Stato Islamico: un disastro “Made in Usa”

da al manar

L’ironia della sorte è che gli Stati Uniti si trovano a bombardare le proprie armi, ponendo in maniera palese che Washington ha contribuito in modo indiretto all’ascesa dello Stato Islamico, che è diventato uno dei migliori gruppi terroristici armati e finanziati in tutto il mondo.

L’offensiva dello stato islamico in Iraq nel mese di giugno, che è stata una sorpresa per i governi di Iraq e Stati Uniti, sarebbe stata improbabile, se  i terroristi non avessero costruito una solida base in Siria orientale. Sono riusciti a sequestrare armi inviate lì dagli Stati Uniti d’America, Turchia ad altri gruppi terroristici regionali in Siria e che gli alleati dello SI hanno catturato in combattimento contro i gruppi rivali o quando, altri gruppi, si sono uniti all’organizzazione guidata da Abu Bakr al Baghdadi.

«Gli Stati Uniti hanno speso centinaia di milioni di dollari per sostenere, finanziare e addestrare i gruppi armati di opposizione in Siria», ha raccontato l’attivista politico, Raid Yarrar a RT. «Sicuramente, interventi e programmi stranieri nella regione hanno aperto la porta alla crescita di gruppi estremisti».

Lo SI ha, inoltre, ricevuto finanziamenti da sponsor privati ​​nei paesi del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Kuwait e Qatar. Questi donatori hanno portato  enormi risorse ai gruppi terroristici al fine di raggiungere tre obiettivi: opporsi all’Iran, rovesciare il suo alleato, il presidente siriano Bashar al Assad e favorire le divisioni tra sunniti e sciiti nella regione.

Negli ultimi mesi, l’ex primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki ha pubblicamente accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare lo stato islamico.

Il Kuwait si è anche rivelato come un donatore chiave dei gruppi terroristici. «Negli ultimi due anni e mezzo, il Kuwait è emerso come un centro chiave nel finanziamento dalle organizzazioni di beneficenza o individuali che sostengono i gruppi terroristici in Siria”, ha rivelato il think tank americano Brookings Institution, in un rapporto pubblicato nel mese di dicembre.

«Ci sono prove che i donatori del Kuwait hanno sostenuto gruppi ribelli, che hanno commesso atrocità e che sono direttamente collegati ad al-Qaeda o ad altri gruppi associati che collaborano con l’organizzazione sul terreno».

Si noti che tutti questi soldi e il traffico di armi è stato condotto con l’attiva gratificazione degli Stati Uniti, che cercano di rovesciare il governo siriano per installare un regime fantoccio nel paese.

Una volta equipaggiato con armi e fondi, lo stato islamico ha invaso il Sud dell’ Iraq al fine di creare un “califfato” nei territori di entrambi i paesi e successivamente in molti altri.

Questo doppio atteggiamento degli Usa è stato rimproverato, tra gli altri, dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, dichiarando che la lotta contro il terrorismo non dovrebbe essere attuata solo in Iraq, ma anche in Siria.

«La Russia sostiene gli sforzi del governo iracheno nella lotta contro lo Stato islamico e  i gruppi takfiri, chiamando l’Occidente a combatterli non solo in Iraq, ma anche in altri paesi come la Siria», ha dichiarato Lavrov in una conferenza stampa lunedì scorso.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Chi sono i mercenari nell’Est dell’ Ucraina?

da al manar

La presenza di combattenti provenienti da società private militari, americane, inglesi, polacche e italiane in Ucraina non è più un segreto da lungo tempo, scrive, oggi, il quotidiano Rossiyskaya Gazeta.

Tra 200 e 300 mercenari professionisti lottano oggi contro la popolazione della Nuova Russia. Sono pagati ma hanno tardato a raggiungere il fronte. Ci sono anche volontari “ideologici” provenienti dall’estero, che vengono accolti a braccia aperte dai “battaglioni di difesa territoriale” come “Azov” e “Aidar.” Essi vengono reclutati dai nazisti e criminali.

Combattono molto meno anche se si vantano sui social network, e talvolta diventano prigionieri inaspettati.

La più significativa “acquisizione” delle forze di autodifesa è stata la cattura di un cittadino svedese,  Michael Skilt, battaglione d’élite “Azov”, istruttore-tiratore. Secondo l’ “histographie” ufficiale del battaglione “Azov”,  Skilt neo-nazista e razzista, sostenitore della democrazia è giunto in Ucraina come un turista, si è innamorato dell’idea di Euromaïdan, “piena di sentimenti”, infine, ha aderito al Settore destro. É arrivato nel Donbass direttamente dal Maidan.

Egli è stato catturato dalle forze di autodifesa quando i suoi “fratelli” del battaglione hanno semplicemente abbandonato questo “Viking invincibile” in una lotta di retrovia, condotta in un modo disorganizzato e senza precauzioni.

Il capo di una concessionaria di auto in Italia, Francesco Falcone, 54 anni, fa anche lui parte del battaglione “Azov”. Si è scoperto che suo nonno era uno dei 130.000 italiani fascisti inviato da Mussolini a Stalingrado e ucciso durante l’offensiva “Tempesta Invernale”. Questo è il motivo per cui il “discendente del legionario” Francesco odia i”Russofili”, sostiene gli islamisti ed era anche disposto a convertirsi all’Islam nella sua giovinezza. “Ho sognato tutta la mia vita di un’esperienza  come questa. Non c’è spazio per i sentimenti. Questa è la guerra. Sono qui per uccidere”, ha testimoniato davanti ai giornalisti occidentali.

È molto più interessante sapere chi ha reclutato questo disoccupato italiano nel battaglione punitivo “Azov”. Secondo le informazioni della SDF, è il francese Gaston Besson, 47anni, capo della cosiddetta “legione straniera”, nell’ambito del battaglione.

Non è certo per romanticismo militare che un istruttore della vera Legione straniera francese, ferito tre volte, dopo averne  viste di tutti i colori durante la guerra in Jugoslavia, sia venuto in Ucraina. Le forze di autodifesa credono che questo “specialista”, sposato con una croata e residente finora in Croazia, sia il responsabile per il reclutamento di combattenti stranieri per partecipare alla guerra nel Donbass. Comunque, Besson è il primo ad aver diffuso sui social network l’ appello a mobilitarsi per la “guerra contro la Russia”, rivolgendosi ai suoi ex camerati. Inoltre, si lamentava su Facebook per essere oggi l’unico combattente francese accanto a tre svedesi, tre finlandesi, un canadese e un italiano.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

ALBAinformazione: voce di ANROS-Italia!

10576930_10204410676044150_479273192_ndi Ciro Brescia

Oggi ricorre l’88° compleanno del compañero Fidel Castro Ruz, quale occasione più felice per un salto di qualità di questo blog?

Da oggi ALBAinformazione – per l’Amicizia e la Solidarietà tra i Popoli, sarà la voce dell’ANROS – Italia, l’Associazione Nazionale delle Reti ed Organizzazioni Sociali.

L’ANROS nasce in Venezuela un altro 13, questa volta il 13 dicembre del 2002, anniversario, invece, della caduta in combattimento di Argimiro Gabaldón, una delle figure più importanti della lotta partigiana venezuelana contro l’oligarchia bipartitista dell’epoca.

L’obiettivo per il quale nasce l’ANROS è l’articolazione delle reti sociali (territoriali e non solo virtuali, ovviamente), delle organizzazioni popolari e dei movimenti sociali per contribuire alla costruzione del Potere Popolare, quel Potere Costituente per transitare da una istituzionalità retta esclusivamente dalla cosiddetta democrazia formale rappresentativa ad una nuova strutturazione istituzionale fondata sul protagonismo democratico e partecipativo, non più quindi su interessi oligarchici esclusivi ed escludenti, come nella cosiddetta 4a Repubblica, bensì sull’interesse delle maggioranze, dei più, degli interessi popolari, secondo una visione nuova della democrazia, includente ed inclusiva, per costruire quel processo rivoluzionario che vede, appunto il popolo come protagonista.

German Ferrer, Emilio Lambiase e Bernardo Borges

Pur se lo scenario e le latitudini sono diverse, anche in Italia abbiamo bisogno del protagonismo di massa, per costruire quel Nuovo Potere che rompa le catene della cosiddetta austerity imposta dalla UE, ostaggio della concrezione speculativa finanziaria che soffoca i popoli europei.

I popoli europei posso vivere fraternamente tra loro e possono vivere in pace con tutti i popoli del mondo, senza razzismo, senza guerra tra poveri, senza colonialismo e imperialismo, senza lo sfruttamento degli esseri umani, senza il bisogno di depredare le risorse di altri popoli e continenti e senza costringerli a fuggire dalle proprie terre, dalle proprie comunità e dai propri paesi a causa delle guerre che il sistema imperialista alimenta, impone, stimola e determina.

Siamo convinti che per fare questo dobbiamo rafforzare e connettere tessendo le nostre reti di relazioni sociali, con l’esempio delle comunità in resistenza come in Val di Susa, che lottano contro gli eco-mostri come il TAV o il MUOS in Sicilia, o come quelle che resistono contro le esiziali logiche dell’incenerimento e le discariche abusive, le terre dei fuochi in Campania, le comunità ecologiste o i movimenti pacifisti, degli antifascisti e degli antimperialisti indissolubilmente uniti.


LOGO ANROS AMBAS BANDERAS 02Oggi il mondo si trova ad affrontare direttamente una contraddizione chiara, sempre più stridente, quella tra un pugno di parassiti che vive speculando sulla miseria altrui, affaristi, che non producono nulla di buono per la società; in una parola, gli imperialisti, il cosiddetto 1%, secondo il movimento Occupy Wall Street, da una parte, e dell’altra la stragrande maggioranza, l’umanità, i popoli del mondo, che in misura e maniera diversa sono costretti a subire e pagare i peggiori effetti della crisi e della putrescenza capitalista.

Anche in Italia, come in Venezuela possiamo rompere il puntofijismo di casa nostra, tessendo le nostre reti popolari e prendendo in mano le redini del paese, delle nostre sorti. Anche in Italia le grandi maggioranze possono farsi governo, se si organizzano nella maniera adeguata per lo scopo e rompendo quella catena di oppressione che si stringe intorno alle vite non solo del popolo italiano, ma di tutti i popoli d’Europa e del mondo; dando l’esempio, potremmo essere tra i primi in Europa, e se così fosse ci sarebbe di che esserne orgogliosi. ALBAinformazione a tutto questo vuole contribuire con il suo granello di sabbia.


A tutto ciò anche l’associazione ALBA – che fino ad oggi ha reso possibile l’esistenza di questo blog – ha dato il suo contributo e continuerà a darlo, con i suoi progetti, e che continueremo, anche noi a diffondere, a darne spazio e conto su questo blog. I nostro migliori auspici al nuovo presidente Gabriele de Martino di Montegiordano e un saluto bolivariano a Emilio Lambiase, presidente di ANROS Italia. 

Per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli! 

Correa: «L’Ecuador non chiederà il permesso per vendere alimenti alla Russia»

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Il presidente Rafael Correa ha dichiarato questo martedì che l’Ecuador non chiederà a nessuno il permesso di vendere prodotti alimentari alla Russia, nazione che ha imposto sanzioni commerciali agli Stati Uniti e all’Unione Europea per le azioni derivanti dal conflitto in Ucraina.

In riferimento al presunto disagio di alcuni settori dell’Unione Europea di fronte alla posizione dell’America Latina decisa a vendere prodotti alla Russia, riferito dal quotidiano spagnolo ‘El Pais’, il presidente dell’Ecuador ha sottolineato di non aver ricevuto finora alcuna comunicazione ufficiale.

«Speriamo di ricevere un reclamo ufficiale in maniera da inoltrare la relativa risposta, ma posso dire che non dobbiamo chiedere a nessuno il permesso di vendere cibo ai paesi amici. Per quanto ne sappiamo l’America Latina non fa parte dell’Unione europea», ha dichiarato il presidente ecuadoriano nel corso di un colloquio con i giornalisti nella città portuale di Guayaquil.

Il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato di vietare o limitare per un anno le importazioni di prodotti agricoli, materie prime e prodotti alimentari provenienti da quei paesi che hanno sostenuto le sanzioni contro la Russia per il suo ruolo nel conflitto ucraino.

Questa situazione è valutata come un’opportunità per i paesi latino-americani che aspirano ad introdurre i loro prodotti, specialmente alimentari, nel mercato russo dove vi sono 140 milioni di consumatori.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

 

In Palestina c’è una rivolta popolare

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Intervista a Marcelo Buzzeto, docente e membro del settore Relazioni Internazionali del MST (Movimento Sem Terra)

A cura di J. Coutinho Jr, J. F. Neto e M. Silva

da Brasil de fato, 7-13 agosto 2014, p. 14-15

In un’intervista per Brasil de fato, Marcelo Buzzeto, membro del Settore Relazioni Internazionali del MST e dottore in scienze politiche, ha analizzato l’origine del conflitto e la posizione attuale del Brasile in questo scenario.

B. d. F.: Qual è l’origine degli attacchi di Israele alla Palestina?

Per capire quello che sta succedendo oggi, bisogna capire che la creazione dello Stato di Israele nel 1948 è all’origine del conflitto attuale. Quando fu creato Israele, ad opera del movimento sionista, che è un movimento nazionalista, giudaico, conservatore, anti-democratico e razzista, non ci fu un referendum indirizzato alla popolazione palestinese. Nella divisione dell’ONU, il 56% del territorio diventò lo Stato di Israele, il 42% rimase alla Palestina e il 2% a Gerusalemme, che doveva essere una città neutrale, essendo Gerusalemme orientale la capitale dello Stato palestinese. Ma in questi 50 anni il movimento sionista ha impiantato un’economia, una società, un modello di vita e ha creato un esercito dentro la Palestina.

B. d.F.: Qual è la causa degli attacchi a Gaza?

Israele ha usato come pretesto per iniziare questa nuova operazione militare il sequestro, la sparizione e la morte di tre giovani soldati che davano protezione illegale agli insediamenti di Ebrei sionisti nella vecchia città di Hebron. Questi giovani avevano in passato commesso violenze contro i Palestinesi, ma questo non è stato evidenziato dai media. I Palestinesi hanno divulgato immagini di questi soldati nell’atto di partecipare a incarceramenti, torture e umiliazioni. Non si può negare che erano direttamente coinvolti nei conflitti. Israele, però, ha incolpato Hamas, che ha negato di essere l’autore di questi assassinii.

Due settimane dopo la morte di questi giovani, sono stati realizzati circa 6oo arresti da parte dell’esercito israeliano in Cisgiordania, prima dell’inizio dei bombardamenti a Gaza.

B. d.F.: Parte della popolazione israeliana è contraria agli attacchi, o no?

Perfino tra le forze armate di Israele e nel governo vi sono contraddizioni. Esistono dichiarazioni di ufficiali israeliani che criticano l’operazione di terra in Gaza. Un movimento di soldati israeliani si rifiuta di combattere in territorio palestinese. All’interno dello stesso governo, alcuni sostengono l’idea che è stato Hamas l’autore dei sequestri; al contrario, altri settori dichiarano che nessuna indagine ha comprovato che l’assassinio è stato realizzato dal partito.

B.d.F.: E sui diritti dei Palestinesi sanciti negli accordi di Oslo?

La valutazione di molti che stanno seguendo il conflitto è che c’è stato un fallimento degli accordi di Oslo – accordo firmato nella città di Oslo in Norvegia nel 1993, tra la Palestina e Israele, con l’obiettivo di consolidare la pace nella regione. Il fallimento degli accordi obbliga i Palestinesi a cercare altre vie per conquistare i proprio diritti, il che ha portato alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Forze dentro l’OLP, principalmente la sinistra palestinese, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, vengono dialogando con Hamas e Fatah nel senso di combattere Israele. Da allora, c’è stato un tentativo negli ultimi anni di creare una coalizione nazionale da Fatah, che governa la Cisgiordania ed è il partito che guida l’OLP, fino ad Hamas, che governa Gaza dal 2005. Questi dialoghi tra Fatah e Hamas, indirizzati a costruire un governo, hanno fatto sì che Israele cercasse di creare una nuova situazione, per impedire questa unione.

B. d.F.: Gli attacchi si stanno concentrando su Gaza, ma negli ultimi giorni si stanno diffondendo in altre zone, inclusa la Cisgiordania. Credi che possa succedere in Cisgiordania quello che sta succedendo a Gaza? E in che modo il popolo si mobilita in queste aree?

La resistenza palestinese agisce in maniere differenti. Lì in Cisgiordania esiste un movimento di liberazione nazionale, che combina diverse forme di lotta e di organizzazione. A Gaza, la situazione differisce dalla Cisgiordania e dai territori occupati nel 1948. Per esempio, i Palestinesi che vivono in territorio israeliano si mobilitano, fanno manifestazioni. Eppure, per loro è difficile organizzarsi, c’è più repressione. Le organizzazioni palestinesi che stanno lottando a Gaza sono quelle che in Cisgiordania stanno mobilitando le loro basi per un confronto con l’esercito di Israele. L’unità politica e militare che esiste a Gaza sta influenzando i Palestinesi sia in Cisgiordania che a Gerusalemme contro Israele e contro i settori dell’Autorità Palestinese. C’è anche un sentimento di indignazione da parte dei Palestinesi verso il loro proprio governo. C’è una ribellione popolare in Palestina, che ha come obiettivo principale il governo e l’esercito di Israele, ma che presenta anche dure critiche all’Autorità Palestinese. È un movimento che sta denunciando il governo palestinese come gestore dell’occupazione.

B.d.F.: Qual è la posizione dell’ Autorità Nazionale Palestinese (ANP), in relazione all’offensiva di Gaza?

L’ANP sembra sempre più un’amministratore dell’occupazione coloniale israeliana. Penso che quello che sta succedendo oggi a Gaza e in Cisgiordania può cambiare la lotta di classe e la politica in Palestina, indebolendo l’ANP, che vuole sempre negoziare con Israele. L’Egitto ha proposto recentemente una trattativa e l’ANP si è subito offerta. Ma non è questo che vuole la popolazione. La popolazione vuole la tregua, ma non intende rinunciare ad alcune sue rivendicazioni. Se l’ANP non si unisce al popolo nella lotta contro Israele, anche loro cadranno. Provoca indignazione il silenzio in relazione agli attacchi di Gaza e la mancanza di iniziativa degli ambasciatori palestinesi nel mondo intero di fronte ai massacri. La resistenza palestinese a Gaza risponde al proprio popolo e non fa nessun accordo con Israele, fino a quando non si garantisce la fine del blocco economico. I Palestinesi vogliono un porto, un aeroporto e il diritto a costruire un esercito. Si erano preparati per l’eventualità che un giorno Israele tornasse ad attaccare Gaza da terra. È per questo che la quantità di soldati morti sta spaventando il governo israeliano. Già sono morti quasi 100 soldati e uno di loro è stato catturato. Bisogna ricordare che nel 2009 Hamas ha catturato un soldato israeliano e nel 2011 questi è stato scambiato con 1027 prigionieri politici palestinesi. Israele si trova nel bel mezzo di un’operazione difficile dal punto di vista politico e militare.

B.d.F.: Che si può fare dal punto di vista internazionale per impedire gli attacchi di Israele a Gaza?

Israele è una potenza. A la campagna di boicoaggio è ancora la migliore alternativa. Alcuni paesi hanno già rotto accordi economici e sociali con Israele, ma ancora non è sufficiente. Vari paesi dell’America Latina hanno convocato i suoi ambasciatori per chiedere spiegazioni.

B.d.F.: E dentro la Palestina?

Dentro la Palestina, i movimenti di liberazione stanno crescendo in Cisgiordania. Abbiamo una situazione favorevole di rafforzamento della mobilitazione popolare, sia attraverso i movimenti, i sindacati e altre organizzazioni. E questo arriverà a Gaza. Oggi, quello che chiede la maggioranza dei Palestinesi è uno Stato unico dove possano convivere tutti. La separazione è l’origine del conflitto. Una serie di intellettuali progressisti israeliani e palestinesi confermano l’idea di un unico Stato.

fim deB.d.F.: Come giudichi, fino a questo momento, la presa di posizione del governo brasiliano in relazione agli attacchi?

Sebbene la posizione di condanna brasiliana abbia costituito un progresso, si tratta ancora di una posizione timida. Il governo brasiliano è contraddittorio. Non ho speranza che condanni e porti Israele nei tribunali internazionali. La base sociale del governo brasiliano è a favore di Israele. Il Brasile dice che si è trattato di un attacco sproporzionato, ma non rompe nessun accordo economico con il governo di Israele. Israele non ha mai guadagnato tanti soldi con il Brasile come oggi. Lula, che è visto come quello che ha avvicinato il Brasile al mondo arabo, ha anche avvicinato il paese a Israele. In un’intervista, hanno chiesto a Dilma se quello che sta succedendo a Gaza è un genocidio, lei ha risposto che è un massacro. Sappiamo che quello ha luogo lì è una pulizia etnica, ma Dilma difende Israele. Non vuole condannare Israele per pratiche genocide, perché il livello di influenza della comunità sionista in Brasile è immenso. Una parte considerevole del governo del Rio Grande del Sud è formata da sionisti. Stanno costruendo un complesso industriale a Poá e il protagonista di quest’accordo è il governatore Tarso Genro, ex-ministro della Giustizia del governo Lula. Chi gestisce l’agenda di Lula è una sionista, una signora di nome Clara Ant, conosciuta in Brasile come la maggiore sostenitrice del governo di Israele. Chi vuole avere un incontro con Lula, deve passare per lei. Il PT ha relazioni con il Partito dei Lavoratori di Israele, ma non ha nessuna relazione con i partiti politici palestinesi. Nemmeno ha relazioni con il Partito Comunista di Israele, che è l’unico partito anti-sionista. Non esiste nessun protocollo di cooperazione con partiti politici palestinesi. C’è una relazione con l’ANP, ma il governo brasiliano non esplicita questa relazione, perché non vuole creare problemi con la lobby sionista che esiste dentro il PT. E quando c’è qualche cooperazione, gli alleati di Israele nel Brasile creano ostacoli. Un esempio è stato quando il governo brasiliano ha approvato presso il Ministero della Pesca un fondo per aiutare i pescatori palestinesi di Gaza. I soldi non arrivano. In primo luogo, perché Israele blocca tutte le transazioni finanziarie a Gaza, in secondo luogo, perché all’epoca, il Ministero della Pesca era in mano a Marcelo Crivella, pastore della Chiesa Universale e alleato di Israele.

B.d.F.: La Palestina riceve appoggio dai paesi della Lega Araba?

C’è una divisione molto grande tra i paesi arabi che rende difficile la lotta del popolo palestinese. La rivoluzione palestinese è parte della rivoluzione che deve avere luogo nel mondo arabo. Ma vari di questi paesi sono alleati del sionismo e dell’imperialismo. Le monarchie arabe hanno relazioni economiche con gli U.S.A., Israele e l’Unione Europea. Per questo, non esiste la prospettiva di mettere in piedi una coalizione contro Israele. Se i paesi arabi si unissero alla resistenza interna palestinese, Israele già non sarebbe più un problema.

B.d.F.: Praticamente, come si può far sì che la popolazione brasiliana comprenda di fatto quello che sta succedendo a Gaza?

Israele contribuisce a spiegare in maniera semplicistica il conflitto. Quando il popolo brasiliano vede il bombardamento di case civili, scuole e chiese, riesce a capire che lì c’è un genocidio in atto. Sono bambini, donne, anziani. Le morti dal lato israeliano sono di soldati.

B. d.F.: Che cosa possono fare i movimenti sociali brasiliani per dimostrare solidarietà alla lotta del popolo palestinese?

I movimenti devono rafforzare la campagna per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, appoggiare il boicottaggio contro Israele, il BDS, investigare e denunciare gli accordi politici ed economici brasiliani con il governo israeliano. Dobbiamo mostrare come queste imprese che operano in Brasile finanziano l’occupazione illegale, e denunciare le violazioni di diritti umani commesse da Israele. Le grandi mobilitazioni di appoggio, che hanno luogo nel mondo intero, devono continuare fino alla fine dei bombardamenti e del blocco di Gaza dal mare, dall’aria e da terra. I movimenti possono anche fare pressione sui paesi arabi affinché appoggino il popolo palestinese e sperare che l’ANP si unisca al suo popolo contro Israele e non il contrario, come sta avvenendo.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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