A Cuba vertice dell’ALBA sull’ebola: e le stelle stanno a guardare

cumbre

di Marco Nieli

Mentre il Primo Ministro Italiano Renzi taglia, con la Legge di Stabilità (???), quattro miliardi alle Regioni (con ricadute a pioggia sul Sistema Sanitario Nazionale) e il Movimento 5 Stelle fa notare che l’Italia rimane, al di là delle chiacchiere, molto indietro nel livello di allerta e preparazione per affrontare gli eventuali casi di Ebola, i paesi dell’ALBA, riuniti lo scorso Lunedì a L’Havana, fanno sforzi concreti e massicci – a livello statale e non solo di Ongs -, per combattere l’allargamento del contagio nei paesi africani dove esistono i focolai più consistenti: Sierra Leone, Guinea, Liberia.

Il Presidente Raúl Castro ha annunciato l’invio di nuove missioni di dottori in Guinea e Liberia, dopo la prima già operativa in Sierra Leone. Si conta che in vari paesi africani siano presenti a titolo volontario ben 4000 dottori – circa 23.000 su scala planetaria -, con un alto livello di preparazione scientifica e una forte vocazione umanitaria a soccorrere i contagiati, a prescindere dalla loro condizione socio-economica e anche ad istruire i loro colleghi locali.

Castro si è detto preoccupato, non solo per la popolazione cubana, caraibica e latino-americana, ma per l’intera umanità, dal momento che siamo di fronte a una “crisi umanitaria dalle conseguenze imprevedibili”. Il rischio concreto di una trasformazione dell’epidemia in pandemia va scongiurato con degli sforzi concreti e congiunti, delle nazioni sviluppate come di quelle in via di sviluppo. ebola

Da parte sua, il Presidente Maduro del Venezuela ha messo sul tappeto un contributo di 5 milioni di dollari e il Presidente Daniel Ortega del Nicaragua ha preso l’impegno di inviare in Africa un certo numero di dottori formati dai Cubani.

I Presidenti dei paesi dell’ALBA hanno, inoltre, firmato una Dichiarazione di Intenti e di Azioni concrete da intraprendere, fatta di ben 23 punti.

Emerge, comunque, evidente, da questo Vertice d’Emergenza dell’ALBA, la mancanza di coordinamento a livello internazionale e, soprattutto, l’atteggiamento egoisticamente e miopemente difensivo dei paesi Occidentali- U.S.A. e U.E. in primis. La priorità per i paesi del mondo cosiddetto “sviluppato” appare, infatti, costituita –al di là della retorica del caso – dai casi di propri cittadini contagiati e dal diffondersi della malattia sui propri territori. Manca ancora la coscienza diffusa dell’interdipendenza tra i destini delle nazioni arretrate e quelli delle nazioni economicamente avanzate, tanto più che l’esplosione degli attuali focolai in Africa occidentale è da ricondursi allo smantellamento di quel poco di strutture sanitarie pubbliche pre-esistenti alle devastanti politiche neo-liberiste imposte dall’FMI e dal Banco Mondiale.

La giusta indignazione di Ortega, a questo proposito, è stata quanto mai esplicita: “Dove sono loro, su questa questione? È vero che si fanno dichiarazioni contro l’Ebola, ma non vediamo una Grande Alleanza Mondiale contro l’Ebola, in cui le nazioni sviluppate mettano le risorse, che attualmente spendono per la guerra, a disposizione della causa della salute della popolazione mondiale”.

E mentre la Ong italiana di Gino Strada, Emergency, ancora attende in Sierra Leone il promesso invio di personale specializzato da parte del Ministero Italiano, i dottori cubani, convinti che “sangue africano scorra nelle vene della Nostra America”, sono già operativi sul territorio, pronti a donare le proprie vite e la propria professionalità per il progresso non solo degli Africani, dei Cubani, degli Americani ma di tutta l’umanità.

Il secondo genocidio del popolo curdo

kobanedi Achille Lollo*, da Roma, Italia

INTERVISTA — Direttamente da Istanbul, l’analista politico Alessandro Perri parla delle ragioni della complicità della Turchia e dell’opportunismo degli Stati Uniti nella “questione curda”

 Quando l’edizione nº 607 di Bra­sil de Fato uscirà in edicola, i com­battenti curdi di Kobane, città cur­da della Siria che confina con la Tur­chia, potrebbero essere tutti morti, dopo l’eroica resistenza contro gli jihadisti dello S­tato Islamico. Un tale evento provoca molti interrogativi. Infatti, per quale mo­tivo reale, tanto il gover­no regionale curdo, diretto da Baraza­ni, quanto il governo sciita di Baghdad e ancora il comando dell’alleanza anti-Stato Is­lamico, comandata dagli USA, hanno fatto ben poco, per impedire che l’assedio a Kobane si trasformasse in un massacro?

La risposta non è semplice, dal momento che lo sce­nario regionale è estremamente complesso, con la Siria di Assad che soffre gli effet­ti di una guerra civile pianificata all’estero, senza che si ottenga la caduta del re­gime di Damasco.

Lo stesso Iraq, per conto del posizio­namento delle dirigenze sciite, che rappre­sentano il 60% della maggioranza del popolo iracheno, ha preferito andare verso la catastrofe istituzionale, al posto di condividere con i sunniti la gestione dello Stato e dell’economia, totalmente dipendente dallo sfruttamento del gas e del petrolio.

L’Iran, nonostante i cambiamenti introdotti­ dal nuovo presidente Rohani, avverte ancora gli effetti delle sanzioni e, soprat­tutto, della politica di persecuzione politica, diplomatica e geo-strategica promossa dall’Arabia Saudita, dagli Stati del Golfo e, soprattutto, dagli USA.

La Turchia, che ha ormai rinunciato alla prete­sa di essere un paese di serie B dell’Unione Europea, tenta, adesso, a ogni prezzo, di garantirsi il luogo di prima nazione ara­ba del Medio Oriente, nel realizzare un’alleanza economica e militare occulta con Israele. Nello stesso tempo, il governo turco è il fedele esecutore della strategia degli USA, tentando, così, di guadagnare più au­tonomia nella guerra civile siriana, appoggiando gli uomini dello Stato Islamico, che rappre­sentano il nuovo soggetto politico dell’Iraq.

Per rintracciare i nessi delle differenti situ­azioni politiche e militari di questa complessa regione del mondo, abbiamo realizzato un’in­tervista con l’analista politico Alessan­dro Perri, che, stando a Istanbul, può chiarire e rivelare alcuni misteri politici relazionati alla “questione curda”, al futuro dell’Iraq, all’attuale contesto della Siria e alle confuse intenzioni di Obama e dei generali del Pentagono.

Brasil De Fato — Il Partito dei Lavoratori Curdo (PKK) e altre entità hanno denunciato la “pulizia etnica di bassa intensità”, che è stata realizzata contro il popolo curdo durante quasi 15 anni. Per quale motivo gli USA e i paesi della NATO dicevano che non sapevano nulla?

Alessandro Perri: “Dall’inizio della decade degli ‘80, tutti i governi dei paesi della NATO sapevano che tipo di attività­ i gruppi speciali dell’esercito tur­co, dei servizi segreti, hanno svolto insieme ai paramilitari per reprimere la ribellione del popolo curdo, guidata dal PKK, che aveva promosso un ampio movimento di guerrilla urbana e rurale in Curdistan. Per questo, la repressione è stata articolata in termini di deep State, ossia: lo Stato turco, nel creare le diffe­renti strutture della contro-guerrilla, allo stesso tempo conferiva loro un’autonomia ope­rativa, che ha determinato la creazione di uno Stato nello Stato. Per questo, i militari e i paramilitari hanno potuto creare le death lists, con le quali eliminavano i militanti e i simpatizzanti della causa curda, facendo, allo stesso tempo, sparire i loro corpi.

In che forma la giustizia del cosiddetto “Stato di Diritto” turco è riuscito a mettere a nudo il ruolo dei paramilitari?

Nel 2007, l’organizzazione ultra-nazio­nalista Ergenekon è stata accusata di terro­rismo, per questo, i giudici hanno intrapreso un’ampia indagine, durante la quale Ab­dülkadir Aygan e poi Adil Timurtas hanno ammesso di aver fatto parte del gruppo pa­ramilitare Jitem che “lavorava” alle liste della morte”.

Brasil De Fato — L’eroica resistenza dei curdi a Kobane contro i battaglioni dello Stato Islamico sta riportando la “questione curda” all’ordine del giorno, come già successo nel 1915 alla Conferenza di Pace di Parigi? O sarà possibile trovare una soluzione senza trasformare la questione curda in pura utopia?

Alessandro Perri: “L’antico progetto nazionalista di uni­ficare tutti i curdi in un’unica nazione­ continua a essere un’utopia. Il PKK, per esempio, adesso scommette più sull’organi­zzazione delle comunità attraverso l’im­plementazione di forme di governo par­tecipativo, anche conosciute come “auto­governo-comunitario”. E in questo senso, l’esperienza che il PKK e il PYD (Par­tito dell’Unione Democratica) hanno realizzato a Rojava con il rispettivo “Manifesto del contratto sociale di Rojava”, è stato, di fa­tto, esemplare. Per questo, il leader tradizionale dei Curdi dell’Iraq ha firmato una taci­ta alleanza con gli USA e con il governo turco di Erdogan – al quale vende il pe­trolio di Mosul, vale a dire dell’Iraq – anche per marcare una maggiore dis­tanza politica in relazione al PKK. Pertanto, oggi, tra i Curdi c’è una disputa per la dirigenza politica e, consegquentemente, per decidere come comba­ttere lo Stato Islamico”.

Brasil De Fato — Una volta eletto, il leader islamico Tayyip Erdogan ha mantenuti inalterati gli accordi economici e, soprattutto, la cooperazione militare con Israele. Allo stesso tempo, nella campagna elettorale, ha inveito contro il sionismo, che impedisce la creazione dello Stato palestinese. È una contraddizione o una forma di manipolare l’elettorato islamico turco e il mondo arabo?

Alessandro Perri: “La verità è che le relazioni con Isra­ele non sono mai state messe in discussione, anche durante il governo di Necmettin Erbakan, che è stato un leader islamico mol­to più radicale dell’attuale presiden­te turco. D’altro canto, i governi is­lamici dell’AKP sono sempre stati populis­ti, nel senso di mostrarsi aggres­sivi, maschilisti e di essere pronti a lottare contro “i poteri occulti”. Un marketing politico molto ben realizzato, per conquistare e illudere gli elettori con la sensazione di essere protetti dal “Grande Padre dei Turchi”. Al di là di questo, l’AKP è un partito islamico che, ufficial­mente, deve difendere la Palestina, la quale, storicamente, ha fatto parte dell’Impero Tur­co dal 1516 fino al 1918”.

Brasil De Fato — A maggio, Erdogan non ha attaccato lo Stato Islamico perché gli jihadisti avevano sequestrato 50 Turchi a Mosul. A settembre, ha ammesso che la sconfitta dello Stato Islamico rafforzerebbe il potere di Assad in Siria. Gli USA e la NATO non hanno mai condannato il collaborazionismo della Turchia con lo Stato Islamico. Alla fine, questa realtà nasconde obiettivi geo-strategici che gli USA non possono ancora rivelare?

Alessandro Perri: “Per gli USA, il grande problema è il fu­turo dell’Iraq, dal momento che la maggioranza sciita non può essere totalmente ignorata. D’altro canto, la Casa Bianca ha solamente la parola di Barazani e non di tutti i leaders del Consiglio del Curdistan. Più complicata è la situazione nel fronte sunnita, visto che in grembo allo Stato Islamico sono confluiti tutti gli adepti di Saddam e, dunque, del Partido Baath, che non è fondamentalista e nemmeno si è conver­tito all’islamismo. Pertanto, tutto si man­tiene in stand by”.

Brasil De Fato — Ma l’immobilismo dell’esercito turco lungo la frontiera e le attività del servizio segreto militare (MIT) evidenziano un collaborazionismo mal mascherato con lo Stato Islamico. Per quale motivo?

Alessandro Perri: “Se consideriamo che l’esperienza del “manifesto del contratto sociale delle popo­lazioni di Rojava” è stata un’opzione politica rivoluzionaria che ha colto nel segno e che ha rotto con la manipolazione mediatica degli uomini dell’AKP, è evidente che il presi­dente turco, Erdogan, appoggia lo Stato Is­lamico, perché con la caduta di Kobane risulterebbe impraticabile anche la proposta di auto-governo delle comunità curde. Praticamente, Erdogan ha impedito la creazione di un corridoio umanitario lungo la fron­tiera com la Siria, per impedire che il PKK aiutasse i fratelli curdo-siriani, attual­mente assediati dai battaglioni dello Sta­to Islamico. Tutto sommato, una vittoria dello Sta­to Islamico sui Curdi della Siria e dell’Iraq a Kobane è di fondamentale im­portanza per il governo turco, per ridimen­sionare in termini politici e in Medio Oriente il futuro della questione curda. È chiaro che gli USA e i paesi della NATO appoggiano la strategia di Erdogan”.

Brasil De Fato — Lo Stato Islamico finanzia le proprie attività militari con il furto del gas della Siria e del petrolio dell’Iraq, grazie alla collaborazione delle imprese turche che amministrano i condotti fino ai terminali del porto di Ceifan, le banche del Qatar e una serie di imprese fantasma che ufficialmente comprano il gas e il petrolio che, in realtà, rimane in Turchia. Per quale motivo l’Opep, il mercato e gli USA sono rimasti in silenzio, tenendo in conto che, quando gli jihadisti di Misurata, in Libia, hanno tentato di vendere il petrolio, subito è intervenuta la Sesta Flotta?

Alessandro Perri: “Lo Stato Islamico, inizialmente, ven­deva il gas e il petrolio a prezzi di ba­nana, quasi il 30% del valore fissato dalla Opep. Poi, per evitare reazioni da parte del mercato, ha aumentato al 50%, anche perché il grande compratore è il governo della Turchia, che ha un’enorme necessità di gas e di petro­lio. Secondo alcune fonti dell’opposizione­ turca, le vendite hanno raggiunto quasi il 10% del consumo nazionale turco. È chia­ro che anche Obama ha chiuso gli occhi, visto che in questa maniera, la Turchia usciva rafforzata nella regione, in funzione della sua relazione privilegiata con gli uomini dello Stato Islamico”.

Brasil De Fato — Nel caso che la guerra contro lo Stato Islamico continui, gli USA potranno imporre la divisione dell’Iraq con la formazione di tre nuovi stati etnici e religiosi?

Alessandro Perri: “Questo significherebbe una vittoria strategi­ca degli USA in tutti i sensi. Ma per questo sarebbe necessario disattivare completamente la struttura di potere della maggio­ranza sciita e allo stesso tempo sganciare le dirigenze sciite dall’influenza irania­na. D’altro lato, il regime del presiden­te della Siria, Assad, dovrebbe essere a pezzi­, il che è molto difficile succeda, vis­to che Assad è riuscito a circoscrivere gli atta­cchi dei gruppi jihadisti e adesso è pas­sato al contro-attacco”.

Brasil De Fato — Il ritorno dei caccia-bombardieri degli USA e dei paesi della NATO nel cielo dell’Iraq e un’eventuale sconfitta dello Stato Islamico può favorire l’attacco alla Siria – come desiderebbe l’Arabia Saudita e Israele – per deporre il governo di Assad e insediare al potere una “giunta di salvezza nazionale” totalmente controllata dall’Occidente?

Alessandro Perri: “La deposizione di Assad per via militare è una previsione molto rischiosa, visto che la guerra civile non ha provocato gli effetti previsti. D’altro canto, i paesi della NATO, nel bombardare nuovamente il cen­tro dell’Iraq per distruggere lo Stato Is­lamico senza ottenere risultati tangibili, ha reso questa alleanza abbastanza impopolare. Un contesto che, in questo momento, rilancia il ruolo politico degli uomini del parti­to Baath e di tutti quelli che avevano appoggiato­ Saddam. Oggi, un secondo ten­tativo militare per deporre Assad implicherebbe un costo politico molto alto, anche per­ché si deve tenere in conto il peso politico e militare che la Russia e l’Iran, adesso, detengono nella regione. Non sono più semplici spetta­tori come nel 2011”.

Brasil De Fato — In questo contesto, quale sarà il ruolo dell’Iran, che ha anch’esso problemi con la minoranza curda?

Alessandro Perri: “L’Iran di oggi non è più l’Iran di Ahmadinejad. Molte cose sono cambiate con il nuovo presidente Rohani, che ha aperto la vendita del gas ai paesi dell’Unione Eu­ropea, alleviando la pressione degli USA, che continuano a esigere la chiusura di tutti i laboratori di processamento dell’uranio. Tuttavia, le trasformazioni nella po­litica economica non hanno alterato il proge­tto strategico dell’Iran, che intende continuare a essere il paese sciita più forte e importante della regione. Per questo, Rohani appoggia i di­fensori curdi di Kobane e ha garantito ad Assad un appoggio incondizionato in caso di attacco. È chiaro che Assad sta valutando la situazione. Infatti, il governo di Damasco non vuole entrare in una nuova guerra adesso che comincia ad avere la quasi certezza di stare uscendo dal tunnel della sov­versione jihadista”.

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispon­dente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

Sirte, 20 ottobre 2011: l’imperialismo assassina Gheddafi

gheddafi-morto1di Marinella Correggia

sibialiria.org.- Tre anni fa, il 20 ottobre 2011 nei pressi della città di Sirte, in Libia, veniva assassinato Mu’ammar Gheddafi: l’epilogo di un’altra “missione umanitaria” della NATO costata più di diecimila morti e che ha gettato quello che era un relativamente prospero paese in un abisso di miseria, violenza, sopraffazione. Sul sostanziale appoggio dato a quella guerra anche da molti “compagni” abbiamo già scritto e così pure sullo sciagurato ruolo che ha avuto (e che continua ad avere) il nostro Paese. Vogliamo ora qui soffermarci su un aspetto particolare di quella guerra pubblicando questo articolo che illustra i briefing che la NATO organizzava periodicamente con i “giornalisti”.

 

 

Durante i bombardamenti sulla Libia nel 2011, la Nato teneva conferenze stampa settimanali sia a Bruxelles che alla sede di Bagnoli (Napoli). Partecipavano giornalisti-tappetino che chiamavano per nome, affettuosi e deferenti, la portavoce Nato da Bruxelles (“Oanà” Longescu, romena) e il portavoce Nato da Napoli (“Roland” Lavoie, colonnello canadese). Sarebbe bastato uno stuolo di giornalisti decenti per metterli in crisi. Perché portavoce e generali si arrampicavano sugli specchi, per non dare a vedere crimini e illegalità. Ecco un resoconto diretto.

Per proteggere i civili in Libia, come ordinava il mandato della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, la Nato avrebbe dovuto rivolgere droni e bombe contro se stessa e contro i suoi alleati locali del Cnt (Consiglio nazionale di transizione, i “ribelli”): visto che questi usavano armi indiscriminate sulle città assediate, in particolare Sirte e Bani Walid. E addirittura, per rimanere nei confini del proprio mandato, la Nato avrebbe dovuto bombardarsi e bombardare il Cnt per evitare attacchi alle forze governative libiche quando queste non minacciavano i civili.

Di fatto gli armati del Cnt sono stati gli unici libici che la Nato ha protetto, permettendo dunque che essi minacciassero e uccidessero civili libici (e non libici).  Surreale. La Nato ha protetto armati (che minacciavano anche civili) in nome della norma Responsibility to Protect che doveva proteggere i civili. E la Nato ha protetto armati usando a gran forza aerei da guerra simbolicamente sventolanti il mandato della risoluzione 1973 che stabiliva il divieto di volo aereo, appunto a protezione dei civili.

Le implicite ammissioni, in un processo, valgono come prova? Se sì, ecco qui di seguito quelle della Nato, raccolte durante le surreali conferenze stampa al comando di Bagnoli (in mancanza di manifestazioni fuori dallo stesso, alle quali partecipare), od ottenute per email da “Nato source” (così chiedono di essere citati i vari capitani e graduati, italiani e Usa, maschi e femmine, da Napoli o da Bruxelles, quando rispondono per email alle domande dei media).

Dalla sede del comando Nato di Napoli, il colonnello Roland Lavoie ha parlato per mesi alle fedeli truppe mediatiche con un francese dal buffo accento canadese ingannevolmente innocuo. Dalla sede centrale di Bruxelles, la portavoce romena Oana Longescu – più realista del re, incarnando l’estensione dell’Alleanza ai fedeli paesi dell’Est Europa  – si è giostrata seccamente fra l’inglese e il francese. Entrambi ripetevano in tutte le salse: impediamo alle “forze di Gheddafi” (mai usato il termine “esercito libico”) di colpire i civili. I giornalisti che frequentano le loro conferenze stampa settimanali da Bruxelles li chiamano per nome affettuosamente (i francofoni pronunciano “Oanà”), consoni al clima di cortesia e disponibilità che li fa sentire ammessi in società e che ricambiano non facendo mai domande scomode; per non diventare dei paria. Con silenzio glaciale e nessuna solidarietà i “colleghi” dei media mainstream accolsero infatti la paria in settembre e ottobre.

Si arrampicano sugli specchi per mesi, Oanà e Roland. Devono negare l’evidenza e cioè che la Nato lotta per il cambio di regime, insieme a una delle parti.

Sostengono a più riprese che non c’è alcun coordinamento con le forze dell’opposizione o forze ribelli; che la situazione viene seguita da “fonti di informazione alleate nell’area”. Dunque, ammettono la presenza a terra di occidentali? “Non ci sono forze Nato a terra” rispondono laconici. Per email i responsabili Nato spiegano: “Sia gli incaricati di individuare e approvare gli obiettivi sia il pilota rinunciavano se c’era il sospetto di ferire o uccidere civili. In alcuni casi l’osservazione video via aerea prendeva 50 ore prima dell’autorizzazione”. Inoltre, “abbiamo avvertito i civili con comunicati stampa, volantini e programmi radio di stare lontani da installazioni militari”.

Tuttavia sono state spesse colpite installazioni civili. Ma praticamente la Nato ha ammesso un solo caso di errore: i sette morti della famiglia Garari il 19 giugno a Tripoli, Suq Al Juma.

Intorno al 10 agosto di fronte alle foto di decine di civili uccisi da un aereo Nato nella notte dell’8 agosto a Zliten, il generale canadese Charles Bouchard (quando c’è lui alle conferenze stampa a Bagnoli la temperatura dell’aria condizionata va tenuta a 16 gradi) dice: “Non posso credere che quei civili fossero lì nelle prime ore del mattino, considerando anche le informazioni della nostra intelligence. Posso assicurarvi che non c’erano 85 civili; non posso assicurarvi che non ce ne fossero”.La Nato per email ribadiva che gli edifici erano un accampamento delle truppe, posto in una fattoria, e che l’osservazione e altri strumenti di intelligence avevano rilevato che non c’erano civili”.

 

Richiesta per email alla Nato: “Perché la Nato ha colpito un accampamento di soldati di Gheddafi? Un accampamento notturno non minaccia i civili in quel momento”. Risposta: “Sì che erano una minaccia reale. Durante tutto il conflitto, si riposavano per lanciare futuri attacchi ed ecco perché le aree di sosta militare erano obiettivi legittimi. Avrebbero potuto provocare future vittime. Le forze militari e le loro strutture erano attaccate solo se erano direttamente coinvolte o permettevano l’attacco ai civili; le truppe non coinvolte nell’attacco ai civili non erano prese di mira”. L’ultima frase contraddice le precedenti. Zliten era un’area pro-regime oltretutto.

 

Il 15 agosto spiegano che stanno bruciando a Brega due depositi petroliferi, “ulteriore prova che Gheddafi vuole distruggere o danneggiare infrastrutture chiave delle quali la popolazione avrà bisogno alla fine del conflitto”. Il 16 agosto alla Nato affermano che le forze di Gheddafi hanno “lanciato verso l’area di Brega un missile balistico a corto raggio che avrebbe potuto uccidere molti civili” e che “mostra che il regime di Gheddafi è disperato e continua a minacciare civili innocenti in Libia. Noi proteggiamo i civili per mandato del Consiglio di Sicurezza e continueremo a premere militarmente sulle forze pro-Gheddafi finché necessario”. Ovviamente “l’azione persistente e cumulativa della Nato crea un effetto ovvio: le forze di Gheddafi che attaccano stanno gradualmente perdendo la loro capacità di comandare, condurre e sostenere attacchi alla popolazione civile”. I gruppi armati – gli unici protetti dalla Nato in Libia – dunque sono sempre parificati alla popolazione civile.

Del resto in Tunisia un dirigente degli alleati locali della Nato, di fronte alla timida accusa da parte dei media “ma voi armati usate i viveri che l’Onu destina ai civili…” rispose secco: “Noi siamo dei civili”.

D’altro canto se dici a Lavoie che gli alleati Nato sul terreno uccidono civili e fanno (dopo la fine del regime) la caccia al nero e la Nato non protegge quei civili, Lavoie allarga le braccia: “Non siamo una forza di polizia”. Ammissione che un bombardamento non può proteggere i civili . E per email, alla domanda: “Come mai non proteggete gli abitanti di Tawergha deportati e i molti neri perseguitati ai vostri alleati? E anche in generale i civili presi nelle aree assediate?”, ecco la risposta: “Abbiamo fatto appello a entrambe le parti per la protezione dei diritti umani. La leadership del Cnt ha chiesto spesso alle sue forze di contenersi. E si è impegnata come nuova autorità al rispetto dei diritti umani; per metterlo in pratica occorrerà tempo e sforzo, e aiuto da parte internazionale. Mentre le forze pro-Gheddafi attaccavano i civili e le aree civili le forze del Cnt in molti casi prima dell’attacco aspettavano che i civili se ne andassero. Non abbiamo notizia che attaccassero civili deliberatamente e sistematicamente”. E dov’erano le prove degli attacchi sistematici da parte delle forze di Gheddafi?

La partigianeria è diventata evidentissima nel mortale assedio Nato e Cnt a Sirte. Se si faceva osservare a Lavoie che l’assedio a civili è un crimine di guerra, il colonnello rispondeva surrealmente: “Il Cnt ha mostrato l’intenzione di far uscire la popolazione civile”.

Mentre Sirte veniva distrutta dai bombardamenti e dai Grad e artiglieria pesante usati dagli armati del Cnt, il colonnello della Nato Lavoie dichiarava surrealmente: “La maggior parte della popolazione di Sirte e Bani Walid non corre più pericoli perché le rimanenti forze di Gheddafi stanno sulla difensiva, nel tentativo apparente di sfuggire alla cattura. Non controllano alcuna zona densamente popolata e non rappresentano più una vera e propria minaccia al di fuori di queste sacche di resistenza”. Minaccia per chi? Per i protetti dalla Nato: gli armati del Cnt. Ma la risoluzione Onu non doveva proteggere armati! Quando si scriveva alla Nato: “Risulta  organizzazioni umanitarie libiche come Djebel al Akhdar, che oltre cinquanta civili siano rimasti sotto il bombardamento di un palazzo crollato all’angolo fra Dubai Avenue e Sept. 1st Avenue, e non poteva che essere un aereo visto il largo cratere prodotto” , la risposta era “non abbiamo indicazioni che sia vero”.

E il bombardamento dell’ospedale Avicenna? “Mai bombardato ospedali, nemmeno vicino a siti militari”. Altra domanda: la Nato sta indagando sui bombardamenti di strutture civili a Sirte? “I nostri obiettivi erano tutti militari dunque legittimi exrisoluzione 1973. Abbiamo agito con cautela, discernimento e precisione. Non siamo a conoscenza di alcuna prova che richiederebbe l’apertura di un’inchiesta formale”. E anche: “L’obiettivo della Nato è sempre stato evitare di colpire i civili. Abbiamo una intelligence solida e processi di selezione degli obiettivi molto stringenti. Consideravano il giorno della settimana, l’ora del giorno e della notte, la direzione dell’attacco. Le munizioni erano tutte di precisione e centinaia di obiettivi sono stata tralasciati per evitare rischi per i civili e le infrastrutture. Anche se in una complessa operazione militare i rischi non possono essere eliminati”.

Sirte distrutta, la Nato la spiega così: “Era l’ultimo bastione di Gheddafi. E’ stata contesta per settimane fra gheddafiani e Cnt”. E qui il surreale: “La Nato incoraggiava una soluzione pacifica. Ma dovevano essere le forze dell’ex regime a deporre le armi e a smettere di attaccare i civili”. Insomma, dovevano arrendersi e agevolare il cambio di regime anziché ostacolarlo.

I ribelli pro Nato del Cnt lanciano missili Grad dentro le città da essi assediate, e lo ammettevano. Sono considerati un’arma indiscriminata, dunque una minaccia per i civili, dalla stessa Alleanza; proprio all’uso dei Grad da parte dell’ex esercito libico, e all’assedio a Misurata, la Nato si era aggrappata in tutti i mesi passati per giustificare i bombardamenti “protettivi” e relative stragi. Sull’uso dei Grad da parte del Cnt la Nato interpellata via email (non) risponde così, dimostrando tutta la neutralità sbandierata da Oanà: “Fin dall’inizio il Cnt ha posto ogni cura nell’evitare  vittime civili e crediamo che continuerà a farlo”. Forse l’intelligence Nato era selettiva e non vedeva i Grad del Cnt, né la caccia ai neri libici e stranieri e ai lealisti.

Surreali le dichiarazioni. Mentre le forze di Gheddafi sono in fuga e si concentrano nel triangolo dove hanno un più forte sostegno popolare, il portavoce il 13 settembre dice che “occupando e reprimendo città come Bani Walid e Sirte le forze di Gheddafi hanno preso in ostaggio la popolazione, esponendola a ovvi rischi, reprimendo la sollevazione e impedendo ai cittadini di andarsene”. Evidente i due pesi due misure rispetto a Misurata, o a Homs e Aleppo e molti altri luoghi in Siria, dove mai i ribelli sono accusati di prendere in ostaggio. “La Nato è riuscita a intercettare e annientare parecchie fonti di minaccia per la popolazione civile, fra cui carrarmati, lanciamissili ecc.; i veicoli della Nato hanno condotto svariate missioni di attacco ben dentro il deserto del Sahara per distruggere le infrastrutture di comando e controllo, un autoreparto e parecchi veicoli blindati impedendo quindi il rafforzamento delle posizioni del regime nel nord del paese”. Poi ricapitola citando la 1973: “Negli ultimi sei mesi le forze della Nato hanno mantenuto costante il ritmo delle operazioni, intervenendo laddove le forze di Ghedafi rappresentassero una minaccia per i civili, che si trattasse di Bengasi, di Misurata, di Sebha, nel sud o di molte altre città e villaggi di tutto il paese.

A riprova della sua imparzialità, la Nato conclude una conferenza stampa il 13 settembre dicendo “La ripresa della Libia è ben chiara e non lascia spazio a dubbi”.

L’assedio a Sirte ha reso la situazione umanitaria disperata. Dall’ospedale – anch’esso centrato da razzi – il dottor Abdullah Hmaid dichiarava alla Reuters che i pazienti morivano per mancanza di materiale ospedaliero e chiedeva a Croce rossa internazionale e Oms di aiutare a rompere il blocco. Ma nessuna organizzazione internazionale ha denunciato l’assedio. Eppure alla conferenza stampa del 27 settembre il colonnello Lavoie da Napoli ribadiva che l’emergenza di Sirte era solo “colpa dei miliziani e dei mercenari di Gheddafi” che non capivano che avrebbero dovuto “arrendersi” e “si piazzano vicino alle case e agli ospedali usando i civili come scudi umani”. Un’accusa che l’Alleanza i suoi paesi membri non hanno mai rivolta ai ribelli asserragliati a Misurata o, in seguito, a Baba Amr in Siria. Per definizione gli scudi umani li usano solo i cattivi. 

Anche per email la Nato ribadisce implicitamente di aver lasciato fare agli alleati assedianti, e getta la colpa sugli assediati. In un’altra email: “I pro-Gheddafi si nascondevano nel centro della città per cercare di usare i civili come scudi umani contro il Cnt. La situazione umanitaria a Sirte era precipitata per gli sforzi delle truppe di Gheddafi di controllare punti di accesso. Checkpoint pro-Gheddafi e cecchini impedivano alle famiglie di spostarsi in aree più tranquille. Le forze di Gheddafi inoltre percorrevano le strade alla ricerca di sostenitori anti-Gheddafi, prendevano ostaggi e  compivano esecuzioni”. Come fate a saperlo se non avevate militari a terra? “Non avevamo osservatori sul terreno ma usavamo i nostri asset di intelligence e sorveglianza per avere un quadro reale Monitoravamo con cura le linee di fronte per identificare chi attaccasse o minacciasse la popolazione”. Era ovviamente impossibile monitorare da 10.000 metri. Dunque?

Il 21 settembre il comandante per le operazioni Nato in Libia Charles Bouchard spiega che “la nostra missione prosegue, perché le forze di Gheddafi minacciano ancora la popolazione”; “invitava i lealisti ad “arrendersi per garantire una fine pacifica del conflitto, anche perché sono circondati e non hanno vie di fuga, in quanto il territorio intorno a loro è nelle mani dei ribelli”. Quanto ai lealisti in fuga, la Nato non li attaccherà perché “si stanno allontanando dalla popolazione e non costituiscono così una minaccia per i civili”.

Ma è stata la Nato a fermare il convoglio in fuga di Gheddafi, e a farlo dunque uccidere.

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