato Generale. Napoli 31 ottobre 2014

 

Gruppo Musicale campano L’Esistenza dei Mostri canta al Presidente Chávez.

 

l’Esistenza dei Mostri è l’innovativo progetto musicale di Mauro Sommella, già autore dei Lev,  tra i primi gruppi italiani a diffondere musica con licenze copyleft, e di Marcello Vitale,  mente delle Viti di Titanio e componente dell’ensemble sperimentale Crossroads Improring.  

Il primo progetto ufficiale del duo L’Esistenza dei Mostri, dal titolo COndizioni COmatose PROrogate – Co.Co.Pro. – è un mini concept sulla precarietà ormai a tempo indeterminato. É un extended play in bilico tra il cinico ed il dissacrante, spaccato scanzonato e romantico su una generazione di trentenni, con i suoi miti, il suo vissuto e le sue memorie.

Il primo disco in uscita ad Ottobre 2014 per l’etichetta Subcava Sonora, Co.Co.Pro.-Condizioni Comatose Prorogate, Il video di Rischio Default ha anticipato l’anno scorso l’uscita dell’Ep, dal quale è tratto un nuovo videoclip, “Chavez”.

Diretto da Renato Zagari, e girato nel parco dei Quartieri Spagnoli, il nuovo videoclip de L’Esistenza dei mostri con il feat. di Mc Doppia C.“cavalca la ribellione di trentenni ridotti ad uno stato di paralisi che impedisce un confronto sano e reale con il mondo del lavoro, quello dell’emancipazione domestica o più semplicemente quello dei sogni”, racconta la press release “Alla fine del percorso, o nelle sabbie mobili che lo contraddistingono, rimane il Presidente Chavez, insieme a un’idea attiva di emancipazione collettiva come unica prospettiva decente alla barbarie del iperconsumo di massa”.

 

La presentazione del lavoro di questo gruppo  e l’anteprima stampa del CD, saranno realizzati nella sede del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana de Venezuela a Napoli, il 6 novembre prossimo.

Il videoclip “Chavez”, è stato presentato in anteprima sul portale Sentire Ascoltare. Nella release digitale del disco è presente, inoltre, Miss Romania, bonus track registrata da Mauro Sommella e dai Lev con featuring di K-Conjog, vincitore PIVI 2013. Sempre durante l’anno la band è stata chiamata a far da spalla ad Hugo Race ed a “Lo Stato Sociale”.

La Subcava Sonora ha al suo attivo, oltre al primo festival napoletano interamente in Creative Commons (Denz In Da Ghetto, 2011), l’organizzazione e la promozione di numerosi eventi, soprattutto a carattere musicale, e cinque produzioni musicali fisiche, di cui l’ultima, il disco dei campani The Gentlemen’s Agreement.

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