(VIDEO) Per una società socialista ci vuole una nuova cultura di sinistra

Marta Harneker, discorso realizzato in occasione della consegna del Premio Liberator, Caracas, 15 agosto 2014

da
Rebelión  28ago2014

Questo libro che si premia oggi (Premio Libertador Simón Bolívar al pensiero critico 2013, Venezuela) intitolato Un mundo a construir (nuevos caminos) [“un mondo da costruire (nuovi percorsi)” N.d.T.], è stato concluso un mese dopo la scomparsa fisica del presidente Hugo Chávez Frías, il quale non si sarebbe potuto scrivere senza il suo intervento nella storia dell’America Latina. Molte delle idee qui esposte fanno in parte riferimento al dirigente bolivariano, sia al suo pensiero, sia alle sue iniziative a livello di politica interna o a quelle a carattere regionale e mondiale. Nessuno può più mettere in dubbio che tra l’America Latina che egli aveva ricevuto e l’America Latina che ha lasciato esiste un abisso.

Per questa regione gli dedico questo libro con il seguente discorso:

Al comandante Chávez le cui parole, orientamenti ed esemplare dedizione alla causa dei poveri serviranno da bussola per il suo popolo e per tutti i popoli del mondo e saranno la nostra migliore difesa per difenderci da chi pretende distruggere questa meravigliosa opera che lui ha iniziato a costruire.

Quando egli trionfa in solitudine nelle elezioni presidenziali del 1998 il modello capitalista neoliberale cominciava a fare acqua da tutte le parti. Il dilemma da affrontare non era altro che rifondare quel modello, evidentemente apportando dei cambiamenti, come quello di una maggiore preoccupazione per il sociale, ma si doveva muovere con la stessa logica: la logica del profitto, della ricerca del lucro; oppure spingersi verso la costruzione di un altro modello. Chávez ha avuto l’audacia di fare un’incursione verso quest’ultima strada e per attribuirgli un nome ha deciso di chiamarla “socialismo”, nonostante i risvolti negativi di cui era portatrice. Volle specificare che si trattava del socialismo del secolo XXI, differenziandolo in questo modo dal socialismo sovietico che aveva contraddistinto il secolo XX. Non significava “commettere gli errori del passato”, la “deviazione stalinista” che burocratizzò il partito e finì con l’eliminazione del protagonismo popolare.

La necessità del protagonismo popolare costituiva una delle sue ossessioni ed è anche l’elemento che lo distanzia dalle altre proposte di socialismo in cui è lo Stato a risolvere i problemi, mentre il popolo riceve i benefici come un dono.


Chávez era convinto che il socialismo non può essere decretato dall’alto, ma bisogna costruirlo insieme alla gente. E, inoltre, riteneva che solo attraverso la partecipazione le persone riescano a crescere, diventano sempre più fiduciose di se stesse, ossia si sviluppano da un punto di vista umano.


Ricordo sempre il primo programma Aló Presidente dell’11 giugno 2009 con una impostazione più teorica e nel quale Chávez cita per esteso la lettera che l’anarchico russo, Piotr Kropotkin, scrisse a Lenin il 4 marzo 1920:


“Senza la partecipazione delle forze locali, senza una organizzazione delle forze dal basso, dei contadini e dei lavoratori, articolata da loro stessi, è impossibile pensare di costruire una nuova vita. Sembrava che precisamente i soviet sarebbero serviti ad assolvere la funzione di creare una organizzazione dal basso. Ma la Russia è diventata una repubblica sovietica solo nominalmente. […] l’influenza del partito sulla gente […] ha distrutto la capacità di energia costruttiva di queste istituzioni promissorie.” [1]

Per questo motivo ho da subito creduto necessario distinguere tra progetto e modello socialista. Consideravo come “progetto” le idee originali di Marx ed Engels e “modello” la forma in cui questo progetto si era materializzato nella storia. Se analizziamo il socialismo sovietico, osserviamo che nei paesi dove è stato introdotto questo modello di socialismo –recentemente denominato da Michael Lebowitz: il socialismo dei condottieri e dei condotti, basato sul modo di produzione avanguardista-, il popolo smise di essere il protagonista, le organizzazioni di partecipazione popolare si andarono trasformando in entità puramente formali, il partito divenne l’autorità assoluta, l’unico depositario della verità, che controllava tutte le attività: economiche, politiche, culturali. In altre parole ciò che sarebbe dovuto diventare una democrazia popolare si trasformò in una dittatura di partito. Questo modello di socialismo, che da molti è stato denominato “socialismo reale”, è un modello fondamentalmente statalista, centralista, burocratico, dove il grande assente fu il protagonismo popolare.

Vi ricordate quando quel socialismo crollò e in giro si parlava della sua morte e della morte del marxismo? In quell’occasione Eduardo Galeano, lo scrittore uruguaiano che voi tutti conoscete, diceva che ci avevano invitati a un funerale che non ci apparteneva. Il socialismo che era morto non apparteneva al progetto socialista per il quale noi lottavamo. Quello che era avvenuto nella prassi aveva poco a che fare con il progetto di società concepito da Marx ed Engels, il quale avrebbe dovuto rimpiazzare il capitalismo. Per i due il socialismo era impensabile senza il protagonismo popolare.


Ma le idee originali di Marx ed Engels non solo sono state alterate dalla pratica sovietica e dalla letteratura marxista diffusa da quel paese nei settori della sinistra, ma sono state anche velate o semplicemente ignorate nei paesi che erano al di fuori dell’orbita sovietica, dovuto al rifiuto del modello, produsse e che si associava con il nome di socialismo.


Poco si sa di quella che, secondo Marx ed Engels, è la futura società che loro denominavano comunista che avrebbe consentito il pieno sviluppo di tutte le potenzialità dell’essere umano, sviluppo che si sarebbe raggiunto attraverso la pratica rivoluzionaria. L’individuo non si sviluppa per magia, ma si sviluppa perché lotta, perché trasforma (trasformando le circostanze, la persona si trasforma per se stessa).


Per questa ragione Marx accettava come naturale il fatto che i lavoratori con i quali si sarebbe iniziata la costruzione della nuova società non erano esseri puri, poiché su di loro gravava lo “sterco del passato”. È per questo che non li condannava, ma sperava che essi si fossero liberati da quella eredità negativa attraverso la lotta rivoluzionaria. Egli credeva nella trasformazione delle persone attraverso la lotta e la prassi.


E Chávez –probabilmente senza aver letto quelle parole di Marx- lo aveva capito. Nel suo primo “Aló Teorico” del 11 giugno 2009 allertò alle comunità di stare attente con il settarismo. E aggiunse:


“[…] se c’è gente, ad esempio, cittadini che non partecipano nella politica, che non appartengono a nessun partito, va bene, non importa, siano benvenuti. Aggiungo dell’altro, se lì si trova a vivere qualcuno che appartiene all’opposizione, chiamatelo. Che venga a lavorare, che venga a dimostrare, a essere utile, che la patria, come si sa, appartiene a tutti, bisogna aprire degli spazi e voi vedrete che con la praxis molta gente si va trasformando. La praxis trasforma l’individuo, la teoria è solo teoria, perché la teoria non germoglia nell’anima, nelle ossa, nei nervi, nello spirito dell’essere umano e nella realtà. Non ha la forza di cambiare nulla. Non ci trasformeremo solo con la lettura dei libri. I libri sono fondamentali, la teoria è fondamentale, ma bisogna convogliarla verso la pratica, perché la praxis è ciò che realmente trasforma l’essere umano”.

D’altro canto la pratica “collettivista” del socialismo reale non spartisce nulla con il marxismo, giacché sopprimeva le differenze individuali in nome della collettività. Basti col ricordare che Marx criticava il diritto borghese che pretendeva equiparare artificialmente alle persone invece che riconoscere le loro differenze. La pretesa dell’essere tutti uguali finisce con trasformarsi in un diritto ineguale. Se due lavoratori raccolgono sacchi di patate e uno raccoglie il doppio dell’altro, si deve pagare al primo il doppio del secondo? Il diritto borghese direbbe di sì, senza prendere in considerazione il fatto che il lavoratore che raccoglie la metà dei sacchi quel giorno era malato o non è mai stato un lavoratore robusto, perché durante la sua infanzia non ha avuto una alimentazione adeguata e che, pertanto, forse con lo stesso sforzo del primo ha potuto solo rendere la metà.

Al contrario Marx affermava che una distribuzione veramente giusta avrebbe dovuto prendere in considerazione le differenti necessità di ciascuna persona. Una delle sue massime recita: “Ognuno secondo il proprio lavoro, ognuno secondo le proprie necessità”.


Un’altra idea di Marx molto tergiversata sia dalla borghesia che dalla pratica sovietica è stata quella sulla difesa della proprietà collettiva comune.


Cosa sono solito dire gli ideologi della borghesia? I comunisti (o i socialisti) ti esproprieranno tutto, il tuo frigo, la tua macchina, la tua casa, eccetera.


Quanta ignoranza! Né Marx né nessun altro socialista o comunista ha mai pensato di espropriare i beni d’uso delle persone. Quello che Marx ha prospettato è l’idea di restituire alla società ciò che gli appartiene e che è stato sottratto ingiustamente da una élite, ossia, i mezzi di produzione.

Quello che la borghesia non capisce o non vuole capire è che solo esistono due fonti di ricchezza: la natura e il lavoro umano e che senza il lavoro umano la ricchezza potenziale contenuta nella natura non si riuscirebbe mai a trasformare in ricchezza reale.

Marx osservava che non solo esiste il lavoro umano presente, ma che esiste anche il lavoro passato, ovvero il lavoro incorporato negli strumenti di lavoro.


Gli utensili, i macchinari, lo sfruttamento sempre più razionale della terra e, certamente, le scoperte intellettuali e scientifiche che sostanzialmente incrementano la produttività sociale, tutti sono effetto del lavoro umano, sono una eredità che si trasmette di generazione in generazione, sono una eredità sociale, sono una ricchezza del popolo.


Ma la borghesia, soprattutto grazie a tutto un processo di mistificazione del capitale –che qui non possiamo spiegare per motivi di tempo-, ci ha convinti che i padroni di quella ricchezza sono i capitalisti che per merito del loro sforzo, la loro creatività, la loro capacità negli affari e perché sono i padroni delle ditte, ha il diritto di appropriarsi di tutto ciò che quella ricchezza produce.

Solo la società socialista riconosce questa eredità come sociale e per tale motivo considera che debba essere restituita alla società e che dev’essere utilizzata dalla società e nell’interesse della società nel suo insieme e non per servire gli interessi privati.

Questi beni nei quali è incorporato il lavoro delle altre generazioni non possono appartenere a delle persone specifiche e tantomeno a paesi specifici, bensì sono dell’umanità, intesa nel suo insieme.


Il problema è come rendere ciò sicuro affinché accada? L’unica forma per farlo è togliere questi mezzi dalle mani del privato e trasformarli in proprietà sociale. Ma siccome l’umanità del XXI secolo non è ancora una umanità senza frontiere, questa azione deve cominciare in ogni paese. Il primo passo è di fare in modo che i mezzi di produzione strategici passino a formar parte dello Stato, il quale esprime gli interessi dei/delle lavoratori e lavoratrici.


Il semplice trasferimento dei principali mezzi di produzione nelle mani dello Stato diventa un semplice cambio giuridico del proprietario se il cambio delle aziende che attualmente sono di sua proprietà si limita solo a questa operazione, giacché rimane comunque l’assoggettamento dei lavoratori a delle forze esterne. L’amministrazione capitalista è rimpiazzata da una nuova amministrazione, in questo caso di tipo socialista, ma non cambia la condizione alienata dei lavoratori nel processo di produzione. Si tratta di una proprietà formalmente collettiva, perché lo Stato rappresenta la società, ma l’appropriazione reale non è ancora collettiva.


Per questo motivo Engel asserisce che “la proprietà dello Stato non è la soluzione [anche se] alberga nel suo grembo il mezzo formale, la molla, per giungere alla soluzione”.


D’altro canto Marx riteneva che fosse necessario finirla con la separazione esistente tra lavoro intellettuale e lavoro manuale che trasforma l’operaio in una vite in più della macchina; che le aziende devono essere gestite dagli operai/e. Per tale ragione Chávez, fedele al suo pensiero, affermava con enfasi che il socialismo del XXI secolo non si poteva limitare a essere un semplice capitalismo di Stato che lasciasse inalterabili i processi di lavoro che alienano l’operaio/a. La persona che lavora dev’essere informato del processo di produzione nel suo insieme, dev’essere capace di controllarlo, di potere opinare e decidere sui piani di produzione, sul budget annuo, sulla distribuzione delle eccedenze, incluso sul contributo del bilancio nazionale. Non era forse questo il piano socialista per la Guayana?


Tuttavia il ragionamento burocratico-amministrativo socialista ragiona nei seguenti termini: con quale diritto consegneremo la gestione delle aziende ai lavoratori! Loro sono incapaci di partecipare in modo attivo alla gestione di un’azienda! E non hanno torto, tranne qualche eccezione, in realtà non lo sono, appunto perché al capitalismo non gli è mai interessato condividere insieme ai lavoratori le conoscenze tecniche sulla gestione di un’azienda e qui faccio riferimento non solo agli aspetti che hanno a che fare con la produzione, ma anche a quelli concernenti la commercializzazione e il finanziamento delle imprese. Concentrare queste conoscenze nelle mani dell’amministrazione è stato uno dei meccanismi che ha consentito al capitale di sfruttare i lavoratori e alle lavoratrici. Ma ciò per un militante rivoluzionario non può significare il mancato avanzamento verso la piena partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Al contrario si devono instaurare dei processi di cogestione che consentano ai lavoratori di appropriarsi di quelle conoscenze e, per poterlo fare, devono cominciare a operare nella prassi. Allo stesso tempo dovrebbero formarsi nelle tecniche di gestione e amministrazione delle aziende per raggiungere una completa autogestione.


Per quanto concerne le comunità e le comuni, argomento che qui non posso affrontare insieme a molti altri, ricordo sempre quello che diceva Aristóbulo Istúriz: “Dobbiamo governare insieme alla gente affinché impari a governarsi a se stessa”. E capisco che il presidente Maduro sta puntando verso questo obiettivo quando vuole potenziare la partecipazione del popolo organizzato nella gestione di governo, denominandola: Consigli di Governo Popolare.


Ho rammentato più volte il socialismo del XXI secolo, per me quello è l’obiettivo verso cui bisogna tendere e definisco la transizione socialista come il lungo periodo storico di avanzamento verso questo obiettivo.


Ma di quale tipo di transizione stiamo parlando? Non si parla della transizione dei paesi capitalisti avanzati che non si è mai avverata nella storia, né della transizione nei paesi arretrati che hanno conquistato il potere dello Stato attraverso le armi come è accaduto con le rivoluzioni del XX secolo (Russia, Cina, Cuba), bensì di una transizione molto peculiare dove si è riuscito ad arrivare al governo mediante la via istituzionale.


Per quanto concerne questo aspetto credo che la situazione vissuta dall’Ameria latina durante il decennio degli anni ottanta e novanta si può comparare sotto alcuni aspetti a quella vissuta dalla Russia prerivoluzionaria degli inizi del XX secolo. Quello che per lei è stata la guerra imperialista e i suoi orrori per noi è stato il neoliberalismo e i suoi orrori: l’aumento della fame e della miseria, una distribuzione sempre più ineguale della ricchezza, la distruzione della natura, la crescente perdita della nostra sovranità. In queste circostanze alcuni dei nostri popoli hanno detto “basta” e si sono messi “in cammino”, in un primo momento resistendo e, in seguito, passando all’offensiva, il cui effetto è stato il trionfo di candidati presidenziali di sinistra o di centro sinistra che propongono programmi anti neoliberali.


Fu in questo modo come di fronte all’evidente fallimento del modello neoliberale che si stava attuando sorse un dilemma: o si rifondava il modello capitalista neoliberale, o si avanzava verso la costruzione di un progetto alternativo mosso da una logica umanista e solidale. E siamo del parere che il presidente Maduro sta cercando di essere coerente con il suo lascito. Lo seguono altri governanti come Evo Morales e Rafael Correa. Tutti loro sono ben consapevoli del fatto che le condizioni obiettive economiche e culturali e il rapporto di forze esistenti nel mondo e nei loro rispettivi paesi li obbliga a convivere durante un lungo periodo con forme di produzione capitalista.


E possiamo sostenere che sono dei coraggiosi, giacché questi governi affrontano una condizione molto complessa e difficile. Non solo devono far fronte all’arretratezza dei loro paesi, ma lo devono fare anche senza contare con tutto il potere dello Stato. E farlo a partire di un apparato statale ereditato con caratteristiche funzionali al sistema capitalista che non sono state pensate per imboccare la strada del socialismo.


Tuttavia la pratica ha dimostrato –contro il dogmatismo teorico di alcuni settori della sinistra radicale- che se lo Stato è gestito da quadri rivoluzionari, questi possono utilizzarlo come uno strumento per procedere in modo deciso verso la costruzione di una nuova società.

Ma per procedere in questo modo questi quadri non si possono limitare a usare l’apparato ereditato, è necessario che –usando il potere a loro disposizione- gettino le basi della nuova istituzione e del nuovo sistema politico mediante la creazione di spazi per il protagonismo popolare affinché organizzino i settori popolari a esercitare il potere dal livello più semplice fino al più complesso.

Questo processo di trasformazione tramite il governo non solo è qualcosa di molto lungo, ma è anche un processo pieno di sfide e di difficoltà. Niente può assicurare un avanzamento lineare. Si possono verificare delle retromarce e dei fallimenti.


Dobbiamo ricordare che la destra rispetta le regole del gioco solo fino a dove le conviene. Possono tranquillamente tollerare e persino favorire la presenza di un governo di sinistra se questo mette in pratica la sua politica e si limita ad amministrare la crisi. Dove sempre opporranno resistenza tramite l’uso di mezzi legali e illegali -e in ciò non bisogna passare per degli illusi- è nel momento in cui si decide di portare avanti un programma di trasformazioni democratiche e popolari profonde che mette in discussione i suoi interessi economici.


Da ciò si deduce che questi governi e la loro militanza di sinistra devono essere pronti per affrontare una forte resistenza; devono essere capaci di difendere le conquiste raggiunte democraticamente contro le forze che si riempiono la bocca con la parola “democrazia” sempre e quando i loro privilegi e interessi materiali non siano intaccati. Forse non sono state qui in Venezuela le leggi abilitanti, che toccavano lievemente questi privilegi, a scatenare il golpe militare appoggiato dai partiti oppositori di destra contro un presidente democraticamente eletto e appoggiato dal suo popolo?


Ma è anche importante capire che queste élite dominanti non rappresentano a tutta l’opposizione. Diventa fondamentale fare una differenziazione tra una opposizione distruttrice, cospiratrice, antidemocratica e una opposizione costruttiva, disposta a rispettare le regole del gioco democratico e a collaborare in molti temi di comune interesse, evitando di mettere in uno stesso scacco a tutte le forze e le personalità dell’opposizione. Se siamo capaci di riconoscere le iniziative positive che l’opposizione ha potuto avviare, evitando di condannare in anticipo come negativo tutto quanto proviene da quel settore, penso che ciò aiuterebbe ad avvicinare a molti settori che attualmente sono distanziati, probabilmente no alle élite dirigenti, ma sì alla classe media e ad ampi settori del popolo che sono da questa influenzati.


D’altro canto sono del parere che si trarrebbe più guadagno se al momento di combattere le su idee erronee, le su proposte sbagliate, si utilizzassero degli argomenti validi e non delle aggressioni verbali. Forse queste ultime sono ben accette dai settori popolari più radicalizzati, ma provocano una presa di distanza da parte dei settori della classe media e anche in molti settori popolari.


Un’altra sfida importante che devono affrontare questi governi è di trovare il modo di superare la cultura ereditata all’interno della popolazione, ma non solo lì, essa deve coinvolgere anche i quadri del governo, i funzionari, i militanti e i dirigenti di partito, i lavoratori e i loro direttivi sindacali (individualismo, personalismo, carrierismo politico, consumismo).


D’altronde siccome gli avanzamenti sogliono essere molto lenti e di fronte a questo fatto non poca gente di sinistra si scoraggia, perché molti di loro erano del parere che la conquista del governo sarebbe stata la bacchetta magica che avrebbe risolto i problemi più immediati della gente. Quando queste soluzioni non arrivano con la prontezza che si spera tendono a deludere.


Per questo motivo penso che, allo stesso modo in cui nostri dirigenti rivoluzionari devono usare lo Stato per cambiare la correlazione di forze ereditata, debbano anche essere capaci di realizzare un lavoro pedagogico di fronte ai limiti o ai freni che trovano lungo il loro percorso –che chiameremo una pedagogia dei limiti-. Con frequenza si pensa che parlare al popolo sulle difficoltà che si incontrano, vuol dire scoraggiarlo, demoralizzarlo, quando invece se i settori popolari sono informati, gli si spiega perché non si possono raggiungere nell’immediato gli obiettivi desiderati, ciò li aiuta a capire meglio il processo che stanno vivendo e moderare, quindi, le loro richieste. Anche gli intellettuali devono essere nutriti d’informazione affinché siano capaci di difendere il processo e poter svolgere una critica seria e costruttiva se è necessario.


Ma questa pedagogia dei limiti dev’essere contemporaneamente accompagnata dallo stimolo della mobilitazione e della creatività popolari, evitando di addomesticare le iniziative della gente e prepararsi ad accettare le possibili critiche concernenti gli eventuali difetti nella gestione governativa. Non solo si deve tollerare la pressione popolare, ma si deve comprendere che è anche necessaria per aiutare ai governanti a combattere le deviazioni che possono sorgere durante il percorso.


Mi sento molto insoddisfatta perché il tempo a disposizione non mi consente di affrontare altri argomenti d’interesse, ma devo terminare questo discorso e, per farlo, vorrei leggervi alcune delle domande –che sollevo nel mio libro- che credo possano aiutarci a valutare se i governi più avanzati, di cui abbiamo in precedenza parlato, stanno realmente impegnandosi per costruire una nuova società socialista:


Riescono a mobilitare i lavoratori e il popolo in generale per portare avanti determinate misure e incrementano le loro capacità e potere?


Capiscono che di cui hanno bisogno è un popolo organizzato, politicizzato, capace di fare pressione per indebolire l’apparato statale ereditato per potere in questo modo avanzare nel processo di trasformazioni proposto?


Capiscono che i nostri popoli e, in particolare, i lavoratori e le lavoratrici devono essere attori di prima linea e non di seconda?


Ascoltano e concedono la parola al loro popolo?


Capiscono che possono affidarsi a loro per combattere gli errori e le deviazioni che sorgono durante il percorso?


Sono capaci di affidare al loro popolo delle risorse e chiamarli a esercitare il controllo sociale del processo?


In sintesi contribuiscono alla creazione di un soggetto popolare sempre più protagonista, capace di assumere delle responsabilità governative?


Sotto questo aspetto credo che sia di trascendentale importanza la proposta di dibattito nazionale aperta a tutti i settori sociali del paese sull’argomento del prezzo del petrolio. Mi sembra di trascendentale importanza perché si invita il popolo, non il partito, a discutere. Penso che il ruolo del partito debba essere quello di coinvolgersi insieme al popolo, in quanto strumento facilitatore del dibattito.


Voglio finire questo testo insistendo su qualcosa di cui non mi stanco di ripetere:

Affinché possiamo avanzare in questa sfida con successo si richiede la presenza di una nuova cultura di sinistra: una cultura pluralista e tollerante, che metta in primo piano ciò che unisce e tralasci ciò che divide; che promuova l’unità intorno a dei valori come quello della solidarietà, l’umanesimo, il rispetto delle differenze, la difesa della natura, respingendo la brama di lucro e le leggi del mercato come principi che reggono l’attività umana.

Una sinistra che si renda conto del fatto che la radicalità non poggia sulla proposta di consegne ancora più radicali né di realizzare azioni più radicali –che solo alcuni portano avanti perché spaventano la maggioranza-, ma nella capacità di creare degli spazi di ritrovo e di lotta per ampi settori della popolazione; perché se costatiamo che siamo in molti quelli che stanno nella stessa lotta, ciò ci rende più forti ed è appunto questo ciò che ci radicalizza.


Una sinistra che capisce che bisogna vincere spazi di egemonia, vale a dire, che bisogna convincere invece d’imporre.


Una sinistra che capisca che se c’è qualcosa di più importante di quello che abbiamo fatto in passato è farlo insieme per l’avvenire.


Nota

[1] La citazione prosegue: “Nella fase attuale sono i comitati di “partito” e non i soviet quelli che hanno il governo in Russia e la loro organizzazione soffre gli effetti che contraddistingue a ogni organizzazione burocratica. Per uscire da questo caos, la Russia deve riconquistare tutto il genio creativo delle forze locali di ciascuna comunità” [la citazione prosegue, ma io mi fermo qui (Marta Harnecker)]

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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