(VIDEO) Linda Sabeh Alí: «Moriremo come gli alberi, fermi»

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da Correo del Orinoco – aporrea.org

03-08-14.- L’ambasciatrice dello Stato di Palestina in Venezuela, Linda Sabeh Alí, ha assicurato che il massacro che è costato quasi 1600 vite nella Striscia di Gaza, in maggioranza bambini e donne, è selettivo, dal momento che l’Esercito di Israele cerca di stroncare la resistenza del suo popolo.

In un’intervista esclusiva concessa al Correo del Orinoco, presso il centro di raccolta abilitato nella sede della Cancelleria Venezuelana a Caracas, ha ribadito che, nonostante il massacro dei martiri e il sangue versato dagli innocenti, la Palestina non si arrenderà. «Non siamo terroristi, ma sicuramente intenzionati a resistere. Moriremo come gli alberi, fermi, perché chi muore in difesa del suo paese non è un terrorista, è una persona degna», ha sottolineato.

La rappresentante diplomatica ha assicurato che l’assassinio di migliaia di bambini ha come obiettivo quello di distruggere il futuro del popolo palestinese. «Israele vuole che la gente ci dimentichi, ma i nostri vecchi ci hanno inculcato che dobbiamo prenderci a cuore la Patria, come lo ha fatto qua il Comandante Chávez. I bambini oggi nascono nella lotta, con il segno della vittoria e con la voglia di recuperare la patria che ci hanno rubato», ha ribadito.
 

 «CON UN PROIETTILE NE FAI FUORI DUE»

Ugualmente, ha denunciato una campagna «sionista e genocida» che si porta avanti in Israele con l’immagine di una donna incinta e lo slogan «Con un proiettile ne uccidi due».

«Quando uccidono un bambino nella città di Sáfar, bruciandolo vivo con la benzina che gli versano in bocca, fanno lo stesso che è stato fatto a loro. Poi, si siedono sulle colline di Gerusalemme a celebrare e ad applaudire ogni missile, ogni attacco», ha deplorato.

Sabeh ha spiegato che il primo ministro israeliano Benjamín Netanyahu, è sotto pressione da parte del consiglio dei sindaci, che ha preteso di non fermare i bombardamenti fino a raddoppiare la quantità di morti dell’operazione Piombo Fuso, nella quale sono morti 1500 palestinesi tra dicembre 2008 e gennaio 2009.

I NUMERI DELLA MORTE

Al pomeriggio di giovedì si contavano 1340 persone assassinate, 23 mila case distrutte, 38 moschee, 12 collegi, due chiese e 12 ambulanze. Perfino il giorno nel quale finisce il mese sacro del Ramadán, Israele ha attaccato un ospedale, assassinando 50 bambini. (Dopo questa intervista, le aggressioni sono continuate, estendendo il numero di vittime).

«Per più di 23 anni, abbiamo voluto la pace e ancora la vogliamo, eppure non abbiamo un vero interlocutore di pace, loro non vogliono la pace, non vogliono che abbiamo uno stato sovrano», ha precisato Alí.

Perché la comunità internazionale, la Lega Araba e gli organismi internazionali come l’ONU non hanno fatto pressione su Israele affinché fermasse il massacro?

«Loro sostengono una campagna mediatica forte, sono i padroni di Fox News e di tutti i media che portano avanti la campagna imperialista. Quando il segretario di Stato degli U.S.A. John Kerry arriva a dire che Hamás blocca Israele e sostiene di fronte al mondo che noi li stiamo attaccando, ignorano o pretendono che il mondo ignori che Hamás è parte dei Palestinesi».

Ugualmente, si è riferita a programmi che ha ascoltato in radio cristiane in Venezuela, nei quali si diceva che «i Palestinesi stanno uccidendo il popolo israeliano».

«Come si può comparare la perdita di 38 soldati dell’Esercito israeliano con l’assassinio di più di 1400 Palestinesi? In mezzo a questo genocidio, stiamo tirando pietre agli F16. Tacere oggi è una vergogna, è essere complice del sionismo e dell’imperialismo che vogliono stroncare un intero popolo, insieme al cuore di Palestina che è Gaza», ha sottolineato.

Come valuta l’appoggio del popolo bolivariano e del governo del presidente Nicolás Maduro che ha alzato la sua voce contro il genocidio?

Parlo a nome del mio popolo. Stiamo vedendo una solidarietà incredibile, a partire dal Venezuela, è il popolo leader in campo solidario, che appoggia il popolo palestinese con l’apertura di centri di raccolta nei governatorati del PSUV e nella Casa Gialla. È molto bello vedere il presidente Maduro parlare con tanto amore e indignazione a favore del mio paese.

Come si sente – come donna e come madre – nel presenziare questo orrore in televisione e nella stampa, a tanti chilometri di distanza?


Mi sento sofferente, indignata. Non ho smesso di piangere, dormo con le immagini e le notizie. Sento il dolore delle madri che hanno perso tutti i loro figli, i loro fratelli e sposi. Queste donne, in mezzo a tutto questo dolore, dicono che il sangue dei loro figli sono come un regalo per mantenere la patria degna e libera dal sionismo.


Infine, l’ambasciatrice Linda Sabeh Alí ha informato che partirà nei prossimi giorni in una delegazione che viaggerà per la Palestina «perché la sua vita non vale di più di quella delle donne e dei bambini che sono morti sotto le bombe di Israele».

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[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

400 giornalisti iraniani pronti a recarsi a Gaza per svelare al mondo i crimini israeliani

da Hispan.tv

In Iran, più di 400 giornalisti e media attivisti hanno espresso la loro volontà di recarsi nella Striscia di Gaza assediata, al fine di esporre al mondo i crimini commessi dal regime israeliano nei territori palestinesi.

Gli attivisti hanno raccolto centinaia di firme tra il personale dei media iraniani e hanno annunciato la loro volontà di recarsi a Gaza e inviare notizie di eventi reali che si svolgono in quella zona.

I giornalisti iraniani, attraverso un comunicato, hanno condannato le atrocità perpetrate dal regime israeliano contro i civili palestinesi e criticato il silenzio delle potenze mondiali e di alcuni leader arabi della regione sull’uccisione di civili palestinesi, tra cui donne e bambini.

L’offensiva militare israeliana a Gaza, iniziata da circa 28 giorni, che si consuma nella censura dei media da parte del regime di Tel Aviv, ha ucciso, finora, 1857 palestinesi e ferito più di 9400 persone.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La Siria mostra il suo aiuto al Libano ad Ersal

da Al Manar

Aerei da combattimento siriani hanno bombardato le posizioni dell’Isis e di Al nosra sul territorio libanese, vicino a Ersal, al fine di assistere l’esercito libanese nelle sue operazioni contro i gruppi terroristici.

Veicoli militari libanesi sono stati dispiegati intorno a Ersal, mentre gli aerei siriani hanno bombardato le posizioni dei gruppi terroristi intorno alla città.

La Siria ha anche mostrato il suo sostegno politico all’esercito libanese nella sua lotta contro estremisti e gruppi terroristici. “La Siria ha espresso sostegno e solidarietà all’esercito libanese per affrontare e distruggere i gruppi terroristici”, ha dichiarato un funzionario del ministero degli Esteri siriano, citato dall’Agenzia SANA.

«I crimini e gli attacchi terroristici effettuati a Ersal e nei suoi dintorni contro i civili e le posizioni dell’esercito libanese necessitano di un aiuto e di sostegno per l’esercito libanese nella sua lotta contro i terroristi Takfiri», ha ribadito il ministero siriano.

«La Siria condanna gli attacchi terroristici pianificati e svolti da gruppi terroristici come Al Qaeda, Isis e Al Nusra, che cercano di distruggere la sicurezza e la stabilità del fratello Libano», si legge nella nota.

«La Siria ha avvertito più volte sulla possibilità che la minaccia del terrorismo si diffonda nell’intera regione, se non si fa pressione su quei paesi che continuano a sostenerlo con fondi, armi e addestramento», ha aggiunto il ministero.

«Contro il terrorismo che colpisce Siria, Iraq e Libano, è importante difendere la sicurezza e la stabilità nella regione».

Da parte sua, la stampa siriana ha criticato la politica di neutralità tenuta dal Libano nel conflitto in Siria.

«Fratello Libano ha cercato di rimanere fuori (della crisi siriana), ma i fatti sanguinosi di Ersal hanno dimostrato che è assolutamente impossibile essere neutrali contro il terrorismo e i suoi alleati che non escludono nessuno», si legge sul quotidiano governativo Tishrin.

Il giornale del partito Al Baath ha sostenuto che «la neutralità politica libanese è la principale responsabile negli eventi in Libano, ad Ersal e Tripoli in particolare».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La NSA supporta l’intelligence israeliana negli attacchi su Gaza

da Hispan.Tv

Il governo di Washington ha sostenuto il regime israeliano nella sua brutale repressione della Striscia di Gaza assediata, offrendole servizi di intelligence, oltre a denaro, armi e tecnologia.

Lo ha riferito il sito internet Intercept, rivelando documenti che mostrano il crescente sostegno della National Security Agency degli Stati Uniti, NSA, al servizio di intelligence del regime israeliano, il Mossad.

Parte dei nuovi documenti, che si riferiscono all’anno 2013, mostrano che la NSA mantiene potenti relazioni tecniche ed di analisi con l’Unità Nazionale israeliana, SIGINT.

Nell’ambito di questo ampio partenariato, americani e israeliani lavorano insieme per accedere ad altri “obiettivi geografici compresi i paesi del Nord Africa, del Medio Oriente, del Golfo Persico, dell’Asia meridionale e delle repubbliche islamiche dell’ex Unione sovietica.

Il sostegno fornito dal paese del Nord America al regime di Tel Aviv si svolge nell’ambito di un programma chiamato dalla NSA, “terrorismo palestinese”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

L’Argentina impugnerà il contratto con la Bank of New York Mellon

griesa-el-buitre-grisda laradiodelsur.com.ve

Il governo argentino sta preparando una causa legale per impugnare il contratto con la Bank of New York Mellon, dove ha depositato i fondi destinati a saldare il suo debito con i creditori.

Lo fa sulla base del fatto che la banca non ha adempiuto all’obbligo di rimborsare le obbligazioni sovrane, dopo che il paese ha versato 539 milioni di dollari a copertura della scadenza dei saldi.

L’istituto bancario, invece, in obbedienza a una decisione del giudice newyorkese Thomas Griesa ha trattenuto questo denaro, contravvenendo a contratti e norme internazionali, per favorire i fondi avvoltoio.

Pertanto, si cerca di sostituire la piazza di pagamento con il Lussemburgo, Tokyo o Londra.

L’Argentina è stata costretta a pagare il suo debito attraverso le banche statunitensi a causa dei contratti sottoscritti con esse dall’ultima dittatura militare (1976-1983), ragion cui ogni controversia ricade sotto la discrezionalità delle leggi statunitensi.

La banca, da parte sua, sostiene di obbedire all’ordine di Griesa che vieta ogni pagamento fino a quando l’Argentina non avrà trovato un accordo con i fondi avvoltoio.

La settimana scorsa, il ministro dell’Economia, Axel Kicillof, ha reso noto che il governo ha intimato alla Bank of New York Mellon di rendere efficaci i pagamenti verso quegli obbligazionisti che hanno accettato la ristrutturazione del debito.

Questa nuova azione del governo argentino si somma alla denuncia presentata alla Corte Internazionale dell’Aja contro i fondi avvoltoio e all’inchiesta condotta dalla Comisión Nacional de Valores (CNV) su di una possibile truffa speculativa milionaria.

L’organismo mira a stabilire se le misure ordinate da Griesa sono state prese al fine di favorire la manovra usuraia dei fondi avvoltoio.

Il CNV raccoglie tutte le informazioni disponibili comprese quelle del procedimento di Griesa e degli obbligazionisti ricorrenti in giudizio, così come quelle provenienti dai detentori di titoli sia nazionali che esteri.

Una volta terminata l’inchiesta, i risultati saranno presentati davanti alla Securities and Excanghe Commission (SEC) statunitense.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

L’America latina scende in piazza contro il genocidio

di Geraldina Colotti – il manifesto

«L’Esercito israe­liano, il più moderno e sofi­sti­cato del mondo, sa chi ammaz­zare: non lo fa per errore, ma per orrore. Le vit­time civili si chia­mano danni col­la­te­rali, secondo il dizio­na­rio di altre guerre impe­riali. A Gaza, ogni dieci danni col­la­te­rali, tre sono bam­bini». Le parole di Eduardo Galeano rim­bal­zano da un lato all’altro dell’America latina con­tro il mas­sa­cro di Gaza.

Lo scrit­tore uru­gua­yano inter­preta il sen­ti­mento del suo paese e del con­ti­nente, che si mobi­lita e si pro­nun­cia per la Pale­stina. Il pre­si­dente uru­gua­yano, José Mujica, ha chie­sto «l’immediato ritiro delle truppe israe­liane e un ces­sate il fuoco senza con­di­zioni», altri pre­si­denti che si richia­mano al socia­li­smo del XXI secolo hanno usato toni più duri. Il boli­viano Evo Mora­les, capo­vol­gendo i canoni dell’egemonia neo­co­lo­niale, ha incluso Israele in una sua lista degli «stati cana­glia», e ha annul­lato un accordo di esen­zione dei visti con Tel Aviv.

Il Vene­zuela, per primo, ha par­lato di «geno­ci­dio» e denun­ciato la «guerra di ster­mi­nio che dura da quasi un secolo» per bocca del suo pre­si­dente, Nico­las Maduro.

Toni forti hanno usato anche il capo di stato dell’Ecuador, Rafael Cor­rea e il suo omo­logo del Nica­ra­gua, che ha più volte invi­tato la comu­nità inter­na­zio­nale a fer­mare la mano assas­sina di Neta­nyahu. Il Nica­ra­gua ha rotto le rela­zioni con Israele nel 2010, il Vene­zuela e la Boli­via lo hanno fatto durante l’operazione Piombo fuso, nel 2009. E Cuba, le cui auto­rità hanno imme­dia­ta­mente preso posi­zione con­tro lo ster­mi­nio dei pale­sti­nesi, ha inter­rotto le rela­zioni con Tel Aviv già nel 1973, dopo la guerra del Kippur.

La pre­si­dente del Bra­sile, Dilma Rous­seff, non ha par­lato di geno­ci­dio, ma di «mas­sa­cro», però ha unito la voce a quella del Cile, del Sal­va­dor, del Perù, del Costa Rica e dell’Argentina, che conta la più grande comu­nità ebraica della regione. Tutti hanno con­vo­cato gli amba­scia­tori israe­liani. Un con­ti­nente quasi com­patto, spinto dalle mani­fe­sta­zioni che si ripe­tono in tutto il con­ti­nente. Ieri ce n’è stato una in Vene­zuela, con­vo­cata da Maduro. Di segno inverso, l’atteggiamento dell’opposizione. A Cara­cas, il mini­stero degli Esteri rac­co­glie aiuti per Gaza, i mili­tanti pub­bli­cano elen­chi di mar­che israe­liane da boi­cot­tare, e verrà aperto il rifu­gio Hugo Cha­vez, per i bam­bini della Striscia.

Tra i silenzi più assor­danti, quello della Colom­bia, il cui ruolo di gen­darme nel con­ti­nente è para­go­na­bile a quello che svolge Israele in Medio Oriente. Tel Aviv è con­su­lente e alleato dei governi neo­li­be­ri­sti colom­biani per le ope­ra­zioni spor­che a guida Usa messe in atto con­tro l’opposizione interna e le demo­cra­zie dei paesi con­fi­nanti. In que­sti giorni, una peti­zione fir­mata da nume­rose per­so­na­lità poli­ti­che di oppo­si­zione come la ex depu­tata Pie­dad Cor­doba ha chie­sto al pre­si­dente colom­biano Manuel San­tos di assu­mere una posi­zione con­so­nante a quella del continente.

Gior­nali e siti lati­noa­me­ri­cani danno conto anche delle mani­fe­sta­zioni che si svol­gono in Europa e nel resto del mondo: in Fran­cia ce n’è stata un’altra ieri, a Lon­dra hanno pro­iet­tato la ban­diera pale­sti­nese sul Par­la­mento. Ano­ny­mous ha hac­ke­rato il sito del Mos­sad. Anche in Ita­lia gli atti­vi­sti si muo­vono, ma l’oscuramento della stampa è com­pleto. Scen­dono in campo i musi­ci­sti come i por­to­ri­cani Calle 13. Cuba­de­bate ospita inter­venti che sma­sche­rano la disin­for­ma­zione: in pieno mas­sa­cro di Gaza The Times of Israel lamenta che i razzi di Hamas «hanno ferito una povera civetta a un occhio».

Si vuole riportare l’Argentina al tempo della «buia notte neoliberista»

BuML-BSIMAALYeElantidiplomatico.it Kirchner: «Dov’era il Fondo Monetario Internazionale quando il mio paese si indebitava al 15% nella decade neoliberista degli anni ’90?»

di Fabrizio Verde

 

Mentre il circo mediatico italiano ripete senza soluzione di continuità che l’Argentina si trova in default per la seconda volta in tredici anni, la terza economia dell’America Latina ribatte: «Dire che l’Argentina è in default è una vigliaccata atomica, poiché il paese ha la liquidità per saldare i suoi impegni – ha spiegato il Ministro delle Finanze argentino Axel Kicillof – abbiamo il denaro per pagare le scadenze di questo e dei prossimi anni».

 

L’intento è chiaro: equiparare la situazione odierna a quella del default avvenuto nel 2001. Quello vero, provocato dal fallimento totale del modello neoliberale imposto al paese sudamericano. Quando l’Argentina sulla scorta dei «consigli» imposti da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale andava avanti a colpi di manovre (ajustes) e quando queste manovre si rivelarono insufficienti si passò alle privatizzazioni. Eufemismo utilizzato per indicare la colossale svendita del patrimonio pubblico argentino.

 

Una differenza abissale con l’Argentina attuale – che continua sulla strada di quella che viene definita ‘crescita inclusiva’ – dove in questi giorni comunque complicati, la ‘Presidenta’ Cristina Fernandez de Kirchner è sostenuta dal popolo. Mentre nel 2001 l’allora presidente Fernando De La Rua dovette lasciare precipitosamente in elicottero la Casa Rosada (il palazzo presidenziale) assediata da manifestanti inferociti.

 

I media afferenti il circuito mainstream omettono di raccontare che l’Argentina ha stanziato i fondi necessari per rimborsare il 93% dei creditori con cui aveva raggiunto un accordo per il rimborso, ma che questi sono stati bloccati perché il giudice statunitense Tomas Griesa, accogliendo il ricorso presentato dai fondi speculativi (anche denominati avvoltoi) che rappresentano il 7% dei creditori, ha condannato Buenos Aires a pagare i titoli a prezzo intero vietando al contempo all’Argentina di liquidare separatamente gli altri creditori.

 

Il problema origina dalla ristrutturazione del debito argentino: il 93% dei creditori, nel 2005 e poi nel 2010, hanno accettato di concedere uno sconto a Buenos Aires, mentre il restante 7% no. Una  parte consistente di questo debito – contratto ai tempi della buia notte neoliberale – è quindi stata acquistata a prezzi stracciati dai cosiddetti fondi avvoltoio, che hanno poi fatto causa all’Argentina presso un tribunale di New York per ottenere il pagamento pieno del dovuto.

 

Dunque, nessun default, l’Argentina ha pagato e continuerà a farlo perché come ha spiegato il ministro delle finanze: «Non soddisferemo l’1% danneggiando il 93% dei creditori».

 

Sulla stessa lunghezza d’onda della ‘Presidenta’ Cristina Fernandez de Kirchner che nel suo discorso  alla sessione plenaria del Mercosur ha dichiarato: «Penso che quello che stanno cercando di fare, agitando lo spettro del default non abbia senso. Il default avviene quando non si paga e l’Argentina ha pagato. Cercano inoltre di spaventarci dall’estero così come dall’interno, dicendo che se non facciamo quello che ci dicono arriveranno le 10 piaghe d’Egitto. Beh, le 10 piaghe d’Egitto le vivemmo nel 2001 quando un altro governo eseguì alla lettera gli ordini dettati dall’estero».

 

Inoltre il presidente argentino punta il dito contro il Fondo Monetario Internazionale, mettendo in discussione la legittimità di questo enorme debito che grava sulle spalle dell’Argentina: «Se l’Argentina si è indebitata oltre le proprie possibilità durante la decade neoliberista negli anni ’90, prendendo in prestito denaro a tassi del 13, 14 o 15%, crediamo che le responsabilità siano anche esterne. Dov’era il grande revisore mondiale, il Fondo Monetario Internazionale?».

 

Anche la ‘Presidenta’ ha riaffermato la volontà del paese sudamericano di rispettare gli impegni presi con la quasi totalità dei creditori: «L’Argentina ribadisce ancora una volta la sua decisione, volontà e convinzione nel voler rimborsare il 100% ai suoi creditori, ma in un modo giusto, equo, legale e sostenibile. Perché l’1% che non accetta l’accordo ha comprato i bond quando il default era già avvenuto. Ne hanno acquistati per un valore pari a 48 milioni di dollari e ottenuto con una sentenza 1600 milioni di dollari. Un profitto del 1680% rispetto al 92.4% dei creditori in buona fede, che restano centrali per il diritto internazionale».

 

Per quanto concerne la volontà e possibilità dell’Argentina di pagare i suoi debiti, basti pensare che sta provvedendo regolarmente anche all’estinzione del debito con il Club di Parigi (istituito nel 1956 a Parigi tra l’Argentina e le sue nazioni creditrici). Allorquando «io avevo appena tre anni – ha spiegato Cristina Fernandez de Kirchner – e il Ministro delle Finanze addirittura non era ancora nato».

 

Intanto un gruppo di oltre cento economisti di tutte le maggiori università del mondo, premi Nobel compresi, ha indirizzato una lettera al Congresso americano, chiedendo di mitigare l’impatto di una sentenza distorcente, che potrebbe causare un danno enorme all’intero sistema finanziario mondiale. «In particolare l’ingiunzione che attualmente blocca i pagamenti dell’Argentina al 93 per cento dei detentori di bond del Paese, potrebbe causare un danno inutile alla finanza mondiale, come anche agli interessi americani, all’Argentina e ai 15 anni di politiche americane di alleggerimento bipartisan del debito».

 

«È opinione largamente condivisa fra gli economisti che il tentativo di costringere l’Argentina al default che nessuno – né il debitore né il 90 per cento dei creditori – vuole, è sbagliato e dannoso» spiega Mark Weisbrot, editorialista per il quotidiano britannico ‘The Guardian’, economista e codirettore del Center for Economic and Policy Research.

 

Probabilmente, in realtà, le grandi «istituzioni finanziarie internazionali» unitamente ai media mainstream, agitando lo spettro del default intendevano riportare il paese al tempo della «buia notte neoliberista» quando con una pistola puntata alla tempia, l’Argentina fu letteralmente saccheggiata. Quando, i grandi giacimenti di Loma e de la Lata finirono nella mani della Repsol per un decimo del loro reale valore, giusto per citare uno degli episodi simbolo del ‘saqueo’ argentino. Evidentemente, però, adesso i tempi sono cambiati.

 

 

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