(VIDEO) German Ferrer de ANROS rechaza asesinado de Robert Serra

por Venevisión

El diputado de la Asamblea Nacional por el Psuv, German Ferrer, tambien coordinador nacional de ANROS, durante su participación en Entrevista Venevisión, conversó con Fernando Girón, sobre las declaraciones del presidente Nicolás Maduro acerca de la muerte de Robert Serra, además de dar su opinión de las investigaciones. 
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Ex jihadista: «Ho visto crocifiggere e decapitare: ho deciso di fuggire»

da ria novosti

Un giovane donna che ingrossava le fila dello Stato islamico, dopo aver volontariamente disertato, ha raccontato la crudeltà dei jihadisti e il trattamento umiliante al quale sono sottoposte le donne.

 A seguito della dichiarazione dello Stato islamico sulla creazione del Califfato molte donne della regione hanno deciso di recarsi in Iraq e Siria e unirsi ai ranghi del gruppo in cerca di una vita migliore. Confidavano fortemente sulle dichiarazioni dei leader del movimento jihadista, secondo Christian Post.

 Tuttavia, i fatti dimostrano che gran parte di ciò che viene detto per ottenere l’arruolamento delle donne è una menzogna. La crudeltà dei metodi jihadisti non smette mai di stupire e, in ultima analisi, di incutere timore, come risulta dalla testimonianza di una ragazza musulmana che ha abbandonato lo Stato islamico.

 Khadija, che è un insegnante di scuola elementare, ha spiegato alla Cnn che aveva lasciato il lavoro per unirsi allo Stato islamico su consiglio di un uomo tunisino che aveva conosciuto su internet.

 Il contatto tunisino di Khadija affermava che lo Stato islamico che l’Islam sarebbe riuscito correttamente ad affermarsi e che le crudeltà erano la causa della situazione di guerra. Una volta stabilito il controllo duraturo della situazione, i sostenitori del movimento radicale assicuravo che sarebbero stati “meno violenti”, ricorda la donna.

 Come parte dei suoi obblighi nello stato islamico, Khadija faceva parte di un distaccamento di donne che vigilavo gli altri sul rispetto dei precetti della legge ‘sharia’. A poco a poco cambiando compiti e l’ex maestra si è trovata ad essere addestrata all’uso di un fucile d’assalto e agli incendi. Per tutto questo tempo era disposto a tollerare la crudeltà in nome di un futuro più moderato.

 Ma le atrocità degli estremisti  hanno causato seri dubbi nella donna. Abuso di minori e abusi sessuali che i terroristi sottoponevano le donne, i matrimoni forzati, le decapitazioni e le crocifissioni hanno crudamente mostrato la ferocia dell’organizzazione jihadista. «Ho visto un giovane crocifisso, la decapitazione di un uomo e ho deciso di fuggire», ha detto Khadija.

 Voglio tornare alla mia vita precedente.

 Il momento finale di delusione è arrivato quando i terroristi hanno fatto pressioni per accettare un matrimonio forzato. Khadija è ora in Turchia e nasconde la sua identità per timore di essere un bersaglio della vendetta dei jihadisti. «Voglio solo la mia vecchia vita. Siate gioiosi, amate la vita, ridete, viaggiate, disegnate, ascoltare musica. Voglio essere tutto questo ancora una volta», ha concluso l’ex jihadista.

 [Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

L’Art. 18 accelera la rottura nel PD tra i neo-liberisti e i social-democratici

artciolo

di Achille Lollo*, da Roma, Italia

Con 130 voti a favore e 35 contrari, includendo 12 astensioni, la maggioranza dei neo-liberisti legata a Matteo Renzi ha legittimato la nuova linea politica e, conseguentemente, il sorgere di un nuovo partito.

 

La riunione della direzione del Partito De­mocratico (PD) dell’ultimo 29 se­ttembre può essere considerata la riunione più importante che il PD ha realizzato negli ultimi tre anni, da quando l’allora segre­tario-generale Píer Luigi Bersani e l’ex-pri­mo ministro Enrico Letta hanno tentato, senza successo, di dare una nuova configurazione politica e programmatica al partito, senza rinunciare ai fondamenti del Welfare State (benessere sociale) della tradizione so­cial-democratica.

Probabilmente, i tentativi innovatori che Bersani ha voluto implementare negli ultimi anni sono risultati anacronistici e allo stesso tempo contraddittori, dal momento che il parti­to aveva, praticamente, speso tutto il suo potenziale ideologico. Per questo, la base del partito era praticamente disorienta­ta, nella misura in cui l’insieme degli strati so­ciali che garantivano il sostegno elet­torale del PD era praticamente incline all’ astensionismo o a votare al massimo il combattivo Movimento Cinque Ste­lle di Beppe Grillo.

È stato, intanto, in questa situazione di complessa indeterminatezza politica e, soprattutto, ideolo­gica, che, due mesi prima delle elezioni interne del PD (primarie), è sorto il fe­nomeno politico di Matteo Renzi, che ha sovvertito la storica direzione formata dal triangolo: Bersani/D’Alema/Veltroni con una dinamica inusuale, consistente nel proporre la modernizzazione del partito senza, per questo, presentare una proposta politica e ideo­logica per il proprio partito.

Oggi, il dibattito nella direzione del PD è stato let­teralmente dominato da questa dinami­ca innovatrice, che ha stregato gran par­te dei deputati e dirigenti del PD, ma non dalla credenza nella necessità di s­mantellare quello che rimane della legislazione dello S­tatuto dei Lavoratori. Al contrario, il dibattito sull’Art. 18 è stato appena una giustificazione per prendere posizione e segnare una presenza nel processo formativo del nuovo partito che Renzi sta plasmando, dis­truggendo il vecchio PD-ex PCI senza, tuttavia, creare fratture evidenti.

Infatti, le possibili rotture saranno, certamente, recuperate nelle stanze del po­tere, dove Renzi e tutti i suoi uomini, adesso, detengono ampiamente il controllo delle istituzioni. Pertanto, solamente una consistente minoranza si è negata di condividere la proposta del nuovo PD di Renzi che, da parte sua, ha vinto la fiducia dei 130 membri della direzione – il che significa avere, finalmente, raggiunto il controllo del 75% del partido.

Nei fatti, l’opposizione rappresentata dai gruppi guidati da Pier Luigi Bersani/Massimo D’Alema e Pippo Civati spe­rava di potere costruire un’opposizione di quasi il 40/45% dei membri della direzione. Tuttavia, hanno perso non per motivi ideologici o politici, ma, semplice­mente, perché il sistema politico italiano ha prevalso nel senso che si è affermato il “partito del potere” e non il partito che aspira a gestire il potere.

In pratica, questo significa che più della metà dei membri della direzione del PD hanno appoggiato Renzi perché lui, oggi, è l’uo­mo del potere che è appoggiato da tutte le componenti di questo potere (mercato, industria, banchieri, Unione Europea e Casa Bianca). Fare opposizione a Renzi in seno al partito significherebbe danneggiare il futuro politico di chi ha bisogno dell’appa­rato partitico del PD per essere rieletto. In poche parole, significherebbe rinun­ciare ai benefici che il potere, oggi, off­re a Renzi e a tutti i membri del gruppo che lui guida.

Per questo, come ai tempi di Berlin­guer nell’allora PCI, non tutti i dirigen­ti del PD hanno avuto il coraggio di auto­escludersi da un processo, che con la sua di­namica mediatica e fortemente manipolatrice avrebbe decretato la fine di un partito politico, per legittimare un nuovo PD che aspira a diventare il principale elemento di “controllo sociale nelle aree metropoli­tane e nei centri industriali”.

 

Basta slogans!

È stato con questa frase che Massimo D’Ale­ma ha tentato di rompere, senza successo, la frustran­te dinamica della loquacità di Renzi, quando il primo ministro nonché segretario­-generale del PD è riuscito a stregare la pla­tea della direzione del PD, promettendo un salario minimo e il paga­mento del TFR da parte degli imprenditori, a partire dal gennaio 2015, come contra­parte dell’abolizione dell’Art. 18.

È difficile ammetterlo, ma una platea di individui politicamente bene informati­ e con un livello culturale molto al di sopra della media è rimasta letteralmente zittita di fronte a questi due nuovi sogni che Renzi, sa­pientemente, ha presentato per deviare l’attenzione della platea e, così, alimentare, anche nei membri della direzione del PD, il sogno della stabilità e del benessere per tutti.

Infatti, dopo l’affermazione di Renzi che l’imprenditoria sarebbe dispos­ta ad anticipare ai lavoratori il paga­mento mensile del TFR – che sarebbe il contributo imprenditoriale alla futura riforma –, il presidente dell’ associazione delle piccole e medie industrie ha dichiarato: “Renzi s­ta inventando cose, visto che l’anticipo mensile del TFR a partire dal gennai­o 2015 ucciderebbe 6 milioni di piccole industrie”.

Per questo, Massimo D’Alema ha dichiarato: “Basta slogans, la crescita si fa con riforme serie nelle infra-strutture del paese e non promuovendo leggi che possono­ moltiplicare la disoccupazione”.

Anche così, i 60 membri della di­rezione del PD, che dovrebbero intendere l’allarme di D’Alema, hanno preferito allinearsi al “partito del potere” e, conseguente­mente, legittimare il nuovo “uomo del potere”, vale a dire Matteo Renzi.

Molti analisti ammettono che il suc­cesso di Renzi nella direzione del PD potrà creare problemi serii al partito sui territori, dal momento che la base dei militanti e, soprattutto, degli elettori del PD, che è rimasta stregata dalla loquacità e dal tono decisivo di Renzi, in realtà, credeva che si fosse impadronito del par­tito per modificare il contezto socio-e­conomico italiano da un punto di vis­ta di sinistra.

Scontro con la CGIL

Nella storia della Confederazione Generale Ita­liana del Lavoro (CGIL) non ci sono mai stati conflitti con le direzioni dei partiti di sinistra (PCI, PSI e poi con il PDS). Ci sono state, sì, nel passato, dure contestazioni­ da parte dei gruppi sindicali legati­ alle formazioni della sinistra rivoluzio­naria, tuttavia, non ci sono mai state diatribe con le direzioni politiche dei partiti, co­me oggi succede tra il primo mi­nistro Matteo Renzi e la Segreteria Generale della CGIL Susanna Camusso.

Un confronto che ha assunto toni da conflitto politico, tanto che Susanna Ca­musso non si è limitata a criticare Ren­zi, ma lo ha attaccato direttamente, affermando che “il primo ministro ieri ha detto qualcosa che mai era stato dichiarato nel nostro cam­po di sinistra, sentenziando che oggi il punto cruciale è dare alle imprese la garan­zia di licenziare”. A seguire, Camus­so ha anche chiamato Renzi incompeten­te, affermando che “lui solo sa parlare, ma, in realtà, nemmeno sa che i cosiddetti contratti co.co.co [collaborazione coordinata e continuativa] non esistono più, non sa che oggi abbiamo altri tipi di contratti, come i vouchers, i con­tratti specifici a progetto, le partite associative nella realizzazione delle opere”.

Infatti, la CGIL, che è sempre stata la prin­cipale istituzione che canalizza per il PD il necessario sostegno elettorale con milioni di voti dei lavoratori delle fabbriche, del pubblico impiego e del terziario, questa volta, ha rotto con la tra­dizionale dipendenza, assumendo una posizione dialettica che va molto al di là della semplice critica.

Così, oggi, subito dopo la decisione di presentare in Parlamento la proposta di legge che elimina l’Art. 18, la CGIL ha emesso un comunicato che attacca direttamen­te Renzi col dire che “il primo minis­tro rimane ancora confuso, indeterminato e contraddittorio, quando si riferisce al futuro dell’Art. 18, usando argomenti che, quando riguardano la revisione della Legge nº 300/12970, non differiscono da quanto si diceva nel passato”. Per poi sottolineare che “l’eliminazione del lavoro precario e l’evo­luzione dell’attuale mercato del lavoro non si ottiene solo con la riduzione delle for­me contrattuali, visto che l’ampliamento dei diritti per tutti i lavoratori deve essere accompagnata da un insieme di tutele, con una legge sui licenziamenti. Oltre a ciò, per realizzare i cosiddetti ammortizzatori sociali di fronte alla cres­cita della disoccupazione, bisogna che gli stessi siano una realtà effettiva­mente universale e non solamente limitata a una parte dei lavoratori”.

Per i sindacati, e in particolare pe­r la CGIL e per la Federazione dei Me­tallurgici (FIOM), l’abolizione dell’Art. 18 è solo un sotterfugio dell’imprenditoria, in particolare della piccola e media impresa – per poter chiudere i conti, licenziando una parte della sua mano d’opera. In pratica, oggi, in Italia ci sono interi se­ttori dell’industria che sono al limite della capacità di concorrenza perché o non hanno investito in tecnologia o hanno op­tato per dirottare i propri profitti nelle avven­ture dei mercati finanziari con ri­sultati disastrosi. Per questo, il libero licenziamento è stato presentato da Renzi co­me la soluzione per evitare i fallimenti o i trasferimenti delle fabbriche in Slo­venia, Serbia, Ungheria o Polonia, dove i salari sono sei volte minori di quelli italiani.

 

 

9 milioni di disoccupati

Ufficialmente, i disoccupati in Italia superano i 9 milioni. Oltre a questo “esercito di reserva”, abbiamo altri 3 mi­lioni di lavoratori che sono stati elimi­nati dal mercato del lavoro per trovarsi in una “fascia d’età critica”, vale a dire, tra i 48 e i 65 anni. Nessuno, ma proprio nessuno, dà lavoro a questo con­tingente di lavoratori che sopravvi­ve facendo lavori informali, logicamente quando li trovano.

Infine, abbiamo altri 3 milioni di lavoratori che sono usciti volontariamente dal mercato del lavoro per ave­re perso la speranza di essere chia­mati nuovamente da una fabbrica. Lavoratori che anche sopravvivono nel terziario, alimentando così l’illegalità del “lavoro nero” senza contratto. È evidente che in questo enorme “esercito di riserva” non sono contabilizzati i s­tranieri clandestini, che attualmen­te sono quasi 1 milione – i quali sopravvivono con salari di 300 euro al mese.  Qualcosa di prossimo ala miseria, se consideriamo che il minimo salariale è di 600 euro, mentre un mini-appartamento (stanza da letto/salone) nella periferia di Roma costa 300 euro e pe­r affittare una barracca di legno di 2×3 metri quadrati, costruito sotto i pontoni, bisogna pagare in anticipo 100 euro.

Di fronte a questo scenario di acuta crisi economica e sociale, molti si chiedono per quale motivo Renzi abbia disarmato il PD che, nonostante tutte le critiche e gli er­rori commessi, era, di fatto, l’ultima trin­cea che gli uomini di mercato ancora non avevano conquistato.

Ci sono molte risposte, ma la migliore è quella di Stefano Fassina, ex vice-ministro dell’Economia nel governo di Enrico Letta, secondo il quale “l’impostazione politica di Renzi fa parte di un bagaglio poli­tico che non ha nulla a che vedere con la nostra. E per essere sincero, è necessario dire che lui porta avanti queste operazioni – l’abolizione dell’Art. 18 tra l’altro – perché è la Commissione Europea che lo ha chiesto, ricordando che la Commissione non è un organismo tecni­co, bensì politico, con un orientamento marcatamente liberista. Pertanto, il vero­ obiettivo è indebolire i lavoratori e il loro potere di contrattazione, pe­r poter abbassare i loro salari in alter­nativa alla svalutazione dell’euro, che adesso non si sostiene più nei mercati mondiali”.

Praticamente, nell’ultima settimana l’euro ha so­fferto un’altra caduta di fronte al dollaro, mentre tutte le esportazioni delle indus­trie europee, comprese quelle tedesche, hanno so­fferto un consistente ribasso. Come giustamente há detto Stefano Fassina: “Pensano di poter vincere la concorren­za abbassando i salari dei lavoratori al posto di investire in tecnologia e soprattutto in formazione”.

L’ultimo atto della trilogia sull’Art. 18 e il futuro dei lavoratori italiani sa­rà esibito nel Parlamento il prossimo giorno 3 ottobre, quando l’unico parti­to a opporsi al diktat della Comissione Eu­ropea sarà il Movimento Cinque Stelle, sommato ai 35 oppositori del PD. Per ques­to, la vittoria del mercato nel Parlamento è praticamente assicurata, grazie agli sforzi del loro migliore ragazzo-propagan­da: Matteo Renzi. Tuttavia, vi sono seri dubbi­ se questa vittoria sarà legittimata nei territori, nelle università e, soprattu­tto, nelle fabbriche.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispon­dente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

 

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

L’Arabia Saudita avvia addestramento militare di 5000 terroristi

da hispan.tv

Alcune fonti diplomatiche arabe hanno dichiarato che l’esercito saudita ha già iniziato la formazione 5000 terroristi per combattere il governo di Damasco, così come la consulenza militare e la supervisione degli Stati Uniti d’America

 «Questo piano dimostra l’impegno assunto dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati per sostenere gli insorti contro il governo siriano», ha dichiarato al quotidiano americano, World Tribune, un diplomatico, a condizione di anonimato.

 Secondo le sue dichiarazioni, il regime saudita ha ospitato migliaia di takfiri, reclutati in Turchia e in altri paesi, al fine di formarli per 4-6 mesi e poi inviarli in Siria per combattere il governo del presidente Bashar al-Asad, attraverso le frontiere siriane con Turchia e Giordania.

 Questo progetto, ha spiegato il diplomatico, è stato approvato dagli Stati Uniti e ha l’assistenza dell’esercito americano.

 Il regime di Riyadh, è stato il principale finanziatore dei gruppi terroristici che hanno provocato tensioni e instabilità in Siria e in Iraq, ha sottolineato la fonte, aggiungendo che è stata l’Arabia Saudita che ha concepito l’idea di formare il cosiddetto gruppo terroristico Fronte Al-Nusra.

 Su questo piano, ha precisato che l’Arabia Saudita e il suo principale alleato, gli Stati Uniti, prevedono di reclutare un altro gruppo di 15.000 terroristi da aggiungere alla schiera dei gruppi armati come Al-Nusra in Siria.

 In questo quadro, l’ex ambasciatore negli USA, il principe saudita Turki al-Faisal, aveva dichiarato giorni fa, alla televisione americana, che «non si può eliminare solo l’Isis, ma anche il governo siriano deve essere rovesciato».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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