Siria, Iran e Paesi dell’Alba solidali con la Palestina

da sana.sy

Ambasciatori e capi di missioni diplomatiche di Siria, Iran e Paesi latino-americani in Russia hanno assicurato che i loro paesi saranno sempre con il popolo palestinese e il popolo arabo in Siria, Libano e Iraq per affrontare qualsiasi forma di terrorismo israeliano e internazionale.

Gli Ambasciatori e i capi missione, hanno portato corone di fiori all’ entrata della sede dell’ambasciata palestinese a Mosca e acceso candele davanti a un murale dove sono incisi i nomi dei martiri palestinesi, vittime della ingiusta aggressione israeliana contro Gaza.

Ryad Haddad, ambasciatore siriano a Mosca, ha dichiarato che ciò che sta accadendo a Gaza, Siria e Iraq dimostra la presenza dello stesso piano che sta colpendo più popoli.

“La vittoria del popolo siriano sul terrorismo è quella della causa palestinese”, ha precisato, chiedendo di stare dalla parte del fraterno popolo palestinese e della resistenza contro il terrorismo sanguinario guidato dall’entità sionista.

Gli ambasciatori di Bolivia, Venezuela, Cuba e Nicaragua hanno condannato il ruolo imperialista degli Stati Uniti che sostengono Israele in ogni modo per continuare la sua aggressione contro Gaza.

Hanno sottolineato l’importanza di porre fine a questa aggressione, sollevando il blocco imposto a Gaza e ricostruendo le infrastrutture danneggiate.

Il vice ambasciatore iraniano a Mosca, ha osservato che l’entità sionista sta commettendo un genocidio nei confronti dei bambini e delle donne, ed ha espresso la fiducia nella capacità del popolo palestinese nel vincere questa entità.

Da parte sua, l’ambasciatore della Palestina ha dichiarato che il popolo palestinese da sempre è oggetto di diverse forme di aggressione israeliana, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha espresso, alla fine dello scorso anno, la propria solidarietà al popolo palestinese.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La guerra civile dei “liberatori della Libia” per il controllo del petrolio

 Libiadi Achille Lollo, da Roma per il Correio da Cidadania  — 12 Agosto 2014

All’inizio dell’anno, quando le “eccellenze” del Dipartimento di Stato hanno tracciato le linee maestre della politica geo-strategica degli USA, i direttori dei grandi mezzi di comunicazione statunitensi hanno ricevuto il consiglio “di essere molto cauti con il contesto politico della Libia, dal momento che il paese, dopo tre anni di transizione politica, ancora viveva un concitato periodo di confusione istituzionale”. Paradossalmente, anche nei paesi europei membri della NATO, i direttori di giornali, riviste e TV hanno ricevuto la raccomandazione di “trattare con attenzione il materiale informativo relazionato alla Libia”. In pratica, un’attenzione che, in realtà, equivale all’auto-censura dei loro pari statunitensi.

Infatti, già nell’ottobre 2013, era evidente che in Libia la “guerrina tra le milizie”, cosiddetta di “tutti contro tutti”, aveva determinato il rinforzo delle milizie di Misurata e di Zeitan, pronte a scannarsi, di sicuro non per difendere un insignificante Parlamento o un fantasmagorico governo. Ma per assicurarsi, invece, il controllo dei pozzi di sfruttamento petrolifero, degli oleodotti, dei porti con terminali per l’esportazione del gas e del petrolio e, logicamente, degli aeroporti, da dove era possibile avviare qualunque tipo di “commercio”.

Verso la fine del 2013, già erano evidenti le condizioni politiche obiettive, associate ad elementi della criminalità organizzata, che stavano determinando l’implosione del nuovo Stato, la cui definizione di “democratico” è esistita solo negli anacronistici rapporti di Hillary Clinton. Un contesto che era la premessa per una sanguinosa guerra civile che è esplosa in Tripolitania e, soprattutto, nella Cirenaica, dove si trovano le grandi riserve di idro-carburi, le uniche ricchezze della Libia.

Un contesto che è stato letteralmente censurato da tutti i corrispondenti, anche i più navigati, della CNN, della BBC, di Al-Jazeera e della RAI che, di fronte alle telecamere, riferivano che nella capitale Tripoli e a Bengasi “si registravano, appena, leggere sparatorie tra miliziani, che non danneggiavano l’autorità del governo e la stabilità politica nel paese”!

Menzogne di professionisti che dovrebbero dire la verità, dal momento che a Tripoli già si viveva una situazione caotica, mentre all’interno del paese la cosiddetta “guerrina tra le milizie” ha causato stragi impressionanti nelle piccole città e villaggi, dove gli abitanti sono stati fucilati casa per casa, senza nessuna pietà per i bambini e le donne. Secondo un gruppo di giornalisti e professori universitari che sono fuggiti, arrivando a Roma nel mese di luglio, l’avvocatessa e difensora dei diritti umani Salwa Bugaighis è stata uccisa a Bengasi il 25 giugno, perché stava finendo un dossier sui massacri compiuti negli ultimi tre anni da parte delle milizie. Per evitare la divulgazione di questo dossier, gli assassini di Salwa hanno rapito suo marito, chiedendo in cambio della sua vita tutti i dischi rigidi con i files del dossier, le registrazioni e le fotografie. Davvero un lavoro da professionisti, dal momento che in questo “Libro Bianco” erano catalogati, fotografati e filmati in molti casi gli arresti, le torture e i successivi fucilamenti e impiccagioni (senza processo) degli ex-funzionari del governo di Gheddafi, così come l’uccisione degli immigrati africani accusati, ingiustamente, di essere soldati di Gheddafi.

In realtà, l’unica colpa di questi 200.000 detenuti e immigrati, arrestati e uccisi durante i primi due anni della cosiddetta rivoluzione, era quella di essere neri e in gran parte cattolici. A riprova di ciò, la pratica indiscriminata di pulizia etnica da parte delle milizie islamiche, jihadiste e salafite ha spinto le tribù berbere a prendere una posizione difensiva unilaterale, trasformando la milizia Zeitan in un potente esercito tribale, che ha subito occupato l’aeroporto di Tripoli e altri centri nevralgici della Tripolitania.

La distruzione del paese

A partire dal 26 luglio, la “cautela” dei direttori di giornali e la “prudenza” dei diplomatici sono andate a farsi friggere, dopo il comunicato del Dipartimento di Stato che annunciava la chiusura dell’ambasciata a Tripoli e il trasferimento di tutti i dipendenti al confine con la Tunisia, sotto scorta armata pesante (compresi F-16 ed elicotteri). Da parte sua, l’ambasciatrice Deborah Jones ha ordinato a tutti i cittadini americani impiegati in Libia di lasciare immediatamente il paese. Improvvisamente, il mondo ha scoperto che tutte le nazioni che avevano contribuito a liberare la Libia del “boia” Gheddafi avevano già chiuso le loro ambasciate, i consolati, gli uffici delle transnazionali e delle compagnie aeree. Le uniche ambasciate che rimangono precariamente aperte sono quelle del Vaticano e dell’Italia.

Così, mentre le limousines dei diplomatici e degli uomini d’affari dei paesi ricchi sono arrivate ​​sane e salve in Tunisia, migliaia di lavoratori filippini, greci, cinesi, tailandesi, rumeni, portoghesi, vietnamiti, spagnoli e italiani, cioè, la massa della mano d’opera a buon mercato specializzata, assunta dopo la cosiddetta “liberazione”, si ammassava nel porto di Tripoli, per essere evacuata via mare verso Malta. Nel frattempo, le loro case, le automobili e le imprese erano saccheggiate dai ladri o presunti miliziani.

Di fatto, con l’uscita immediata della maggior parte dei lavoratori stranieri dalla capitale e da molte altre città della Tripolitania e soprattutto della Cirenaica, le attività di molti servizi pubblici sono state praticamente paralizzate. Infatti, dopo l’assassinio di un lavoratore filippino e l’”interrogatorio mortale” di altri due lavoratori filippini da parte della milizia, il governo di Manila ha sospeso l’accordo di cooperazione che aveva firmato con l’allora Primo Ministro della Libia, Ali Zeidan, ordinando ai 13.000 lavoratori filippini impiegati nei servizi pubblici e privati di lasciare la Libia in fretta, prendendo le navi che avevano cominciato a trasportare gli stranieri verso Malta.

La guerra civile è scoppiata ufficialmente nel mese di luglio, quando le milizie di Misurata sono entrate a Tripoli, per sloggiare i combattenti della milizia di Zeitan trincerati nell’aeroporto internazionale. Così, tutto ciò che non era stato danneggiato nella capitale negli ultimi tre anni è stato distrutto o sabotato in pochi giorni. In realtà, la milizia di Misurata ha avuto la “brillante idea” di mirare a tutti i serbatoi di benzina e gasolio, provocando un incendio gigantesco, in cui sei milioni di litri di carburante hanno bruciato per una settimana, visto che a Tripoli e in tutta la Libia non c’erano vigili del fuoco! Anche se il gigantesco incendio ha raggiunto i sobborghi di Tripoli, causando la fuga di quasi 80.000 abitanti, nessun paese europeo ha risposto agli appelli del governo libico, che aveva chiesto l’invio urgente di squadre di vigili del fuoco per spegnere il gigantesco incendio. Di conseguenza, a Tripoli, non c’è più benzina e gasolio nelle pompe della città!

Ma è stato il 30 luglio che la Libia è stata definitivamente isolata dal resto del mondo, quando la British Airways ha deciso di sospendere i propri voli per il paese, dal momento che gli aeroporti internazionali di Tripoli e Bengasi erano chiusi. Infatti, negli ultimi due mesi i combattimenti per controllare questi aeroporti hanno messo fuori uso le piste di atterraggio, che sono state distrutte insieme all’intera infra-struttura aeroportuale. Anche la flotta delle sette compagnie aeree libiche è stata decimata: 20 aerei di raggio medio e piccolo sono stati sequestrati dalle milizie di Misurata. Altri dieci, tra cui due nuovi Airbus, sono stati presi di mira con mortai e razzi, finendo per bruciare sul bordo delle piste. Gli altri aerei rimangono abbandonati, soggetti a tutti i tipi di violenza.

Le uniche stazioni aeroportuali che non sono state distrutte sono gli aeroporti di Misurata e di Labraq. La prima, pur avendo due piste per i Boeing e gli Airbus, è stato chiusa a maggio, quando la milizia ne ha occupato la torre di controllo. Pertanto, anche la AirGiordania – l’unica impresa che operava nell’aeroporto di Misurata – ha chiuso i suoi uffici nel mese di giugno. A Labraq, nei pressi di Beida al nord-est della Cirenaica, c’è un piccolo aeroporto che, in condizioni normali, è stato utilizzato per i piccoli aerei delle compagnie petrolifere.

Più anacronistica è la situazione del Parlamento e del governo, i cui gabinetti e ministeri, negli ultimi sei mesi, sono stati attaccati da diversi gruppi armati. Pertanto, dal 14 luglio il Parlamento e il governo si sono rifugiati in un hotel di Tobruk, a pochi chilometri dal confine con l’Egitto. In realtà, dopo aver abbandonato la capitale Tripoli, il Parlamento aveva tentato di installarsi a Bengasi. Un’opzione che ha istigato ancora di più al rifiuto i sostenitori dei Fratelli Musulmani e dei movimenti separatisti della Cirenaica.

Questo dimostra che il Parlamento e il governo sono ancora considerati elementi di una fiction, perché in tre anni di attività non sono riusciti a evitare che la logica dell’interesse e commerciale dei clan tribali condizionasse le attività legislative ed esecutive. Ad esempio, il Parlamento non ha voluto o saputo formulare una soluzione federativa, per evitare l’esplosione del separatismo regionale in Cirenaica e nel Fezzan. Inoltre, il governo non è stato in grado di materializzare l’idea di nazione democratica, avviando un programma di riforme socio-economiche, e impostando le coordinate per la costruzione di un nuovo esercito e di un nuovo governo. In pratica, la politica dei parlamentari e ministri si limitava a definire i contratti (e le tangenti) con le compagnie petrolifere transnazionali e con le imprese straniere fornitrici di servizi.

Va detto che il popolo libico, con la distruzione della Jamahiriya (Stato delle Masse, nella traduzione più comune, il modello istituzionale realizzato da Gheddafi) ha creduto nelle promesse di ricostruzione e di benessere per tutti, fatte dai leaders del Consiglio Nazionale di Transizione, Mahmoud Jibril e Mustafa Abushagur. Così, oggi, Mahmoud Jibril è pubblicamente detestato. Infatti, nelle ultime elezioni, tenutesi il 15 maggio, dei 2,8 milioni di elettori aventi diritto di voto e registrati nel 2011, solo 1,5 milioni hanno preso parte alle votazioni. Di questi, solo 600.000 hanno votato per la lista di maggioranza dell’’Alleanza delle Forze Nazionali’ di Mahmoud Jibril.

Questo buco nero è diventato più ampio con l’elezione “minoritaria” dell’impresario di Misurata, Ahmed Omar Miitig, alla carica di Primo Ministro, con soli 113 voti (per legge dovevano essere almeno 120). In realtà, l’elezione è stata manipolata dai membri della Fratellanza Musulmana, che non ha ottenuto il quorum di 120 voti per sbarrare il secondo mandato del Primo Ministro Abdullah al-Thani, legato ai moderati liberali e ai non-islamici. Per evitare la sconfitta di Ahmed Omar Miitig, è intervenuto un gruppo di miliziani di Misurata, che hanno “convinto” otto deputati ad annullare i loro voti e a dichiarare la loro preferenza per Miitig, che ha così raggiunto i 121 voti necessari.

Di fronte a questa farsa, il vice presidente del Parlamento, Ezzedine al-Awami, che aveva presieduto le sessioni del voto, ha respinto l’elezione di Miitig. Ma il giorno dopo i sostenitori dell’ uomo d’affari hanno presentato una dichiarazione del Presidente del Parlamento, Nuri Abu Sahmein, che dall’estero ratificava la nomina di Ahmed Omar Miitig a nuovo Primo Ministro.

Per comprendere le ragioni che hanno causato la reazione del vice-presidente del Parlamento, Ezzedine al-Awami, dobbiamo ricordare che gli otto membri hanno cambiato il loro voto dopo il rapimento delle loro famiglie da parte di gruppi di miliziani armati di Misurata. D’altra parte, il presidente del Parlamento, Nuri Abu Sahmein, non era in Svizzera per motivi di salute, ma piuttosto per evitare di essere interrogato dai giudici della Corte di Tripoli, riguardo al suo coinvolgimento in un’incredibile “frode fiscale”. Fonti attendibili rivelano che Nuri Abu Sahmein ha negoziato il suo sostegno incondizionato ad Ahmed Omar Miitig contro la promessa dello stesso Primo Ministro, una volta eletto, di seppellire le accuse della Corte di Tripoli.

Naturalmente, questo imbroglio ha contribuito ulteriormente ad aumentare la squalifica del Parlamento e al crescente odio della Milizia di Zeitan contro i miliziani di Misurata, legata ai Fratelli Musulmani. Pertanto, la capitale Tripoli e poi Bengasi sono diventate un vero e proprio campo di battaglia, anche con la ricomparsa dell’ex-generale Khalifa Haftar (il principale uomo della CIA in Libia), che, dopo aver fallito il suo secondo colpo di stato a maggio, ha cercato di occupare Bengasi, convocando dalla sua parte ciò che era rimasto del nuovo esercito libico, con l’obiettivo di “liberare la Libia dai terroristi islamici”.

Conseguentemente, tutte le milizie separatiste, jihadiste e salafite della Cirenaica si sono unite e hanno formato il “Consiglio della Shura, dei Rivoluzionari di Bengasi”, il cui comando è passato nelle mani dei leaders di Ansar al-Sharia, gruppo integralista storicamente legato ad AlQaeda.

Le responsabilità politiche, economiche, sociali e, soprattutto, morali del caos e adesso della guerra civile in Libia ricadono esclusivamente sui ministeri degli esteri dei paesi della NATO, che hanno pianificato la distruzione della Libia, senza avere idea del tipo di Stato e di nazione che avrebbero dovuto sostituire Gheddafi. In pratica, è stata mobilitata una variegata struttura tribale per realizzare una rivoluzione, senza tener conto del peso politico dei clan tribali, a cui è stato promesso che la divisione dei profitti derivanti dalla vendita di idrocarburi si sarebbe fatta secondo la logica tribale, opportunista e insieme autoritaria, totalmente differente dal concetto di Stato e di nazione liberi e democratici.

In breve, i “liberatori” della NATO hanno consegnato al CNT di Mustafa Abushagur e di Mahmoud Jibril un progetto politico, in cui la formulazione del nuovo Stato era condizionata dalla realizzazione immediata di due direttrici politiche: 1) vendicativo smantellamento della Jamahiriya; 2) liberalizzazione immediata del monopolio del petrolio e del gas, a favore dei paesi delle transnazionali dei paesi NATO.

Solo nell’ultimo capitolo di questo progetto – curato all’epoca dall’ex-Segretario di Stato, Hillary Clinton, e monitorato in loco dal defunto ambasciatore americano Chris Stevens – c’era una lunga serie di regole burocratiche per la legalizzazione dei partiti politici, il funzionamento del Parlamento, le priorità della nuova Costituzione, la realizzazione di nuove elezioni, la formazione del governo, il funzionamento dei ministeri, etc etc.

Gli attori della guerra civile

Gli ultimi corrispondenti dell’Associated Press e della France Presse che sono rimasti a Tripoli informano che gli scontri tra le milizie di Misurata e quelle di Zeitan si sono allargate dall’aeroporto a vari quartieri della capitale. Secondo varie fonti, i combattimenti nella capitale provocano, in media, un centinaio di morti al giorno e un numero imprecisato di feriti che nessuno soccorre, perché gli ospedali sono fuori uso, senza farmaci, con pochissimi medici e senza personale ausiliario. Una situazione che, secondo Abdul Rauf, capo del Comitato di Emergenza, “è piuttosto peggiorata dopo la partenza di 3.000 infermiere filippine. Senza di loro e degli altri lavoratori stranieri che sono fuggiti a causa del conflitto, l’intero sistema sanitario è rimasto letteralmente paralizzato, visto che trasferivamo quel personale dove c’era più bisogno.”

Il 7 agosto, la France Presse ha ricevuto conferma da parte del governatore di Bengasi che le milizie jihadiste e il gruppo fondamentalista Ansar alSharia avevano occupato tutte le caserme dell’esercito libico a Bengasi, espellendo le brigate dell’”Esercito Nazionale Libico”, che è l’esercito personale dell’ex-generale Khalifa Haftar. Dopo sanguinosi combattimenti, gli uomini dell’ex- generale si sono ritirati da Bengasi e si sono trincerati lungo l’asse stradale di Al-Uruba ad Al-Kwayfiya.

Non ci sono informazioni dettagliate allo stesso modo circa i combattimenti che si svolgono all’interno della Libia, tuttavia, è noto che le tribù del Fezzan hanno stretto un’alleanza con i gruppi fondamentalisti e jihadisti del Mali, che ora si muovono senza problemi in tutte le regioni desertiche della Libia meridionale.

Il complesso scenario della guerra civile si fa sempre più chiaro con la presentazione dei quattro eserciti che combattono tra di loro per definire il controllo delle due capitali: Tripoli, capitale dei non-islamici, e Bengasi, la capitale dei Fratelli Musulmani. In questo contesto, i raggruppamenti militari possono essere presentati come segue: 

1) Milizia di Zeitan: riunisce tutti i gruppi armati delle tribù berbere, così come i nuovi gruppi non- islamici, che hanno abbandonato l’opzione parlamentare del leader dell’”Alleanza delle Forze Nazionali”, Mahmoud Jibril. Secondo alcune indiscrezioni, anche i militanti gheddafiani che sono sopravvissuti ai massacri del 2011 e del 2012 starebbero ora raccogliendo le armi e lavorando insieme ai miliziani della Zeitan. L’area controllata è soprattutto la capitale Tripoli e le principali regioni della Tripolitania, fino alle montagne dove risiedono le tribù berbere invitte.

2) Esercito Nazionale Libico: dal 1991, la CIA tenne l’ex-generale Khalifa Haftar sequestrato in una residenza nei pressi di Langley. Con la caduta di Gheddafi, l’ex-generale ha chiesto al Consiglio Nazionale di Transizione il posto di capo del nuovo esercito. Tuttavia, alcuni mesi più tardi, è stato rimosso da Mahmoud Jibril se stesso. Con l’aiuto dei fondi segreti della CIA e l’intelligence dell’ Arabia Saudita, ha formato un piccolo esercito chiamato “Esercito Nazionale Libico”, che è apparso sullo scenario nel mese di febbraio, in occasione di un tentativo di colpo di stato disastroso, e poi a maggio, quando Khalifa Haftar ha lanciato i suoi combattenti contro i jihadisti e i gruppi fondamentalisti di Ansar alSharia.

Bisogna ricordare che, nel 2012, Khalifa Haftar ha creato un partito che doveva essere il braccio politico dell’estremismo armato islamico, ma che è stato un fallimento. Così, dopo il colpo di Stato in Egitto del generale Al-Sissi, e la conseguente repressione dei membri dei Fratelli Musulmani, l’ ex-generale Khalifa Haftar ha lanciato gli uomini del suo Esercito Nazionale Libico contro i gruppi jihadisti e, principalmente, contro le nuove brigate islamiche legate ai Fratelli Musulmani. Questo ha fatto aumentare la simpatia degli agenti dell’intelligence dell’Arabia Saudita e del proprio general-presidente egiziano verso l’ex-generale Khalifa Haftar, che ha ricevuto un significativo aiuto finanziario e circa cinquanta “specialisti in telecomunicazioni”.

3) Milizia di Misurata: È la più organizzata, soprattutto perché, nel 2012, Ali Zeidan, subito dopo il giuramento come Primo Ministro, ha dato alla milizia un assegno di un milione di dollari per garantire la stabilità a Tripoli e sottomettere tutte le altre milizie. In realtà, all’interno di questa milizia è prevalsa la simpatia per il progetto politico dei Fratelli Musulmani, associata alla soluzione separatista, dal momento che nel porto di Misurata si trovano i principali terminali per la spedizione del petrolio e del gas. Se poi consideriamo che il Qatar è stato l’unico paese arabo disposto a riconoscere la creazione di un emirato a Misurata, e anche ad aprire le banche di Doha per rendere possibile l’intermediazione nella vendita di petrolio e gas, è chiaro che la Milizia di Misurata è diventata il braccio armato dei Fratelli Musulmani in Libia. Le sue azioni sono, soprattutto, volte alla tutela dei pozzi di petrolio e di gas, delle tubature e dei serbatoi delle raffinerie nella regione, e a cercare di spingere le altre milizie, in particolare la Zeitan, fuori dai confini urbani della capitale Tripoli.

4) Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi: L’apparizione dell’esercito personale dell’ex-generale Khalifa Haftar e la “campagna contro i terroristi islamici” hanno favorito l’unificazione di tutti i jihadisti, salafiti o gruppi armati fondamentalisti a Bengasi, sotto la guida dei comandanti di Ansar alSharia, storicamente legata ad AlQaeda. In effetti, le brigate di questo nuovo esercito sono riuscite a sconfiggere gli uomini dell’ex generale Khalifa Haftar e a impadronirsi di tutti i quartieri dell’esercito regolare, che non ha preso posizione e ha consegnato le armi, le caserme e i blindati al vincitore. La prima conseguenza del successo di questo Consiglio della Shura è stata la proclamazione di un emirato islamico.  

Chiaramente, ora, gli Stati Uniti e tutti i primi ministri dei paesi della NATO che hanno partecipato all’assalto alla Libia di Gheddafi sanno che un intervento avrebbe costi finanziari molto elevati, oltre a molte vittime. Una situazione difficile da spiegare agli elettori stessi, soprattutto dopo i drammatici conflitti scoppiati in Siria, Afghanistan, Iraq e, infine, nella Striscia di Gaza. Dal momento che Barack Obama, David Cameron, Angela Merkel e François Hollande sanno che non sono riusciti a convincere i propri elettori che era giusto distruggere uno stato centralizzato come la Jamahiriya libica, per sostituirlo con un progetto di falsa democrazia liberale, che fin dall’inizio ha nascosto la prospettiva di una guerra civile.

Infatti, la grande problematica degli USA è che, oggi, nessuno sa quando e come potrà terminare la guerra civile in Libia, il cui destino è essere una seconda Somalia, o peggio, un secondo Sudan.  

*Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania.

 

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Telegraph: l’Italia deve ritornare alla lira per porre fine alla depressione

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di Ambrose Evans-Pritchard

E’ un fatto incontrovertibile che il disastro che dura da 14 anni in Italia coincide con l’adesione all’UEM.

L’Italia è in depressione da quasi sei anni. Il crollo è stato costellato da false riprese, sopraffatte ogni volta dai dilettanti monetari responsabili della politica UEM.

L’ultima ripresa è svanita dopo un solo trimestre. L’economia è di nuovo in recessione tecnica. La produzione è crollata del 9% dal suo piccoindietro a livelli di 14 anni fa. La produzione industriale è scesa a livelli del 1980.

Ci vogliono errori di politica economica madornali per realizzare un tale risultato in una economia moderna. L’Italia non ha subito niente di simile durante la Grande Depressione, facendo segnare una crescita del 16% tra il 1929 e il 1939. Nemmeno Mussolini era così maniacale da perseguire i suoi deliri sul Gold Standard fino all‘amaro finale.   

Le autorità italiane intravvedono segnali di ripresa, come le guardie della fortezza nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, ingannati dalle illusioni ottiche dell’orizzonte senza vita. I prestiti bancari alle imprese sono ancora in calo a un tasso del 4.5%. Moody‘s dice che quest’anno l’economia si contrarrà dello 0.1%. Société Génerale prevede -0.2%.

Il crollo della proprietà immobiliare non ha ancora toccato il fondo. La Banca d’Italia ha detto che il numero dei mesi necessari per vendere una casa è salito a 9,4, da 8,8 della fine dell’anno scorso.L’indice del peggioramento delle condizioni di mercato è passatda 19.6% a 34.7% in tre mesi. 

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«Non possiamo andare avanti più a lungo», hanno dichiaratalla filiale di Taranto dell’associazione degli industriali italiana, Confindustria, in una lettera aperta al Presidente della Repubblica. La regione sta diventando un “deserto industriale”, hanno avvertito, con le piccole imprese sull’orlo della chiusura e dei licenziamenti di massa.

 

Il mix letale di contrazione economica e inflazione zero sta portando la traiettoria del debito in Italia a crescere in maniera esponenziale, nonostante l’austerità e un avanzo primario del 2% del PIL. 

Nel primo trimestre il debito pubblico è salito al 135.6%, da130.2% dell’anno prima. Questo è un effetto meccanico, il risultato dell’onere dell’interesse composto su una base nominale staticaI tassi di interesse reali sullo stock del debito italiano di € 2.100 miliardi – con una scadenza media di 6,3 anni – sono in realtà in aumento a causa dell’arrivo della deflazione.


Il rapporto del debito può arrivare al 140% entro la fine dell’anno, in acque inesplorate per un paese che in realtà si indebita in D-Marks. «Nessuno sa quando i mercati reagiranno», ha detto un banchiere italiano. 


La recessione sta erodendo le entrate fiscali così 
gravemente che il premier Matteo Renzi dovrà venirsene fuori con nuovi tagli, dai 20 ai 25 miliardi di €, per soddisfare gli obiettivi di disavanzo dell’UE, perpetuando il circolo vizioso.

Il compito è senza speranza. Uno studio del think-tank Bruegel ha rilevato che l’Italia deve realizzare un avanzo primario del 5% del PIL per stabilizzare il debito con un’inflazione al 2%. L’avanzo sale al 7.8% a inflazione zero. Qualsiasi tentativo di raggiungere questo obiettivo porterebbe ad una implosione autodistruttiva dell’economia italiana. 

 

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Ashoka Mody, fino a poco tempo fa alto funzionario del piano di salvataggio del FMI in Europa, ha detto che gli studi interni del Fondo hanno ritenuto impossibile realizzare avanzi primari nella scala necessaria. Egli consiglia alle autorità italiane di cominciare a consultare “dei bravi avvocati per garantire una ristrutturazione ordinata del debito sovrano“.
    
«Non deve essere un cataclisma. Ci sono modi di dilazionare gli obblighi di pagamento nel corso del tempo. Ma non c’è nessuna ragione di attendere fino a che il rapporto giunga al 150%. Dovrebbero andare avanti in questo senso da subito» ha detto.
 
Eugenio Scalfari, il decano de La Repubblica e leader dell’establishment UEM in Italia, dice che la ricaduta degli ultimi mesi ha ucciso tutte le illusioni. Ha raccomandato a Renzi diprepararsi a un salvataggio. «Devo esprimere una amara verità, perché tutti noi possiamo vedere la realtà davanti i nostri occhi. Forse l’Italia dovrebbe mettersi sotto il controllo della Troika dCommissione, BCE e FMI» ha detto.
   
Scalfari sembra pensare che la democrazia in Italia dovrebbe essere sospesa per salvare l’euro, che il paese dovrebbe raddoppiare le politiche di terra bruciata, imbarcandosi in uno sforzo ancora più draconiano per recuperare competitività attraverso un svalutazione interna.
 
Il giovane Renzi – appena 17enne quando fu firmato il Trattato di Maastricht, e quindi libero dal peccato originale – potrebbe equamente concludere il contrario, che l’euro dovrebbe essere abbandonato per salvare l’Italia.
   
E’ un fatto incontrovertibile che il disastro 
italiano che dura da 14anni coincide con l’adesione all’UEM. Questo non prova che ci sia causalità. Ma suggerisce che l’UEM ha messo in moto una dinamica molto distruttiva per le particolari condizioni dell’Italia, ed è molto chiaro che l’UEM ora impedisce al paese di uscire dalla trappola.
 
Ci dimentichiamo che l’Italia registrava abitualmente un surplus commerciale nei confronti della Germania nel periodo pre-UEM. Le industrie italiane del nord erano viste come concorrenti formidabili, quando la lira era debole.

Antonio Guglielmi, d
i Mediobanca, dice che l’Italia teneva, prima di agganciare la lira al marco nel 1996. Solo allora è entrata in una “spirale negativa della produttività”.

In un rapporto che è una condanna, 
egli ha mostrato come negli ultimi 40 anni la crescita della produttività e della competitività in Italia ha vacillato ogni volta che la valuta nazionale è stata agganciata a quella tedesca E si è ripresa dopo ogni svalutazione.
   
Una ragione è che 
l’economia Italiana ha un “gearing” del 67% sul tasso di cambio a causa dei tipi di prodotti che fabbrica, rispetto al 40% della Germania. Il tallone d’Achille è la metà arretrata dell’economia Italiana, soprattutto il Mezzogiorno, che compete testa a testa con la Cina e le economie emergenti dell’Asia, la Turchia e l’Europa orientale in settori sensibili ai prezzi.
 
Non vorrei tornare sul dibattito stantio sul perché l’Italia ha continuato a perdere competitività del lavoro nei confronti della Germania per un decennio e mezzo, se non per dire che questo dimostra solo quanto sia difficile piegare le culture profondamente radicate dei paesi europei alle esigenze di un esperimento monetario. Gli economisti avevano detto che le nazioni UEM avrebbero dovuto convergere. Gli antropologi e gli storici hanno sostenuto che una cosa simile non sarebbe accaduta.

E ora 
siamo arrivati qui, la situazione è ormai insostenibile. L’Italia è sopravvalutata del 30% rispetto alla Germania. Non può recuperare attraverso la deflazione, in quanto la stessa Germania è vicina alla deflazione.
   
Le élite 
della UEM esortano l’Italia a fare le «riform, un termine che viene buttato là liberamente. «E’ tutto un pio desiderio. Le metriche del mercato del lavoro per la Germania e l’Italia non sembrano così diverse. Non è più facile assumere e licenziare in Germania», ha detto Modi, che era il direttore del FMI in Germania.
   
Il professor Giuseppe Ragusa, della Luiss Guido Carli di Roma, ha detto che il principale fallimento in Italia è la mancanza di investimenti in capitale umano. «Ciò che veramente colpisce è quanto siamo indietro nell’istruzione», ha detto.
   
I dati dell’OCSE mostrano che l’Italia spende solo 
il 4.7% del PIL per l’istruzione, rispetto al 6.3% di tutta l’OCSE. La quota di giovani di età compresa tra 25-34 anni che hanno completato gli studi superiori è del 21%, rispetto ad una media del 39%. Gli insegnanti sono pagati una miseria.
 
Questo è davvero un grosso problema strutturale, ma non può essere risolto dalle «riform, figuriamoci dall’austerità. Pochi contestano che lo Stato italiano ha bisogno di una revisione radicale. Ma ciò di cui l’Italia ha bisogno è anche un New Deal, un massiccio investimento in infrastrutture e competenze, sostenutda uno stimolo monetario per sollevare il paese dalla sua soffocante tristezza cosmica. Renzi deve ormai aver capito che questo non può essere fatto sotto l’attuale regime dell’UEM.
 
Improvvisamente si ritrova nella stessa situazione terribile di Francois Hollande in Francia. Da outsider, sè scagliato contro l’ austerità dell’UEM, solo per sottomettersi tranquillamente una volta in carica, rassicurato dai suoi consiglieri che la ripresa era a portata di mano. Entrambi si ritrovano con il cappio al collo.
 
La differenza è che Hollande è oltre ogni possibilità di salvarsi. Il regime depressivo dell’UEM ha distrutto la sua presidenza. Le Figaro sta pubblicando una fiction estiva in cui si esplora la possibilità di dimissioni anticipate. Il signor Renzi non ha ancora bruciato il suo capitale politico, ed è un giocatore d’azzardo per natura.
   
Non c’è più alcuna possibilità 
che Italia e Francia conducano una rivolta dei paesi latinimettendo insieme una maggioranza in seno al Consiglio europeo e alla Banca centrale per imporre una strategia di rilancio a livello dell’UEM che cambi completamente il panorama economico. Con l’adesione alla Germania a tutti i costi, la forza politica di Hollande è bruciataGli Spagnoli pensano – sbagliando – di essere fuori dal guado, e di non averne bisogno.
 
Renzi è solo. Egli si trova davanti una BCE che ha sostanzialmente violato il suo contratto con l’Italia, lasciando cadere l’inflazione a 0.4% sapendo che questo avrebbe fatto andare in metastasi la crisi italiana. Egli si trova davanti una Commissione subentrante che promette di attuare le stesse disastrose politiche economiche che si sono già dimostrate rovinose.
   
Non vi è alcuno 
spazio di negoziazione. Queste istituzioni non sono riuscite a garantire un aggiustamento simmetrico che costringa sia il Nord che il Sud ad adottare delle misure per chiudere il divario intra-UEM da entrambe le estremità, assumendosi pari responsabilità per la cattiva gestione della joint venture UEM nei suoi primi anni. Sostenendo solo la volontà dei creditori, hanno messo a terra l’unione monetaria. Non hanno più alcuna legittimità.
 
L’Italia deve badare a se stessa. Si può riprendere solo se si libera dalla trappola UEM, riprende il controllo dei suoi strumenti di politica economica e ridenomina i suoi debiti in lire, con controlli dei capitali fino a quando le acque si calmano.
   
L’Italia non si troverebbe ad affrontare una crisi immediat
a di finanziamento, dal momento che ha un avanzo primario di bilancio. La sua posizione patrimoniale netta sull’estero è al -32% del PIL, a fronte di un -92% della Spagna e -100% del Portogallo.
   
Il paese non soffre di eccesso di debito 
da un punto di vista fondamentale. Il debito ipotecario è molto basso. Il debito aggregato è circa il 270% del PIL, molto inferiore a quello dFrancia, Gran Bretagna, Spagna, Giappone, Stati Uniti, Svezia e Paesi Bassi. Il problema principale è un disallineamento del tasso di cambio che crea una crisi del debito pubblico non necessaria, attraverso i meccanismi perversi della UEM.
 
Non vi è un modo facildi uscire dall’euro. Le strutture ad incastro dell’unione monetaria sono andate ben oltre un aggancio di cambio fisso. Gli interessi costituiti sono potenti e spietati. Eppure non è impossibile.
   
La faccenda sicuramente precipiterà quando la traiettoria del debito italiano entrerà nella zona di pericolo. Questa volta potrebbe non essere così evidente che il paese vuole essere salvato alle condizioni europee. Renzi può giustamente concludere che l’unico modo possibile per adempiere al suo compito di un Risorgimento per l’Italia, e costruirsi il proprio mito, è quello di scommettere tutto sulla lira.
 

Rafael Correa si recherà in India nel 2015

Leonardo Arízaga con il ministro degli esteri indiano, Sushma Swaraj. (Foto: Cancillería ecuatoriana)

Leonardo Arízaga con il ministro degli esteri indiano, Sushma Swaraj. (Foto: Cancillería ecuatoriana)

da Telesur

Il vice ministro degli Esteri ecuadoriano Leonardo Arízaga, è in visita in India per organizzare il viaggio del presidente Correa

Il Ministero degli Esteri dell’Ecuador ha informato che il viceministro, Leonardo Arízaga, si trova in India per pianificare il viaggio presidenziale di Rafael Correa nel paese previsto per il prossimo anno. Arízaga prenderà parte anche al quarto incontro del «Dialogo Politico Ecuador-India».

Nell’incontro sostenuto con il Ministro degli Esetri indiano, Sushma Swaraj, il viceministro ecuadoriano ha presentato una «gamma di progetti strategici dell’Ecuador, che ammontano a 28 miliardi di dollari».

Il ministro indiano ha accolto con interesse la presentazione dei progetti strategici e ha confermato la decisione del suo paese di concedere linee di credito “agevolate” all’Ecuador, che sono sovvenzioni e prestiti a tassi inferiori a quelli di mercato.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

(FOTO) Riad Malki: «En ninguna otra parte hemos visto esta solidaridad»

Caracas, 13 de agosto de 2014.- Pueblo venezolano se volvió a concentrar en la Plaza Bolívar de Caracas para participar en un acto de solidaridad con Palestina, víctima de genocidio por parte de Israel en la Franja de Gaza.

Al evento fue invitado el canciller de Venezuela, Elías Jaua, y su homólogo palestino, Riad Malki.
Venezuela y el mundo han expresado el rechazo contundente a la masacre perpetrada por el Ejército Israelí contra el pueblo palestino.

A fin de colaborar con el pueblo palestino, Venezuela emprendió una campaña para recolectar ayuda, destinada a aquellas personas que se han tenido que abandonar sus hogares producto de los ataques bélicos.

Además, el Ministerio para Relaciones Exteriores venezolano se encuentra gestionando el traslado de niños sobrevivientes de los bombardeos a la Casa de Abrigo Hugo Chávez, creada por el presidente de la República, Nicolás Maduro, asunto que será evaluado con Malki, quien llegó este lunes al país.

El gobierno venezolano también ha ofrecido una beca universitaria a 200 jóvenes palestinos que vendrán al país a estudiar medicina. GBG.
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