La Cina supera gli USA, ma “l’opposizione democratica” puzza di separatismo

occupy H.K.di Achille Lollo*, da Roma per il Correio da Cidadania

A partire dal 26 settembre, Admiralty, il quartiere centrale di Hong Kong, ha cominciato a essere teatro di grandi manifestazioni di studenti universitari, opportunamente organizzate da Occupy Central, il cui leader, Eddie Chung, non ha mai nascosto i propri sentimenti anti-cinesi e il sostegno finanziario di molte Ongs statunitensi e britanniche. Non è stato a caso che, il giorno 27 settembre, subito dopo le prime manifestazioni, il porta-voce del Ministero degli Affari Esteri della Cina, Hua Chunying, mostrando che il governo cinese era vigilante, ha dato un avviso agli Stati Uniti e ai paesi dell’Unione Europea, dichiarando: “… Speriamo che i paesi importanti sappiano frenare le dichiarazioni, contenere le azioni e così non interferire nelle questioni interne di Hong Kong e, pertanto, non dare sostegno all’Occupy Central o appoggiare qualsiasi tipo di attività illegali…”.

Nonostante la riflessione della diplomazia cinese, il messaggio era diretto, in particolare, alla Casa Bianca, il cui porta-voce, Josh Earnest, subito dopo la prima manifestazione del 26 settembre, aveva dichiarato “… Gli Stati Uniti seguono da vicino la situazione di Hong Kong e sostengono le aspirazioni della popolazione...”.

Affermazioni che confermavano il contenuto dei rapporti che i servizi di intelligence cinese hanno presentato al primo ministro, secondo i quali, dal 2012, i funzionari della Freedom House e soprattutto del NED (National Endowment for Democracy) hanno svolto un’intensa attività in quasi tutte le facoltà della University of Hong Kong, con il titolo (o maschera) di “ricercatori associati”, per orientare le dirigenze studentesche anti-cinesi con l’obiettivo di promuovere nuove forme di opposizione, senza cadere nel tradizionale anti-comunismo del presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou.

Infatti, il 27 marzo 2013, il padre Chu Yiu-ming e i professori Benny Tai Yiu-ting e Chan Kin-man  hanno convocato, nell’Università di Hong Kong, una conferenza stampa per presentare il manifesto dell’OCLP (Occupy Central with Love and Peace), con il quale si lanciava un vago messaggio di opposisione democratica, che pretendeva emulare l’OWS di New York, mondialmente conosciuto come Occupy Wall Street.

L’iniziativa dei leaders dell’OCLP non sarebbe mai riuscita a uscire dai saloni accademici dall’elitista “University of Hong Kong” senza l’appoggio del miliardario Jimmy Lai, che, dal 1997, agita e finanzia tutti i movimenti, i gruppi di opinione, gli intellettuali, i giornali, i bloggers, infine, tutti i mezzi che, direttamente o indirettamente, fanno opposizione all’accordo del 1997, che ha restituito la colonia britannica alla Repubblica Popolare della Cina.

È stato con il supporto logistico, finanziario e mediatico del conglomerato di Jimmy Lai che l’OCLP ha perduto il Love and Peace per rimanere con lo slogan diretto “Occupy Central”, il cui principale obiettivo era provocare uno choc politico con il governo locale e, conseguentemente, affrontare la repressione della polizia. Uno scenario che potrebbe rimettere in discussione, a livello internazionale, la gestione pro-cinese del territorio di Hong Kong, e non soltanto la destituzione di Leung Chun-ying, governatore della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong.

Un programma che ricorda le provocazioni della destra ucraina a Maidan Nezalejnosti (Piazza dell’Indipendenza) di Kiev, dove le manifestazioni non sono mai state spontanee, bensì scientificamente organizzate, dirette e monitorate per provocare una crisi politica istituzionale.

Forse, l’esperienza di Piazza Maidan e delle cosidette primavere arabe ha motivato il governo di Pechino e lo stesso governatore di Hong Kong a non cadere nella trappola della repressione, lasciando che le contraddizioni politiche e sociali di Occupy Central venissero a galla subito dopo la prima settimana di manifestazioni e blocchi delle strade della città.

La classe lavoratrice contro Occupy Hong Kong

Il professore di Diritto e leader di Occupy Central, Benny Tai Yiu-ting, ha creduto ciecamente ai suoi consiglieri statunitensi del NED, secondo i quali la pretesa occupazione dei palazzi del governo, nel centralissimo quartiere di Admiralty, doveva muoversi in direzione del quartiere commerciale Cause Way Bay e, poi, seguire verso il quartiere popolare di Mong Kak nella penisola di Kowlaon, con l’obiettivo di paralizzare il porto e, pertanto, mobilizzare le proteste della working class della regione portuaria. Per questo, Eddie Chung, braccio destro di Benny Tai Yiu-ting, ha annunciato il giorno 1 ottobre che Occupy Central si trasformava in Occupy Hong Kong, con l’obiettivo di rovesciare il governatore Leung Chun-ying e finirla con le imposizioni dei comunisti cinesi, chiedendo congiuntamente elezioni libere, per proclamare la fine del “giogo cinese”.

È stato in questo preciso momento che tutti i media occidentali hanno inventato la “rivoluzione degli ombrelli”, volendo creare un’equazione con le cosiddette rivoluzioni anti-russe del passato: “l’arancione” in Ucraina e quella “delle rose” in Georgia.

Tuttavia, la perfetta organizzazione logistica dello staff del miliardario Jimmy Lai – che ha messo in campo centinaia di bus, per mettere in movimento gli studenti delle facoltà verso i quartieri della penisola di Kowlaon – oltre a innumerevoli posti di rifornimento – in modo da dare ai manifestanti acqua minerale, frutta, sandwiches, maschere antiche, magliette, cellulari, pamphlets, fasce, outdoors etc. – non è riuscita a conquistare le menti e i cuori dei lavoratori, in maggioranza emigranti cinesi, funzionari pubblici e commercianti, che non potevano arrivare ai propri luoghi di lavoro.

Anche il sottoproletariato dei quartieri portuari si è sentito danneggiato, visto che le strade sono rimaste piene di poliziotti, e questo, in pratica, danneggiava l’operatività dell’economia illegale (prostituzione, vendita di droghe e contrabbando). Conseguentemente, quando i lavoratori e i commercianti hanno cominciato a costringere gli studenti a rompere i blocchi delle strade nel quartiere commerciale di Cause Way Bay, nel quartiere popolare di Mong Kak i sotto-proletari hanno cominciato a dare addosso agli studenti, che si sono dovuti ritirare da questi quartieri, anche perché il promesso appoggio popolare garantito dagli uomini dello staff del miliardario Jimmy Lai non ha avuto luogo.

È chiaro che la reazione violenta dei lavoratori e dei commercianti ha poco a vedere con la bandiera rossa del Partito Comunista Cinese. Il motivo principale del “No” dei lavoratori è che: 1º) la grande maggioranza di questi sono immigranti cinesi che non hanno figli nelle facoltà elitiste di Hong Kong; 2º) loro, in funzione dell’altissimo costo della vita ad Hong Kong, non potevano permettersi un “buco di 7 giorni nel salario”.

D’altro canto, tutto il mondo sa che Hong Kong e l’ex-colonia portoghese di Macao sono territori denominati Regioni Amministrative Speciali, dove, in funzione della logica degli accordi del 1997, “un paese e due sistemi”, rimangono gran parte delle contraddizioni dell’epoca coloniale, mentre la sovranità è ancora limitata. Un contesto che ha reso impossibile qualsiasi tipo di solidarietà da parte degli immigranti cinesi, dal momento che, ad Hong Kong, tutti i privilegi continuano nelle mani degli strati sociali e dei clan che hanno sempre appoggiato il modello coloniale dell’“Union Jack” britannica.

 

ombrelliPerché Occupy Hong Kong? 

A gennaio di quest’anno, tutti gli indicatori economici e finanziari confermavano che la Cina aveva superato gli USA, trasformandosi nella prima potenza commerciale del mondo, con una crescita del 7,6% nella sua bilancia commerciale, movimentando 4.160 miliardi di dollari, dei quali 2.210 con le esportazioni. Da parte loro, gli USA rimanevano indietro, con un “trend” commerciale di 3.560 miliardi di dollari, dei quali 368,4 di importazioni dalla Cina.

A marzo, le principali banche commerciali e di investimento della Cina moltiplicavano le loro operazioni negli USA, proseguendo nell’acquisto di titoli del debito pubblico, come anche di una gran parte dei prodotti finanziari di Wall Street. Per questo, nei media esplodeva la felicità degli operatori di Wall Street, che finalmente addentavano denaro fresco. Anche così, i principali analisti politici degli USA giudicavano rischioso lasciare che la Cina, in seguito alle decisioni della terza plenaria del politburo del PCC (novembre 2013), comprasse gran parte delle azioni delle imprese statunitensi, dal momento che il nuovo governo cinese era deciso a rompere con la “politica di Deng”, cercando nuove direzioni di ambito strategico. Per esempio, a maggio, il nuovo presidente Xi Jinping aveva rivitalizzato le relazioni con la Russia, firmando trattati di cooperazione militare e di sicurezza, oltre a fissare in 30 anni il termine degli accordi energetici per la fornitura del gas e del petrolio che la Russia estrae in Siberia.

Poi, a luglio, Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin hanno promosso il sesto “Vertice di Fortaleza” dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Africa del Sud), dove è stata stabilita la creazione di una banca e di un fondo anti-crisi, la cui sede sarà nella città cinese di Xangai.

Un contesto che dimostra chiaramente la fine degli effetti della politica di contenimento della Cina da parte degli Stati Uniti, che devono anche tenere conto di cinque questioni importantissime in ambito geo-strategico:

1)  Il potenziale dell’industria militare cinese non può essere più sottovalutato, soprattutto adesso che le relazioni con la Russia cominciano a progredire in quasi tutti i settori, incluso quello militare;

2)  Il fatto che la Cina è la principale potenza commerciale del mondo ha cominciato a modificare il pensiero politico di molti governanti del continente asiatico. Tanto che Barak Obama non è riuscito a ottenere la firma del Giappone, della Malesia, dell’Indonesia, della Thailandia e della stessa Corea del Sud per il trattato commerciale “Trans Pacific Partnership” (TPP), che è stato accettato solamente dai governi del Brunei, del Cile, di Singapore e della Nuova Zelanda.

3)  La fornitura da parte della Russia di 38 miliardi di metri cubi di gas durante trenta anni e di 100 milioni di tonnellate di petrolio nei prossimi dieci anni determinerà la movimentazione di 100 miliardi di dollari nel 2015 e di 200 nel 2020. Transazioni che abbandoneranno l’uso del dollaro, visto che nell’agosto di quest’anno le borse di Mosca e di Xangai hanno cominciato ad attivare direttamente il cambio del rublo (moneta russa) con il renminbi (moneta cinese).

4)  Le riforme invocate nel terzo plenario del politburo del PCC aspirano a “smantellare il modello dell’Era Deng” non solo nell’ambito commerciale, articolando una “crescita sostenuta”, ma anche nel contesto sociale, ampliando la guerra alla corruzione a tutti i livelli, oltre a rafforzare la nascente classe media. Il che significa dimenticare le accelerazioni economiche rischiose, abbandonare la pratica delle speculazioni immobiliari, per regolamentare la politica fiscale. In realtà, la Cina dovrà realizzare una serie di piccole modifiche, che dovranno determinare grandi cambiamenti nell’economia e nel sociale, evidentemente, per non creare gli stessi disastri economici che hanno massacrato i paesi europei nel 2006 e nel 2008.

5) Lo smantellamento della “Era Deng”, in termini geo-strategici, significa rompere con un forzato pragmatismo, per rinforzare lo spirito nazionalista cinese. In pratica, tutti i tentativi della Casa Bianca di imporre una soluzione ai conflitti territoriali che la Cina ancora ha con il Giappone, la Corea del Sud e il Vietnam sono praticamente falliti.

Di fronte a questo scenario, le eccellenze della Casa Bianca hanno permesso che il Congresso continuasse a finanziare i progetti della NED (The National Endowment for Democracya Hong Kong, soltanto per provocare il gigante cinese. Diciamo che è stata un’operazione di politica sovversiva promozionale, per capire in che forma il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro Li Keqian avrebbero reagito nel sapere che il movimento di opposizione democratica è un’invenzione del National Endowment for Democracy – che, come tutti sappiamo, è un’antisala della CIA. Una specie di laboratorio intellettuale per impiantare e creare le condizioni politiche affinché, in seguito, la CIA possa organizzare la sovversione istituzionale.

Il dramma di tutto ciò è che Occupy Central with Love and Peace, dopo Occupy Central e infine Occupy Hong Kong, in realtà sono serviti a manipolare il pensiero di migliaia e migliaia di giovani studenti universitari di Hong Kong che, dopo la sconfitta di questi giorni, devono sviluppare un rancore verso la Cina sempre più profondo. Un rancore e forse un odio che potrà esplodere nel 2017, quando la Cina, in funzione degli accordi del 1997, potrà esercitare la sua completa sovranità. Sentimenti che, certamente, saranno molto ben coltivati e giustificati dai funzionari della NED e di molte altre Ongs, per estendere a Hong Kong i tentacoli del separatismo.

 

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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