Guido Carlotto: 114° nipote ritrovato grazie alle Abuelas de Plaza de Mayo

Carlotto

di Marco Nieli

All’inizio di agosto la Presidenta argentina Cristina de Kirchner ha personalmente telefonato alla Vice-Presidentessa delle Abuelas de Plaza de Mayo, Estela Carlotto, per complimentarsi dell’avvenuto ritrovamento dopo 36 anni di ricerca, attraverso un test del DNA, di suo nipote Guido, musicista e compositore di Olavarría, in Provincia di Buenos Aires. Si tratta del 114° nipote “recuperato”, ossia la cui identità è stata ristabilita con certezza inequivocabile, a riparazione dell’infame politica di cancellazione della memoria individuale e storica messo in atto dal Proceso de Reorganización Nacional, durante l’ultima Dittatura Militare in Argentina (1976-1982).

Ignacio Hurban, alias Guido Carlotto, nato nel 1978 nell’Ospedale Militare Centrale di B.A., dalla ventitreenne Laura, figlia della Carlotto – poco dopo assassinata nel centro di detenzione abusiva La Cancha a La Plata – era stato affidato ancora neonato a una coppia di agricoltori di Olavarría e cresciuto lì, nella perdita totale della memoria familiare.

Sono stati gli sforzi pluri-decennali della nonna Estela, una delle storiche fondatrici dell’Organizzazione delle Abuelas de Plaza de Mayo, ad alimentare i dubbi sulla propria identità nel giovane musicista, che ha deciso di aderire al Programma dell’Associazione di recupero dell’identità e della Memoria, promosso, tra l’altro, anche dal cosiddetto Teatro por la identidad.

In una conferenza stampa lo scorso 5 agosto, la Carlotto ha messo in evidenza come questa nuova vittoria della causa “è una risposta a coloro che pretendono che giriamo pagina, come se nulla mai fosse accaduto”. Da notare che la stessa abuela sta testimoniando in un processo contro gli assassini di sua figlia, accusati di crimini contro l’umanità.

Il processo di recupero della verità e della memoria storica è stato portato avanti dall’Organizzazione diretta da Ebe Bonafini e dalla Carlotto, con il pieno sostegno dei governi Kirchner, fin dal lontano 2003, quando furono abolite dal Parlamento le leggi cosiddette di Ponto Final e di Obediência Debida che, ai tempi di Alfonsín, a metà degli anni ’80, sotto la minaccia di un nuovo golpe da parte di settori dell’Esercito, avevano fatto decadere i primi procedimenti legali contro i repressori.

Tra i vari riconoscimenti ottenuti dall’Organizzazione delle Madri per il lavoro pluridecennale di resistenza alla Dittatura e poi di recupero della Memoria, si ricordano il Premio dei Diritti Umani dell’ONU (2003). Estela, personalmente, è stata insignita della laurea honoris causa dall’Università Autonoma di Barcelona (UAB) nel 2005.

La campagna di recupero dei nipoti, tuttora vigente in Argentina, sta conoscendo un nuovo picco di partecipazione, da quando la notizia del ritrovamento di Guido è stata diffusa dai media. Il nipote ritrovato sta incitando anche altri giovani dubbiosi della propria identità a sottoporsi al test del DNA. Nella presentazione di un suo recente album, dal titolo significativo Para la memoria, afferma che: “l’esercizio di non dimenticare ci darà la possibilità di non ripetere”.

Alcuni dei versi di una delle canzoni contenute nel lavoro, recitano testualmente:

Cammino al sole, che fa l’ombra di tutto uguale

Se al premere del vento contro un petto lavoratore

già non ci sono ferite che segnano le braccia di un uomo intero

né canzoni che ricevono quello che non conserva nel petto.

 

[Fonte delle citazioni: Brasil de Fato, 14-20 agosto 2014, p. 14]

Lettera a Renzi e Mogherini: riaprire subito l’ambasciata siriana in Italia

da spondasud.it

«A seguito dell’evolversi del quadro internazionale e delle possibili alleanze contro il terrorismo dello Stato Islamico, chiediamo al Governo italiano di riaprire immediatamente i canali diplomatici con le autorità siriane e di intraprendere ogni azione affinché l’ambasciata siriana in Italia, con il rientro del suo delegato, venga riaperta al più presto”. È quanto chiede il Centro Italo Arabo Assadakah al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e al ministro degli Affari esteri, Federica Mogherini, in una lettera nella quale invitano l’esecutivo italiano “ad attivarsi presso l’Unione Europea e le Nazioni Unite affinché cessino immediatamente le sanzioni nei confronti della Siria in modo da garantire a Damasco di riallacciare normali relazioni diplomatiche per fronteggiare la minaccia del fondamentalismo islamico, riconoscendo a quel governo un ruolo essenziale nella lotta contro il terrorismo dello Stato Islamico e di al Qaeda».

«Il Centro Italo Arabo – scrive il segretario generale Raimondo Schiavone – esprime profonda preoccupazione per l’aggravarsi della situazione in Siria e Iraq, con il rafforzamento dei gruppi jihadisti che oramai controllano vaste porzioni di territorio nei due paesi. Sin dall’inizio della crisi, abbiamo evidenziato il pericolo rappresentato dal terrorismo internazionale di matrice islamica e, attraverso una capillare opera di informazione condotta dai nostri giornalisti sul campo, abbiamo denunciato le violenze commesse dai combattenti, irresponsabilmente definiti ribelli o rivoluzionari, nei confronti della popolazione siriana e, in particolare, nei confronti delle minoranze religiose che da millenni fanno parte del tessuto sociale e culturale della regione».

«Molte delle atrocità e crimini che in un primo momento, senza alcuna prova, sono stati attribuiti al governo di Damasco, – sottolinea nella lettera inviata a Renzi e Mogherini – sono stati commessi dall’opposizione armata, nelle cui file spadroneggiano i terroristi dello Stato Islamico e di al Qaeda. Oggi sappiamo, con certezza, che la strage di Hula del maggio del 2012, la cosiddetta strage del pane del dicembre del 2012 e l’attacco chimico di Ghouta nell’agosto del 2013, falsamente attribuite dai ribelli e dalle organizzazioni a loro vicine al “regime”, non portano la firma del presidente siriano Bashar al Assad, che fin dall’inizio, come dimostrano le numerose lettere inviate all’Unione Europea e alle Nazioni Unite, ha denunciato l’avanzare del terrorismo nel paese».

Il Centro Italo Arabo sottolinea come persino gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che soltanto un anno fa erano pronti a condurre un’azione militare contro Damasco, si sono convinti della necessità di fermare ad ogni costo i terroristi in Siria e in Iraq, anche attraverso un coordinamento con il presidente Assad. «La Siria – è scritto nella nota – ha rispettato l’impegno di smantellare il suo arsenale chimico, dimostrando rispetto per gli impegni presi a livello internazionale. Lo ha fatto nei tempi e con le modalità decise dalle Nazioni Unite. Al governo legittimo di Damasco bisogna dunque riconoscere il merito di aver intrapreso la strada verso la pace e la volontà di trovare una soluzione diplomatica a quel conflitto».

Schiavone non ha dubbi: «Il Presidente Bashar al Assad è stato l’unico ad aver difeso, protetto e garantito le comunità cristiane, letteralmente massacrate dei combattenti dello Stato Islamico e del Fronte al Nusra. L’opposizione armata e le bande criminali che imperversano nel paese, in aggiunta ai terroristi jihadisti, sono oggi l’unico grande pericolo per la Siria e la stabilità dell’intera regione».

Il Centro Italo Arabo  ricorda come l’Italia, a seguito della strage di Hula del 2012, nella quale sono stati massacrati 110 civili, abbia dichiarato indesiderata la delegazione diplomatica siriana nel nostro paese, comportando così la chiusura dell’ambasciata della Repubblica Siriana in Italia.

«Quella strage, – evidenzia Schiavone nella lettera a Renzi e Mogherini – come è stato dimostrato dall’inchiesta condotta dall’unico giornalista presente sul posto in quel momento, il tedesco Rainer Hermann del Frankfurter Allgemeine Zeitung, è stata compiuta dai militanti sunniti anti-Assad. Le vittime, infatti, erano prevalentemente alawiti e sciiti.  Per questa ragione – conclude il segretario di Assadakah – bisogna riaprire immediatamente i canali diplomatici con le autorità siriane e intraprendere ogni azione affinché l’ambasciata siriana in Italia, con il rientro del suo delegato, venga riaperta al più presto».

 

Iran: Aumenta il numero delle donne ammesse alle università

da press.tv

Una nuova indagine recente ha dimostrato che la quota delle donne iraniane nell’istruzione superiore e il numero di giovani donne iraniane ammesse alle università sono in costante aumento negli ultimi anni.

Secondo la relazione preparata dal Consiglio Superiore dei Diritti Umani della magistratura iraniana, la Repubblica islamica ha perseguito politiche di ampio respiro con l’obiettivo di migliorare l’accesso all’istruzione superiore per le persone provenienti da tutti i ceti sociali, soprattutto le donne.

Le politiche del governo iraniano sono state dirette a promuovere l’educazione scientifica nelle università e rafforzare la conoscenza generale del popolo iraniano, si legge nel rapporto, aggiungendo che i centri iraniani per l’istruzione superiore in entrambi i settori, pubblico e privato, hanno fornito grandi opportunità per le donne di avere accesso alle specializzazioni  post-laurea a tutti i livelli.

Il tasso di alfabetizzazione delle donne di età compresa fra i 15 e i 24 anni è aumentato dal 97,1% nel 2009-2010 al 97,7% nel 2011-2012, mentre il dato per le studentesse nelle università statali ha mostrato una crescita del 56% nello stesso periodo.

Su 1.176.000 persone iscritte all’istruzione superiore nell’anno accademico 2012-2013, le donne erano 522.248 (44,38%), mentre la quota degli uomini era pari a 654.593 (55,62%).

Nello stesso anno accademico, 4,367 milioni di studenti sono stati ammessi alle varie università per continuare gli studi di istruzione superiore di cui, circa la metà, erano donne.

Le cifre fornite dalla relazione hanno mostrato anche che su 716.096 persone che hanno completato i loro studi post-laurea per l’anno accademico 2012-2013, 326.753 sono donne.

Il numero di studenti universitari di sesso femminile è aumentato  di quasi il doppio, da 1.231.035 nell’anno iraniano accademico 2005-2006 a 2.106.639 nel 2012-2013.

Vale la pena ricordare che negli anni accademici 2005-2006 e 2009-2010, il numero delle donne iscritte all’università è stato maggiore rispetto agli uomini.

[Traduzione dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) La Casa Bianca ha utilizzato McCain contro la Siria

10541043di Alessandro Aramu* – spondasud.it

Chi è davvero John McCain? In molti lo ricordano come il candidato dei repubblicani alle presidenziali americane che nel 2008 perse con Barack Obama, ma il senatore è qualcosa di più di un semplice uomo politico. Ne è convinto Thierry Meyssan, fondatore di Réseau Voltaire, un osservatore che conosce il Medio Oriente come le proprie tasche. McCain, a suo avviso, è uno degli uomini che la Casa Bianca utilizza come copertura per condurre azioni segrete all’estero. Meyssen, a sostegno della sua tesi, fornisce una serie di prove, rafforzate da alcune immagini, note all’opinione pubblica, che ritraggono l’uomo politico americano persino con l’attuale Califfo dello Stato Islamico, l’uomo più pericoloso al mondo secondo il presidente Obama.

A quel tempo bisognava abbattere a tutti i costi il presidente siriano Bashar al Assad e l’Occidente, Stati Uniti in testa, erano pronti a scendere a patti con chiunque, terroristi compresi. Perché, sia chiaro, non basta all’amministrazione americana aver ucciso Osama bin Laden per affermare di aver combattuto il terrorismo islamico.

Se oggi in Siria e in Iraq esiste la più grande organizzazione criminale che la storia recente abbia conosciuto lo si deve proprio agli Stati Uniti che hanno utilizzato alcuni pericolosi gruppi jihadisti in maniera strumentale per far cadere Damasco. Non erano né ribelli né rivoluzionari, il loro obiettivo non era portare la democrazia ma il caos e il terrore. Hanno condotto una guerra per procura finanziata soprattutto dai alcuni paesi del Golfo, in particolare il Qatar e il Kuwait. Anche la Turchia di Erdogan e l’Arabia Saudita hanno fatto la loro parte. Quei gruppi sono cresciuti e, nel giro di pochi anni, sono diventati una potenza di fuoco capace di fare proseliti in tutto il mondo, con un reclutamento che avviene attraverso i social media e l’uso della lingua inglese, quella dei nemici imperialisti.

Quando i governi occidentali, come ha fatto recentemente il presidente francese Hollande, ammettono di aver finanziato i ribelli siriani devono essere consapevoli di aver finanziato soprattutto quel terrorismo che ora si impegnano a contrastare.  L’Occidente non faceva distinzione tra ribelli buoni e ribelli cattivi. Per Europa e Stati Uniti erano tutti buoni in quanto utili a far cadere “il regime di Damasco”. Quei pochi buoni, sinceri rivoluzionari siriani, se ci sono stati, sono spariti nel giro di pochi mesi, forse settimane, lasciando il posto a brigate di fanatici provenienti dall’estero al soldo di chiunque fosse in grado di pagarli. Non avevano a cuore il bene della Siria ma solo il vile denaro accompagnato dalla brutale violenza.

In questo contesto si è mosso John McCain. In Libano, ad esempio, il senatore repubblicano ha incontrato a Beirut alcuni uomini del Movimento del Futuro (il partito sunnita di Saad Hariri), che, attraverso il parlamentare Okab Sakr, ha organizzato un colossale traffico di armi verso la Siria, utilizzando la Turchia come una delle sue basi. Al termine della sua visita, nel febbraio del 2011, McCain ha visitato, o meglio ispezionato, il confine siriano e una serie di villaggi, tra cui Ersal, che sono stati utilizzati come base per i mercenari nella guerra contro Assad. Da lì a poco sarebbe incominciato il caos in Siria. Soltanto una coincidenza?

Thierry Meyssan ricorda come l’ex candidato alle presidenziali Usa in precedenza aveva presieduto una riunione organizzata dalla NATO al Cairo per lanciare la “primavera araba” in Libia e Siria. A quella riunione prese parte anche una folta delegazione di siriani che vivono all’estero. Tutto questo è contenuto in un rapporto dei servizi segreti stranieri. L’incontro presieduto da McCain faceva parte chiaramente di un piano programmato da tempo da Washington; un piano che prevedeva un attacco in Libia e in Siria per far cadere Gheddafi e Assad. Un piano sostenuto anche da Regno Unito e Francia, gli unici due alleati europei che hanno condiviso fin dall’inizio questa strategia per riscrivere gli equilibri in Medio Oriente.

C’è poi il “viaggio illegale”, così lo chiama Meyssan, nel maggio del 2013. McCain è giunto in Siria attraverso il confine con la Turchia e ha incontrato vicino a Idlib i leader dell’opposizione armata. Questo vertice è stato organizzato da Emergency Task Force, un’organizzazione siriana che, contrariamente al suo nome, è guidata da un impiegato palestinese dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). Si tratta di un gruppo di pressione americano noto per il forte supporto allo stato di Israele. È considerato il più potente e influente gruppo d’interesse a Washington. L’associazione si definisce la “lobby statunitense pro-Israele” ed è un’organizzazione di massa i cui componenti comprendono democratici, repubblicani e indipendenti. Il viaggio di McCain è stato reso pubblico solo al suo ritorno a Washington.



In Siria il senatore repubblicano si è fatto fotografare con dei compagni non propriamente affidabili. In primo luogo Mohammad Nour, portavoce della Brigata Tempesta del Nord, confluita poi nel Fronte al Nusra, ovvero il braccio di al Qaeda in Siria. Questo gruppo è responsabile del rapimento di 11 pellegrini sciiti libanesi nel maggio del 2012. Una sigla terrorista che i media hanno continuato a indicare per molto tempo come semplice “gruppo di ribelli siriani”. La foto ha scatenato l’ira delle famiglie dei pellegrini rapiti che hanno presentato subito dopo una denuncia alla magistratura libanese contro il senatore McCain per concorso in sequestro di persona. È bastato questo e il gran rumore sulla stampa di mezzo mondo per trovare un accordo e far rilasciare gli ostaggi.

In quell’incontro, come attesta una foto, McCain ha incontrato anche il generale di brigata Idriss Salem, capo dell’Esercito siriano libero, e Ibrahim al-Badri, noto anche come Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamato Califfo dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, in precedenza leader dell’ISIS. L’uomo politico ha mentito due volte: la prima quando ha affermato di aver incontrato solo esponenti siriani (al Badri è un iracheno di Samarra), la seconda quando ha detto di aver parlato con gli uomini dell’Esercito siriano libero. È evidente che in quell’incontro McCain ha parlato con tutta l’opposizione, compresa quella fondamentalista islamica rappresentata da ISIS e al Qaeda. Che personaggio sia McCain è poi attestato dalle sue parole: “Le persone che ho incontrato sono moderati, ci si può fidare”.

Come mai un senatore americano ha potuto incontrare un uomo che dal 4 ottobre 2011 figura nella lista dei cinque uomini più ricercati dagli Stati Uniti, un terrorista sulla cui testa pende una taglia da dieci milioni di dollari? Si tratta di un uomo che il Comitato per le sanzioni delle Nazioni Unite ha incluso nella lista nera dei terroristi in quanto membro di al Qaeda. Soltanto un mese prima di incontrare McCain, Ibrahim al-Badri aveva fondato lo Stato Islamico in Iraq e Levante (ISIS). Questa sigla apparteneva a quel tempo allo Stato maggiore dell’Esercito Libero Siriano, definito “moderato” dall’ex candidato alle presidenziali americane.

Il Califfo dello Stato Islamico ha rivendicato l’attacco alle carceri di Taj e di Abu Ghraib in Iraq e ha fatto evadere tra i 500 e 1000 jihadisti che hanno aderito alla sua organizzazione. Questo attacco è stato coordinato con altre operazioni quasi simultanee in altri otto paesi. Ciò dimostra il carattere transnazionale di questa sigla, che gode di ingenti finanziamenti dall’estero e che, grazie al controllo di pozzi di petrolio e giacimenti di gas, oggi può commercializzare i “propri prodotti” ricavando dalla vendita ingenti quantità di denaro da destinare alla guerra. Molti combattenti fuggono da altre organizzazioni jihadiste e dallo stesso Esercito Libero Siriano per combattere sotto le insegne dello Stato Islamico.

“In nessun paese del mondo, – scrive Thierry Meyssan – indipendentemente dal suo sistema politico, si dovrebbe accettare che il leader dell’opposizione sia in contatto diretto e pubblico con un terrorista molto pericoloso che il paese al quale appartiene sta cercando”.

Le fotografie che mostrano McCain con pericolosi terroristi certificano una realtà che soltanto pochi osservatori indipendenti hanno voluto vedere. In Siria non esiste una rivoluzione e non esistono ribelli moderati (la definizione già di per se è una contraddizione in termini). Sul campo non vi era (e non vi è) alcuna differenza tra Esercito Siriano Libero, Stato Islamico, Al Nusra e vari gruppi jihadisti che imperversano nel paese.

Come sostiene giustamente Thierry Meyssan tutte queste sigle sono composte dagli stessi individui che cambiano continuamente bandiera. Oggi la più attrattiva è quella nera dello Stato Islamico, sotto la quale combattono un numero imprecisato di stranieri che nulla hanno a che fare con la democrazia e la pace in Siria. Qualunque sia l’etichetta, questi uomini procedono con gli stessi abusi: rapimenti, stupri, torture, decapitazioni, crocifissioni. Loro sono i veri nemici della Siria e del popolo siriano. E questi nemici sono stati aiutati, su tutti, da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Guarda caso proprio i paesi che oggi dicono di voler combattere il terrorismo dello Stato Islamico in Iraq e Siria.

*Giornalista (1970), direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon. Reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014).

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