Nasrallah: «Gli USA non sono degni di condurre la lotta al terrorismo»

da al manar

Il Segretario Generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah ha tenuto, questa sera, un discorso trasmesso in diretta dalla catena Tv Al Manar, nel quale ha ribadito la contrarietà del Movimento di Resistenza a qualsiasi intervento militare straniero nella regione.

«Anche se Hezbollah si oppone e combatte i terroristi Daesh e Takfiri, è anche contro la coalizione internazionale anti-Daesh», ha dichiarato Sayed Nasrallah.

Ha aggiunto: «Gli Stati Uniti sono la fonte del terrorismo nel mondo e il principale sostegno dell’entità sionista». Per Sayed Nasrallah, «Washington, che ha commesso diversi massacri a Nagasaki e in Vietnam e recentemente ha sostenuto Netanyahu nella sua devastante guerra contro Gaza per 50 giorni, non ha la dignità per meritare di condurre una coalizione contro il terrorismo».

Sayed Nasrallah ha anche affrontato la questione dei soldati libanesi presi in ostaggio dai takfiri del Fronte al Nosra. Ha chiesto «negoziati in una posizione di forza con i rapitori, al fine di giungere a una conclusione in questa causa nazionale e umana».

Coalizione Anti-Daesh

Nasrallah ha affermato che «tutti sanno che Hezbollah è contro Daesh e Takfiri, abbiamo parlato molto di questi gruppi che decapitano e massacrano. La nostra posizione è definitiva. Ma in termini di coalizione, siamo contrari al principio di intervento militare straniero con il pretesto della NATO o della forza multinazionale, indipendentemente dallo scopo o dalla parte interessata».

Il leader di Hezbollah, ha spiegato che «sulla base di questo principio, siamo contro la partecipazione del Libano nella coalizione. Washington cerca solo di difendere i propri interessi nella regione. Lo ha detto chiaramente Obama».

Inoltre ha sottolineato che «quando la situazione è peggiorata per i loro piani, hanno deciso di intervenire. I Takfiri hanno commesso crimini dall’inizio. Solo adesso si svegliano? Questa è probabilmente una scusa per invadere la zona o tornare in Iraq».

Tra l’altro ha precisato che «facendo parte di questa coalizione, comporta l’apertura di aeroporti, porti e basi agli Americani. Una condizione che Hezbollah aveva rifiutato all’inizio della guerra (Israele contro il Libano) nel 2006 per raggiungere un cessate il fuoco. Gli Iracheni condividono lo stesso dubbio. Ci rifiutiamo che il Libano sia parte di questa coalizione internazionale. I Libanesi sono in grado di affrontare il terrorismo con la necessaria armonia».

Nasrallah ha focalizzato alcuni punti sui quali basare la lotta al terrorismo:

 1 Che i paesi appartenenti alla coalizione, fermino il finanziamento e la formazione di gruppi terroristi;

 2 Sostenere le forze armate e di sicurezza;

 3 Assistenza al Libano per superare il problema dei rifugiati siriani.

In questo modo i Libanesi saranno in grado di affrontare i terroristi.

Nasrallah ha ribadito che «finché saremo vivi, saremo in grado di respingere il pericolo dei terroristi; è necessario restare vigili e in allerta. Siamo tutti interessati a seguire gli sviluppi».

Infine, il leader del Movimento di Resistenza si è congratulato con la Resistenza a Gaza, «per la loro vittoria militare e politica, considerata una vittoria per tutta la nazione. Vorrei anche congratularmi con gli Yemeniti per il raggiungimento di un accordo di pace. Spero che nessuno ostacoli il funzionamento dell’accordo e che in questo contesto gli sviluppi nella regione aiuteranno il popolo del Bahrein a realizzare le sue richieste. Aspiriamo a che tutti i popoli della nostra nazione superino la loro sofferenza. La regione si trova di fronte ad un grave pericolo che potrebbe essere trasformato in un’opportunità».

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

Kayali: «Difendere la patria siriana significa anche difendere il popolo curdo in Siria»

di Francesco Guadagni

Il compagno Ali Kayali è il Comandante della Resistenza Siriana e Segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione di Iskenderun. Al comando di circa 4000 guerriglieri, da 2 anni affianca l’Esercito Arabo Siriano con operazioni di guerriglia nella battaglia contro il terrorismo, finanziato e armato dalla Nato, Israele e dalla Monarchie del Golfo, che semina morte e distruzione in Siria da più di 3 anni.

Negli ultimi tempi si è discusso molto sul ruolo dei curdi nel Mediterraneo Orientale, soprattutto, dopo gli attacchi dell’Isis in Siria e Iraq. 


Il Comandante Kayali che ha combattuto per la liberazione del popolo curdo al fianco del leader del Pkk Abdullah Ocalan, ha ritenuto, dopo alcune polemiche, spiegare quale sia il rapporto tra i curdi e la Siria nell’attuale scenario.

«Difendere la patria siriana unita significa anche difendere il popolo curdo in Siria», ha scritto Kayali. Il Comandante della componente marxista della Resistenza in Siria ha spiegato che «difendere la patria Siriana unita significa che la resistenza deve essere presente in tutti gli angoli di questo paese. Questa resistenza così come affronta il progetto americano è una resistenza popolare che si distingue anche affrontando i servi dell’imperialismo come Israele, Qatar, Arabia Saudita, Giordania, le monarchie del golfo e dei loro agenti nella Regione: Al Nosra e Isis». Secondo Kayali «Per tali motivi in questa resistenza devono essere presenti tutte le componenti di questo popolo e lottare spalla a spalla. Con questo messaggio mi rivolgo anche ai miei amici curdi».

Il comandante, infine, ha ribadito il motto della Resistenza Siriana: «La Siria non si inginocchierà! Un patto con il nostro sangue lo abbiamo scritto! Non passeranno!».

 

Cuba reta al ébola en África

por Sergio Rodríguez Gelfenstein*

Ante la incapacidad de la comunidad internacional para detener el avance de la epidemia de ébola, la preocupación de los organismos internacionales se ha ido elevando al máximo. En ese marco, el secretario general de la ONU, Ban Ki-moon llamó por teléfono el 9 de septiembre a varios líderes mundiales solicitando ayuda para evitar que el mal se continúe propagando.

Por supuesto, casi todos los jerarcas gubernamentales convocados por el máximo dirigente del organismo internacional eran de países desarrollados y ricos, sin embargo, el prestigio y el aval internacional de Cuba en esta materia no pudieron ser soslayados, por lo que al presidente Raúl Castro también se le solicitó el apoyo urgente de la isla caribeña a fin de contribuir con su experiencia y su avanzado modelo científico en esta materia.

De acuerdo con la Organización Mundial de la Salud (OMS), el número de casos de ébola asciende a 4 mil 800, cifra que crecerá ante la posible aparición de otros miles en Liberia durante las próximas tres semanas. La epidemia ha golpeado sobre todo a Guinea, Liberia y Sierra Leona, donde se reportan más de 2 mil 400 muertos en lo que se ha catalogado como el peor brote del microorganismo en cuatro décadas.

La respuesta del Gobierno cubano fue inmediata. Al día siguiente, miércoles 10 de septiembre, una delegación encabezada por el ministro de Salud Pública, Dr. Roberto Morales Ojeda, viajó a Ginebra, Suiza, sede de la OMS, para coordinar la ayuda de su país en la lucha contra la epidemia. El jueves 11, solo dos días después de la conversación telefónica entre Ban Ki-moon y Raúl Castro, el Dr. Morales y la delegación que lo acompaña se entrevistó con la directora general de la OMS, Margaret Chan, y visitaron un centro de emergencia para atender la situación de esa fiebre hemorrágica.

El ministro cubano informó que su país ya tiene 23 colaboradores médicos en Sierra Leona y 16 en Guinea. Asimismo dio a conocer que Cuba aportará una brigada de 165 integrantes, de los cuales 62 son médicos y 103 enfermeros y enfermeras con un promedio de 15 años de experiencia, todos los cuales se han ofrecido voluntariamente para esta misión de alto contenido humanitario, dada la peligrosidad del virus. Este contingente médico cubano tiene en su haber la participación en situaciones de desastre natural y epidemiológico, además que ha estado presente en otras misiones de cooperación de las tantas que Cuba ha prestado en todo el mundo.

No es la primera vez que Cuba envía a su personal médico a África. Ya en mayo de 1963, a solo 4 años del triunfo de la Revolución, la primera brigada médica cubana viajó a Argelia, país que el año anterior había declarado su independencia de Francia, después de lo cual solo quedaron 600 médicos para atender una población de 11 millones de habitantes. La grandeza del hecho estriba en que en ese momento en Cuba solo había 3 mil médicos, después que una cantidad similar había abandonado el país tras el triunfo de la Revolución en 1959. Este primer contingente de 54 trabajadores de la salud, de los cuales 29 eran médicos, 14 enfermeras y enfermeros, 7 técnicos de rayos X y 4 odontólogos –al igual que ahora– cumplieron su misión de forma totalmente voluntaria.

Más recientemente, la Operación Milagro, llevada adelante por Cuba junto a Venezuela, ha permitido recuperar la vista a 36 mil 636 ciudadanos africanos. Según el ministro de Salud de Cuba: “En África, hasta la fecha, han participado 76 mil 744 colaboradores de la salud en 39 países. En estos momentos existen 4 mil 48 colaboradores en 32 países, de ellos 2 mil 269 son médicos”.

Por su parte la Dra. Margaret Chan, directora general de la OMS agradeció al presidente Raúl Castro por ser su país el primero que dio el paso ante el llamado de la ONU y la OMS. La Dra. Chan recordó que Cuba es mundialmente famosa por “su capacidad para entrenar excelentes médicos y enfermeras” y agregó que además es famosa “por su generosidad y solidaridad con los países en ruta hacia el progreso”, por lo que hizo patente la necesidad de aprender de la experiencia cubana en el tratamiento de casos de emergencia, finalizó diciendo que esperaba que el anuncio hecho por el Gobierno cubano estimulará a otros países a ofrecer su apoyo.

La colaboración médica cubana que lleva vida a todo el mundo contrarresta la información cotidiana de los últimos meses y años signada por la intervención militar occidental en la propia África, pero también en Asia, Europa y América Latina acarreando destrucción y muerte consigo.

A pesar de esto, sin armas letales por medio, los médicos cubanos causan terror al imperio. El propio presidente Barack Obama –con indisimulado desprecio– se refirió a ello el 19 de abril de 2009 cuando en la Cumbre de las Américas, que se celebraba en Puerto España, Trinidad y Tobago, la catalogó como la “diplomacia médica” de Cuba. Solo en la mente perversa del primer presidente gris de la historia de Estados Unidos puede caber la peregrina idea de que la ayuda humanitaria entregada desinteresadamente y de manera voluntaria pueda tener objetivos políticos tras sí; solo su mentalidad consumista, prohijada en una sociedad putrefacta, puede concebir la imagen de una salud que se rija por la ley de la oferta y la demanda.

Solo seres superiores, provistos de valores que consideren la condición humana por encima de intereses particulares, pueden ser capaces de verter su sudor, su esfuerzo, su sacrificio y su sangre –cuando ha sido necesario– para llevar adelante los supremos intereses de la humanidad.

Uno de los primeros médicos enviados por la Revolución Cubana a África fue el comandante Ernesto Che Guevara. No iba sin embargo a cumplir misiones profesionales. En fecha tan temprana como 1965 hizo su primer viaje a ese continente. Quería conocer en carne propia los estragos causados por casi cinco siglos de ocupación colonial y ofrecer a los líderes africanos que luchaban por la independencia, el apoyo del pueblo cubano para erradicar ese flagelo.

Antes, el 11 de diciembre de 1964 en su intervención ante la XXI Asamblea General de la ONU, al referirse al papel del colonialismo en África y especialmente en el Congo, el comandante Guevara expresó que: “Nuestros ojos libres se abren hoy a nuevos horizontes y son capaces de ver lo que ayer nuestra condición de esclavos coloniales nos impedía observar; que la civilización occidental esconde tras su vistosa fachada un cuadro de hienas y chacales. Animal carnicero eso es lo que hace el imperialismo con el hombre, eso es lo que distingue al blanco imperial”.

Esas hienas y chacales que experimentan para crear enfermedades a fin de producir vacunas que engorden las arcas de los grandes laboratorios son los causantes de esta epidemia de ébola. Sus fauces, llenas de la sangre de pueblos marginados del desarrollo y sedientas de mayor expoliación y guerra, no son capaces de acudir a la ayuda que la humanidad necesita para exterminar este terrible mal.

En nuestra América, en este Caribe orgulloso construido con la sangre africana, un pueblo noble y solidario acude una vez más al llamado de la vida. Cuba, con su ejemplo cotidiano de amor y paz, se yergue por encima de las dimensiones de su superficie y población, por arriba del tamaño de su economía y logra saltar el brutal muro del bloqueo imperial, para seguir erigiendo el homenaje más sublime a su apóstol José Martí cuando dijo que: “Patria es humanidad”.

* Consultor y Analista Internacional (Venezuela)

Sobre chavistas ilusos

por Clodovaldo Hernández

 Desechar las ilusiones, prepararse para la lucha

 Hay gente en el Gobierno y en el PSUV que abriga la ilusa idea de que el despelote de la dirigencia opositora le garantiza a la revolución bolivariana un resultado positivo en las elecciones legislativas de 2015. Mal hacen en asumir semejantes expectativas, pues una cosa es lo que está pasando en la venenosa cúpula de la MUD y otra, muy distinta, es el previsible comportamiento del electorado antichavista en ese y en cualquier otro escenario electoral que esté por venir.

Si no se dejaran embelesar por insensatas esperanzas, el Gobierno y el PSUV contarían con que la base opositora en pleno, al margen de sus líderes y seudolíderes, acudirá disciplinada y masivamente a votar “contra los candidatos oficialistas”, independientemente de quiénes sean unos y otros postulados. Es para ese escenario de confrontación con todos los cañones que debería estar preparándose el chavismo a estas alturas, pero ciertos síntomas indican que muchos prefieren dormir en los laureles y confiar en lo malo que ha resultado ser el otro equipo. ¡Ay, papá!

Es una situación paradójica en la siempre peculiar realidad política nacional: no hay que ser un iluminado para pronosticar que la oposición obtendrá un enorme caudal de votos en las parlamentarias del año próximo a pesar de los esfuerzos de sus jefes por echarlo todo a perder. Quien tenga dudas de que el voto en contra ha alcanzado un grado extremo de automatismo en la cabeza de cada opositor, que vea el caso de Antonio Ledezma en la Alcaldía Metropolitana de Caracas. Es difícil encontrar un funcionario menos merecedor de la reelección que esta especie de jarrón chino lleno a rebosar de ansias de figuración, pero en diciembre pasado triunfó sin atenuantes sobre un candidato de lujo del chavismo, como Ernesto Villegas.

Por otro lado, el Gobierno y el PSUV harían bien en incluir en sus ecuaciones una variable que ronda por ahí desde hace años y que se ha expresado hasta ahora más que nada en forma de abstención de la base chavista, tal como ocurrió en las presidenciales de 2013. En las próximas citas electorales esa actitud de brazos caídos podría mutar en votos en contra (llámelo usted como quiera: voto-castigo, voto-rabia, voto-descontento, voto-hartazgo… ). No se trata de gente que haya saltado la talanquera o tenga pensado hacerlo, sino de partidarios o simpatizantes de la revolución que tienen atragantado un grito o que ya se han cansado también de gritar sin que nadie les preste atención.

Si mi amigo el excomunista no hubiese cometido el grave error de morirse, de seguro recomendaría en estas circunstancias aplicar el venerable principio maoísta: desechar las ilusiones, prepararse para la lucha. Que su palabra vaya adelante.

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