Il Vertice Africa/Stati Uniti per il controllo delle risorse africane

summit USa-africa

di Demba Moussa Dembélé

12 agosto 2014

michelcollon.info 

Il 5 e 6 agosto, la capitale degli Stati-Uniti, Washington, è stata la sede d’un evento storico: il primo Vertice dei capi di Stato d’Africa e degli Stati-Uniti.

La democrazia e i diritti dell’uomo: grandi assenti al Vertice

La democrazia e i diritti dell’uomo non sono stati tra gli obiettivi del Vertice, a dispetto della propaganda abituale degli Stati Uniti. In effetti, tra i capi di stato che sono stati invitati a Washington c’erano numerosi dittatori patentati e violatori dei diritti umani. Sarebbe noioso citarli tutti. Ma tra di loro, va segnalato Paul Biya del Camerun, Idriss Deby Itno del Tchad, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo della Guinea Equatoriale, al potere dal 1979, dopo l’assassinio del suo proprio zio! E che dire allora di Blaise Compaoré del Burkina Faso, assassino di Thomas Sankara, e di altri coraggiosi figli del paese degli “uomini integri”? Davvero un volgare assassino, diventato “capo di Stato” e in seguito dittatore sanguinario al servizio dell’Africa francofona. Dopo più di 27 anni al potere, vuole far modificare la Costituzione del suo paese per restare al potere, con lo scopo evidente di evitare di rispondere alla giustizia per i delitti e gli assassini che hanno segnato il suo lungo regno di terrore.

Ancora, tra gli invitati di Obama ci sono stati degli “eredi” di dittatori defunti, come Faure Gnassimbé del Togo o ancora Ali Bongo del Gabon. Infine, dei presidenti che devono il loro potere a interventi stranieri, come Alassane Ouattara della Costa d’Avorio.

Nella maggioranza di questi paesi, i diritti dell’uomo sono allegramente violati, palesemente e con piena coscienza e complicità dei “campioni” della democrazia e della libertà. Ma i violatori di diritti umani africani sono stati in buona compagnia. Barack Obama è stato a disagio nell’impartire loro una lezione, dato il bilancio esecrabile degli Stati Uniti in questo campo. Il sostegno incondizionato al genocidio dei Palestinesi portato avanti dallo Stato terrorista d’Israele basterebbe da solo a squalificare gli Stati Uniti come “difensori” dei diritti umani. Ma le rivelazioni di Wikileaks e quelle di Edward Snowden sulle torture e altre pratiche inumane perpetrate dagli Stati Uniti in giro per il mondo si sono aggiunte alle atrocità e barbarie commesse dalle truppe yankee nell’Iraq occupato e di cui il mondo intero è stato testimone qualche anno fa.

 

La corsa per il controllo delle risorse africane

In realtà, uno degli obiettivi maggiori del vertice era per gli Stati Uniti di fare un discorso mellifluo sui “benefici” del commercio e degli investimenti, allo scopo di avere ancora più accesso alle risorse del continente africano. Ciò spiega l’abbondanza di rappresentanti del settore privato, tanto dal lato africano che da quello degli Stati Uniti, a questo Vertice. Come si sa, le multinazionali di questo paese si sentono “allontanate” dalle imprese dei paesi “emergenti” e della stessa Europa, nella corsa verso il controllo delle immense risorse dell’Africa. E in certi ambienti del capitalismo in profonda crisi, alcuni pensano che l’Africa sia diventata la nuova frontiera della mondializzazione capitalista e che essa detenga la chiave per “l’uscita dalla crisi”.

Durante la sua visita alla sede dell’Unione Africana ad Addis Abeba, nel gennaio 2014, il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe aveva dichiarato: “Con il potenziale che le danno le sue risorse, con la sua capacità di crescita economica, l’Africa è oggi un continente che sostiene le speranze del mondo”. Così, il capitalismo in crisi attende dall’Africa che questa gli fornisca le soluzioni all’uscita dalla crisi… grazie allo sfruttamento delle sue ricchezze a detrimento dei suoi propri popoli! Ricordiamoci il rapporto del senato francese, reso pubblico nell’ottobre 2013 e il cui titolo è di per sé  illuminante: “L’Africa è il nostro avvenire”. Vale a dire, “l’avvenire” della Francia e certamente di altri paesi occidentali, ma non quello dei popoli africani!

Così, a Washington, si è trattato molto  di investimenti, di “partenariati pubblico-privato”, di “libertà commerciale” e “di aiuti”. Tutto ciò, allo scopo di spalancare le porte delle economie africane per consegnarle all’appetito insaziabile delle multinazionali yankee. Si SA già che il petrolio grezzo africano fa parte delle priorità degli Stati Uniti nella loro politica di diversificazione delle fonti d’approvvigionamento, tendente a diminuire la loro dipendenza verso il petrolio del Medio Oriente, regione divenuta più volatile e sempre più ostile all’imperialismo occidentale, come mostrano le reazioni attuali seguite all’aggressione dello Stato sionista e ai massacri di migliaia di Palestinesi.

Nella messa in pratica della loro strategia, gli Stati Uniti cercano di istallare su territorio africano il quartiere generale del loro progetto di militarizzazione del continente, chiamato AFRICOM o “Africa Command”. Il pretesto apparente è quello di “aiutare” i paesi africani nella “lotta contro il terrorismo”. Ma in realtà, l’AFRICOM tende a garantire la sicurezza degli investimenti e delle forniture degli Stati Uniti. E l’istallazione del quartier generale dell’AFRICOM in Africa, soprattutto nella regione del Golfo di Guinea, ricco di petrolio, darebbe loro un vantaggio strategico per contenere i loro potenziali rivali, notoriamente la Cina.

 

L’ombra della Cina

È un segreto di Pulcinella che l’ombra della Cina ha aleggiato sul Vertice di Washington, in realtà una risposta degli Stati Uniti alla crescente potenza del gigante asiatico in Africa. La Cina è diventata un’ossessione per tutti i paesi occidentali e per il Giappone, che vedono molto di mal occhio il consolidamento dei suoi vincoli economici con l’Africa. Si ricorderanno gli attacchi appena velati di Barack Obama contro la Cina, durante la sua visita a diversi paesi africani nel 2013. La visita del Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe, ricordata prima, aveva lo stesso scopo: contrastare la Cina. Quanto all’Unione Europea, sono anni che cerca d’imporre ai paesi africani la sua agenda di “libero scambio”, fraudolentemente chiamata “accordo di partenariato economico” (APE). I capi di Stato della CEDEAO hanno apparentemente deciso di capitolare di fronte alle pressioni, minacce e voltafaccia dell’UE, accettando di firmare l’APE tra qualche settimana. Tutta questa agitazione occidentale-giapponese tende a contrastare la Cina, percepita come il più grande ostacolo alla prosecuzione dell’egemonia economica e geo-strategica di quella che Samir Amin chiama la “triade imperialista” (Europa, Stati Uniti e Giappone).

 

Il genocidio del popolo palestinese ha offuscato il Vertice

Detta triade imperialista costituisce il principale sostegno dello Stato sionista, nella sua strategia di sterminio del popolo palestinese. E il Vertice di Washington è stato immancabilmente offuscato dalle atrocità quotidiane commesse dallo Stato terrorista di Israele a Gaza. La complicità degli Stati Uniti in queste atrocità fa sì che le mani di Barack Obama siano sporche del sangue di migliaia d’innocenti Palestinesi, tra cui più di 300 bambini, assassinati a sangue freddo dall’esercito israeliano rifornito dagli Stati Uniti. Così, dunque, i presidenti africani che hanno sfilato a Washington hanno stretto le mani sporche di sangue del presidente americano, complice d’Israele nel massacro di migliaia di Palestinesi. Se Israele continua a sfidare il mondo intero e a restare sordo agli appelli che gli arrivano da tutte le parti, è perché sa che può contare sul sostegno e la protezione degli Stati Uniti, qualsiasi cosa faccia. Lo si è visto in occasione del voto della Risoluzione del Consiglio dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite: gli Stati Uniti erano il solo paese a votare contro, con il solo scopo di difendere Israele!

 

Conclusione

C’era da scommettere che il Vertice di Washington non avrebbe apportato grandi benefici ai popoli africani. Certamente, i capi di Stato che vi hanno preso parte hanno messo l’accento sui loro “successi” e le loro “conquiste”. Ma poche persone gli hanno creduto. Dal punto di vista degli Stati Uniti, il solo e unico scopo di questo Vertice era di cercare di mettere le risorse dell’Africa nelle mani delle multinazionali nord-americane, per tentare di “recuperare il tempo perduto” a tutto vantaggio dei paesi “emergenti”. E che lo vogliano o no, due ombre hanno aleggiato su questo Vertice: quella della Cina e quella dei massacri quotidiani d’innocenti bambini palestinesi ad opera di uno Stato terrorista sostenuto dal loro ospite: Barak Obama!

 

[Traduzione dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Caos in Iraq “made in USA”: cammino aperto per lo Stato Islamico

 ISISdi Achille Lollo*, da Roma (Italia)

Brasil De FatoEdizione 599,  dal 21 al 27 agosto 2014 – Internazionali – Pag. 16 – Iraq

Nel 2011 gli USA sono usciti dall’Iraq, dopo di aver portato a termine la missione “Democrazia a Baghdad”. Il nuovo Stato è stato consegnato ad Al-Maliki, principale leader sciita. È stato un disastro politico, caratterizzato dal settarismo e dalla corruzione – un contesto che i gruppi armati dello Stato Islamico hanno sfruttato, istigando la minoranza sunnita a ribellarsi.

Nel gennaio 2013, il misterioso leader dell’allora ISIS – attuale auto-proclamato Stato Islamico – Abu Bakr al-Baghdadi, dopo aver rotto con Al Qaeda e, in seguito, essersi auto-nominato “guida dei combattenti islamici del Levante”, ha convocato una riunione di tutti i leaders dei gruppi armati jihadisti iracheni e delle unità ribelli sunnite.

Il risultato di tale riunione è stato estremamente importante perché, in termini politici, al-Baghdadi ha definito la formazione di un fronte islamico sunnita, disposto a intraprendere una guerra aperta contro il regime di Baghdad.

In pratica, questo ha implicato che le cellule clandestine dei gruppi di ribelli sunniti e jihadisti, in luogo di sacrificarsi per realizzare sanguinari attentati nei luoghi frequentati dai civili sciiti, cominciassero a creare le condizioni affinché le popolazioni sunnite accettassero l’arrivo dei combattenti dell’allora chiamato Isis.

Questo fatto ha comportato che l’“Esercito degli uomini di Naqshbandi”, cioè, il braccio armato di ciò che è rimasto del Partido Baath Arabo di Saddam Hussein, sotto la dirigenza dell’ex-generale Izzat Ibrahim al-Douri, accettasse di unirsi all’ISIS che, in termini politici e mediatici, si presentava come il gruppo più organizzato e meglio referenziato presso i servizi segreti dell’Arabia Saudita, del Qatar, della Turchia, di Israele, della Gran Bretagna, della Francia e perfino degli Stati Uniti.

Bisogna ricordare che la partecipazione degli jihadisti dell’allora ISIS nella guerra civile siriana, al lato del Fronte Al-Nustra, è stata usata dai media occidentali per rinforzare, in termini politici, l’opposizione sunnita al presidente siriano Bashar al-Assad. D’altro lato, alcune vittorie che l’ISIS ha ottenuto nel Nord e nel Nord-est della Siria, dove i suoi uomini si sono impossessati di alcuni pozzi di estrazione petrolifera hanno motivato ancora di più l’interesse dei servizi segreti, soprattutto dopo la sconfitta degli uomini dell’Esercito Libero Siriano a Homs e lungo le regioni della frontiera con il Libano.

In funzione di ciò, i combattenti di al-Baghdadi hanno ricevuto armamenti, addestramento, soldi e, soprattutto, una copertura legale per vendere il petrolio rubato alla Siria. Petrolio rivenduto a un prezzo minore di quello dei mercati, tra il 40% e il 55%. Per questo, in pochi mesi, l’allora ISIS è riuscito a ottenere le risorse per organizzare una task force di 20 mila uomini totalmente auto-trasportata.

Questo contingente, all’inizio dell’anno, è entrato nelle regioni centrali dell’Iraq, senza nessuna difficoltà e senza incontrare resistenza da parte delle unità dell’esercito regolare che, davanti alla minaccia di dover affrontare combattenti sunniti, praticamente si è disintegrato.

È chiaro che in questa prima fase è stata di fondamentale importanza la presenza dei combattenti dell’“Esercito degli uomini di Naqshbandi”, al lato degli jihadisti. Questo fatto, ha permesso alle brigate dell’ISIS di entrare nei villaggi e nelle piccole città ed essere ricevuti dalle popolazioni sunnite come liberatori.

 

Saddam Hussein

Infatti, non possiamo dimenticare che, quando Saddam Hussein, il 15 luglio 1979, successe ad Ahmed Hassan al-Bakar, oltre a controllare tutto il Partito Baath, con membri dell’etnia sunnita, ha anche collocato sunniti in tutta l’amministrazione dello Stato e, soprattutto, nell’esercito, nella polizia e nei servizi segreti. Un’operazione settaria senza precedenti, che in Iraq ha colpito, principalmente, la maggioranza sciita, tanto in termini etnici quanto religiosi.

Eppure, con il governo sunnita di Saddam Hussein, non sono stati solamente gli sciiti (il 60% della popolazione) a soffrire l’isolamento istituzionale e la repressione.

I curdi sono stati i più castigati da Saddam, per il fatto di essere la minoranza (il 10% della popolazione) che, a partire dagli anni ’50, ha appoggiato la lotta per l’indipendenza del Curdistan, regione al Nord dell’Iraq.

Una lotta che era stimolata dall’esistenza di altri due movimenti di liberazione curdi, il PKK in Turchia e il Movimento di Resistenza Curda in Iran, oltre a piccoli gruppi in Siria. Per questo, nel 1988, l’ esercito di Saddam ha lanciato in Curdistan l’“Operazione Anfal”, nella quale sono stati uccisi 180 mila curdi.

Tuttavia, la furia dell’esercito sunnita di Saddam è stata maggiore nel Sud del paese, quando, nel 1991, è esplosa la ribellione della maggioranza sciita, che ha subito il massacro di 230 mila persone.

Con tutti questi precedenti, la pretesa “missione civilizzatrice” dell’esercito degli Stati Uniti, che si è estesa durante dieci anni, non ha fatto nulla per sanare le ferite del passato e nemmeno ha mai tentato di introdurre nella società multi-etnica irachena i concetti di eguaglianza e di solidarietà.

Al contrario, tutti i governatori militari e gli ufficiali dell’esercito degli USA, incaricati di amministrare villaggi e città, si sono sempre appoggiati esclusivamente alle dirigenze politiche della maggioranza sciita. Conseguentemente, la minoranza sunnita e, soprattutto i baathisti sono stati gli unici a costruire e alimentare una resistenza armata contro l’esercito invasore.

Un’opposizione che, nonostante la repressione, è risorta e si è rinforzata, partecipando in prima persona alla guerra civile in Siria e questo fatto ha acuito ancora di più la diversità etnica e religiosa tra sunniti e sciiti.

 

Nuovamente gli USA

Quando il presidente Barack Obama, nel 2011, ha ritirato dall’Iraq il corpo di spedizione statunitense, sapeva molto bene che la missione “Democrazia a Baghdad” presentava profonde contraddizioni. Tuttavia, il costo finanziario e umano di questa missione era, in pratica, insostenibile, soprattutto, dal punto di vista politico, visto che poteva trasformarsi in un secondo Vietnam.

Di fronte a questa situazione, le eccellenze della Casa Bianca hanno puntato tutto sulla gestione settaria degli sciiti, perché, secondo loro, questa era l’unica forma di garantire il mantenimento di uno Stato e di un’amministrazione pubblica che per dieci anni erano stati guidati e controllati da un esercito di occupazione di 100 mila soldati e più di 30 mila “tecnici”.

È evidente che, adesso, Obama e le eccellenze della Casa Bianca, come anche i generali del Pentagono hanno un profondo timore di consegnare armi all’esercito iracheno che, in realtà, esiste solamente nella zona verde di Baghdad. Cioè, per difendere le élites e l’oligarchia sciita.

Infatti, nel 2013 il governo di Al-Maliki ha comprato 36 caccia-bombardieri F-16, ma, fino ad adesso non sono stati consegnati. Tanto che l’ormai ex-primo ministro iracheno, Al-Maliki, è ricorso alla Russia per comprare urgentemente dieci caccia-bombardieri Sukhoi Su-25, dei quali cinque già sono stati consegnati – e che, secondo la TV Al Jaazira, starebbero realizzando missioni di bombardamento contro le posizioni dello Stato Islamico.

Oggi, la Casa Bianca e i generali del Pentagono non si fidano degli ufficiali sciiti dell’esercito iracheno e, soprattutto, disprezzano la maniera in cui è stato costruito questo esercito negli ultimi anni, permettendo che la maggior parte delle reclute si arruolasse semplicemente per mangiare o avere un salario. Dal momento che non possiamo dimenticare che l’invasione statunitense dell’Iraq ha provocato 1 milione di sfollati, oltre a distruggere quasi interamente le infra-strutture e i centri industriali.

In questo contesto, Obama ha scoperto un altro errore di Hillary Clinton, tanto che il Segretario di Stato, John Kerry, è dovuto correre in Curdistan per negoziare la continuazione dell’alleanza dei curdi col governo di Baghdad. Infatti, quando lo Stato Islamico ha attaccato e conquistato la città di Mosul e le brigate dell’esercito iracheno sono fuggite in direzione di Baghdad, i curdi erano pronti a dichiarare l’indipendenza.

Questo non è successo, perché Kerry ha promesso che gli USA e la NATO avrebbero armato l’esercito guerrigliero dei curdi, trasformandolo in un esercito regolare. Oltre a ciò, la Casa Bianca ha garantito che, dopo la sconfitta dello Stato Islamico ci sarà una negoziazione per implementare in Iraq una soluzione federativa che, giustamente, offra garanzie dal punto di vista economico ai curdi riguardo al controllo delle rimesse del petrolio e del gas estratti in Curdistan. Per questo, Obama ha chiesto agli alleati della NATO di inviare armi ai Curdi, come mezzo per mantenere le promesse di John Kerry indirizzate a una soluzione globale.

Ma il principale problema dell’Iraq non è l’attuale contesto militare, visto che gli F-16 o i Sukhoi Su-25 possono fare un ottimo lavoro, massacrando con le loro bombe e missili la maggior parte degli jihadisti dello Stato Islamico. Il vero problema è il futuro politico dell’Iraq che, di fatto, è problematico e perfino drammatico, vista la sequenza di massacri praticati dai gruppi jihadisti dello Stato Islamico.

Gli altri gruppi sunniti islamici e, soprattutto, il contingente delle unità baathiste non hanno partecipato ai massacri di cristiani semplicemente perché sanno che dopo di queste stragi ci sarà una negoziazione per definire una piattaforma federale o anche la formazione di tre nuovi Stati definiti su base etnica.

È evidente che il “califfo” al-Baghdadi non si potrà sedere al tavolo delle negoziazioni. Il suo luogo dovrà essere occupato dall’ex-generale baathista Izzat Ibrahim al -Dour. Tuttavia, questa previsione potrà essere realizzata solamente con il “sacrificio” dei combattenti jihadisti dello Stato Islamico. Un “sacrificio” che, in realtà, sarà la condizione sine qua non per l’inizio delle negoziazioni tra sciiti, curdi e sunniti.

Cosciente di questo pericolo, il “califfo” pretende ampliare la guerra civile in Libano, in Giordania, in Siria, in Iraq e nelle regioni estreme della frontiera di quest’ultimo con l’Iran. Un progetto che provocherebbe una esplosione fondamentalista generalizzata, nella quale la negoziazione per la fornitura del petrolio e del gas all’Occidente sarebbe fatta direttamente con gli Stati Uniti e la NATO, che in questo caso sarebbero obbligati a riconoscere il Califfato dello Stato Islamico.

Un progetto complesso e molto utopico che, tuttavia, ancora aleggia come possibilità, non per la sua solidità politica, ma per essere una conseguenza delle stupidità geo-strategiche che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO hanno commesso nel Medio Oriente negli ultimi 30 anni.

 

* corrispondente dall’Italia per Brasil de Fato e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”

 

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione a cura di Marco Nieli]

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