L’Argentina ricorre alla Corte Internazionale contro gli U.S.A.

di Marco Nielicfk.jpg_1718483346

Lo scorso 8 agosto, la Presidenta argentina Cristina Fernandez de Kirchner ha reso pubblicamente note le ragioni del ricorso presentato da questo paese presso il Tribunale Internazionale de L’Aja (Corte Internacional de Justicia, CIJ) contro gli Stati Uniti d’America, ricorso che implica da parte di questi ultimi la previa accettazione della giurisdizione di detto tribunale (cosa, del resto, per chi conosce minimamente la storia della politica estera degli USA, niente affatto scontata).

Il ricorso si basa sull’argomento più che fondato di un attentato all’immunità e sovranità nazionali dell’Argentina, perpetrato attraverso «decisioni giudiziarie di tribunali statunitensi intorno alla ristrutturazione del suo debito pubblico».

La Presidenta ha contestualmente fatto sapere che Obama, in quanto Presidente degli U.S.A., avrebbe la potestà, risconociutagli da una clausola costituzionale riguardante la “separazione dei poteri”, di ingiungere al giudice Griesa, autore della sentenza favorevole ai fondos buitre, di non interferire con la politica estera degli U.S.A., di esclusiva competenza del Governo. Sul precedente storico dell’applicazione riuscita di questa misura, addirittura da parte di G. Bush, all’epoca di un contenzioso analogo tra la stessa NML Capital e la Repubblica del Congo, ha informato un recente articolo di G. Palast su The Guardian.

Sui motivi per i quali Obama non è ancora intervenuto e probabilmente non interverrà mai in questo senso, non vale la pena farsi molti dubbi. Non interverrà, non solo perché teme l’influenza del titolare della NML, P. Singer, sulla potente lobby finanziaria di matrice repubblicana, che può dargli molti mal di testa, politicamente parlando.

Ma anche e soprattutto perché, in un contesto caratterizzato dalla caduta libera di consensi e popolarità dell’amministrazione U.S.A. in Latino-america, i processi di recupero della sovranità economica, politica e culturale in atto a queste latitudini, siano essi ispirati al socialismo del XXI secolo di Venezuela, Ecuador e Bolivia o a quelli social-democratici di Brasile, Uruguay e Brasile, sono come una spina nel fianco dell’Impero, che perde contemporaneamente dominio ed egemonia un po’ su tutti i fronti in maniera più che evidente.

Il processo di ristrutturazione del debito estero, vittoriosamente intrapreso in Argentina dai governi Kirchner a partire dal 2003, costituisce evidentemente uno dei cattivi esempi da contrastare, secondo la logica imperiale, perché sottrae uno dei principali strumenti di asservimento delle economie periferiche al sistema di appropriazione capitalistica dell’economia-madre: il debito estero.

Tanto più che, nella fase attuale, tra i primi partners commerciali di un paese del peso specifico dell’Argentina, risultano i diretti concorrenti degli U.S.A.: la Russia, contro la quale gli U.S.A. hanno avviato una nuova guerra fredda e la Cina, detentrice di gran parte del debito estero degli stessi U.S.A. Entrambi i leaders di questi due paesi membri dei BRICS, Vladimir Putin e Xi Jinping, hanno di recente consolidato con visite ufficiali i rapporti diplomatici, commerciali e geo-strategici con l’Argentina, che oggi appare immensamente meno isolata, continentalmente e internazionalmente parlando, dell’epoca del Washington consensus (anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90).

Sulla questione del contenzioso coi fondos buitre, tale posizione di solidarietà internazionale verso le ragioni del paese latino-americano sono emerse con evidenza, non solo da parte dell’ALBA, del Mercosur e della stessa OEA, ma anche dai paesi del cosiddetto gruppo BRICS (recentemente riunitisi a Fortaleza in Brasile) e quelli del G77+Cina.

Sarà forse utile, a questo proposito, ricordare che la sola Cina, oltre a firmare accordi per 4.800 milioni di dollari con l’Argentina per investimenti nelle ferrovie, nell’agricoltura e nel settore navale, ha dato il via a un’operazione di swap tra le banche centrali dei due paesi, che implica prestiti fino a 70.000 milioni di yuan, rimborsabili entro l’anno seguente e a tassi estremamente favorevoli. Una vitale boccata di ossigeno, per un paese che, secondo la sentenza del giudice municipale Griesa, sta dovendo il 1600% del debito comprato all’epoca da un gruppo di cinici speculatori, affamatori di popoli per professione.

Un ultimo dato su cui riflettere: da un recente sondaggio condotto tra la popolazione argentina, risulta che la difesa della sovranità nazionale sta ricompattando l’opinione pubblica argentina intorno all’operato della Presidenta e del suo combattivo staff di governo: il 51% si trova d’accordo con le posizioni oficialistas e un 53% giudica l’opposizione a Cristina troppo indifferente sul tema. Ricordando che in Argentina, come in molti paesi latino-americani, partecipare alle elezioni è un obbligo costituzionale dei cittadini e che quindi il circa 40% incassato dalla coalizione oficialista alle ultime elezioni corrisponde a un dato reale, ritagliato sui 40 milioni della popolazione totale, suscita ammirazione questo processo di crescente catalizzazione dell’opinione pubblica sulla questione della difesa della sovranità nazionale dagli attacchi speculativi internazionali.

Una distanza incalcolabile, rispetto al 41% del nostrano Renzi, consenso ritagliato su una percentuale di votanti di meno della metà della popolazione italiana, imperniato su di una misera elemosina pre-elettorale di 80 euro e che nasconde e maschera, di fatto, le politiche entreguistas y vende-patria – come si direbbe in Latino-america – di un governo fantoccio, manovrato dal capitale finanziario internazionale. 

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