Asse energetico rinforza le opzioni geo-strategiche della Russia e della Cina

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di Achille Lollo, da Roma per il Correio da Cidadania 

Venerdì, 29 Agosto 2014

Nei primi mesi del 2013, le autorità russe si sono rese conto che, anche per l’uscita di Hillary Clinton dalla Segretaria di Stato, la posizione politica degli Stati Uniti in relazione alla Russia era diventata sempre più aggressiva, arrivando ad interporre alcuni paesi della NATO per attizzare ancora di più il contenzioso tra i due paesi e, conseguentemente, obbligare la stessa Unione Europea ad assumere posizioni dure e a volte provocatorie.

D’altro canto, gli analisti del Cremlino si sono resi conto che, dopo la concessione di asilo politico, nel luglio del 2013, all’ex-agente della CIA/NSA, Edward Snowden, tutti i media statunitensi e gran parte di quella europea avevano iniziato una campagna per squalificare il profilo politico del presidente russo Vladimir Putin e, conseguentemente, trasmettere all’opinione pubblica mondiale vari reportages, nei quali la Russia di oggi non sarebbe altro che una nuova URSS, ritoccata ad arte con apparenze democratiche.

L’invasione della Libia e la campagna di destabilizzazione del governo della Siria hanno confermato la tesi degli analisti del Cremlino, secondo la quale gli Stati Uniti stavano mettendo in piedi vari focolai di tensione nel Mar Mediterraneo e, soprattutto, negli stati che hanno frontiere in comune con la Russia. La manipolazione della crisi ucraina da parte della Casa Bianca è risultata evidente quando Barack Obama ha inviato in Ucraina la super-conservatrice Victoria Nuland, con l’incarico di vice-segretaria di Stato con la delega alle relazioni estere degli USA con l’Europa e l’Eurasia. Nell’arrivare nella capitale ucraina, Kiev, questa subito dichiarava: “gli Stati Uniti hanno investito cinque miliardi di dollari per sviluppare capacità e istituzioni democratiche in Ucraina”.

In pratica, l’attività sovversiva di Victoria Nuland a Kiev è stata la prova decisiva che mancava agli analisti russi per allertare il governo e il presidente Putin sulla pericolosa azione degli USA in Ucraina. Per capire meglio il ruolo che gli uomini della Casa Bianca, e ovviamente della CIA, hanno svolto al lato dei ribelli dell’Euro-Maidan giova ricordare il curriculum di chi ha articolato la strategia della ribellione, cioè Victoria Nuland. La stessa “diplomatica”, militante della corrente di destra conservatrice (neocon) che, dal 1993 al 1996, ha lavorato per la CIA nel Soviet Desk; poi, dal 2000 al 2003, è stata rappresentante degli USA presso la NATO e dulcis in fundo, dal 2004 al 2005, è stata consigliera del vice-presidente Dick Cheney per la Sicurezza Nazionale!

Non vi sono dubbi che quei cinque miliardi di dollari siano stati molto ben spesi dalla CIA e dal Dipartimento di Stato, per destabilizzare il governo russofilo di Viktor Yanukovich, che era stato rieletto nel 2010 con il 48% delle preferenze. È evidente che, di fronte agli avvenimenti dell’Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin ha accelerato tutte le negoziazioni in corso per rafforzare i rapporti della Russia con i paesi dell’Asia, in particolare con la Cina.

È stato in quest’ambito che le lente negoziazioni commerciali realizzate in passato dalle imprese pubbliche russe Gazprom, Rosneft e dall’omologa cinese CNPC (China National Petroleum Corporation), sono subito diventate accordi economici governativi, dal momento che anche la Cina ambiva a rinforzare le relazioni con la Russia, a causa della bicefala condotta politica della Casa Bianca nell’area asiatica. A questo proposito, è utile ricordare che Barack Obama, dalla sua prima elezione, si è sempre rifiutato di avallare le rivendicazioni territoriali e di sovranità marittima nel Mare della Cina, presentate in vari forum internazionali dal governo cinese.

 

L’asse energético

Nel mese di giugno, il presidente Barack Obama ha avuto il dispiacere di sancire la sepoltura del progetto geo-strategico degli USA Pivot To Asia, che stava in piedi dai tempi di Nixon. Un progetto che, oltre a definire i nuovi parametri per le relazioni finanziarie e commerciali con la Cina, fissava un insieme di equazioni politiche che, in pratica, restringevano il potenziale geo-strategico del governo cinese in Asia. In particolare, gli USA congelavano tutte le rivendicazioni di ordine territoriale e geo-strategico che la Cina avanzava verso il Giappone e la Corea del Sud.

Una situazione che il Dipartimento di Stato non si aspettava di trovare e che ha scoperto quando il presidente statunitense, nel mese di maggio, ha guidato un’importante missione politica e economica in Giappone. A Tokyo, Obama si è reso perfettamente conto che gli alleati asiatici degli USA erano poco interessati a inasprire le relazioni politiche con la Cina, dal momento che gli Stati Uniti, oltre a presentare una bilancia sfavorevole nell’import-export con la Cina e a dipendere dalla “buona volontà” delle banche cinesi per la valorizzazione dei bonds del suo debito estero, dal punto di vista militare non impressionavano più la Cina, la cui industria militare aveva quasi raggiunto lo stesso livello tecnologico e qualitativo.

Così, nello stesso momento in cui Obama, John Kerry e le eccellenze della Casa Bianca prendevano un bagno di acqua gelata a Seul e poi a Tokyo, a Mosca la Russia e la Cina stipulavano contratti energetici (fornitura di gas e di petrolio) con la firma dei direttori delle imprese pubbliche russe Gazprom, Rosneft e della CNPC. Da parte sua, i presidenti Vladimir Putin e Xi Jinping hanno rafforzato in termini politici questi contratti, stabilendo che la fornitura di idro-carburi dovesse avere luogo ininterrottamente fino al 2043, cioè durante i prossimi trenta anni.

Questi due “mega-contratti”, che daranno al Banco Centrale della Russia profitti per 561 miliardi di dollari, sono di estrema importanza, visto che permettono alla Russia di avere la sicurezza effettiva di un cash continuo, con il quale potrà sopperire alle difficoltà economiche in caso di un inasprimento delle sanzioni europee imposte dalla Casa Bianca.

D’altro canto, il nuovo asse energetico cino-russo ha contribuito ad affermare nel continente asiatico gli elementi di un nuovo scenario politico, le cui articolazioni nel contesto geo-strategico hanno cominciato a mettere fuori uso i parametri della strategia Pivot To Asia, che la Casa Bianca ha programmato più di quaranta anni fa per isolare la Cina e attizzare le controversie tra questa e la Russia, con la creazione di meccanismi diplomatici, commerciali, finanziari, culturali e di diritti umani. In fondo, il vecchio detto dell’impero romano Divide et Impera (dividi per dominare). 

A questo proposito, le “male lingue” di Washington riferiscono che, nella decade dei ‘90, l’FBI fece accordi “in off” con alcuni pezzi grossi di Cosa Nostra (la mafia degli USA) e della Yakuza (la mafia del Giappone), “per chiudere gli occhi degli investigatori sulle loro attività criminali negli USA, nel caso questi fossero riusciti a sviluppare il narcotraffico in Cina, specialmente l’uso della cocaína, della meta-anfetamina, della quetamina e dell’ecstasy”.

Infatti, nel 2003, il governo cinese denunciava che il numero dei consumatori di droghe sintetiche era aumentato rapidamente, raggiungendo il numero di 740.000. Dati del Ministero della Sicurezza Pubblica della Cina indicano che negli ultimi cinque anni sono state arrestate 235,6 mila persone con l’accusa di produrre o trafficare droghe, in un totale di 546,9 mila casi. Nello stesso periodo, sono state sequestrate 51 tonnellate di eroina e 14,7 tonnellate di oppio, 54,8 tonnellate di cocaina e altre 13 tonnellate di differenti droghe sintetiche. In fondo, le “male-lingue” di Washington non sono così male! 

 

Ecco il Power of Siberia

Nel 2004, dopo la disastrata esperienza istituzionale di Boris Ieltsin, il governo cinese e quello russo hanno cominciato a dialogare, ipotizzando una possibile negoziazione sulla vendita di gas e di petrolio, nel caso che i progetti di estrazione di idro-carburi in Siberia avessero confermato le previsioni degli studi e delle prospezioni geo-tecniche.

Così, nel 2008, quando sono stati confermati i successi tecnici ottenuti dall’impresa russa Gazprom nell’esplorazione dei giacimenti siberiani di gas e di petrolio, lo storico gelo che separava Mosca e Pechino ha cominciato a sciogliersi. Conseguentemente, nel 2011, è stato istituito un canale permanente per concludere le negoziazioni tra le due imprese statali (Gazprom e la CNPC cinese).

La Casa Bianca e le cancellerie europee non hanno dato molta importanza alle negoziazioni energetiche tra le imprese russe e quella statale cinese, pensando si trattasse di uno dei tanti contratti che la CNPC cinese firmava per garantire la fornitura delle numerose centrali termiche che alimentano le fabbriche dei distretti industriali.

In realtà, con questo asse energético, la Cina ha risolto la maggior parte dei suoi problemi nell’area e tale fatto ha determinato un nuovo clima politico, che ha influenzato profondamente la visione geo-strategica del governo cinese, visto che il paese, adesso, è il principale fornitore mondiale di prodotti manufatturieri, detenendo, anche, le principali quote del debito statunitense e di molti paesi europei, dove negli ultimi anni le banche cinesi hanno realizzato transazioni ingenti e hanno acquistato partecipazione azionaria in molte imprese.

Infatti, nel 2013, il nuovo presidente cinese, Xi Jinping ha scelto la Russia per effettuare il suo primo viaggio internazionale, durante il quale è stata nuovamente enfatizzata l’importanza dei contratti energetici tra l’impresa petrolifera russa Rosneft e la CNPC cinese, relativi alla fornitura di 100 milioni di tonnellate di petrolio fino al 2024 per un valore di 85 miliardi di dollari. Dopo di ciò, nel gennaio del 2014, la CNPC cinese ha comprato una quota del 20% del progetto Novatek, che prevede la produzione del GNL (gas naturale liquefatto), a Yamal nel nord della Russia. In questo progetto, partecipa anche l’impresa francese Total, che detiene una quota del 20%.

Ancora nel 2014, il presidente cinese è ritornato in Russia per essere al lato del presidente Putin nella cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Inverno, a Sochi. Un avvenimento che ha impressionato molto le “eccellenze” del Dipartimento di Stato degli USA, visto che si trattava della prima volta che un presidente della Cina andava all’estero per presenziare e dare prestigio a un evento sportivo.

In realtà, a Sochi, Putin e Xi Jinping hanno messo a punto i parametri dei differenti progetti di collaborazione (energetica, economica e finanziaria). Così, nel mese di maggio, dopo dieci anni di negoziazioni, l’impresa russa Gazprom e la CNPC cinese hanno firmato un contratto record del valore di 456 miliardi di dollari, per la vendita annuale di 38 miliardi di metri cubici di gas siberiano per un periodo di trenta anni. Allo stesso tempo, le due imprese si sono impegnate nella costruzione di un sistema regionale di gasdotti integrati (Power of Siberia) che, a partire del 2018, dovrà collegare i centri di estrazione siberiani fino al litorale dell’Oceano Pacífico, per poi attingere le reti di distribuzione in territorio cinese.

Non è stato un caso che la firma di questo mega-contratto è stata ufficializzata a Xangai, quando il presidente russo, Vladimir Putin, al lato del suo omologo cinese, Xi Jinping, ha partecipato alla CICA (Conferenza per la Costruzione di Misure di Pace, Stabilità e Sicurezza in Asia). È stato in questo forum che la Russia ha appoggiato il ruolo preponderante della China, soprattutto in termini di sicurezza per il continente asiatico, un ruolo che anteriormente era esclusivo degli USA.

Per questo, di fronte ai reporters delle TV cinesi e asiatiche, il presidente Putin ha dichiarato: “Oggi, gli scambi commerciali tra i nostri paesi sono dell’ordine di 90 miliardi di dollari all’anno, ma nel 2015 saranno di 100 miliardi di dollari e nel 2020 raggiungeranno il valore di 200 miliardi di dollari. Questo perché la cooperazione tra la Cina e la Russia sta attingendo livelli di interazione strategica e di partenariato globale. Per questo, non è errato affermare che questo partenariato ha raggiunto il livello più alto in termini storici”.

E per sorprendere ancora di più le “eccellenze” della Casa Bianca, come anche gli analisti della CIA e del Pentagono, i due presidenti, il giorno 20 maggio, sono apaprsi nuovamente insieme per inaugurare l’inizio delle Terze Manovre Navali Congiunte sino-russe, che durante sei giorni si sono realizzate nel Mare Cinese Orientale. Secondo il vice-presidente dell’Accademia di Questioni Geopolitiche della Russia, Konstantin Sokolov, “queste manovre sono molto importanti perché le esercitazioni di interiezione marittima saranno effettuati nello stesso spazio acquatico del Mare Cinese Orientale, dove gli USA e la Corea del Sud realizzano esercitazioni militari in funzione anticinese due o tre volte all’anno. D’altro canto, la grande parte di queste manovre militari è realizzata in una regione dove la Cina e la Russia rivendicano dispute territoriali con il Giappone. In funzione di questo, oggi, la Cina è diventata il principale partner strategico della Russia, per giunta in un momento politico nel quale la posizione ostile degli USA e della NATO è sempre più evidente. Inoltre, gli avvenimenti in Ucraina hanno quasi obbligato la Russia a voltarsi sempre più verso la regione asiatica del Pacífico. Perciò, queste manovre militari sono state una risposta della Russia e della Cina all’espansione degli USA e dell’Occidente”.  

Un altro elemento di grande importanza geo-strategica è stata la VI Cupola dei BRICS (Cina, Russia, Brasile, India e Africa del Sud) realizzata a Fortaleza, dove la Russia e la Cina hanno giocato un ruolo fondamentale nella creazione di un banco internazionale, alternativo all’FMI e al Banco Mondiale e con l’attivazione di un fondo di aiuto per lo sviluppo.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania.

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

La vitalidad de la Revolución

por Reinaldo Iturriza

Los consejos comunales son espacios de construcción política del común. No son, para decirlo con Foucault, sujetos de derecho. Ni siquiera son un sujeto. Son, de nuevo, un espacio, en que el común denominador es el chavismo, ese vigoroso sujeto de sujetos que comparte no sólo un origen predominante de clase, sino la experiencia común de la politización.

El chavismo está hecho, fundamentalmente, de hombres y mujeres de las clases populares que padecieron, sintieron repulsa y se rebelaron contra la democracia representativa. Si el padecimiento, el rechazo, la indiferencia incluso, suponen en principio una actitud pasiva, la decisión más o menos expresa de mantenerse al margen de la política, la rebelión es un acontecimiento político de primer orden. Incluso antes de reconocerse como tal, el chavismo se incorpora a la política en el acto de rebelarse. Es inconcebible sin esta memoria colectiva, sin esta noción común de la rebelión: en ella se hermanan y politizan estos hombres y mujeres, y en ella tienen su bautizo de fuego.

La incomprensión de las condiciones históricas de emergencia del chavismo como sujeto político y ético conduce al desconocimiento de la naturaleza de los espacios donde se desenvuelve. En otras palabras, si no se comprende la singularidad del proceso de politización del chavismo y, sobre todo, la cultura política que fue construyendo con el paso de los años, es imposible reconocer la potencialidad de un espacio como el consejo comunal.

Chávez no promueve la creación de los consejos comunales para nivelar por debajo, sino para incorporar a los de abajo, para garantizarles un espacio, un lugar. No lo hace, como se ha pretendido, para domesticar al chavismo, para moldearlo a imagen y semejanza de lo mismo, sino porque lo reconoce como lo otro, como algo diferente, como un sujeto que apunta en la dirección de la construcción de otra política. Chávez sabe identificar en el chavismo un espíritu difícil de conformarse con formas más tradicionales de participación política.

Estos espacios de construcción política de los comunes son característicos de todo proceso revolucionario. Es igualmente característica la tendencia a controlarlos, tarea que casi siempre acometen las fuerzas más conservadoras y burocratizadas dentro de las filas revolucionarias. Tratándose de una constante histórica, tal circunstancia no tendría por qué ser motivo de escándalo, lo que por supuesto no significa que debamos resignarnos. Todo lo contrario, lo que corresponde es estar siempre prevenidos.

No hay forma más eficaz de controlar estos espacios que corromperlos, desnaturalizarlos: intentar convertir al pueblo organizado en clientela, a líderes populares en gestores que, imposibilitados de gestionar exitosamente las soluciones de los problemas de la comunidad ante la burocracia estatal, pierden toda legitimidad. Convertidos en escenarios de disputa entre grupos por cargos o recursos, se produce la clausura de estos espacios: el pueblo comienza a identificarlos como más de lo mismo y, en el peor de los casos, se retira de ellos.

Pero ninguno de los fenómenos anteriores, expresiones de la vieja cultura política, puede inducirnos a desconocer la naturaleza del espacio: el propósito para el que fue creado, el sujeto político para el que fue concebido. La pervivencia de lo viejo no puede impedirnos distinguir su radical novedad.

No hay lugar en el mundo donde el pueblo organizado pueda hacer lo que hoy hace a través de los consejos comunales. Sin la vitalidad que, contra todo obstáculo, ostenta una significativa parte de ellos, sería imposible el salto cualitativo que ha experimentado el movimiento comunero, que hoy impulsa con extraordinario vigor el Consejo Presidencial de Gobierno Comunal. En parte importante de nuestras Comunas, a despecho de los más incrédulos, está planteado el desafío mayúsculo de producir otra sociedad. Es nuestra manera de vivir lo que está siendo puesto en cuestión en muchos de esos territorios. Y esa audacia política es inconcebible sin una vitalidad de origen, que es lo que encontramos en los consejos comunales.

La indispensable vitalidad de los espacios de participación es un tópico muy recurrido en la extensa bibliografía sobre las revoluciones populares. Así, por ejemplo, y para citar un texto clásico, en “La revolución Rusa”, escrito en 1918, Rosa Luxemburg cuestiona duramente la decisión de los bolcheviques de disolver la Asamblea Constituyente de noviembre de 1917: “el remedio que han hallado Trotsky y Lenin, la eliminación de la democracia en general, es peor que la enfermedad que ha de curar: porque obstruye la fuente viva de la que podrían emanar, y sólo de ella, los correctivos de todas las insuficiencias inherentes a las instituciones sociales. La vida política activa, enérgica y sin trabas de las más amplias masas populares”.

Diez años después, Christian Rakovski escribe “Los peligros profesionales del poder”, en el que intenta desentrañar las razones del proceso gradual de burocratización en la Unión Soviética: “La burocracia de los soviets y del partido constituye un hecho de un orden nuevo. No se trata de casos aislados, de fallos en la conducta de algún camarada, sino más bien de una nueva categoría social a la que debería dedicarse todo un tratado”. Revisando la experiencia de la Revolución Francesa, da con una de las causas del aletargamiento del proceso revolucionario: “la eliminación gradual del principio electoral y su sustitución por el principio de los nombramientos”.

La bibliografía, como ya hemos dicho, es muy extensa, y ella constituye parte sustancial del acervo de la humanidad. No hay mejor forma de preservarlo que disponer tiempo para su estudio, de manera de ser capaces de corregir errores que, en su momento, también cometieron pueblos tan dignos y aguerridos como el nuestro. Esa misma bibliografía tiende a coincidir en el planteamiento de que la crisis terminal de las revoluciones populares guarda relación directa con la clausura de los espacios de participación popular y el ascenso de una casta burocrática o, para decirlo como John William Cooke, con el predominio de un “estilo” burocrático.

En “Peronismo y revolución”, el argentino Cooke afirma: “Lo burocrático es un estilo en el ejercicio de las funciones o de la influencia. Presupone, por lo pronto, operar con los mismos valores que el adversario, es decir, con una visión reformista, superficial, antitética de la revolucionaria… La burocracia es centrista, cultiva un ‘realismo’ que pasa por ser el colmo de lo pragmático… Entonces su actividad está depurada de ese sentido de creación propio de la política revolucionaria, de esa proyección hacia el futuro que se busca en cada táctica, en cada hecho, en cada episodio, para que no se agote en sí mismo. El burócrata quiere que caiga el régimen, pero también quiere durar; espera que la transición se cumpla sin que él abandone el cargo o posición. Se ve como el representante o, a veces, como el benefactor de la masa, pero no como parte de ella; su política es una sucesión de tácticas que él considera que sumadas aritméticamente y extendidas en lo temporal configuran una estrategia”.

En Venezuela, preservar y estimular la vitalidad de los espacios de participación popular en general, y de los consejos comunales en particular, es condición de continuidad de la revolución bolivariana. Para ello es indispensable neutralizar el influjo conservador, burocratizante, presente en todo proceso de cambios revolucionarios.

Nuestro partido está en lo obligación ética de construir una política clara en materia de estímulo de los consejos comunales, que contemple la condena sin miramientos de cualquier resquicio de clientelismo. La lucha contra lo que en el documento “Líneas estratégicas de acción política” se enuncia como “cultura política capitalista”, debe pasar de lo declarativo a los hechos concretos, expresarse en medidas aleccionadoras. Esta “cultura política capitalista” debe ser señalada y combatida desde el más alto nivel. Nuestro liderazgo debe erigirse como un referente ético. En las bases, la crítica contra el clientelismo y otros vicios es realmente despiadada. El pueblo chavista tiene plena consciencia del problema. Una posición firme del liderazgo político contra estos vicios tendría además un efecto moralizante.

De igual forma, nuestro partido debe renunciar expresamente a la pretensión de instrumentalizar los consejos comunales, de administrar el espacio a conveniencia. Antes de controlarlo “a cualquier costo”, concebirlo como un espacio desde el que se construye hegemonía popular y democrática. La administración mezquina de la fuerza sin precedentes que Chávez construyó junto al pueblo, es lo contrario de la política revolucionaria. Ésta habrá de ser, como diría algún camarada siguiendo al mismo Chávez, “el arte de convencer” que logra imponerse sobre “la costumbre de administrar”. No hay política revolucionaria sin compresión de cómo se construyó esa fuerza. Esa fuerza que hoy sostiene a la revolución bolivariana, que le sirve de punto de apoyo, se construyó escuchando al otro, al que piensa diferente, sumándolo, incorporándolo. Una fuerza política incapaz de convencer pierde el derecho de llamarse fuerza y entra así en fase de decadencia. La construcción de la hegemonía del chavismo ha sido un ejercicio literalmente democrático, popular, en el sentido de que ha significado no sólo la incorporación de las mayorías, sino de diversidad de pensamientos y demandas. Esta capacidad para la construcción hegemónica ha supuesto la derrota para la vieja clase política, de la misma forma que dejar de cultivar “el arte de convencer” puede significar nuestra ruina.

Estamos a tiempo de comprometernos en una política militante orientada a recuperar, allí donde sea necesario, y a defender, allí donde corresponda, los consejos comunales como espacios donde impere, para decirlo con Rosa Luxemburg “la vida política activa, enérgica y sin trabas” del pueblo venezolano. Para ello, es fundamental reivindicar lo que Rakovski identificaba como “principio electoral”. Al 29 de agosto del presente año, el 33,2% de los 43198 consejos comunales registrados tenían sus vocerías vencidas. Nuestro partido tendría que promover, por todas las razones aquí expuestas, y como una de sus tareas de primer orden, la renovación de vocerías. Pero no basta con que todas estén vigentes.

Nuestro esfuerzo tendría que estar dirigido a convertir los consejos comunales en verdaderas escuelas de gobierno, donde los comunes se ejerciten en la práctica de gobierno, para que aprendan el arte de gobernar. “Ninguna clase ha venido al mundo poseyendo el arte de gobernar. Este arte sólo se adquiere por la experiencia, gracias a los errores cometidos, es decir, extrayendo las lecciones de los errores que uno mismo comete”, escribía Rakovski. Aprender el arte de gobernar no para que el pueblo se convierta eventualmente en funcionario, sino para ir construyendo otra institucionalidad. El militante revolucionario en funciones, por su parte, tendría que trabajar para reducir la brecha que separa a las instituciones del pueblo, librando una lucha sin tregua contra el “estilo” burocrático que señalara Cooke.

Los consejos comunales no son ni mucho menos deben ser el único espacio de la revolución bolivariana. Pero sí son el espacio político por excelencia. Un espacio que “no puede ser apéndice del partido”, como alertara el comandante Chávez el 11 de junio de 2009. “¡Los consejos comunales no pueden ser apéndices de las alcaldías! No pueden ser, no deben ser, no se dejen. Los consejos comunales, las Comunas, no pueden ser apéndices de gobernaciones, ni del Ministerio, ni del Ministerio de Comunas, ni del Presidente Chávez ni de nadie. ¡Son del pueblo, son creación de las masas, son de ustedes!”.

Que así sea.

La Galleria Principe di Napoli tra incompetenza e speculazioni

"galera" art

“galera” art

di GAlleRi@rt

Il primo ottobre del 2013 un gruppo di attivisti politici, di cittadini e di artisti ha deciso di porre fine all’abbandono e al degrado in cui versava la Galleria Principe di Napoli, causate da una cattiva gestione e dal disinteresse del Comune.

 

Alcuni dei locali abbandonati sono stati occupati al fine di creare uno spazio sociale aggregativo sul territorio, ma soprattutto uno spazio in cui costruire partecipazione popolare, democrazia partecipativa vera, ovvero una società migliore, più equa, fraterna, solidale. Del resto, cavallo di battaglia della campagna elettorale del sindaco, ma rimasta, de facto, solo propaganda.

 

Da qui parte il progetto GAlleRi@rt, un laboratorio permanente, per l’autorecupero dello spazio pubblico della nostra città da troppo tempo oggetto di speculazione selvaggia e cartolarizzazione coatta.

 

L’autorecupero e l’autorganizzazione sono stati la pratica diretta con cui hanno lavorato i membri dell’occupazione, avviando un processo di ristrutturazione dei locali degradati, tutto a costo zero per le casse del Comune.

 

 

Il progetto avanza e vede la realizzazione di numerose iniziative per far vivere e rivivere il posto: corsi di tango, di tammorra e balli popolari, lezioni di chitarra, laboratorio di uncinetto, corsi di break dance per i bambini della Sanità, un circolo jazz e laboratorio scacchistico.

 

Non solo! Sono state realizzate iniziative artistiche come l’esposizione di quadri, foto e sculture, per dare la possibilità agli artisti di avere uno spazio dove esprimere e rendere pubblica la propria creatività, con la finalità di dare all’arte uno scopo sociale.

 

Iniziative anche di natura politica con dibattiti sul lavoro, sull’ambiente, sulla situazione palestinese, con il coinvolgimento di esponenti di livello internazionale come l’ambasciatore venezuelano e la delegazione di “Unadikum” attiva in Palestina.

 

Senza contare tutte le iniziative di intrattenimento, sempre a scopo sociale, come concerti, presentazione di libri, letture di poesie, presentazione di cantautori italiani e internazionali. Insomma uno spazio per diffondere un modo diverso, avanzato e partecipativo di fare politica, arte e cultura.

 

 

Già dai primi giorni dell’occupazione, esponenti del Comune, in particolare l’assessore al patrimonio Fucito e l’assessore alle politiche giovanili Clemente, hanno elogiato le attività e le finalità di GAlleRi@rt, chiedendo però ai protagonisti dell’iniziativa di abbandonare lo spazio poiché esisteva già un’ipotesi di “progetto” per la Galleria elaborato dal Comune. Quale? Quello che ha costretto il Comune ad affrettarsi, dopo 10 anni di abbandono, nell’assegnare i locali a non meglio precisate altre associazioni a fronte dell’occupazione…? Assegnazione che, ovviamente, poi nemmeno è avvenuta.

 

Senza contare che in passato bandi di assegnazione di quegli spazi erano stati annullati poiché, come tutti sanno, “pilotati”. Ciò che però è emerso nei ripetuti incontri con l’Amministrazione comunale è che noi dovevamo sgomberare sia perché “illegali”, ma soprattutto perché la Galleria Principe è una “gallina dalle uova d’oro” per molti imprenditori e associazioni, espressione ripetuta in diverse circostanze dai nostri assessori.

 

Dal nostro punto di vista, uno spazio pubblico, costruito e ristrutturato con soldi pubblici, deve essere fuori dalle logiche speculative e di guadagno che vengono imposte dagli sciacalli del mercato e deve essere restituito ai cittadini e alle associazioni senza scopo di lucro.

 

Non è più accettabile che il Comune cerchi di risanare la disastrosa situazione finanziaria in cui versa, svendendo il patrimonio pubblico o lasciandolo sfruttare dai soliti noti. La Galleria Principe non deve fare la fine dell’altra Galleria, Umberto I: un centro commerciale su suolo pubblico.

 

 

Da lì il Comune, da un lato ha cercato dialogo, dall’altro ha provato a spingerci fuori per raggiungere i propri scopi. Migliaia di firme sono state raccolte per la difesa dello spazio GAlleRi@rt, la grande partecipazione ai corsi e alle iniziative hanno fatto si che gli attacchi del Comune non avessero efficacia. Nemmeno le denunce hanno fermato un progetto tanto partecipato quanto condiviso. Il Comune si vedeva scappare “la gallina dalle uova d’oro”.

 

Il giorno 25 maggio del 2014, ha inizio la farsa messa in scena dal Comune! All’interno della Galleria avviene il crollo di qualche calcinaccio, staccatosi dai cornicioni interni, durante l’orario di apertura. Il Comune cosa fa? NULLA, noi mettiamo in sicurezza la zona e denunciamo alla Napoli Servizi (custodi della Galleria) l’accaduto. 

 

Il 21 giugno 2014 avevamo programmato una serata, autorizzata dal Comune stesso, ma improvvisamente arrivano le forze dell’ordine, mandate dagli assessori competenti, che ci comunicavano la revoca del permesso e l’ordine di chiusura della Galleria per motivi di pubblica sicurezza, dato il “rischio di crolli”.

 

Il tutto è paradossale perché per un mese il Comune non si era minimamente interessato del crollo del 25 maggio. La serata si svolse ugualmente, grazie alla mobilitazione di tutte quelle persone che hanno sempre difeso la Galleria e, autonomamente, l’avevano fin’anche messa in sicurezza.

 

Era un chiaro tentativo di mettere i bastoni tra le ruote ad un progetto che ormai viaggiava come un treno, ma non ci sono riusciti. Sottolineiamo, giusto per la cronaca, che, nei giorni successivi, la Galleria ha continuato ad essere aperta e completamente fruibile. Il “pericolo di crollo” era miracolosamente svanito. Forse i “pericoli crollo” esistono solo quando il Banco di Napoli che ha filiale proprio sotto la Galleria è chiuso?

 

Lo sciacallaggio del Comune ha fatto si che per dar fine a GAlleRi@rt senza creare malumori tra le migliaia di persone che appoggiano il progetto, si sia sfruttato il tragico evento: il 5 luglio Salvatore Giordano, ragazzo di 14 anni viene colpito dai calcinacci staccatisi dai cornicioni esterni della galleria Umberto. L’altra Galleria!

 

E, come per magia, anziché inibire il passaggio nella Galleria Umberto, teatro della tragedia, per l’opposizione dei commercianti i cui negozi insistono all’interno della stessa, chiudono la Galleria Principe, lasciando aperta solo la parte che fa accedere al Banco di Napoli.

 

Finalmente il Comune riesce nel suo intento: inibire l’ingresso a GAlleRi@rt! In un primo momento la Galleria rimane aperta per metà, sempre e solo dal lato della banca, ma, nel periodo di ferragosto, un mese e mezzo dopo la tragedia e la conseguente arbitraria chiusura, decide di far chiudere tutta la Galleria facendo mettere in sicurezza l’ingresso alla banca ed allo sportello bancomat della stessa per mezzo di un’impalcatura, pagata dall’istituto stesso, negando l’accesso a tutte le altre aree.

 

Milioni di euro sono stati già spesi per la ristrutturazione e i risultati si sono visti, vi piove all’interno, cadono calcinacci, muffa e infiltrazioni ovunque. Come possono 300 mila euro, stanziati per questa ristrutturazione, risolvere i problemi della Galleria? Alcuni ingegneri, da noi interpellati per una consulenza amichevole, ci hanno confermato che i soldi stanziati serviranno, al massimo, per una “lavata di faccia”.

 

STRUMENTALIZZAZIONE DI UNA TRAGEDIA PER FERMARE LA POLITICA PARTECIPATIVA, DIVERSA DALLE LOGICHE SPECULATIVE CHE OGNI GIORNO CI IMPONGONO LE AMMINISTRAZIONI SONO LA MORALE DI UNA FAVOLA IN CUI IL FINALE ANCORA DEVE ESSERE SCRITTO.

 

Vigiliamo sulla nuova ristrutturazione rendendo pubblici i progetti e i lavori, non permettiamo che la Galleria venga consegnata nelle mani degli speculatori di turno, restituiamo, restituiremo la Galleria ai cittadini, ai turisti, alle associazioni culturali senza scopo di lucro, a tutti quanti si organizzano oggi per costruire un modello diverso e alternativo di città.

 

Noi saremo lì, anche fisicamente. Ci riapproprieremo di ciò che è nostro, pubblico. Continueremo ad informare i cittadini sull’ennesimo tentativo di perpetuare le solite logiche clientelari e speculative, a danno di chi da troppo tempo viene considerato nient’altro che pecora da tosare.

 

Come spina nel fianco, li costringeremo a dare conto della gestione di un bene pubblico che, in quanto tale, non può essere considerato la gallina dalle uova d’oro dei soliti noti.

 

Delegare ancora o autorganizzarsi? Essere spettatori o essere protagonisti dell’alternativa?

 

LA GALLERIA E’ UN BENE COMUNE E NON UN BENE DEL COMUNE! PARTECIPA, SOSTIENI, ORGANIZZATI!

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